Il cugino scemo

Pressoché in ogni famiglia – più o meno stretto quanto a parentela – c’è uno un po’ scemo. La grande famiglia dello spettacolo italiano non fa eccezione ed ha un cugino scemo. Questo cugino scemo è il teatro di prosa.
A questa sgradevole constatazione sono arrivato – non senza intimo dispiacere – a seguito di una occasionale chiacchierata con il direttore di un importante teatro milanese, il quale a un certo punto ha sentenziato che “Il pubblico a teatro vuole ridere!” Cioè a dire: non vuole piangere, non vuole commuoversi, non vuole neanche pensare, o essere coinvolto in una discussione, non vuole trovarsi di fronte a problemi sociali o politici, vuole solo dimenticare le noie e i fastidi della vita quotidiana, essere distratto, divertito… insomma: “Il pubblico a teatro vuole ridere!”
(Apro una parentesi per dire che non sono d’accordo. Da sempre sono convinto che il pubblico è come lo si fa. Salite sul palcoscenico e scorreggiate a gambe larghe, e il pubblico ride della sua risata più complice e becera; salite sul palcoscenico e attaccate l’apologia di Socrate o il canto di Paolo e Francesca, e il pubblico ascolta, attento e immagato. Ma poiché il teatro è di chi lo fa, e poiché certamente all’atto pratico lo fanno di più le scelte dei Direttori di cui sopra, che non le mie belle teorie, atteniamoci pure al dogma più sopra espresso e teniamolo per buono.)
“Il pubblico a teatro vuole ridere!” E sia! Ma perché – nella grande famiglia dello spettacolo italiano – solo a teatro il pubblico vuole ridere? Prendiamo il cinema: i film comici ci sono, ma coprono solo una quota dell’offerta cinematografica, e ai primi posti ci sono spesso film drammatici come - in questi giorni – “La donna del lago”, “La valle di Elah”, “Leoni per agnelli”, “Cous cous”, “Caso calmo”, “La famiglia Savage” e via dicendo.
Il dogma non vale neppure per la narrativa televisiva (per quelli che un tempo si chiamavano sceneggiati o originali televisivi, prima che arrivassero gli americani ad insegnarci che si chiamano “fiction”): anche qui spiccano semmai i polizieschi di Montalbano, del commissario Cordier, di Rex, le serie di “ER” e di Derrick, il grande romanzo tipo “Guerra e pace”, l’edificante historia di “Chiara e Francesco”, i contorcimenti psicanalitici delle “Desperate houswives”, fino al tono sentimentale e romantico di “Elisa di Vallombrosa”, e il comico figura solo – con misurata prudenza – nelle sitcom tipo “Un medico in famiglia”.
Che la gente voglia ridere non risulta nemmeno nel capitolo libri. In queste settimane i titoli in testa alla classifica dei più venduti sono “La casta” di Gianantonio Stella, “Gomorra” di Saviano”, “Il cacciatore di aquiloni“ di Khaled Hosseini, i vari Camilleri, seguiti dai grandi romanzi seri, seriosi o drammatici di Ken Follet o di Grisham.
Lo stesso può dirsi – allargando un poco il campo – dell’opera lirica, dove non è detto che “Il barbiere di Siviglia” sbiglietti di più della “Forza del destino”; o del grande musical, dove in “Notre Dame” o in “Giulietta e Romeo” di Cocciante – vedere per credere! - non c’è proprio niente da ridere!
Dunque, solo al teatro di prosa – inteso come prosa tradizionale, ma anche come varietà all’antica, fatto di lustrini e di macchiette – la gente chiede che la si faccia ridere, mostrando di considerarlo come un pagliaccio un po’ sciocco, un buffone a ruota libera cui sarebbe ingiusto chiedere di più.
Il cugino scemo, appunto.

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