Il Gattopardo

Esordio all'insegna delle interferenze per il “Festival in una notte d'estate”, ormai tradizionale appuntamento genovese di Lunaria Teatro, interferenze di prospettive storiche, di scritture, di piani significativi e metaforici, il tutto all'insegna di un recupero identitario, composito ma insieme omogeneo e coerente, che appunto vuole essere il segno dell'edizione di quest'anno, titolata infatti “percorsi dell'identità”. È andato in scena venerdì 6 luglio negli ambienti del “Palazzo del Principe”, storica dimora cinquecentesca fuori le mura di Andrea I Doria dominus della Repubblica Genovese e Grande Ammiraglio dell'imperatore Carlo V (che intervenne all'inaugurazione), Il Gattopardo drammaturgia in movimento tratta dall'omonimo e famosissimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Protagonisti, nella elaborazione e regia di Daniela Ardini, Vittorio Ristagno, Fabrizio Maiocco, Alberto Carpanini, Arianna Comes, Paolo Drago e Mario Marchi che si immergono, con passione e buona intensità psicologica e sapienza recitativa, nelle creazioni di Tomasi di Lampedusa, a partire dal principe Salinas, a Tancredi, a Calogero Sedara e alla bellissima Angelica sua figlia. Interferenze e mescolanze, dunque, capaci di produrre forti suggestioni identitarie che si ramificano nelle corrispondenze storiche tra l'anima dell'antica repubblica, intrisa nei traffici e aperta al mondo, e il nuovo stato che nasceva e di cui la Sicilia antica e disillusa del Lampedusa metteva alla prova coesione e prospettive, nel segno di una diffidenza e di un pessimismo talmente atavico da diventare inevitabilmente metafisico. E' in effetti la forza del romanzo quella di traslare, quasi distillandolo, ogni piano storico-politico, sociale ed anche psicologico, in una sorta di meditazione metafisica che intride l'essenza stessa dell'umanità dell'uomo in una terra metafora di isolamento e distacco. Qui è abile la trascrizione drammaturgica, che scompone il romanzo mantenendone però, e paradossalmente, la coerenza narrativa, a non dispedere questo senso di abbandono che travolge i personaggi e traspare anche nei momenti del loro, apparente e fallace, trionfo. Inevitabile, sempre nel segno delle interferenze, il richiamo ripetuto alla riscrittura cinemtografica di Luchino Visconti, la quale sembra sussistere, più che nella volontà di drammaturgo-regista e attori, soprattutto nello sguardo degli spettatori che, anche involontariamente, continua a riflettere quelle immagini e quel piano significativo e simbolico. D'altra parte gli stessi organizzatori ne sono apparsi ben consapevoli avendo voluto abbinare alla dispersione della narrazione tra le stanze rapidamente attraversate della dimora di quel primo Doria, metafora dell'anima e dell'identità genovese, l'esposizione del costume originale dell'Angelica Sedara del film viscontiano, protagonista insieme a Claudia Cardinale della non dimenticata scena del ballo palermitano. Quello però da cui anche questa interessante e apprezzabile drammaturgia ha mostrato, come il film peraltro, di volersi pudicamente ritrarre è la rappresentazione senza veli dell'immagine della morte, fisica e psicologica del principe e storica della sua classe, anticipata costantemente nei pensieri e nelle sensazioni che animano i personaggi, ma che il romanzo infine squaderna anche nello squallore dell'oblio e dell'abbandono, del palazzo principesco e della bellezza perduta di Angelica, squallore e angoscia di cui la pelle polverosa del già splendido segugio del Salinas è, nel romanzo, potente metafora. E' proprio in quei momenti di transizione, tempi che appaiono peraltro riguardare anche noi,  nei quali, come recita il fulminante pensiero del Lampedusa, tutto cambia per restare come prima, in cui vi è il passaggio dall'una all'altra classe, che il potere mostra la sua perennità e la sua  immutabilità, soprattutto nel suo essere maschera che tenta di celare la morte, maschera che, una volta perduta, della morte mostra senza infingimenti l'aspetto più inquietante e decadente. Dopo questo esordio a lungo applaudito il Festival prosegue la sua avventura annuale in piazza San Matteo, di fronte all'altra dimora, medioevale e dentro le mura, della famiglia Doria.

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