La maschera d'oro di Vicenza

I festival di teatro amatoriale sono in Italia (ma non solo in Italia) una specie che non soffre la crisi. La loro funzione è in origine abbastanza modesta: limitata com’era alla presentazione e al confronto delle filodrammatiche entro un raggio ridotto a qualche provincia, con ampia gamma di premi (migliore spettacolo, primattore, primattrice, comprimario e comprimaria, attor giovane e attrice giovane, regia, scene, costumi, musiche e luci…) acciocchè a nessuna compagnia venisse a mancare una bella targa celebrativa e una stretta di mano con fotografia. Ma come tutto cambia al mondo, e tutto si seleziona in natura, anche tra i Festival amatoriali qualcuno si è distinto ed ha assunto un’importanza direttamente proporzionale al calo di autorità che da qualche decennio colpisce il teatro dei professionisti.

Primo fra tutti il Festival di Pesaro (se non altro per i suoi sessant’anni di vita), poi quello di Macerata, di Rovereto, di Viterbo, e recentemente quello del Teatro Nuovo di Milano, significativo per la sede in una grande città e in un grande teatro, anche se ancora ai primi incerti passi.

Una citazione particolare mi sembra però meritare il festival di Vicenza, intitolato alla Maschera d’Oro. Dichiaro subito che, occupandomene personalmente quale consulente della FITA Veneto sostenuta dalla passione di Aldo Zordan, il mio giudizio potrebbe essere poco parziale. Ma non credo! Poiché i dati oggettivi sono di per sé eloquenti, come garanzia di serietà e di lungimiranza. Dati oggettivi che vanno da un ambito nazionale per i concorrenti, ad una selezione rigorosa che scavalca l’uso corrente dei DVD per esaminare gli spettacoli “de visu”, ai criteri della soluzione stessa che non avanza preclusioni di sorta, ma che prende in esame ogni forma, ogni tendenza, ogni linguaggio, verificandone la coerenza della realizzazione scenica, alla fama ormai raggiunta in vent’anni di sicura ascesa.

Il festival vicentino è sostenuto – come del resto tutti i suoi confratelli – da (modeste) sovvenzioni della città, della provincia, della regione, e della banca popolare locale. Ma a questi sovvenzionatori istituzionali si aggiunge da quindici anni ormai l’Associazione Artigiani, che la solita trafila di premi ha coronato con un Premio Faber, consistente in una recita della compagnia vincitrice sul mitico, emblematico palcoscenico del Teatro Olimpico: un’esperienza emozionante, e certo non solo per una compagnia amatoriale!

Un’altra caratteristica della Maschera d’oro è il fatto che i cartelloni che emergono dalla selezione (settanta, quest’anno, le compagnie iscritte) si presentano con una forte connotazione moderna e contemporanea; poiché questo non è dovuto in alcun modo ai criteri selettivi, è giusto dedurne che il repertorio dei filodrammatici è di gran lunga più attento – se non proprio alla ricerca e alla sperimentazione, che comunque non mancano – alla divulgazione della produzione drammaturgica recente. Esemplare, sotto questo profilo, il cartellone di questa ventunesima edizione: delle sette opere selezionate, sono una appartiene al lontano passato storico: un “Ratto di Arianna”, costruito su un canovaccio della commedia dell’arte, e dunque con un forte gradiente di ricerca.

Tra gli altri sei, il più annoso è “L’opera de tre soldi” di Brecht e Weill, con i suoi ottantun anni di vita. Tutti gli altri sono più giovani e recenti, tre addirittura di autori viventi: “Coppia aperta, quasi spalancata” di Dario Fo e Franca Rame, “Alleluja, brava gente” di Garinei e Giovannini, “Le muse orfane” di Marcel Bouchard; con “Il lutto si addice a Elettra” di O’Neill, e “La fortuna con la effe maiuscola” di Eduardo e Curcio, a completare il tutto. Una domanda: quale – tra i teatri assiro milanesi o assiro romani, con i loro velluti e i loro cristalli, può vantare un cartellone di tanta moderna serietà, sgombro di classici rutilanti e di farsacce anglosassoni?

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