Rete Critica, o della differenza

Fare cultura sul web presuppone una contraddizione: coniugare competenze legate a una specifica professionalità con una democratizzazione di contenuti che si presentano liberi e disponibili a tutti. Se non si mettono in dubbio le ricadute positive dell’allargamento del pubblico concesso dalla rete, emergono alcune problematiche determinate dal rapporto tra orizzontalità e verticalità di quanto viene prodotto per il web. L’incontro di Vicenza ha fatto emergere nodi e ha permesso di mettere a fuoco due esigenze: rafforzare l’autorevolezza dei contenuti che gravitano nella rete e uscire dalle forme del volontariato culturale. Se per il primo obiettivo Rete Critica è già un ottimo presupposto, che può di per sé contribuire al rafforzamento dei soggetti che ne fanno parte, per la seconda esigenza crediamo che sia necessario rilanciare: occorre un confronto più serrato tra le esperienze già sperimentate da alcune realtà, un allargamento degli interlocutori e un confronto con chi possiede competenze specifiche in settori legati all’economia, al fund raising, al marketing.
Si tratta di una necessità politica prima ancora che pratica: in una società che sembra ridurre gli interventi culturali a un orpello, a un diversivo dalle attività produttive piacevole ma non necessario, in un sistema che sembra presupporre il volontariato e negare il diritto a un riconoscimento professionale, crediamo sia giusto rompere il rapporto “cultura on line = gratuità del lavoro”.
Ed è proprio nella prospettiva di uno sguardo più attento e più incisivo sulla nostra realtà in transizione che è emersa un’istanza largamente condivisa: la volontà di non limitare gli interventi alla forma – troppo spesso autoreferenziale – della recensione.
Si è parlato molto, nella giornata vicentina, di nuovi e di vecchi linguaggi: ma l’allargamento di orizzonte dovrebbe riguardare i contenuti prima ancora delle forme. Oggi è tempo di dare voce e spazio ai meccanismi produttivi, alle logiche non sempre eque di finanziamenti ai teatri e ai festival, ai problemi di distribuzione e circuitazione: è tempo, più che mai, di parlare di politiche culturali. Varrebbe allora la pena di “fare rete” anche producendo in modo congiunto contenuti che recuperino il carattere proprio dell’inchiesta, dossier capaci di riaccendere il dibattito e portare l’attenzione non solo sui prodotti della cultura teatrale contemporanea ma anche sulle dinamiche che si nascondono alle sue spalle. Nella diversità di sguardi, di identità, nel diverso posizionamento geografico emergerebbe un affresco al plurale. E Rete Critica potrebbe davvero fare la differenza.




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