Genet allo Spazio Tertulliano

Ci sono vari motivi per i quali ha senso parlare di questo spettacolo, anche se è rimasto in cartellone pochissimi giorni. La prima ragione è che il teatro ospitante, lo Spazio Tertulliano di via Tertulliano 8 a Milano, è giunto ormai alla sua terza stagione, per la direzione artistica di Giuseppe Scordio. Formatosi con Giulio Bosetti, compianto artefice di cartelloni memorabili del milanesissimo Teatro Carcano, Scordio ha lavorato per il cinema e ora sta portando la sua multiforme competenza sul palco teatrale. Non è un evento comune salutare le stagioni che si susseguono in uno spazio teatrale giovane come lo Spazio Tertulliano, e quando questo è possibile è sempre lieto sottolineare l’evento con la giusta enfasi. E se si tiene conto che i luoghi di reale sperimentazione di nuove voci e nuove idee teatrali si stanno sempre più riducendo, il fatto è ancora di maggior rilievo. Secondo motivo non da poco per cui valga la pena di raccontare questo spettacolo è il regista che lo ha curato. Francesco Leschiera, classe 1973 e diploma al Teatro della Contraddizione, viene dal linguaggio del cortometraggio ed è alla sua prima regia teatrale. Un giovane talento registico è un evento da salutare con altrettanta letizia, in tempi grami e controversi come i nostri, in cui agli outsider non si apre neppure la porta di servizio. Il terzo motivo per cui vale la pena di raccontare questo spettacolo è che si tratta di uno dei capolavori di Jean Genet, il ribelle della letteratura francese che, ad oltre 25 anni dalla sua morte, comincia ad essere valutato obiettivamente e meritatamente solo ora. “Le Serve” potrebbe essere stato scritto oggi. In una spirale di psicoanalitica scansione di tormenti e slanci di affetto, le serve protagoniste della pièce recitano il ruolo della servitrice fedele e della padrona, arrivando alla messinscena-cerimonia della sua uccisione sacrificale. Il gioco di ruolo, che pare esorcizzare la follia della sottomissione, si complica in ulteriori scambi di persona, con una successione di maschere psicologiche che si alternano caleidoscopiche.  La scelta di far interpretare il ruolo delle serve a due uomini – come già Genet volle – rimarca il continuo scambio di identità su cui l’autore riflette. Le scene concepite da Leschiera oscillano tra un postribolo e una dimora alto borghese, tra candele e luce flash di sapore disco-pop. E’ la luce dello smarrimento dell’anima, che passa dalla penombra del silenzio alla luce squillante dell’abisso. Ambiguità e dialoghi serrati mettono in atto un gioco delle coppie diabolico. Il bene lotta col male, la vittima ama il suo carnefice e se ne lascia sbranare, l’amore fraterno si fonde con la rabbia e il rancore sgorga in un riflusso di malinconia che vagheggia il bagno penale in Guyana. Le grandi tematiche di Genet si susseguono attraverso un linguaggio che la regia assai piana e sintetica di Leschiera rende ben visibili. Il riscontro di pubblico lascia sperare –così dicono indiscrezioni da foyer – che lo spettacolo possa circolare oltre questo breve esperimento di incontro col pubblico che si è realizzato felicemente in questo scorcio di ottobre a Milano. Ecco perché desideriamo parlarne nel giorno della sua conclusione, come auspicio perché torni in sala al più presto.

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