Internat mon amour

Una drammaturgia interessante, ben congegnata, intensa, una regia pulita e però capace di intrigare, un attore/autore che a un solido mestiere aggiunge una evidente ed autentica sensibilità umana e politica per la vicenda che propone: si può sintetizzare così lo spettacolo Internat mon amour di e con Liborio Natali, regia di Salvo Piro, che s’è visto dal 16 al 18 novembre sulla scena del Teatro Machiavelli di Catania.

Non è la prima volta che Natali si confronta col tema dell’infanzia negata, violentata, abusata, ma questa volta il suo sguardo si è posato sulla Bielorussia, ovvero sulla tremenda crisi di una paese che in pochi anni è passato, senza significative soluzioni di continuità, dalla dittatura sovietica alla mai troppo conosciuta tragedia di Chernobyl e quindi alla povertà, alla peste dell’alcolismo massivo, al più plumbeo degrado sociale e culturale; una realtà in cui sono stati i più deboli ad essere schiacciati, e tra più deboli sicuramente i bambini. I bambini bielorussi abbandonati, rinchiusi a migliaia negli orfanotrofi di stato (“internat”) e, a migliaia, portati via, adottati (talvolta con colpevole distrazione e senza troppa attenzione per le loro condizioni esistenziali) da famiglie occidentali, assai spesso italiane. Una drammatica vicenda storica che sicuramente merita d’essere seriamente raccontata. E bene ha fatto Natali a farla rivivere con gli strumenti del teatro e anzitutto con una azione/finzione scenica che, nella sua ispirazione, parte da un oscuro episodio avvenuto all’interno di un orfanotrofio (la morte di due bambini per suicidio), per poi dispiegarsi in un lacerante monologo/flusso di coscienza del direttore di quell’orfanotrofio morbosamente interessato alle vite di due bambini e, insieme vittima e carnefice, violentemente implicato in esse. Come si è detto, tolto qualche accenno d’eccessivo patetismo, qualche psicologismo gratuito e qualche diapositiva volta ad ampliare il raggio di riflessione politica sulla violenza ai minori oltre i confini della tragedia degli “internat” bielorussi, si tratta di un buon spettacolo che meritatamente ha riscosso il convinto plauso del pubblico. Un ultima parola su “Ingresso Libero” la compagnia diretta da Lamberto Puggelli che in questi ultimi due anni, grazie alla possibilità di gestire lo spazio dell’antico teatro Machiavelli ha saputo proporre gratuitamente (o con un contributo libero a fine spettacolo) lavori di buon livello: un’esperienza interessante e, se non paradigmatica, certo feconda d’implicazioni per il futuro della ricerca teatrale in una situazione in cui i contributi pubblici per il teatro d’arte sono fortemente ridimensionati se non proprio azzerati.

 

Foto Antonio Caia

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