Caina

Stavolta cominciamo con un appello. Bisogna andar a vedere gli attori a teatro. La televisione li appiattisce, li svuota, li rende aridi. Conoscevamo Luisa Amatucci per la sua lunga esperienza teatrale ( la ricordiamo, per esempio, nel Ferdinando ruccelliano accanto ad Isa Danieli) ma il pubblico di solito la riconosce per il suo lavoro televisivo. Ma puntualmente questi attori rendono moltissimo sulle tavole del palcoscenico, poiché è lì che nascono, si evolvono, si nutrono. Il trailer di CAINA, spettacolo di Stefano Amatucci, incuriosisce proprio perché è inquietante. Tutto l’allestimento scenico, comprese le musiche, le proiezioni, i dialoghi, i rumori ricordano il gotico contemporaneo, sporcato fortemente dalla morte. Quest’ultima si diffonde come una nebbia costante, come una visione pallida accentuata dalle luci e dalle quinte “plastificate” che rendono l’aria un riverbero continuo. La scena presume una duplicità: sul proscenio gli attori, in una sorta di “accampamento” della morte. Al di là delle quinte il mare, la spiaggia, la luna, elementi immaginati. Proprio la luna viene proiettata sulle quinte plastificate e si anima di rivoli di sangue, di scarafaggi, diventa volto, si rabbuia con le nuvole, diventa pozza d’acqua in cui galleggiano cadaveri. Eccoli i veri protagonisti. Enza, “in arte” Caina, è una ex killer della camorra. Il tema di fondo è la xenofobia, portata ad estremismi rivoltanti. Nel corso dello spettacolo lo spettatore si deve adattare ad un codice di pensiero ribaltato in cui uccidere è la normalità, il denaro è l’obiettivo, la morte è la compagna della quotidianità. La donna è stata ingaggiata per ripulire le spiagge dai cadaveri dei profughi che si arenano sulla sabbia: li raccoglie, li appende a scolare, li deposita in un furgone, li invia in un cantiere. 15 euro a corpo.  Caina dice che ci sono intere città fatte di uomini: un’umanità nelle fondamenta. I corpi vengono riutilizzati per essere cementificati nei muri, sostegno di costruzioni abusive, di cantieri della morte. Al di là della veridicità cronachistica di questo elemento, la simbologia di fondo è pregnante. Accanto alla Amatucci, in scena troviamo Gabriele Saurio, nei panni di Nahiri, tunisino sfuggito ad un massacro di abusivi,  i trova-cadaveri non autorizzati. I due si ritrovano a convivere, Caina non lo uccide perché forse se ne invaghisce. Ma l’amore qui è lontano anni luce; piuttosto parliamo di un sentimento che non ha radici, di una sporcizia dell’anima che non ha nessuno spiraglio di luce. La lordura materiale, fisica e dell’anima è un’altra costante dell’intero spettacolo. I sentimenti di amore e gelosia ( per una giovane ragazza ormai cadavere, la cui voce è quella di Isa Danieli), affiorano ma vengono immediatamente spenti, come sciolti in un acido. L’intero spettacolo è retto da una buona regia,  le immagini animate di Michele Fierro riempiono perfettamente i passaggi di scena e temporali. Ottima l’interpretazione della Amatucci e del Saurio, ma a volte ciò che non convince è proprio il testo. L’idea di base delle due facce di una stessa medaglia, l’italiana camorrista xenofoba e il mussulmano profugo, il concetto di fratelli di due diverse religioni, le lamentele che ognuno fa, nel complesso accettabili da entrambe le parti, il colpo di scena finale, in cui si ribaltano i ruoli del carnefice e della vittima, tutto è nel complesso appassionante, inquietante, incolla il pubblico. Ma i continui luoghi comuni sul contrasto tra italiani ed immigrati, sulla nostra e la loro religione, sui politici e sulla politica italiana, sulla famiglia, sulle madri assenti e i padri scomparsi, sulla camorra, stancano. Forse il pubblico italiano queste cose le conosce già, e bene. Scoviamo invece dell’altro,  troviamo anche  un’aura poetica. Il nome della protagonista: Caino è colui che uccide il fratello, ma qui si invertono i ruoli. Neanche il personaggio biblico regge la contemporaneità. E non tutti si accorgono delle splendida prima scena realizzata tra le ombre: la pesca a mano di un pesce che altro non è che un uomo. È in quel momento che echeggiano le voci di Padron ‘Ntoni e compagni. È in quel momento che la liricità delle donne verghiane che osservano il mare si scontra con la sporcizia della morte contemporanea. È quello il contrasto che nessuno osserva e coglie. O almeno lo fanno solo in pochi.

CAINA
Sala Assoli Napoli
25-26 gennaio 2013
Jeu De Dames - Gioco di Dame
Teatro-Associazione culturale
per
Armando Fusco Produzioni
Caina
di Davide Morganti
con Luisa Amatucci e Gabriele Saurio
la voce di Zahidah è di Isa Danieli
consulenza scenica Roberto Crea, immagini animate Michele Fierro
costumi Antonella Mancuso. musiche originali Louis Siciliano
luci Gianni Netti, direttore di scena Alessandro Amatucci
regia Stefano Amatucci

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