Tre classici a Siracusa

A pensarci bene ciò che accade ogni anno a Siracusa, tra maggio e giugno, ha dello straordinario: alcuni testi della drammaturgia ateniese del V secolo, sopravissuti al naufragio che ha inghiottito la produzione artistica del mondo classico, vengono riletti, ripensati, ritradotti, riportati sulla scena. Dopo duemila e cinquecento anni. Quest’anno, nel contesto del XLVIII ciclo delle Rappresentazioni classiche organizzate nel Teatro Greco di Siracusa dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico, ad andare in scena (dall’11 maggio scorso fino al 30 giugno) sono tre testi che rappresentano, ciascuno con caratteristiche proprie, tre vertici della drammaturgia classica: “Prometeo” di Eschilo, “Baccanti” di Euripide e “Uccelli” di Aristofane. E che potesse trattarsi di una stagione artisticamente importante lo si era capito subito leggendo che agli allestimenti avrebbero partecipato le danzatrici della mitica newyorkese “Martha Graham dance company”, dirette da Janet Eilber, lo si era intuito vedendo la bellissima scenografia di gusto contemporaneo disegnata dal grande architetto olandese Rem Koolhaas (restano intatte tuttavia le perplessità rispetto alla scelta di una sola scenografia per più lavori) e, sicuramente, leggendo i nomi dei registi scelti per questa stagione dall’Inda: Claudio Longhi per Prometeo, Antonio Calenda per Baccanti, Roberta Torre per Uccelli. La scelta dei registi è centrale in questo tipo di spettacoli: non vediamo Eschilo, non vediamo Euripide o Aristofane, ma vediamo il risultato della lettura di Eschilo, Euripide o Aristofane operata dai registi d’oggi e quanto più profonda, meditata, culturalmente e artisticamente consapevole, filosoficamente densa è questa lettura tanto più davvero lo spettacolo può e sa parlare al pubblico di oggi. Non si tratta, non deve trattarsi, di un’elucubrazione filologica fine a sé stessa: il teatro o è contemporaneo o, semplice-mente, non è.
Allora il “Prometeo” di Longhi (la traduzione è di Guido Paduano, mentre in scena ci sono Michele Dell’Utri Violenza, Gaetano Bruno Efesto, Massimo Nicolini Potere, Massimo Popolizio Prometeo, Daniela Giovanetti Corifea, Mauro Avogadro Oceano, Gaia Aprea Io, Jacopo Venturiero Ermes) è uno spettacolo rigoroso, lineare, pulito, colto senza far sfoggio di cultura, in determinati segmenti forse un po’ timido nell’affermare l’impostazione registica complessiva (i movimenti del coro, la concezione dei costumi, il non aver provato una lettura critica del misteriosissimo mito di Io che resta afasico per quanto possa essere intensa la prova della Aprea), ma Popolizio è molto bravo nell’incarnare non il roboante eroe filantropo caro a molte ideologie occidentali d’ogni tempo, ma il tormento retroflesso, umanissimo e tagliente di chi, solo per fare il suo dovere, sfida potere e violenza e divinità e dolore. Interessanti poi sono i cambi di prospettiva (prometeo con la schiena rivolta alla cavea) che con il loro dinamismo includono il pubblico – e ne sollecitano quindi partecipazione e giudizio politico - nella visione di quanto accade davanti a Prometeo. Bellissime sono le musiche (composte e suonate dal vivo da Andrea Piermartire con Giuseppe Sinforini) e, più ancora, è giusto il loro respiro sapientemente teatrale.
Di diversa concezione è la lettura di “Baccanti” proposta da Antonio Calenda, un veterano della scena siracusana, regista capace di penetrare con solida consapevolezza della propria cultura di intellettuale e artista dell’oggi la grandezza di Euripide ed insieme di utilizzare al meglio potenzialità e volumi dello spazio scenico del grande Teatro greco aretuseo. La traduzione di Giorgio Ieranò appare intelligente, ragionata, teatralmente efficace. In scena ci sono Maurizio Donadoni Dioniso, Gaia Aprea Corifea, Francesco Benedetto Tiresia, Daniele Griggio Cadmo, Massimo Nicolini Penteo, Luca Di Mauro Guardia, Jacopo Venturiero Messaggero, Giacinto Palmarini secondo Messaggero, Daniela Giovanetti Agave, Simonetta Cartia a dirigere il coro; le coreografie sono ancora della “Martha Graham company”, mentre il coro è agito dalle ragazze dell’Accademia dell’Inda. Importanti sono sicuramente le musiche realizzate da Germano Mazzocchetti. Si tratta di uno spettacolo importante e luminoso nel quale Calenda è abile a sviluppare tutte le sfumature di senso che Euripide ha saputo concedere alla violenta reazione di Dioniso offeso a Tebe da Penteo: provenienza orientale, alterità assoluta, ambiguità, vitalità, durezza, crudeltà, sensualità, rischio, erotismo, c’è tutto, tutto davvero. L’azione teatrale, intorno ad una grande ara/catafalco su cui giganteggia e agisce Dioniso/Donadoni, si dispiega elegante ed esatta nel ritmo, senza cadute di tensione, fino alla catastrofe finale ed anzi appare particolarmente efficace e profonda quando le musiche di Mazzocchetti inclinano, complice il suono del pianoforte solo, da iniziali atmosfere orientali e greco-mediterranee a toni occidentali e novecenteschi che ampliano e approfondiscono la prospettiva del mito. Le immagini, nel tipico e ben definito gusto coloristico di Calenda (il rosso, il nero, il bianco), mescolano abilmente fascinazioni dell’iconografia antica (Dioniso che rema placido, superbo del suo potere), simboli aracaici e riferimenti (quasi automatici però, e questo è un difetto) della più grande drammaturgia moderna: di Agave che trascina il carro con sopra il corpo massacrato di Penteo non si fatica troppo, ad esempio, a riconoscere la matrice brechtiana. La realizzazione del coro, infine, e l’uso della grande compagnia di danza sono complessivamente equilibrati e, fortunatamente, non cedono mai a facili tentazioni di gusto antropologizzante, pur talvolta eccedendo al contrario nella stilizzazione estetizzante, nel bellissimo (ed eccessivamente patinato) fermo immagine.
Il terzo spettacolo è tutto improntato sulla colorata, divertita, meravigliosa leggerezza che segna la comicità elegante di Aristofane negli “Uccelli”. La traduzione del testo greco è stata realizzata da Alessandro Grilli e la regia, come s’è detto, è di Roberta Torre, in scena ci sono Sergio Mancinelli Evelpide, Mauro Avogadro Pisetero, Massimo Tuccitto Servo di Upupa, Rocco Castrocielo Upupa, Simonetta Cartia Corifea e Sacerdote, Giacinto Palmarini Poeta e Prometeo, Enzo Campailla Indovino, Doriana La Fauci Ispettore, Alessandro Aiello Venditore di decreti, Rocco Castrocielo primo Messaggero, Andrea Spatola secondo Messaggero, Valentina Rubino Iride, Davide Geluardi Araldo, Francesco Scaringi Poseidone Giuseppe Orto Eracle, Sebastiano Fazzina Triballo, Giulia Zuppardo Regina. Le musiche le ha realizzate Enrico Melozzi, il coro è diretto in scena da Simonetta Cartia ed è agito, anche in questo caso, dai giovani della scuola dell’Inda, mentre i movimenti coreografici sono del siracusano Dario La Ferla. Divertente e divertita leggerezza: Roberta Torre, ch’è primariamente regista cinematografica, è brava a mantenere in equilibrio lo spettacolo in tutti i suoi elementi e, senza mai rischiare troppo, mescola colori e voli, canti e fughe, alberi stilizzati e volatili, esplora i vari territori del comico (la clownerie, il basso-corporale, l’osceno verbale, l’ironia, il grottesco, il sarcasmo), interpreta con semplice eleganza la gioia festosa della parabasi, utilizza intero lo spazio scenico (seppur meno efficacemente il grande disco/scalinata che sovrasta l’orchestra) e lascia che gli uccelli del coro vengano giù dalla cavea, sa far leva sulla sorniona simpatia di Avogadro, sulla vivacità di Mancinelli. Tutto in equilibrio insomma e, se pure nella traduzione italiana del testo fanno capolino extracomunitari, politici mangioni e cialtroni d’ogni risma con tutto quel che oggi può seguirne, non si affonda il colpo, il registro non cambia e resta intero il gioioso affanno di un’allegra utopia che supera di slancio il contingente malato della polis ateniese e va realizzandosi magicamente nel teatro contagiando immediatamente il pubblico.

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