La dislessia del teatro italiano

Con qualche scusa per il ritardo (dovuto ad un attacco di acne giovanile, sempre pericoloso sopra i settant’anni) sciolgo finalmente il mistero relativo all’indovinello proposto nella mia ultima puntura di Zanzara, nella certezza che il tutto non avrà comunque turbato i sonni di nessuno.

Snocciolavo in quella occasione qualche decina di nomi di teatranti italiani, invitando i lettori a scoprire il comun denominatore degli snocciolati e qual era – insomma – la caratteristica che li univa. Ha vinto il certame una gentile signora di Livorno, alla quale ho inviato il premio promesso: qualche libro e libretto mio. Non una vincita esaltante, se vogliamo, ma viviamo in tempo di crisi, e il milione di dollari che ben volentieri avrei posto in palio è accantonato per altra occasione. L’amica di Livorno ha capito tutto: i centoquaranta (circa) teatranti citati hanno in comune il fatto di non aver mai risposto ad un invio di testi da parte mia: né a una lettera, né a un messaggio lasciato alla segreteria telefonica. Risposta esatta!

L’abitudine di non rispondere “neanche di striscio” alla gente qualunque è molto frequente tra i VIP. Non che i citati fossero tutti dei VIP, sia chiaro; ma siccome tutti si considerano tali, la questione non cambia. Qualcuno, preso di petto, si è schernito dicendo di ricevere troppe lettere, e di non poter rispondere a tutte. La mia obiezione: “Se ricevi tante lettere vuol dire che sei molto importante, molto richiesto, e che lavori e guadagni molto: ergo, puoi permetterti uno scriba che risponda in tua vece. Se invece lo scriba non puoi permettertelo, perché guadagni poco, vuol dire che lavori poco, sei poco importante, ricevi poche lettere: ergo, hai tutto il tempo per rispondere di persona.” Ma il problema non è né il tempo né il danaro: ma un semplice fattore di buona educazione.

Né ha molta importanza il fatto che io mandassi a volte un qualche mio testo accompagnato da qualche lusinghiera referenza (“tradotto in 24 lingue..” , “cinque mesi a Parigi in un teatro di 1400 posti…” , “rappresentato anche a Tokyo e a New York…”) Niente da fare. Disinteresse e dislessia si alleavano nell’erigere un’insormontabile barriera. Ma la piccola questione personale (che pure mi rode, sia chiaro!) non deve distrarre dalle implicazioni generali.

Provate a chiedere a un “teatrante” di casa nostra qual è l’ultimo testo italiano che ha letto. Io l’ho fatto, e le risposte – quando ci sono – sono imbarazzanti: nella migliore delle ipotesi vien fatto il mome di Eduardo, spesso si risale fino a Pirandello. Ho scoperto per esempio che Andrée Shammah, attivissima intellettuale un po’ prezzemolo che dirige il Franco Parenti di Milano, non ha mai letto una delle più importanti commedie degli ultimi decenni ! (Okay: è la mia “Tre sull’altalena”, d’accordo: sono ricaduto nel caso personale!”)

Ma… guardiamoci intorno: in quale altro mestiere o disciplina un medico, un avvocato, un ingegnere, un elettrotecnico, un idraulico, un carrozziere e tutto quel che volete, potrebbe permettersi di ignorare quello che nel suo campo si è fatto di nuovo negli ultimi venti o trent’anni?

E continuiamo a domandarci perché il teatro in Italia va male?

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