Noi non siamo qui

Agosto internazionale per la compagnia BabyGang di Milano, presente all’Edinburgh Festival Fringe con la sua ultima fatica teatrale tradotta opportunamente in inglese da Valentina Scuderi. Mi riferisco a We Are Not Here ovvero NOI NON SIAMO QUI: un lavoro drammaturgico e scenico recante la firma di Carolina De La Calle Casanova, andato già in scena poche settimane innanzi al Giardino delle Esperidi Festival dove ha debuttato in prima nazionale nel piazzale all’aperto della chiesa di Ello (provincia di Lecco), davanti a un folto pubblico distintosi per fresca spontaneità d’attenzione e bella eterogeneità generazionale. Condizioni ad hoc per l’anzidetto gruppo di teatranti, impegnato a dare corpo a moduli di teatro popolare in cui lo spettatore possa sentirsi parte in causa – e non distante o strumentale – di temi e spunti posti al vaglio selettivo e significante dell’espressione teatrale. Questo, sebbene lo spettacolo in oggetto si ponga fin da subito sotto il segno dell’assurdo, proponendo un contesto rappresentativo decisamente povero di riferimenti spazio-temporali e con dei personaggi di cui non si capisce ammodo il perché si ritrovino lì: nel chiuso apparente di una scena recintata da sottili strisce bianche, attaccate per terra lungo i quattro lati e sorvegliate sul fondo da una porta centrale indicante una soglia di passaggio a una presumibile dimensione di notoria realtà quotidiana. Di ciò, però, non v’è certezza. Di sicuro pare ci sia soltanto che “Noi non siamo qui” come, per l’appunto, dichiarano in diversi momenti della recita le quattro figure protagoniste, a loro volta denotate da un’inconsistenza identitaria di cui è segnale l’astraente nome di ciascheduna, ossia il rispettivo numero cardinale trascritto col gesso sulla lavagnetta che portano appesa al collo. Ma agli appena evocati Uno, Due, Tre e Quattro, è da aggiungersi anche un musicista preposto a dare un respiro ulteriore all’azione e alle parole di costoro, attraverso suoni e musiche eseguite dal vivo con l’ausilio di un set di strumenti collocato sul lato esterno di sinistra. Egli è il quinto elemento, dal ruolo nient’affatto marginale o separato, poiché la concretezza acustica dei suoi interventi determina delle vivide dilatazioni espressive ed emotive che potenziano e facilitano la presa dello spettatore rispetto all’incalzante tambureggiare dei discorsi in cerca di senso e sensi pronunciati dagli attori. I quali, nondimeno, disegnano un fitto reticolo d’intraprendenti azioni che trasfonde su coordinate visive e di mobile corporeità gli avvitamenti paradossali del parlato, oltre ai suoi stessi svolgimenti convulsi e concitati: simili a traiettorie d’atomi in reciproca collisione inquieta, dentro uno svuotato confino in cui rimbalzano con ricorrenza. Certamente, tali aspetti di collisione e di fisica mobilità hanno patito la situazione all’aperto, rarefacendo un poco i correlati impatti all’ascolto e agli occhi degli osservatori in platea; per tacere delle luci e degli intervalli di pieno buio in scena rivolti, tra le altre cose, ad aumentare – in chi guarda – dei processi d’immaginazione sulle battute che gli interpreti proseguono a dire nel mentre. Tuttavia gli attori sono solidi tecnicamente, s’incastrano a vicenda con precisione e in più possono contare sulla compattezza strutturale dettata dai movimenti scenici curati per loro dal mimo-coreografo Giorgio Rossi. Sicché, la trasmissione di tanta vigoria dinamica ed espansiva giunge comunque a destinazione dell’uditorio, il quale ne dà un felice riscontro soprattutto nelle sequenze più comiche in cui l’insolito quartetto imbastisce energicamente improvvise competizioni ludiche, gag da film muto, sarcastici siparietti cantati, sketch d’assieme e scambi dialogici sul filo sovente della mutua incomprensione. Divaganti attività e parole che – nel loro svolgersi fra gli scarni riferimenti oggettuali comportati da un bidone abbandonato (con annessa canna da pesca), un’isolata carrozzina per neonati e un anonimo telo nero – consentono ai personaggi di articolare un percorso conoscitivo e di impossessamento in relazione a un tale Vacuum di realtà depistante, imponendosi alla stregua di bambini che riescono a renderlo vivo di opzioni contenutistiche ed elaborative attraverso la carica organica di una fantasia omnicomprensiva. Dalla quale, difatti, proliferano immaginosi giochi, scenari e digressioni di varia specie su cui essi, frattanto, possono fare inerpicare la loro distinta esperienza del mondo con le relative domande-base sulla vera natura del reale dintorno. Reale di cui si rimarcano teatralmente dei dati di smaterializzazione e volentieri sfuggenti, o tutt’altro che affidabili nonostante le apparenze. A un certo punto, per esempio, Tre si china più volte a raccogliere dei residui di pane gettati per terra ma, sbadatamente, li calcia sempre via; Due, invece, ad un tratto si mette a menare ridicoli pugni nell’aria sognando di vincere chissaché e di diventare perciò “il numero Uno”; Uno che, dal canto suo, di fronte alla morte toccata a Quattro (in seguito all’esplosione della luna, sic!), ne mette in discussione lo status definitivo perché non vede sangue in giro e chiede quindi dove questo si trovi. Quel che qui si vuole affermare, pertanto, va ben al di là della finzione del teatro intesa e agita come mezzo per accentuare le deformazioni a cui soggiace l’esistenza umana, allo scopo di poterle finalmente demistificare. Qui si allude e traspare un discorso intorno al “deserto del reale” che ognuno di noi sta vivendo oggi, hic et nunc: altrettanto sfuggente, smaterializzato e reso inerte dalle intangibili manovre del potere di cui ogni giorno si sperimenta la superficiale arroganza, mentre cresce la precarietà del quotidiano vivere come fatto acquisito al rango di norma, dentro la dispersione della comunicazione interpersonale che si sfila lungo le reti del globo tele-digitale. Dalla messinscena, allora, ne deriva il richiamo necessario all’immaginazione quale risorsa essenziale per riappropriarsi della realtà e operare nuove connessioni di stimolante cifra, pregnanza e provvido attivismo. Del resto, l’immane capacità di idee, soluzioni e trasformazioni in forza alle modalità del gioco creativo è così sfaccettata e tramata di scarti, scatti e pronube divergenze, da spiazzare – e da rimettere dunque in causa – le coazioni stagne delle contingenze, gli impedimenti astratti delle condizioni date, le meccaniche schiaccianti del Presente quand’è vacuo di promesse e, soprattutto, di multiple virtualità: sulle cui rotte ad ampio raggio, ognuno può diversamente scommettere le facoltà inventive del proprio Io, con lo stupore immortale di un fulgido bambino desideroso di spazianti intensità.

Foto Federica Lissoni

NOI NON SIAMO QUI
Testo e regia: Carolina De La Calle Casanova.
Movimenti scenici: Giorgio Rossi.
Luci: Sarah Chiarcos.
Musiche originali ed eseguite dal vivo: Francesco Arcuri.
Interpreti: Federico Bonaconza, Mario Fedeli, Andrea Pinna, Valentina Scuderi.
Produzione: Compagnia BabyGang.
Prima rappresentazione dell’edizione definitiva: Ello (LC), Piazza della Chiesa, 29 giugno 2012.

Links:
www.noinonsiamoqui.com
www.compagniababygang.wordpress.com
www.carolinadelacallecasanova.wordpress.com
www.scarlattineteatro.it
www.edfringe.com

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