A Messina! A Messina!

Caro Diario,

finalmente si torna in Sicilia! Il diciotto marzo, vigilia di San Giuseppe, invece di andare alla fogheraccia di fine inverno, andrò a Messina all’incontro organizzato da Dario Tomasello di Universiteatrali, con il DAMS di Bologna di Gerardo Guccini, il nostro Premio – e parecchi altri: Lingua vs dialetto nella drammaturgia italiana contemporanea: polarità a confronto. Saranno fioriti i mandorli? Immagino di si, dato che le prime fioriture qui nel Riminese si sono viste ai primi di marzo, figuriamoci in Trinacria!

Riuscirò a rivedere in pinacoteca Antonello (da Messina, naturalmente) e le due grandi, magnifiche, tele del Caravaggio, una Natività a mezzo tra una stalla e una bottega di falegname, poverissima e fredda, e una Resurrezione di Lazzaro, dove Michelangelo è ancora una volta presente, muto testimone, in fondo alla scena, sollevato sulle dita dei piedi per assistere al miracolo? Temo proprio di no, sia perché forse i quandri saranno nel frattempo migrati alla grande mostra romana, sia perché il programma dell’incontro è molto fitto; poi ci sono gli amici da incontrare: Tino Caspanello, Cinzia Muscolino e gli altri attori – Tino Calabrò, Giovanna D’Amico e Andrea Trimarchi – di Pubblico Incanto, che qualche anno fa vinsero il Premio speciale della giuria a Riccione con il bellissimo Mari, che intanto continua a farsi strada: di recente è stato tradotto anche in francese, dopo la versione in inglese di qualche anno fa…bene, così, come altri testi teatrali messi in luce dal Premio Riccione, potrà forse essere coinvolto nelle iniziative che Maurizio Scaparro sta curando per i 150 anni dell’unità d’Italia; questa ricorrenza, per la verità, difficilmente avrebbero potuto trovare un clima meno favorevole di quello che caratterizza la tristissima, depressa, povera, malevolente, rancorosa, inefficiente, cinica, corrotta Italia contemporanea.

Caro Diario, a volte è capitato che questo paese abbia dato il meglio di sé nei momenti più bui della sua storia…sarà così anche questa volta? O ci avviteremo, come troppo spesso è successo, in una crisi, anzi in una decadenza politica, istituzionale, economica e sociale di lungo periodo? Dopo le distruzioni e le catastrofi della seconda guerra mondiale – la mia città, Rimini, è stata rasa al suolo al 90% - c’è stato il vitalissimo dopoguerra del ritorno alla vita, del neorealismo, un po’ più in là del miracolo economico - certo, non per tutti…

Caro Diario, ci riprenderemo anche stavolta dopo le barbarie, dopo la guerra alla Repubblica degli ultimi quindici/vent’anni? Per essere precisi: la guerra alla Repubblica arriva si al culmine negli ultimi vent’anni ma è iniziata molto prima, direi addirittura dal giorno dopo l’entrata in vigore della Costituzione, il primo gennaio del 1948; ha attraversato quattro decenni, si è intensificata alla fine degli anni Settanta e ora sembra sul punto di prevalere e…
…e tuttavia non è detto, c’è ancora tanta gente onesta, gente viva, gente caritatevole, gente entusiasta…che sia la primavera? Magari la primavera dei teatri di Dario De Luca e Saverio La Ruina, laggiù in Calabria – o lassù in Calabria, se guardiamo da Messina, da al di là dello stretto…

E così, caro Diario, rieccoci a Messina, all’incontro dove, dal Nord, anzi, come si diceva una volta dall’Alta Italia porterò qualche notizia sui dialetti a teatro dalla Romagna al Triveneto, dalla Romagna Felix di cui parlava Claudio Meldolesi – ciao, Claudio! – alle valli trentine di Angela Demattè, attrice, autrice e vincitrice del Riccione l’anno scorso, a ventinove anni…ma non eravamo un paese di vecchi? Ed è davvero possibile che un vecchio premio come il Riccione porti in scena tanti giovani, da Fausto Paravidino nel 1999 ad Angela Demattè, di cui ti ho parlato la volta scorsa, in debutto con Avevo un bel pallone rosso alla Stabile di Bolzano di Marco Bernardi il prossimo autunno?

Caro Diario,
l’ennesima riunione incombe, ti devo lasciare. Ma rimani in buona compagnia, quella di Angela Demattè e del suo Ritorno alla Genesi. Ci sentiamo il prossimo mese a ritorno da Messina e mi sa tanto che parleremo ancora di dialetto.

Ritorno alla Genesi
di Angela Dematté

Odio Vanity Fair.
Eppure ogni tanto me lo ritrovo in casa, a causa di un marito molto più modaiolo e (per fortuna) aggiornato di me.
Insomma, mi ritrovo lì questo Vanity Fair. Sono in uno di quei momenti di attesa, l’horror vacui di un pensiero lavorativo-preoccupante che non voglio affrontare… e allora sorpasso quella reticenza di fronte alla copertina chic-gossip-tendenza che di solito ritrae una donna-ragazza bella ma soprattutto super originale e super nuova scoperta o già scoperta ma sempre sulla cresta dell’onda (che a me provoca quel sentimento di nausea-invidia mentre, evidentemente, per tutti gli altri è un sentimento di curiosità-emulazione) e apro il giornale.
Sfoglio veloce. La banalità modaiola mi fa sentire aliena e mi scandalizza ma, contemporaneamente, la nausea per il luogo comune mi dà un senso di superiorità che mi riappacifica con me stessa.
Perciò, infine, Vanity Fair mi fa simpatia.
Allora mi assilla un dubbio: i “reginetti” del marketing avranno calcolato anche questo mio sentimento? Questo mio processo mentale?
Mentre penso che queste mie domande sono assolutamente radical chic, vomitevoli e che in fondo mio padre- fermo alla lettura scrupolosa di Oggi e Gente (una volta all’anno ma meticolosissima)- è assolutamente più originale e concreto di me, mi imbatto in un articolo che mi interessa: “Sorpresa: il dialetto è giovane. La metà dei ragazzi sotto i 30 anni lo usa in famiglia e con gli amici. E per molti andrebbe studiato a scuola”
A questo punto, la maledetta rivista mi prende.
In fondo, il fatto di non essere totalmente aliena mi suscita un sentimento da scuole medie: immagino una community di Vanity Fair (presumibilmente 30enni come me) di cui un piccolo gruppetto (con cui condivido un certo livello di pensiero, possiamo essere amici!) si soffermi con interesse a leggere questo articolo. Perciò sono anch’io parte di questo mondo. Sono uguale a pochi altri. Pochissimi, forse, speriamo. Poche menti originali in grado di apprezzare questo pezzo in mezzo alle mille banalità del giornale. Talmente superiori da riuscire a cogliere questa perla senza venire presi dal sentimento di sdegno per il resto. Delle anime pure, insomma. Proprio voi che state leggendo. Per voi anime pure, che non avete avuto la fortuna di leggere questo articolo (di Nando Pagnoncelli), lo riporto:
La grande maggioranza degli italiani conosce almeno un dialetto (87%), senza grandi differenze di genere, area geografica o età. Il suo utilizzo come lingua principale non è però altrettanto diffuso: solo il 9% di chi conosce almeno un dialetto- il 14% tra gli anziani- lo usa anche con gli sconosciuti. L’uso del dialetto è invece più comune in ambito familiare e amicale (34%), soprattutto tra i residenti delle regioni del Nord Est (48%), che tendono ad utilizzarlo indifferentemente nei due ambiti. […]Da sottolineare come l’uso del dialetto riguardi anche i più giovani ( tra i 18 e i 30 anni, ci dice il simpatico grafico a fianco!). Magari anche solo con singole frasi o locuzioni, alternate all’italiano e/o all’inglese, in una sorta di contaminazione linguistica. Il dialetto risulta comunque un valore da trasmettere alle generazioni future (79%). In tal senso, l’ipotesi di introdurne lo studio nelle scuole è valutata favorevolmente dalla maggioranza degli intervistati (64%), a patto che sia facoltativa.

Dopo la lettura di questo articolo, intanto, ho raggiunto il mio scopo: ho riempito un’attesa e distolto il pensiero dal mio pensiero lavorativo. Inoltre la rivista mi ha regalato un sentimento impensato che credo si possa chiamare: soddisfazione.
Perché grazie a questo numero di Vanity Fair ho scoperto una cosa estremamente piacevole: una mia fissazione artistica, viscerale, personale, trova conferma nella società (meglio, nella community giovanile) anche nella sua forma.
Mi spiego meglio.
Ho scritto un testo teatrale in dialetto trentino.
Da alcuni anni avevo questa fissazione. Non di scrivere un testo in dialetto. La fissazione ne metteva insieme due: sviscerare un periodo (quello del ’68) e un rapporto (quello tra padre e figlia).
Il dialetto è venuto dopo, come corollario a questa fissazione.
Quando si scrive un testo si vuole scoprire qualcosa di una storia ma soprattutto si vuole sviscerare qualcosa di sé (e la condivisione col pubblico tipica del mezzo teatrale amplifica questo processo).
E tanto di più si scopre dal “sottotesto”, da quello che pervade il testo senza volerlo e calcolarlo e che poi prende forma. Ho deciso di far parlare i due personaggi in dialetto per realismo storico? Non saprei dirlo ora. Sicuramente, razionalmente, ho pensato alla ghiotta possibilità di far sentire, anche con la lingua, il filtro che l’ideologia porta nella comunicazione e sulla realtà. E perciò, già nel primo progetto del mio testo, il personaggio della figlia (Mara Cagol), nel momento di adesione totale alla lotta clandestina, avrebbe dovuto cominciare a parlare solo italiano per frapporre un diaframma totale nel dialogo con il padre ( che comunica “naturalmente” in dialetto con lei).
Ma poi, scrivendo, la lingua mi faceva raggiungere un livello semantico ed emozionale ulteriore ed inaspettato.
Io sono nata in un paese del Trentino, Vigolo Vattaro, villaggio montano di 2000 abitanti in alta Valsugana. La mia lingua madre è il dialetto. A casa mia si parlava dialetto e tutt’ora è così.
Poi, a scuola, ci hanno insegnato l’italiano e così, per circa vent’anni, ho vissuto in questo bilinguismo naturale. A casa e con alcuni amici si parlava in dialetto e a scuola e con altri amici in italiano. Allo stesso modo, intuisco (e Vanity Fair me ne dà conferma!), è successo e succede a molti miei coetanei.
Il dialetto per me era la lingua “naturale”, familiare, dove non c’erano errori di grammatica e l’invenzione di parole nuove era all’ordine del giorno. L’italiano bisognava parlarlo e scriverlo bene, per andare bene a scuola e soprattutto per non fare brutte figure con gli amici di città. Figurarsi, poi, a Milano. Qualche parola era ancora intraducibile: le ragazze con cui vivevo in appartamento faticavano a capire quando dicevo “pezza” invece di “straccio” o “spandere” invece di “far cadere” o “versare”…
Ma, poi, l’integrazione, l’Accademia, la dizione e tutto il resto. Finalmente, italiana doc.
Ma dove rispunta, allora, il dialetto?
Cosa devo (cosa dobbiamo, noi 30enni) andare a scoprire, indietro nel tempo?
Non sono innamorata del Trentino, dei suoi paesaggi e del suo modo di pensare. Non so neanche sciare. Perciò il mio non è un desiderio di glorificare una terra o un modo di concepire la vita. C’è qualcosa che non so definire… atavico, ancestrale? Qualcosa che va dentro e fuori la lingua. Qualcosa che fa parte della mia storia personale, famigliare, dei ciottoli della strada che porta alla piazza, dell’atmosfera della festa del paese, dei gesti e dei modi di dire di una persona di cent’anni fa… Qualcosa che fa parte di me (di noi) e a cui devo qualcosa. Nonostante l’integrazione cittadina.
Qualcosa che mette allo scoperto tutto: con il dialetto certe cose le posso dire e altre no ma, in ogni modo, non posso usare sovrastrutture. Col dialetto devo avere pazienza perché non posso usare nessun “trucco” intellettuale e razionale… però, alla fine, il “sottotesto” risulta lampante e commovente.
In italiano non ci riesco ancora. Per ora è così, per me.
Ancora: la sfera delle parole e degli argomenti di cui si parla in dialetto corrispondono ancora a quelli che conosco profondamente, di cui possiedo una memoria immediata e “atavica”.
Poi, nella vita, posso parlare di molte cose in italiano, più intellettuali, più spirituali ma, alla fine, non entrano a fondo nella sfera più riservata di me, quella che parte dalla mia infanzia.
Non credo sia una cosa irreversibile ma, facendo il punto della mia situazione ora, è così.
Forse, adesso, comincerà l’Esodo per me e qualche mio coetaneo ma credo che, in questo momento, siamo alla scoperta della Genesi. Con tutte le cose belle, scomode, vergognose, pure e nostalgiche che fanno parte di essa.
Però che bello, avere una Genesi! Mi ritengo molto fortunata.
Fatto il punto sulla Genesi (nel bene e nel male) si può partire, forse.
Senza tutti quei problemi di omologazione o alienazione (a uno stile, una forma, un modo di pensare, un contenuto) che ci incollano ad una passività polemica che ci stimola la parola (e il chiacchiericcio) ma ci frena la possibilità di creare.
Siamo un po’ in ritardo, mi rendo conto. Un tempo i figli e le prime creazioni mature si facevano a 20 anni. Ora partiamo dopo ma, in qualche modo, partiamo.
Che questo rifiorire del dialetto corrisponda a questo desiderio? O sto esagerando? E’ un’altra moda che ci costringerà ad una nuova omologazione?
Mi piacerebbe, ripeto, che questo “ritornare” servisse per partire e non per avere nostalgia o per affezionarsi alle proprie piccole scoperte. Che servisse per “entusiasmarsi” come dei bambini per qualcosa che si vede o si sente. Servisse per sfondare questo fango di eterni e sempre uguali (dagli anni ’70 ormai!) intellettualismi radical chic di cui accusiamo i nostri predecessori (esecutori o critici che siano) ma in cui rischiamo di impantanarci anche noi.
In altre parole, che tutto questo servisse per farci individuare quello che vogliamo veramente. Quello che ci piace o non ci piace. Quello di cui abbiamo bisogno davvero.
E’ un percorso paziente e difficile, ma ci proviamo.
E concludo con una citazione che non mi stanco di ripetermi:

“Un’opera d’arte è buona, se nasce da necessità”. Rainer Maria Rilke


Angela Dematté
Nasce a Trento. Trasferitasi a Milano dopo il liceo, lavora con Silvio Castiglioni e con Mimmo Cuticchio mentre si laurea in Lettere Moderne con una tesi sull´attrice Lucilla Morlacchi, che diventa per lei fondamentale maestra. Si diploma nell’ottobre 2005 presso l´Accademia dei Filodrammatici di Milano.
Dal 2005 lavora con vari registi tra cui: Peter Clough ( “Esperimento con pompa pneumatica” di Shelagh Stephenson), Walter Pagliaro (“Fedra” di Racine), Pietro Carriglio (“Orestiade” di Pier Paolo Pasolini). Per la regia di Mario Gas è Andromaca nelle “Troiane” di Euripide presso il Teatro Greco di Siracusa e per questa interpretazione è finalista al Premio Siracusa Stampa Teatro come miglior attrice giovane. E’ attrice e cantante per la regia di Bruno Fornasari nei musical: “Cuore di cane”, “Gian Burrasca” e “Fame”. Con lo stesso regista affronta testi contemporanei come “La festa” di Spiro Scimone (presso l’Ensatt di Lione) “Animali notturni” di Juan Mayorga e “Love and Money” di Dennis Kelly. Dal 2007, con la Compagnia Cantiere Centrale, è diretta da Andrea Chiodi in “Mela” di Dacia Maraini, “La bottega dell’orefice” di K. Wojtyla, “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare e nel monologo “Etty Hillesum, cercando un tetto a Dio” di Marina Corradi. Frequenta stages con Nicolaj Karpov, Danny McGrath, Christian Burgess, Marcello Magni, Andreas Wirth, Pierre Byland. Al cinema è coprotagonista nei film “L’ultimo giorno d’inverno” di Sergio Fabio Ferrari e in “Et mondana ordinare” di Daniela Persico. Nel 2009 vince il 50esimo Premio Riccione per la drammaturgia con il suo primo testo “Avevo un bel pallone rosso” e il Premio Golden Graal Astro Nascente per il Teatro.

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