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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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L'abisso

Come il corpo fisico, nei suoi recessi spirituali ma anche nei suoi gangli nervosi percepisce e soffre delle sofferenze di cui è testimone, così anche il corpo sociale memorizza le sofferenze della storia e talora, come il primo, cerca invano di occultarle e dimenticarle non riuscendo o non volendo elaborarle. Davide Enia con questa sua drammaturgia, che già nel titolo anticipa e promette la sua peripezia e la sua navigazione nell'oscurità di un mare che è innanzitutto dentro di noi, costruisce una sorta di corpo teatrale che dell'uno e dell'altro, del corpo fisico e del corpo sociale intendo, ripropone o meglio suggestivamente suggerisce nella narrazione in scena le sintassi di conoscenza, di memoria e di lenta e faticosa elaborazione. Di fronte a lui e a noi la tragedia delle migrazioni e delle rotte dolorose che migliaia di uomini e donne percorrono, e a volte ci domandiamo perché affrontino tanta sofferenza per un esito che ci appare immeritato e non meritevole, per giungere ad un

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Pranzo a casa dei miei

Fino all'8 dicembre è in scena al Teatro Lo Spazio di Roma la commedia Pranzo a casa dei miei scritta da Laura Girolami e diretta da Fabio Galadini. Il titolo prospetta una situazione abbastanza consueta, un pranzo domenicale in cui una coppia di coniugi ospita il figlio a pranzo per conoscere la sua fidanzata. Ma lo svolgimento dell'azione scenica porterà quasi da subito in direzione di uno sviluppo paradossale e grottesco, del tutto inaspettato. Al netto dello spiazzamento che lo spettacolo, volutamente, realizza nelle attese del pubblico, la vicenda, così come viene presentata, non riesce a produrre quella comicità noir che dovrebbe caratterizzare il tenore della commedia, ne' tantomeno una sospensione dell'incredulità su ciò che accade in scena. Il fatto è che il testo presenta diverse

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Ombre folli

Titolo simbolico e metaforico per questo spettacolo tratto dallo scritto inedito del compianto Franco Scaldati e costruito sulla scena da Enzo Vetrano e Stefano Randisi. Tre nomi che fissano le radici della drammaturgia siciliana dagli anni Settanta ad oggi e che evidenziano le fondamenta di una forma di scrittura e di messinscena da cui si dipanano e si ramificano le variegate forme della drammaturgia siciliana contemporanea. Se oggi i punti di riferimento principali, osservando la produzione testuale e scenica siciliana degli ultimi vent'anni, sembrano essere collocabili all'interno della fiorente drammaturgia degli anni Novanta, non possiamo dimenticare di fissare come caposaldo e vertice Franco Scaldati. Prolifico negli anni Novanta, cominciò a scrivere nel 1976, ossia negli stessi anni in cui Vetrano e Randisi cominciarono a lavorare insieme; i due artisti tessevano costantemente contatti con artisti e compagnie importanti, come lo stesso Leo de Berardinis e il progetto

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Io e Pirandello

Certamente il confronto-rispecchiamento tra vita e palcoscenico, tra esistenze e personaggi è un modo per penetrare in una delle tante, ma forse una delle principali, contraddizioni di quella cosa tanto inutilmente utile, ovvero tanto utilmente inutile, che è il teatro e per sottolinearlo basta riferirsi al grande agrigentino, come fa questo spettacolo/performance, questo monologo/dialogo che Sebastiano Lo Monaco sta portando in giro per l'Italia. Infatti Lo Monaco usa di entrambe, la vita ed il teatro, quel margine di sovrapposizione e confusione che costituisce il reciproco alimento, intellettuale ed affettivo, alimento che, si potrebbe dire, mantiene entrambi in vita e talora anche in buona salute. Lo fa, a mio avviso, utilizzando quello schema sintattico e comunicativo, quella grammatica insieme

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Venerdì 17 ovvero due Preti di troppo

In scena fino al 2 Dicembre, al Teatro Brancati di Catania, all’interno della stagione di prosa diretta da Tuccio Musumeci ed organizzata dal Teatro della Città - Centro di Produzione Teatrale, la pièce in due atti “Venerdì 17 ovvero due Preti di troppo" di Antonio Grosso, commedia che regala allo spettatore momenti di estrema ilarità ad altri di tensione e di riflessione. Il lavoro, prodotto da La Bilancia e scritto con mano leggera da Antonio Grosso (che ricordiamo come attore ed autore di "Minchia Signor Tenente"), in circa 90', affronta tematiche attuali e profonde quali la funzione della Chiesa nei quartieri a rischio, l'incidenza della criminalità tra la gente e l'importanza tra chi soffre della fede e della speranza.  Lo spettacolo, con una scenografia accattivante (l'interno di una chiesa in abbandono) curata da Alessandra Ricci, con i costumi di Maria Marinaro, il gioco luci di Gigi Ascione e la scorrevole regia di Paolo Triestino, racconta (richiamando le note vicende di don Diana o padre Puglisi, il loro impegno ed il loro coraggio nei confronti della malavita) l'esperienza di due giovani sacerdoti, Don Sabatino e Don Ezio, che affrontano la sfida di riavvicinare la gente del quartiere ad una chiesa

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Lo zompo

Napoli sembra essergli congeniale. Torna, ritorna, debutta, ritorna di nuovo: parliamo dell’autore e attore palermitano Rosario Palazzolo, il quale, periodicamente, approda a Napoli, sorprende il pubblico e poi fugge via. Ma ritorna. Lo sguardo e la penna di Palazzolo appaiono tra i più originali, all’interno del proficuo gruppo di drammaturghi, nonché autori di romanzi e di piccole storie, che riempiono le fila della drammaturgia siciliana contemporanea. Il teatro TRAM, in particolare, sembra essere il luogo surreale in cui Rosario “deposita” temporaneamente e ripetutamente i suoi personaggi e le loro storie, durante soggiorni teatrali così intensi che le pareti del particolare teatro di Port’Alba sembrano assorbirne le anime. Napoli diventa anche luogo di accoglienza della parola, della poetica, della scrittura, della “rivelazione” e sorprendentemente rivelatori sono stati anche gli incontri che il drammaturgo ha diretto all’interno del Centro Studi sul Teatro Napoletano,

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