Della detassazione

Una delle ricette periodicamente sfoderate per risolvere la crisi del teatro è quella delle detassazione degli incassi. Non sono d’accordo, per varie considerazioni. In primo luogo perché non si vedono le ragioni per le quali si debba favorire il teatro, che è sì una nobile attività, ma non più utile né necessaria di ogni altra pregevole attività umana: dall’editoria al commercio delle carni, dalla musica alle panetterie. In realtà, le tasse dovrebbero pagarle tutti, senza sconti; spettando poi alla pubblica amministrazione in qual modo utilizzarle al meglio.

Comunque, al di là dell’essere più o meno d’accordo sulla filosofia delle tasse, vi è il fatto che il teatro non manca di soldi. Ho scritto in altra occasione – e qui riscrivo e confermo – che “le sovvenzioni al teatro abbondano in misura tale da rendere possibili i più incredibili sprechi”. Prima di piatire elemosine i teatranti dovrebbero avere il coraggio e l’onestà di spulciarsi da soli: e, visto che la pubblica amministrazione (dai vertici del governo all’assessorato dell’ultimo comune) non si dimostra intellettualmente in grado di assumersi le proprie responsabilità, e di adottare una politica teatrale che non sia lo pseudo-salomonico sistema delle sovvenzioni a pioggia, dovrebbero se non altro smettere le “furbate” all’italiana: le co-produzioni per lucrare sovvenzioni da più parti, i monologhi spacciati per spettacoli a tutto tondo, le riprese vendute come nuovi allestimenti… per non parlare dei bilanci dei teatri pubblici che pochissimi leggono e nessuno controlla.

Il teatro italiano – e non potrebbe essere altrimenti – riflette la situazione dell’Italia. Nella quale Italia – si sa – le mangerie, i privilegi e gli sprechi sono tali e tanti che anche solo abolendone la metà vedremmo i nostri conti tornare in ordine.

In attesa di questa utopistica soluzione, ecco comunque una proposta: piccola e concreta, ma certamente più “virtuosa” di quella detassazione da cui siamo partiti. Il potere legislativo decida, una volta per tutte, che le opere di pubblico dominio appartengano allo Stato, e che nessuno possa – per esempio, traducendo “Il malato immaginario” o l”Amleto” – pretendere sugli incassi quasi la stessa percentuale che spetterebbe a Molière e a Shakespeare. La cosa avrebbe anche un benefico effetto sulla qualità dei testi: cesserebbe l’uso di registi e attori di autoaffidarsi una traduzione, quale parte sottobanco del compenso per il loro lavoro; e il compito di tradurre tornerebbe ai traduttori qualificati, che verrebbero compensati dall’impresa, secondo merito, una tantum, come uno dei tanti “costi” di un allestimento, come il regista o come lo scenografo. Forse, si modernizzerebbe un poco anche il repertorio, riducendosi un poco l’interesse a lucrare sui classici.

Su un piano meramente economico lo Stato vedrebbe aumentare di un qualcosina le entrate, su un piano più latamente “politico” si sposterebbe virtuosamente il confine tra ciò che è del singolo e ciò che è di tutti. Su un piano personale – last but not least – smetterei di soffrire nel vedere le mie traduzioni (di Molière in primis) scopiazzate e rapinate da teatranti di scarsi scrupoli. (Tra parentesi aggiungerò anche che non sarebbe male se lo Stato si servisse di queste nuove entrate per dare una mano al teatro amatoriale, che è oggi la parte culturalmente più viva e socialmente più utile del panorama teatrale.)
Insomma: una proposta intelligente, utile, virtuosa. Tre buone ragioni per escludere che possa mai venire accolta.

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