Salto nel buio

Leonida è un regista affermato ma anche un apprezzato pedagogo teatrale, e nei suoi laboratori usa spesso far lavorare gli allievi sull'improvvisazione. In città i patiti del teatro, i giovani attori già formati, definiscono l'insegnamento di Leonida una sorta di “università” del teatro, essendo il livello degli incontri didattici di valore molto molto alto. D'altra parte Leonida ha ospitato “maestri” da varie parti del mondo, in modo da offrire alla città, e a tutta la Provincia, se non alla Regione, seminari, workshop, incontri sulle tecniche e sull'arte dell'attore, tutti assolutamente formativi, innovativi, originali.

Leonida passa anche per essere molto, molto severo, a volte è stato soprannominato “Cerbero”, e infatti, pur se apprezzato, non sta simpatico a tutti: la sua ruvida severità, il suo impietoso giudicare,  la sua avarizia nel complimentarsi cogli allievi, hanno impedito che nell'ambito della sua scuola si approfondissero dei veri rapporti affettuosi. D'altra parte anche la sua età, che nessuno conosce  con precisione, ma che senz'altro è stimabile ben oltre la sessantina, la sua estesa e profonda cultura, e anche un suo tono da mistico dell'Arte, che pare farlo vivere in una dimensione “altra”, lo hanno come slontanato dai comuni mortali, a volte fosse quasi un'entità astratta.

Cecilia, una sua allieva non più giovanissima, fedele stagione per stagione ai laboratori estivi di Leonida, si è pian piano innamorata pazzamente di lui: un amore che è cresciuto in lei anno per anno, mese per mese, giorno per giorno, incontro per incontro: un amore totale, cieco, ebbro di fantasie, le più lussuriose possibili. Cecilia è bellissima, un tipino che ricorda molto una Grace Kelly, raffinata, elegante, sempre misurata nei toni e nei gesti. Ma, chi può vederla in azione nei laboratori di Leonida, trova in lei delle energie incredibili, una forza dirompente nell'eseguire le “azioni fisiche”, una capacità sorprendente di creare tropismi verso i compagni di lavoro, gli eventuali astanti esterni, e lo stesso maestro Leonida.

Da anni Cecilia ha fatto di tutto per far innamorare di lei Leonida, senza ottenere il minimo riscontro. Una sera, nello spogliatoio, ha fatto in modo di rimanere per ultima, nella semioscurità, e, usciti ormai tutti i compagni di lavoro, si è presentata a lui, nel suo ufficio avvolto in una luce azzurrina, con l'accappatoio appena chiuso, e ha lasciato che i lembi si aprissero del tutto come un sipario che rivela un mondo sconosciuto. Ma lui non si è scomposto, anzi ha ripreso a guardare le sue carte, mentre Cecilia, umiliata, chiuso l'accappatoio sul suo seno perfetto, nascosto del tutto il pube appena visibile, è tornata verso lo spogliatoio.

In un'altra occasione, durante un esercizio piuttosto acrobatico, Leonida, per prudenza,  alla conclusione, aveva cinto alla vita Cecilia, la quale, approfittando del movimento circolatorio in caduta, aveva sfiorato volutamente e avidamente con le sue labbra quelle di Leonida: ma non c'era nulla da fare! Cecilia capiva che Leonida non provava alcun sentimento amoroso nei suoi confronti. Iniziò a pedinarlo, ad osservarlo da lontano, a citofonare nella palazzina dove abitava per scoprire magari la voce di altre donne, ma non trovò alcun elemento di prova che amasse un'altra donna.

Provò anche a verificare che non avesse amanti uomini, interrogando questo e quello, ma anche su tale versante nulla portava a credere che Leonida fosse omosessuale. Cecilia, comunque, avrebbe accettato qualsiasi situazione sentimentale del suo “maestro”, purché diventasse una sua discreta, magari episodica amante. E comunque oramai il pensiero di poter amare Leonida era divenuto pervasivo, onnipresente, in modo monomaniacale, assurdo!

Una sera, tardi, finiti gli esercizi d'improvvisazione, Cecilia s'accorge che Leonida è uscito di fretta, e, chiudendosi nel bagno, lei aspetta che non ci sia più nessuno nella sede della scuola teatrale: si avvia rapidamente e con mille cautele all'ufficio di Leonida, va alla sua scrivania, apre alcuni cassetti, finché vede, con un tuffo al cuore, una pagina vecchia di giornale con la foto di Leonida giovane con accanto una sorridente donna, altrettanto giovane: spiega il foglio e legge la didascalia: “Moglie di un regista affermato si suicida alla fine di uno spettacolo”; Cecilia rabbrividisce, inizia a tremare, gli si imperlano di pianto gli occhi azzurri di gatta malinconica; rovista nei cassetti e trova un pacchetto di foto: sono di loro due, di Leonida e di sua moglie: ce n'è una molto bella nel cui versus c'è scritta una dedica: “A mia moglie, unico raggio di luce nel cielo della mia vita”. A Cecilia appare ora tutto chiaro: quella bella sorridente giovane donna col suo suicidio ha condannato all'infelicità e alla solitudine Leonida. Sta per chiudere i cassetti quando gli balena nella mente una domanda: ma perché si è suicidata? Torna a rovistare nella speranza di trovare almeno un'ombra di risposta. Vede una busta da lettera su cui è scritto il nome del destinatario: al prof Nannetti; Cecilia si ricorda all'improvviso che quel professore era uno dei neuropsichiatri più conosciuti e stimati in tutta la Regione. Apre la busta, trova un foglio, il testo è scritto con la calligrafia di Leonida, lo legge:

“Egregio Professore, la ringrazio per tutta la dedizione che ha usato nei confronti di mia moglie. Quanto alle cause del suo suicidio mi permetto di contestarle un'unica affermazione, e cioè quella che mia moglie avrebbe compiuto quel tragico gesto anche perché venuta a conoscenza di una mia relazione con una giovane bellissima attrice di nome Cecilia; ebbene, no, lo escludo, perché si, era vero che questa Cecilia fosse follemente  innamorata di me, ma io non ho provato mai la minima attrazione erotica nei suoi confronti, provocando questo mio atteggiamento una comprovata reazione depressiva molto grave nella ragazza, che fu trovata annegata, mesi dopo il suicidio di mia moglie, in un fosso pieno d'acqua: si ipotizzò che anche quello della giovane Cecilia fosse stato un suicidio ma gli inquirenti non riuscirono a trovare prove sufficienti per affermarlo, e comunque la scoperta non avrebbe più cambiato la sorte di quella povera ragazza. Io nei suoi confronti avevo solamente riposto una grande speranza: aiutarla a divenire davvero una seconda Eleonora Duse!”.

Cecilia è un pezzo di marmo ghiacciato, trema tutta, mormora appena: “Cecilia... Cecilia...”. Esce dalla scuola di teatro di Leonida, rimanendo in tuta da lavoro, camminando come fosse una sonnambula, inciampando su ogni minimo ostacolo; a malapena ritrova la sua piccola auto, e a malapena afferra le chiavi, entra e mette in moto, faticosamente e  con automatismi abitudinari; lo sguardo è fisso dinanzi a sè, l'auto si muove e,  scartando  con un movimento serpentino evita di colpire altre auto, ed altri diversi ostacoli lungo la via; la direzione di casa sua è in salita rispetto al centro della città, ma lei come sospinta da un'invincibile forza, va per la grande via in discesa che porta verso la piana; la strada si fa sempre più buia, non più illuminata dai lampioni, e Cecilia vede in fondo davanti a sé una voragine immensa ed oscura, che s'avvicina sempre di più, sempre di più, finché l'auto precipita dal ponte nel fiume sottostante, con un orribile e cupo tonfo.

Email