Il confronto con la scienza

Cos’è il teatro scientifico? Meglio, il teatro che ha un rapporto con la scienza?  E’ scientifico il teatro che  divulga temi scientifici, che ha come protagonisti gli scienziati, che riempie la scena di strumenti scientifici, che mette in contrapposizione umanesimo e scienza?

Dalle cronache del Piccolo Teatro di Milano si legge che La vita di Galileo  non è “una delle migliori” opere di scrittura drammaturgica di Bertolt Brecht (Piero Ottone); che la “drammaturgia è pasticciata e ambigua” (Sandro Di Feo); che Brecht è un autore “interessante”, ma non “grande” (ancora Ottone); che è “autore di secondo ordine, epigono in un primo tempo dell’espressionismo tedesco e poi sorretto da un rinforzo di tecnicismo teatrale americano. L’irrazionalismo anarchico della sua formazione non è stato rimediato né dal suo ricorso illuministico e diderottiano alla dottrina del teatro epico, né dalla ansiosa e sincerissima diaristica, che pur resterà un esemplare di vigile e condannata consapevolezza” (Mario Apollonio).

In questa sede non m’interessa - anche perché non ne ho la competenza -, stendere un giudizio storico sulla drammaturgia di Brecht, ma capire se nel testo La vita di Galileo si prefiguri un rapporto con la scienza e di quale natura sia questo rapporto. L’opinione di Piero Ottone è pertinente e mi consente di entrare nel vivo della questione. Nel testo, scrive il critico, si verifica una perdita del “profondo significato”  che attenua e annulla “l’effetto drammatico”. Si perde il conflitto tra “una teoria liberale e una teoria sociale”. Si perde lo “scontro fra due mondi, il mondo tolemaico e il nuovo mondo, quello copernicano, della relatività”, a beneficio di  “una verità scientifica che conosciamo da un pezzo” e che in funzione divulgativa arriva con un  ritardo di secoli. In altri termini Ottone accusa Brecht di non aver saputo o voluto collocare la ricerca della verità nel luogo della contesa, dove valori opposti e contrari s’incontrano senza annullarsi.

La questione ha il suo fondamento. L’azione di Galilei e l’azione dei personaggi antagonisti  non hanno la stessa carica energetica. I rappresentanti della Chiesa - che non lottano a difesa di una verità astronomica opposta ad un’altra, ma intervengono “contro lo smarrimento, l’angoscia, la disperazione dell’individuo quando cessa di essere la gemma del creato ed è abbandonato a se stesso” -, godono di un’attenzione di gran lunga inferiore rispetto a quella di cui usufruisce Galileo nella disputa. Lo sbilanciamento, causato da una perdita, implica una debolezza e una sconfitta programmata a tavolino che va a scapito della rappresentazione delle verità: in questo caso, non una, ma due verità, di pari forza e di pari complessità. La supremazia dell’assoluto ideologico sulla dialettica si afferma così in perfetta coerenza con la concezione didattica del teatro brechtiano, ma i punti di forza dell’ideologia e della didattica si trasformano in punti di debolezza della scrittura drammaturgica. Nessuno mette in discussione che Galileo scienziato sia in possesso di una verità vera, rivoluzionaria, straordinariamente destabilizzante, ma il drammaturgo Brecht - paradossalmente - non dovrebbe sapere dove sta la verità,  non dovrebbe trattare il personaggio teatrale come luce dalla quale non discostarsi. Dovrebbe cercarla anche dove apparentemente non c’è, nel suo opposto, nel  luogo umbratile della contesa,  luogo privilegiato della creazione artistica. E  nell’ottica di questa perdita Ottone tira dentro anche Strehler, attribuendogli la responsabilità di aver “messo la sordina” alle argomentazioni dei rappresentanti della Chiesa che temono gli effetti del crollo del sistema tolemaico sul popolo dei credenti.

Dunque, il conflitto profondo non c’è, non c’è conflitto tra i rappresentanti del mondo tolemaico e quelli del mondo copernicano,  e questa assenza determina dal punto di vista del mio ragionamento   quella “recitazione raffinata, ma noiosa” come effetto della perdita del significato profondo.  E addirittura, se si taglia il monologo di Padre Fulgenzio e si ridicolizzano gli uomini di chiesa – come ho visto fare in una edizione presentata nel cortile della Facoltà d’Ingegneria dell’Università la Sapienza di Roma -, è evidente che la verità arriva come assoluto ideologico che accende inevitabilmente la polemica anticlericale, quella che si vorrebbe evitare, ma che ad ogni messa in scena del testo si accende.

Eliminando lo scontro tra due grandi visioni del mondo che rimane? Depotenziando l’elemento scatenante, dato dalla scoperta scientifica galileiana, si depotenzia anche l’atto di abiura, e si affievolisce o addirittura scompare il rapporto tra teatro e scienza. Ma questa valenza è bene che si affievolisca o scompaia, oppure no? Il teatro e la scienza sono o non sono incompatibili? E’ possibile domare la razionalità della scienza? Questa razionalità serve il teatro o lo uccide?

Il teatro Masque si è occupato diverse volte del rapporto tra teatro e scienza. E’ “disseminato - come afferma Lorenzo Bazzocchi -, di oggetti tecnici o tecnologici. Oggetti il cui insieme contenitore si può chiamare Scienza. Ma se Teatro e Scienza coabitano, il luogo della loro intersecazione non è certamente la Didattica, la Divulgazione, la seppur nobile trasmissione della conoscenza. Nella necessità costante di categorizzare le forme della scena non si esita a parlare di Teatro Scientifico oppure di accostare Teatro e Scienza come se la semplice presenza sul palcoscenico di strutture tecnologiche o il riferimento a personaggi noti della scienza fosse sufficiente a suggellare l’unione di due mondi cui difficilmente si potrebbero negare genesi e finalità così diverse. Nonostante sia chiara la natura e gli scopi di quello che viene  chiamato teatro scientifico, che proprio a contraddire il nome che porta abita assai poco i teatri e assai più frequentemente i santuari del sapere (i musei?), c’è la curiosa tensione ad abusare di tale definizione per individuare il lavoro di compagnie di teatro che invece (è il caso nostro) sono lontanissime da qualsivoglia tentativo di far della scena il tramite della trasmissione dilettevole delle scienze. In tale disdicevole ambiguità non vedo altro che l’ingenuo tentativo se non di porre fine quantomeno di rendere meno drammatica la secolare contrapposizione tra i fatti scientifico ed umanistico” (Teatro e scienza, Inscena, 2009).

Masque, da molti anni, trova negli eroi della scienza la forza per fare teatro. E’ lontano da ricette e formule, non porta a tavola i piatti dorati delle scoperte tecnologiche deprivate di necessità artistica, non fa riferimento ai principi fondanti del vivere civile. Forse trova energia, allontanandosi dagli eroi nella speranza di poterli almeno sfiorare o di cogliere l’essenza delle loro scoperte. Concordo con il fatto che la contrapposizione tra scienza e umanesimo non debba essere sdrammatizzata. Penso che si tratti di una contrapposizione irriducibile, insanabile, e in tal senso utile, perché non è un male che la scienza conservi il suo aspetto eminentemente razionale e il teatro il suo aspetto eminentemente sensibile. La scienza segua i sentieri della ragione e il teatro segua quelli del pensiero del corpo e della mente. Il teatro non è scienza, ma può essere fatto con metodo scientifico. Non basta per dire che ha un rapporto con la scienza?

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