Il coraggio è una cosa

Tra le cose più interessanti che possono accadere a chi si occupa con costanza di teatro c’è sicuramente la possibilità (e la gioia) di vedere concretamente e lucidamente come il linguaggio teatrale di un artista, o di un ensemble di artisti, si vada dispiegando, strutturando e chiarendo nel tempo, di spettacolo in spettacolo. È quanto vien fatto di pensare vedendo “Il coraggio è una cosa”, l’ultimo lavoro di Piero Ristagno e Monica Felloni realizzato con la compagnia composita (attori diversamente abili e attori normodotati) degli artisti di Neon Teatro. Uno spettacolo che ha debuttato il 6 novembre scorso nello spazio scenico di ZO, a Catania, con in scena Patrizia Ficara, Stefania Licciardello, Manuela Partanni, Maria Stella Accolla, Giuseppe Calcagno, Luca D’Angelo, Marco Cinque, Pietro Russo, Danilo Ferrari. Già altre volte si è notato come sia la poesia il vero motore degli spettacoli di questa compagnia: e certo non si dice della poesia in senso letterale (come produzione letteraria) e nemmeno in senso lato, emotivo e, in definitiva, banale; no, la poesia intesa è giustamente intesa qui come principio interno e funzionale, come dispiegarsi ritmico e spaziale di una forma nel tempo o, meglio, degli elementi significanti e diversi che costruiscono una forma. Da tale punto di vista, questo spettacolo, pur potente e capace di emozionare, non presenta apparentemente molte diversità con gli altri che lo hanno preceduto negli ultimi anni: ironia, leggerezza, coraggio nelle scelte formali, lavoro sugli artisti a partire dalla valorizzazione della loro straordinariamente significante (e liberante) diversità, dalla unicità di ciascuno di essi (e ovviamente qui non è importante, e non si deve affatto, precisare chi sono gli artisti normodotati chi sono quelli diversamente abili). Tutti elementi insomma che si trovano solitamente in ogni spettacoli di “Neon teatro”. In questo lavoro, invece, ci sono due elementi ulteriori che si impongono ad uno sguardo attento e consapevole: la scelta di professare apertamente, anzitutto in una specie di prologo/intervista di Piero Ristagno e poi nel corso dello spettacolo, il debito globale di questa esperienza artistica nei confronti della poesia di Roberto Roversi (il testo è liberamente tratto da “L’Italia sepolta sotto la neve”) ed in secondo luogo, conseguentemente, la scelta di considerare la poesia come azione coraggiosa e responsabile nel mondo e del mondo. Sembra una sottigliezza ma sostanzialmente non lo è: non si tratta infatti soltanto di usare le parole (quelle di Roversi e le parole sorte nel contesto dell’attività laboratoriale e di costruzione della scrittura scenica), al pari degli altri segni significanti (musiche, colori, gesti, stupore, danza, sguardi, attrazioni, sensualità, repulsioni, abbracci), nel contesto di una partitura ritmica, ma si tratta questa volta di usare proprio “quelle” parole poetiche, quelle di Roversi insomma, per un confronto serrato e coraggioso che finisce con l’essere anche verifica di un percorso artistico: una verifica vitale per Ristagno certo (poeta lui stesso e dramaturg della compagnia), cresciuto per anni proprio nel rapporto col grande poeta bolognese, ma una verifica per tutto l’ensemble chiamato a riflettere sul coraggio che ci vuole a vivere di poesia, a vivere e a costruire vita poeticamente, malgrado tutto, malgrado la diversità, malgrado il male e le difficoltà. «Mi verrebbe da dire che senza un atto di coraggio non cominceremmo neanche a vivere – spiega Danilo Ferrari, che di questo lavoro è forse il protagonista principale -, affacciarsi al mondo fa paura: ce ne vuole di coraggio a convincerci a percorrere l’ignoto, da bambini tutto è sconosciuto e ogni nuova scoperta è un rischio, poi crescendo ho avuto paura di addormentarmi perché pensavo che non avrei avuto il coraggio di svegliarmi, che i miei occhi non si sarebbero più aperti; mi addormentavo sempre accompagnato dalla paura, ma dovevo trovare il coraggio di farlo. Poi, quando ho capito che mi sarei risvegliato, non ho avuto più questa paura, in compenso ho cominciato ad avere paura della gente, non avevo il coraggio di affrontare i loro sguardi indagatori, ho dovuto trovare la forza, il coraggio, di guardarli fissi negli occhi».

Foto Jessica Hauf

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