Tempo di festival

Giugno, luglio, agosto: tempo di festival. Con vari giochetti e assonanze verbali (E…state a Villapizzone, Estate se state qui…), l’Italia tutta è un grandinare di festival, di rassegne, di iniziative ludiche, culturali, culinarie, teatrali, musicali, sportive, spettacolari, comunali, provinciali, zonali, spesso a pochi chilometri l’una dall’altra, spesso addirittura rivolte ad un identico pubblico (o – più autorevolmente – bacino d’utenza).
Ho tra le mani – per non fare che un esempio – l’elegante opuscolo variopinto della “Bella Estate di Milano”, sottotitolato “La città si colora per te”. Vi si promettono, per i settantacinque giorni che vanno dal 15 giugno al 30 agosto (perché poi 30 e non 31?) quasi quattrocento appuntamenti. In realtà gli appuntamenti sono molti di più, perché il programma conteggia solo i “titoli”, non le recite dei singoli spettacoli e delle singole iniziative, né tien conto delle mostre aperte dalla mattina alla sera.

In pratica, il cittadino è assediato, tentato, lusingato da decine di “cose”, per le quali finisce col venire il dubbio se ci siano cittadini in numero sufficiente. Né è possibile che il cittadino stesso – desiderando magari di starsene tranquillo - si chiuda gli occhi e si turi le orecchie, perché l’opuscolo stesso richiama l’attenzione su “i numerosi progetti organizzati dalle Zone cittadine per portare l’Estate a casa di tutti i milanesi”.
Promessa, avvertimento o minaccia che sia, la cosa è leggermente inquietante. Ricorda un poco quei Boy Scout che, giunti a sera senza ancora aver compiuto la buona azione quotidiana prescritta dal regolamento, aiutarono una vecchietta ad attraversare la strada, incuranti del fatto che la vecchietta stessa si ribellasse poiché si trovava già sul marciapiede giusto.

Occorrerebbe fare un po’ di conti: sia per quello che riguarda Milano – sempre più maniacale nel volersi imporre come “la grande Milano” – sia per l’Italia intera. Un’Italia in cui si stampano 72.000 libri all’anno, in cui escono centinaia di giornali ogni giorno e di riviste ogni settimana, in cui si offrono 1500 canali televisivi, centinaia di film, migliaia di spettacoli teatrali e di concerti, senza contare i dischi, le cassette, i DVD, i videogiochi… Si provi a calcolare questa massa di offerte, e di dividerla per i cittadini italiani, e si vedrà quante cose dovremmo – ciascuno di noi – leggere, guardare, ascoltare per ogni ora del giorno. Una montagna di lavoro, di energia, di mezzi per il topolino che in pratica sarà utilizzato e goduto. Uno spreco enorme!

Ma tornando all’estate e all’ambaradan festivaliero: dopo un autunno-inverno-primavera di lavoro, di studio, di stress… siamo davvero sicuri che quel che ci occorre sia uno tsunami di eccitazioni, di tentazioni, di “allez!”, come se tutti fossimo dei montanari annoiati che attendono l’estate per correre a Riccione o a Forte dei Marmi ad alternare gelati notturni, minigolf, balere dal tramonto all’alba? E stare tranquilli? E rilassarsi, magari facendo – come il geniale Ernesto Ragazzoni – “ buchi nella sabbia”? E guardare cielo e mare in silenzio? E mangiare l’anguria, chiacchierando con gli amici, ad un banchetto di periferia? E soprattutto – hear! hear! – “pensare”?

Si dice che oggi un liceale non regge una pagina di prosa descrittiva; e che un bambino, dopo tre minuti senza playstation o gameboy, sbuffa e si annoia! Chi pensa a restituire loro – in questa nevrosi psicomotoria in cui viviamo – la capacità e il piacere di pensare senza bisogno di drogarsi con sollecitazioni esterne? Chi ha detto “io non sono mai così poco solo come quando sono solo, e non sono mai così attivo come quando non faccio nulla”?

In conclusione: e se lasciassimo perdere un po’ di festival, e ci riposassimo un po’?

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