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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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Con il cielo e le selve

Pur essendo anche noi parte della Natura, un suo frutto vivente tra i viventi, ne abbiamo perso progressivamente il contatto andando ad imprigionarci, di nostra stessa iniziativa, in una separatezza cui non sappiamo più dare significato. Quel significato che discende dai ritmi delle stagioni, tra queste ovviamente la vita e la morte che reciprocamente si alimentano ribaltandosi l'una nell'altra, e dal rapporto con gli altri esseri viventi, diversi forse ma egualmente legittimati a comporre il mosaico della vita comune. Pino Petruzzeli con questo suo spettacolo, che non è una semplice lettura drammaturgica ma una vera e propria drammatizzazione di uno scritto di Mario Rigoni Stern, riesce ad andare oltre le sbarre di questa nostra prigione così da gettare uno sguardo, e da farci gettare uno sguardo, verso un mondo all'apparenza perduto ma che sorprendentemente, al solo indicarcelo in scena, riprende il suo posto tra i nostri pensieri. Sfuma così la virtualità liquida, direbbe Bauman citato

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L'Oriana della Fallaci

Filo conduttore del festival “In una notte d'estate” che la genovese Lunaria Teatro cura da anni e con crescente successo, è quest'anno “l'identità”, sovente coniugata al femminile, un femminile che per affermarne l'esistenza spesso soffre più del giusto e del dovuto. Coerente dunque la scelta di questo spettacolo che, come recitano gli autori, vuole essere anche “un esperimento di giornalismo teatrale”. Uno spettacolo, in effetti, che sta a metà tra la drammaturgia di narrazione e il teatro inchiesta, tra l'approfondimento storico-sociale e l'indagine intima che non cerca la biografia degli eventi bensì quella dell'anima. In mezzo Oriana Fallaci, donna complessa ma insieme limpida che nell'evidenza della parola scritta costruisce l'evidenza della realtà che ci circonda, non tanto nella sua presenza quanto nella sua significanza. Sta nel mezzo perché, già nel titolo, la drammaturgia vuole essere la narrazione in scena, autonoma e fedele, che Oriana fa della Fallaci, che la donna dunque,

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Taddrarite

Tre donne, tre sorelle segnate in Sicilia dalla vita, ma pronte a ricominciare, raccontando, finalmente, il loro segreto, la loro muta sofferenza. Squarciando il silenzio, illuminandosi, dandosi forza ed uscendo dal buio, come le "taddrarite", i pipistrelli, che vivono al buio perché hanno paura della luce e della verità. La compagnia teatrale Accura Teatro ha proposto nel Chiostro di Ponente del Monastero dei Benedettini di Catania, per il ciclo “Nuovo Teatro” nell’ambito della rassegna “Porte aperte Unict 2018- Dialoghi migranti”, l’atto unico "Taddrarite (pipistrelli)" scritto e diretto da Luana Rondinelli, con Giovanna Mangiù, Luana Rondinelli e Silvia Bello.  La pièce, scritta da Luana Rondinelli nel 2011, è una storia tragico-amara di umiliazioni e offese declinate al femminile, in una Sicilia di ieri e di oggi, sempre uguale culturalmente.  Un lavoro estremamente scorrevole e molto diretto, che intriga lo spettatore, soffermandosi su un tema più che mai attuale, ovvero il peso delle bugie e dell’indifferenza sulle donne che subiscono violenza domestica. Le tre protagoniste, che si muovono, si agitano, si raccontano, con determinazione - su uno spazio scenico occupato solo da

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Viva la vida Frida Kahlo

È una drammaturgia, questa di Pino Cacucci per la compagnia “Assemblea Teatro” di Torino, che va oltre il teatro di narrazione, oltre la biografia pure affascinante di una donna che man mano ha acquisito nella coscienza comune la capacità di rappresentare il movimento verso la libertà del femminile, e che si dipana dipinta sulla scena come su una tela. Va oltre per rintracciare negli eventi di una esistenza, divenuta icastica forse troppo tardi, l'essenzialità della relazione tra vita e morte e insieme il paradosso che tale legame cela e che in Frida si fa evidente nella sofferenza che si ribalta in energia, nella morte che si ribalta in vita. Un paradosso che vede Frida, segnata nel corpo e nello spirito da un terribile incidente, farsi portatrice e custode, quasi una antica vestale, di una fiamma vitale che disvela come un cono di luce la realtà che la circonda e in cui il suo sguardo si pianta, forte e inattaccabile, come il ferro che l'ha trafitta. Una fiamma che infiamma, una fiamma che riscalda e brucia

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Amy storia di un naufragio

Joseph Conrad usa il racconto come una sonda per indagare l'animo umano, per penetrare quasi involontariamente e farci penetrare quasi senza accorgercene nell'essenzialità di una umanità che sembra essere sempre diversa ma in realtà riproduce sé stessa. Anche la narrazione che ha dato spunto e sostanza a questa bella drammaturgia di Valerio Nardoni per il “Teatro delle donne” di Firenze, lo conferma rivelando come dopo oltre cento anni il nostro modo di relazionarci con l'altro e con il diverso sia sempre intriso di ostilità e di diffidenza, quasi che la nostra identità fosse sempre messa in pericolo e non potesse prescindere da riti e sudditanze che il potere impone. È la storia di un naufragio, come nelle corde di Conrad, ed è il naufragio delle nostre coscienze che si inabissano

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Medea fine del mondo

Medea è maga che viene da lontano, dalla Colchide, terra barbara,  eppure è così profondamente radicata dentro di noi, al di là del genere, proprio perché per sua essenza e natura si trasforma in una immagine della mente, in un sogno in grado di accogliere e di giustificare, come in uno specchio di ciascuno di noi, i segni della nostra peripezia. Medea è il segno di un viaggio nella vita, del nostro viaggio nella vita, e ancor più del desiderio di ottenere il riconoscimento di una autenticità appunto essenziale che la vita spesso nega e che la società con le sue maschere, i suoi ruoli, le sue sudditanze al potere, e ora soprattutto al potere del denaro, quasi sempre disconosce. Nel viaggio di Medea si specchia anche, ma non solo, la contrapposizione tra maschio e femmina ma visto con gli occhi di un femminile che non si nasconde più e rivendica, ed è sintomatico che in scena l'uomo sia presenza solo con i suoi simboli fallici di guerra, potere e denaro. Ma in questa bella drammaturgia,

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