Una cena armena

A terra un tappeto di abiti, distesi uno accanto all’altro, quasi con cura. Dall’alto pendono corde e tiranti, cadono giù a diverse altezze, tutti colorati. Sospese sono anche quattro valigie: una è aperta, come di chi è in partenza. Qualcosa che prima c’era e che ora non c’è più, questo dice la scena vuota. Poi entrano i due protagonisti: un uomo e una ragazza, Aram e Nina. Quella è casa dell’uomo, fuori c’è una tempesta di neve, e la ragazza lì ha trovato rifugio. Sembra un caso, e caso non è. Due nomadi, due irrequieti, due in cerca di. Rimettere in fila le proprie radici, l’atto intimo e violento del ricordare, questo cercano. Perché ciò che lentamente si svela è un passato comune: la storia dell’Armenia, e del genocidio che di quel popolo fecero i turchi nel 1915. Un milione e mezzo di morti, il cosiddetto “Grande Male”: una vicenda terribile, ancora largamente disconosciuta dalla diplomazia internazionale. “Una cena armena” è lo spettacolo in scena al Teatro India di Roma dal 15 al 20 maggio, prodotto da Màlbeck Teatro e Compagnia della Luna. A scriverne il testo è Paola Ponti, con la consulenza dell’artista armena Sonya Orfalian, autrice di un volume di 130 ricette, frutto di ricerche storiche ed etnografiche (“La cucina d'Armenia. Viaggio nella cultura culinaria di un popolo”, questo il titolo), da cui la drammaturgia prende ispirazione. “La notte sogno di cucinare prelibatezze e di portarle nel deserto, dove facevano camminare i prigionieri” dice Aram, mentre prepara piatti (immaginari) alla sua ospite, rievoca ricette di continuo, come filastrocche da mandare a memoria per strapparle all’oblio. Perché questo è il loro rapporto: un uomo (interpretato con vigorosa maestria da Danilo Nigrelli, anche regista della pièce) che non vuole dimenticare, una ragazza (Rosa Diletta Rossi, vivace e promettente) che vuole imparare a ricordare. La storia si dipana per quadri, intervallati da brevi musiche, in un conflitto di differenti delusioni – i cui toni urlati talvolta non trovano piena giustificazione – che si appiana con lo svelamento finale (introduzione di un’ultima scena di coinvolgente creazione registica). Aram e Antonia accatastano ricordi, geografie fisiche ed emotive, fantasmi, proverbi (“la casa si costruisce da dentro” dice Aram, e sembra una profezia), in un dialogo rapsodico e frammentato, come se la loro stessa comunicazione fosse negata quanto lo è stata la loro storia. Figlio della diaspora armena lui, nonno armeno per lei, ed è uno stigma che indossano con rabbia e pudore. Il testo di Paola Ponti è innegabilmente coraggioso e compiuto, venato di sorprendente umorismo, pur risentendo di una qualche ingenuità didattica, di un intento “a tesi” che appesantisce il libero spiegarsi di una capacità drammaturgica notevole. “Gli uccelli. Qualcuno c’era a vegliare i morti. Le rondini hanno visto” dice Nina verso la conclusione, quasi a consolazione di Aram e di una tragedia (il primo genocidio della storia moderna) che non ha avuto testimoni né risarcimenti. Un’oscurità che “Una cena armena”, con merito e passione, sommerge di luce.

15-20 maggio 2012
Teatro India (Roma)
“Una cena armena”›
di Paola Ponti
consulenza Sonya Orfalian
regia Danilo Nigrelli
con Danilo Nigrelli e Rosa Diletta Rossi
scene e costumi Luigi Perego
disegno luci Marco Maione
tecnico del suono Francesco Fazzi
musiche Laura Lala
produzione Màlbeck Teatro e La Compagnia della Luna

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