La solitudine si deve fuggire

Avere l’onore di assistere a spettacoli in cui sia presente anche l’autore, a volte non è cosa da poco. Basti pensare a quanti scritti teatrali o articoli di giornali abbiamo letto, risalenti ad altre epoche, in cui gli autori spesso erano seduti in platea. Essere presenti alla Sala Ferrari di Napoli, all’interno della “famiglia” Santanelli, che comprende attori, amici, giornalisti, collaboratori, significa assistere ad un pezzo di storia del teatro napoletano. Questa  ultima parte del 2012 sembra essere segnata dalla presenza di diversi spettacoli di Manlio Santanelli, autore napoletano che ci piace riscoprire proprio in scena. La particolarità dei suoi testi, a tratti geniali, parte da un titolo, da una parola, da una semplicità apparente che si ramifica, poi,  aprendosi in molteplici piani di comprensione. I suoi spettacoli possono essere letti in maniera superficiale ed essere apprezzati notevolmente; ma è proprio quando si apre l’universo sotterraneo delle simbologie e dei significati che Santanelli si coglie al meglio. Veniamo al dunque. Presso la Sala Ferrari, bomboniera nascosta di Napoli, dal 16 al 18 novembre va in scena LA SOLITUDINE SI DEVE FUGGIRE, di Manlio Santanelli, appunto. Testo inedito, inserito all’interno della rassegna IL TEATRO CERCA CASA, ha già nel titolo la maggior parte di ciò che vuole comunicare al pubblico. Ma non illudetevi. La solitudine è la protagonista,  nelle vesti di Federica Aiello, ottima attrice napoletana, incontrata spesso in altre produzioni. La donna assume le fobie del nostro tempo: qui Santanelli parla di “visigotismo”, cioè l’azione compulsiva di distruzione delle opere d’arte. La nostra protagonista, professoressa di storia dell’arte, zitella, sola e amante dei musei, infierisce su una statua d’Apollo di un museo etrusco non ancora visitato. Il pezzo che casualmente si stacca è quello del membro virile. È ovvio che il pubblico cominci a ridere, questo l’autore lo sa. Anzi, è proprio questa la reazione che vuole scatenare negli spettatori. A poco a poco solo alcuni, però, si accorgono di ridere di se stessi. Se la solitudine  può portare ad una donna ad identificare in quel pezzo di marmo tutta la sua vita, riponendolo in una teca, appoggiandolo su un cuscino di broccato rosso e dormendogli accanto,  inviando al museo un pezzo fasullo da poter “attaccare”, adattare al povero Apollo dallo sguardo ormai poco fiero ma “stizzito”, il riso forse non è consono. Ma è la reazione primaria. La genialità dei testi di Santanelli sta proprio nei duplici livelli: quello ironico e superficiale, della storia comica che fa ridere, quello delle allegorie e simbologie, quello profondo e psicologico, quello profondissimo dei riferimenti culturali. Ritroviamo in effetti parte delle teorie sul sublime, molta psicanalisi, l’identificazione e le fobie, l’osservazione della società, l’analisi della nostra Italia ( il museo è vuoto, perché non ci sono turisti giapponesi, tedeschi…perché trovare dei turisti italiani tanto è impossibile!). E poi il sacro e profano, con l’identificazione tra l’elevazione del calice, momento in cui i fedeli non dovrebbero guardare, e l’elevazione del membro maschile, momento in cui la donna non dovrebbe guardare la statua. Se i nostri lettori staranno ridendo, noi vi invitiamo invece a vedere lo spettacolo, poiché l’amaro si ripresenta dopo qualche ora. Quando in effetti si riflette sulla vita di questa donna: chi di noi vorrebbe ridursi così, nonostante la povera Eufemia si definisca felice?  Forse la povera professoressa è una identificazione della nostra Italia, femmina e sola,  che non capisce più quale sia la vera cultura: tra voyeurismo, tra sacro e profano, si attacca ad un passato dimenticato e ad un futuro distruttivo. Anche in Santanelli, come in Ruccello, l’espressione delle forme più accanite delle fobie femminili esplode nell’intimo dei propri ambienti casalinghi. La scena finale si blocca improvvisamente con una domanda : “faccio peccato?”. Noi ci godiamo il testo di Santanelli, visto che per intero è contenuto nella nostra cartella stampa, voi godetevelo a teatro. E salutateci la protagonista: la professoressa Eufemia di Frattocchie, consorte immaginaria dell’Apollo evirato del museo di Frattocchie.

Foto Gaetano Pappalardo

LA SOLITUDINE SI DEVE FUGGIRE
Sala Ferrari Napoli
16-18 novembre 2012
Drammaturgia di Manlio Santanelli
Regia Fabio Cocifoglia
Interpretato da Federica Aiello

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