Padroni delle nostre vite

Certo il teatro è forma, azione, finzione e certo occorre sempre stare in guardia quando qualcuno si mette lì, su un palcoscenico, a raccontarti una storia: bisogna stare attenti perché la retorica è sempre pronta a irretirti e a levigare questo o quel particolare, a rendere antipatico l’uno e simpatico l’altro. E tuttavia il teatro è stato sempre un’arte politica, sempre, sin dalle sue origini ed anzi, quando questa sua qualità diventa esplicita, il teatro sa parlare con autentica passione civile e sa far zittire la retorica, ogni cattiva retorica. Parliamo di “Padroni delle nostre vite”, lo spettacolo di e con Ture Magro (alla riduzione scenica ha partecipato anche Emilia Mangano), prodotto dalla compagnia siculo-emiliana “Sciaraprogetti” (teatro e sopratutto cinema), con in scena, oltre allo stesso Magro (bravo, pulito, intenso), le presenze e le voci in audio e video di altri attori (tra cui Fiorenzo Fiorito), che si è visto al Comunale di Noto sabato 24 novembre scorso. Il testo è tratto dal libro di Pino Masciari (“Organizzare il coraggio”, scritto insieme con la moglie Marisa), l’imprenditore edile calabrese che nel 1993 seppe trovare il coraggio (un coraggio netto, umanissimo, straordinario) di denunciare con nomi, cognomi, fatti e atti, le ‘ndrine della mafia calabrese permettendo alla giustizia e allo stato di condurre un battaglia, in quel caso vittoriosa, contro la ‘Ndrangheta. Masciari, in seguito a quelle denunce divenne un “testimone di giustizia”, il primo testimone di giustizia nella storia della lotta alle mafie. Fu sottoposto a un programma di protezione e la vita sua e della sua famiglia ne fu radicalmente sconvolta: per anni in giro per l’Italia a nascondersi, cambiando casa di volta in volta repentinamente, con la polizia e i carabinieri che, irretiti da una burocrazia opaca e spesso sorda, a loro volta non capivano bene la differenza tra testimoni di giustizia (ovvero cittadini liberi e benemeriti della giustizia) e pentiti; e poi le lunghe traversate dal nord Italia fino in Calabria per partecipare ai processi, denunciare, confermare le accuse e guardare negli occhi, ancora e senza abbassare lo sguardo, i malavitosi che avevano provato a strangolargli la vita. Un prezzo altissimo, un’ingiustizia subita per avere fatto soltanto il proprio dovere. Ma anche una storia straordinaria, una storia di coraggio e di paura vinta, per sé stesso e per gli altri; una storia che fa bene conoscere e che è giustissimo portare in teatro, dove ci sono persone in carne e ossa: perché il coraggio non è solo una qualità intellettuale ma una virtù civile e politica, che ha bisogno d’essere conosciuta, condivisa, apprezzata e necessita di fatti e testimoni prima che di vuota retorica e applausi.

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