La colpa è di Schifani

La colpa – non c’è dubbio – è di Schifani. Che cosa possa aver suggerito alla seconda carica dello Stato, l’idea di invitare Giovanni Allevi a dirigere il tradizionale concerto natalizio al Senato, può anche essere perfettamente intuibile: Giovanni Allevi è giovane (o “abbastanza” giovane), gode di un successo notevole, senza componenti scandalistiche di sorta, e dunque particolarmente rispettabile e perbene, l’arruffata massa dei capelli garantisce una certa genialità, ha insomma tutte le caratteristiche per essere à la page, in una raccomandabile mistura di genio e sregolatezza: anche se il genio è forse limitato al suonare benino il pianoforte e la sregolatezza confinata al disordine, della capigliatura e a un certo vestire casual.

Malgrado le buone e rassicuranti premesse, il fatto ha provocato una notevole bagarre. A indignarsi è stato per primo Uto Ughi, sia contro Schifani che contro Allevi, che ha distrutto come compositore, concludendo che il suo successo lo offendeva. Alla reprimenda ha risposto Allevi con un’intera pagina sulla Stampa, dove con tono un po’ mieloso, tra il seminarista e la mammola, si trincerava dietro il dieci e lode del conservatorio, difendeva il suo modo d’essere (il che è perfettamente legittimo), al quale modo d’essere attaccava però il valore messianico di una buona novella portata al grande pubblico, il che è leggermente eccessivo.

In realtà, si tratta di una polemica di scarsa rilevanza mondiale. A mio avviso, Allevi è un buon strimpellatore, non dissimile da quelli che commentavano al pianoforte i film muti degli anni ’10 e ’20. Può darsi che sappia suonare bene il piano, ma dovrebbe dimostrarlo su qualcosa di più impegnativo che non il ticchetac – molto monotòno – delle sue composizioni. La sua musica è un modesto ricalco di linee melodiche e di assonanze classiche e canzonettare, su armonie semplici e banali, che precedono l’età di Schubert e di Beethoven: musica gradevole a un ascolto in sottofondo, dal sapore pur riposante di un bicchier d’acqua, iscrivibile in quel genere di “easy listening” che – probabilmente – è l’ideale per far produrre più latte alle mucche.

Giovanni Allevi è insomma l’equivalente musicale di “Va dove ti porta il cuore” e cose del genere. Vende comunque molti dischi, vanta probabilmente un ufficio stampa e uno staff promozionale di primo livello, ed ha dalla sua anche una buona dose di fortuna, che lo ha privilegiato tra i mille e più pianisti e compositori che al mondo valgono quanto lui, portandolo alla “gloria” mentre gli altri sono rimasti al palo. Che dire? Beato lui, per quello che riguarda i diritti d’autore; e auguri per il futuro, se - messo da parte il problema di sfruttare questo suo magico momento – vorrà dedicarsi allo studio di quell’arte musicale per la quale sembrerebbe essere anche abbastanza dotato.

E il grande Uto Ughi? Con tutte le ragioni sostanziali dei suoi severi giudizi, mi sembra aver mancato di umorismo, toppando clamorosamente nella valutazione del tutto. In un mondo che ha preferito Salieri a Mozart, e che l’anno in cui Sofocle ha presentato ai concorsi teatrali di Atene antica l”Edipo Re” non lo ha nemmeno fatto vincere … è possibile non prendere con un’alzata di spalle il fatto che in Italia “la seconda carica dello Stato”, scarti Abbado, Muti, Chailly, Gelmetti e quanti altri, per stendere un tappeto rosso davanti a Giovanni Allevi? Il giovane ipertricoso (altro motivo per me di invidia, oltre i diritti d’autore) mi ricorda un certo Valentino Liberace, americano, che cinquant’anni or sono girava il mondo pasticciando le melodie di Liszt e Chopin, in una sua liberissima interpretazione, presentando al pubblico tra un pezzo all’altro la sua amatissima mamma per la dolce commozione degli astanti. Nessuno lo prendeva troppo sul serio, ma lui nel frattempo mieteva applausi e collezionava dollari.

Sono pronto a scommettere – senza alcun tono di disprezzo, sia chiaro – che Giovanni Allevi è un fuoco di paglia: capito il trucco, le vendite di dischi diminuiranno, e le mucche torneranno a fare meno latte.

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