La rivincita

Quasi a voler anticipare un’inevitabile morale della vicenda che stanno per mettere in scena, i sei interpreti (Michele Ciprian, Vittorio Continelli, Simonetta Damato, Paola Fresa, Riccardo Lanzarone, Michele Sinisi) dicono frasi che sembrano slogan e che il pubblico riesce a collocare solo a spettacolo finito. In questo momento iniziale, in cui il proscenio si riempie con lo schieramento degli attori al completo  (e non sono pochi, cosa non molto frequente, ormai, nei teatri italiani), ancora spogliati dei ruoli che stanno per rivestire, si propone la difficoltà delle cose della vita, che mettono a dura prova la carne, prima ancora che l’anima, dei personaggi. “La rivincita”, di Michele Santeramo, in prima nazionale al Teatro Valle Occupato di Roma (fino al 20 gennaio), mostra la lotta per la sopravvivenza di due fratelli, Sabino e Vincenzo, che devono «essere più forti del tempo». Rievoca conflitti archetipici o quantomeno di ascendenza amletica, la pièce interpretata con profondità e partecipazione dagli attori del Teatro Minimo di Andria e diretta da Leo Muscato. Ma il tempo di Santeramo non è scardinato, né divora i figli, per quanto ogni teatro civile post-pasoliniano non possa non confrontarsi con il mito fondatore del padre castratore. È invece un tempo di crisi, di disoccupazione, di miseria: quello in cui Vincenzo subisce un esproprio perché sulla sua terra deve passare la ferrovia. Parte da qui la vicenda dei due fratelli pugliesi, che sul legame familiare impostano la loro resistenza ad un destino che gli riserva non poche amare sorprese: dall’impossibilità di permettersi un figlio al desiderio di diventare genitori quando ormai è diventato difficile e le cure che potrebbero aiutare costano cifre proibitive (e Vincenzo si chiede se debba vendersi «un fegato»). La rivincita parla, in un Sud che non è mai stereotipo, di rifiuti chimici che avvelenano la terra e il corpo di chi ci lavora, di banche che non concedono prestiti ai precari, di usurai che consumano l’esistenza di chi non ha più speranze, di persone che inseguono il sogno di una vita normale, ma perdono la casa e con essa ogni futuro. Alle banche che misurano il valore delle persone in «movimentazioni», i due fratelli rispondono con una forza quasi primitiva degli affetti, che li porta a ripetersi con ironia «se non ci aiutiamo in mezzo a noi». Ma anche questa solidarietà familiare arriva ad assumere toni grotteschi, che mischiano il comico scelto dalla drammaturgia con le complicazioni del romanzesco. Il lieto fine presagito fin dal titolo rassicura lo spettatore, ma né la comicità né il rovesciamento conclusivo annullano l’amarezza della «quotidiana tragedia che fa ridere». La regia gioca assecondando la simmetria tra i fratelli e le loro vite, costruendo infinite scene a due, che sistematicamente si scambiano. E in questo movimento continuo, sottolineato anche dalla corsa con cui i personaggi entrano ed escono di scena, si alternano Sabino e Vincenzo, le loro mogli, e i vari rappresentanti della società con cui si scontrano: dall’avvocato allo strozzino, passando per lo specializzando in medicina. Il testo, che ha ottenuto il Premio Riccione 2011, si rivela forte e ben funzionante, anche se forse nel finale cede a qualche tentazione retorica (per esempio nella scena in cui Vincenzo, ormai risarcito, fa la morale all’impiegato di banca). A valorizzarlo è anche la recitazione sempre adeguata, con momenti particolarmente felici, come l’interpretazione di Michele Sinisi e il trasformismo di Vittorio Continelli.

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