Aldo morto

Per Daniele Timpano «Aldo è morto, poveraccio». Ai tempi di via Fani lui non aveva che quattro anni e la tragedia l’ha scoperta solo una decina di anni dopo, grazie al film di Giuseppe Ferrara. Il suo Moro ha la faccia di Gian Maria Volonté e la voce delle registrazioni dell’epoca. È un personaggio della storia, che passa attraverso il tubo catodico e diventa inevitabilmente un eroe postumo, con tutte le conseguenze del caso. In scena al Teatro Palladium di Roma a metà aprile, “Aldomorto tragedia”, il monologo scritto, diretto e interpretato da Daniele Timpano, è attualmente impegnato in una tournée  in vari teatri italiani. Nuovo capitolo di un discorso sulla recente storia italiana già iniziato con “Dux in scatola”, “Ecce Robot” e “Risorgimento Pop”, “Aldomorto” conferma la capacità di dominare il palcoscenico di un interprete che si rivela anche un fine drammaturgo. Piuttosto che cedere alla retorica o ad una facile agiografia, Timpano sceglie una prospettiva straniata che alterna il punto di vista di chi Aldo lo ha conosciuto Morto e quello di chi lo ha avuto vicino da vivo, in modo non ufficiale. La storia che porta in scena è volutamente scardinata e fatta di una complessità che alterna momenti di riflessione seria a lampi comici, frammenti che hanno il sapore di una testimonianza a inserti grotteschi e sarcastici, in una generale ottica che risente della inevitabile mediazione.  Ed è su questa linea che lo spettacolo insiste, mentre non perde mai la profondità dell’impegno civile. La ricostruzione però non sceglie la strada della filologia, ma segue il filo di una nostalgia di chi quegli anni li vive attraverso le canzoni, gli oggetti, la televisione e le sue icone. Ma quella di Timpano è una tragedia: lo dichiara il titolo e lo sottolinea lo stesso personaggio, quando avverte il pubblico che sta per assistere ad “una storia seria” che “finisce male, muore e basta”. “Aldo è morto senza il mio conforto” dice Timpano quasi in uno slogan in rima, e intanto dà voce e corpo al figlio dello statista, che porta in scena un ritratto intimo e non ufficiale, fatto di presepe e cartoni animati. È questo il personaggio che si va a contrapporre all’Aldomorto della televisione e del cinema, come a voler compensare trent’anni di interpretazioni, spesso troppo arroganti. Il tragico scaturisce allora dallo scontro tra il vivo e il morto, tra il padre e il politico, tra la dimensione familiare e quella ufficiale. Emblema di questa tragedia è quello che a mio parere è il momento più profondo dello spettacolo, quando Timpano porta in scena il Moro prigioniero, chiuso in uno spazio angusto e disumano di tre metri per uno. È qui che l’autore apre al dubbio sulle verità processuali, sulle indagini effettuate sulla base delle dichiarazioni di “Moretti e compagnetti”, su anni di inchieste. Ma la direzione è solo accennata, perché con una virata improvvisa si interrompe per cambiare tono: «facciamo teatro! Salviamo lo spettacolo!».

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