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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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Storia d'amore e di calcio

Il calcio come metafora della vita è un elemento di cui è intrisa la cultura del novecento, o meglio il calcio come rappresentazione metaforica di relazioni sociali e poteri più o meno forti, come anticipazione dell'evolversi e del mutare ovvero del non mutare di questi rapporti che una volta definivamo di classe, sulla scia del tragico profetizzare di Pier Paolo Pasolini, infine il calcio come processo di conoscenza interiore e soprattutto relazionale. È pertanto naturale accostare questa drammaturgia di Michele Santeramo, vista a Pontedera in prima nazionale, a consueti schemi di pensiero ed interpretazione, ed in effetti è da lì che lo sguardo del drammaturgo si apre, quasi per ambientarci e consentirci di penetrare con agio nel mondo della sua narrazione. Ma presto si realizza uno scarto estetico, non inatteso ma dapprima poco percepibile e poi sempre più evidente e trascinante, perché questo spettacolo non parla di calcio per parlare della vita, per interpretare la vita, ma

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Yorick

Dissociare un testo complesso, letterario ma soprattutto drammaturgico, effrangendolo e sezionandolo è, secondo Edoardo Sanguineti, una delle modalità più appropriate per penetrarne i significati intimi ed essenziali, non tanto per 'contemporaneizzarlo' (bruttissima parola) quanto per recuperane la sincerità in relazione a noi stessi, al qui e ora che non è solo la rappresentazione in sé ma anche la percezione ed il giudizio della sua efficacia. In questo senso l'intervento di Simone Perinelli si può definire radicale perché ribalta interamente l'orizzonte dell'Amleto Shakespeariano proponendone una lettura dal basso, ma non tanto in senso letterario quanto in senso propriamente fisico, da quel basso che è il sottosuolo dei morti ovvero il sottosuolo della follia che minaccia (o salva?) la nostra mente. Ecco allora che il protagonista ribaltato della tragedia non è più il principe danese Amleto, icastico e geometrico nella sua esplorazione della verità mentre questa si sviluppa 'sopra', nel mondo

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68 Punto e basta

Un lavoro durato diversi mesi in cui regista ed attori hanno analizzato colori politici, sentimenti, passioni, aspirazioni, svaghi, delusioni dei catanesi nel mitico ’68. Da questa accurata riflessione su un periodo ricco di cambiamenti e di rivoluzioni, individuali e collettive, è nata la pièce, ideata e diretta dal regista catanese Nicola Alberto Orofino, “68 Punto e basta”, lavoro corale ed in quattro percorsi (Università, politica, lavoro, società & costume) proposto alle “Ciminiere” di Catania come ultimo segmento della rassegna itinerante di nuova drammaturgia “Altrove 2018”, prodotta dal Teatro Stabile etneo nei luoghi storici della città, alla ricerca di una specifica attenzione a tematiche sociali e civili. Lo spettacolo, in circa ’60, è un vero e proprio salto nella Catania del ’68, attraverso i suoi personaggi, le situazioni, le lotte, le rivendicazioni ed i sogni. Quel Sessantotto a Catania certamente per molti ha rappresentato il punto di riferimento, i sogni di una rivoluzione, il cambiamento, ma

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Axto

Mito fondativo della Grecia Attica, e quindi dell'intero occidente, la narrazione di Teseo e del Minotauro è affrontata da Emanuele Conte e da Michela Lucenti, in questa loro terza collaborazione artistica, a partire dalla terra, in cui continua ad affondare le sue radici come nella nostra stessa essenziale identità, e con uno sguardo che definirei 'traverso', quasi in tralice, come a spiare non visti una intimità irrisolta. Non a caso, credo, la drammaturgia è intitolata ad un personaggio molto secondario del mito, a quel povero pastore Axto, testimone della blasfema unione carnale tra il Toro Bianco di Poseidone e la Regina Pasifae, nascosta nella vacca di legno di Dedalo, che generò il mostruoso Minotauro. Per questa blasfema testimonianza, quasi ne fosse partecipe, fu catturato e torturato per tre giorni fino a confessare ciò che tutti già sapevano. È dunque lui, l'incauto e inconsapevole Axto, il drammaturgo, che come lui diventa testimonio sofferente e che questa testimonianza agisce davanti

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Opera prima 2018

Dopo tanti, forse troppi, anni di assenza torna a Rovigo, città nascosta tra due fiumi nella provincia veneta, il Festival “Opera Prima” da sempre promosso e organizzato (la prima edizione è del 1994) dal Teatro del Lemming su stimolo e guida del suo fondatore Massimo Munaro. È questo un festival che, già dall'intenzione celata nel suo nome, presenta una particolarità coerentemente perseguita, a differenza di altre situazioni, quella cioè di guardare ai giovani artisti e ai loro esordi di creatività, proprio quando questa creatività, incerta come ogni cosa che nasce, ha bisogno di una sponda solida per maturare e produrre i frutti che promette. Da qui il sotto-titolo “generazioni” che caratterizza questa edizione del Festival, ad indicare non solo il passaggio tra una generazione teatrale e l'altra (ogni compagnia “storica” era chiamata da indicare un nome da invitare) ma soprattutto la capacità di fecondare nuove esperienze che questa relazione tra età e orizzonti diversi custodisce

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Invisibili

In fondo ricordare è, come dicono ormai concordemente gli studiosi, un’attività creativa: si ricorda selettivamente e poi, nel ricostruire un ricordo, nel narrarlo, nel dargli materialmente una qualsiasi forma definita, lo si arricchisce del nostro essere nel presente. Probabilmente qualcosa di simile accade per la storia e per le storie: le infinite storie personali e quelle delle diverse comunità umane. Così vien fatto di pensare, a margine di una singolare esperienza teatrale che a Noto, la bellissima cittadina barocca del sud est della Sicilia, si ripete e va consolidandosi da un paio d’anni: un progetto di teatro pubblico che si potrebbe definire “memoriale”, intitolato “Invisibili”, curato e diretto dalla regista Sabina Pangallo con la collaborazione di Erminia Gallo (ma anche di Fabio Marziano e di Marinella Fiume) per la ricerca documentale e la redazione dei testi e con in scena un nutrito gruppo di attori e attrici di diversa formazione e capacità. Ogni giovedì dal 19 luglio al 30 agosto, negli

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