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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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Tango delle capinere

L’abbondanza e la regolarità della produzione teatrale di Emma Dante consentono a chi riflette su di essa e sul linguaggio di questa regista di registrare scarti, variazioni minime, innovazioni, riprese e soprattutto una complessiva evoluzione di senso che sembra di spettacolo in spettacolo più evidente. Si tratta di un lento percorso di ricerca sul senso della vita e di acquisizione, anche dolorosa, di saggezza e di adulta consapevolezza, nonché del dispiegarsi del necessario corrispettivo formale. Appare paradigmatico in questo senso l’ultimo lavoro che ha debuttato in prima nazionale il 13 Gennaio nella Sala Grande del Teatro Biondo di Palermo ed ha replicato fino al 22: si tratta de “Il tango delle capinere” con Sabino Civilleri e Manuela lo Sicco. Un piccolo gioiello teatrale che sviluppa e approfondisce, a qualche anno di distanza, l’intuizione drammaturgica contenuta nello spettacolo/frammento “Ballarini” contenuto nella cosiddetta “Trilogia degli occhiali”. Non è il caso di soffermarsi sul meccanismo drammaturgico, che del resto è semplicissimo e che è bene lasciar scoprire allo spettatore, laddove Civilleri e Lo Sicco dimostrano, ancora una volta, una solida struttura attorale e una

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I mille del ponte

È, questo, uno spettacolo, impostato su una intuizione del giornalista Pietrangelo Buttafuoco diventata drammaturgia per la penna di Massimiliano Lussana, che nasce da una idea interessante, e anche per certi aspetti intrigante, l'idea cioè di sovrapporre i “Mille” di Giuseppe Garibaldi che partendo dallo scoglio di Quarto hanno fatto l'Italia, con i “mille” (sono molti di più ma ormai “Mille” è un concetto piuttosto che un numero) che hanno fatto il ponte che c'è (quello di Genova San Giorgio) e che potrebbero fare, o almeno esserne di esempio, il ponte che non c'è (quello sullo Stretto di Messina), fatte ovviamente salve tutte le differenze di opinioni, le contraddizioni e le difficoltà varie di quest'ultimo (ma non è cosa che riguarda il Teatro, non direttamente almeno). Una invenzione narrativa suggestiva cui, però, è a mio avviso mancato un coerente ed efficace approfondimento. “I Mille del Ponte”, infatti, è una prova scenica a tratti piacevole ma meno brillante di quanto ci si sarebbe potuto aspettare,

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La leggenda del santo bevitore

Chapeau per Carlo Cecchi, in scena con tanti anni sulle spalle (ottantaquattro compiuti da poco) e gestualità sapiente, recita a memoria interi brani tratti dall’opera di Roth: “La leggenda del santo bevitore”. Ci sono due angeli che lo aiutano in questa impresa, (Roberta Rovelli e Giovanni Lucini) una lettrice e un barista, rappresentano il pubblico di un teatro nato per caso in un bar di periferia. Il testo di Joseph Roth, con la sua prosa poetica, ha regalato in poche pagine, limpide e asciutte, una storia affascinante che ha colpito già da molti anni, diversi lettori e amanti del cinema (il film di Olmi ha ricevuto 2 Nastri d'Argento, 4 David di Donatello, premiato al Festival di Venezia). Carlo Cecchi, con quella sua voce roca, quel suo tono ironico e distaccato, racconta la parabola del protagonista Andreas come un’inquietante discesa nel delirio, i suoi ultimi istanti di vita. Le scene essenziali e l’allestimento minimalista di Andrée Ruth Shammah, rendono la rappresentazione evocativa il sogno di un lungo

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Storia di un’amicizia

A partire dai quattro libri della serie romanzesca iniziata con il clamoroso successo di L’amica geniale, Chiara Lagani costruisce un copione che, suddiviso in tre parti, non vuole essere tanto una sintesi/bignami della tetralogia di Elena Ferrante, bensì un personalissimo eppure fedele approfondimento di quei momenti ovvero episodi giudicati particolarmente significativi e densi di risonanze individuali e collettive. Il prologo dello spettacolo – messo in scena con Luigi De Angelis e con Fiorenza Menni, quest’ultima coprotagonista sul palcoscenico – è il medesimo del primo romanzo e, come in quel caso, consente di avviare una narrazione che, da qui, procede quale lungo flashback, punteggiato da ellissi che, tuttavia, non compromettono coerenza e comprensibilità del racconto. La prima parte è incentrata sull’infanzia delle protagoniste – Lenù (Lagani) e Lila (Menni) – e, in particolare sull’episodio delle bambole – doppi inanimati e perturbanti delle due amiche – che è prescelto quale motivo unificante e ricorrente dello spettacolo stesso che, nella seconda parte, acquista anche maggiore estensione scenica. Ci spieghiamo: mentre l’esordio è agito quasi in proscenio, le attrici bianco-vestite di fronte al pubblico e immerse in una sorta di camera oscura, nella seconda parte il palcoscenico si apre a rivelare sul fondo un telo su cui sono proiettate immagini d’epoca – materiali provenienti

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Il cacciatore di nazisti

E’ l’ultimo giorno di lavoro al Jewish Documentation Center di Vienne, nel 2003. Una quantità infinita di schedari racchiude storie di vittime, in alcuni casi ci sono anche quelle dei carnefici. Solo 1.100 sono stati assicurati alla giustizia, «il 5%, non è un grande risultato», dice amaramente. Lui è Simon Wiesental, ebreo catturato a Leopoli all’arrivo dei nazisti, internato in diversi campi di concentramento e sterminio dove è riuscito a sopravvivere per una serie di fortuite circostanze del destino. Poi una vita intera dedicata alla ricerca dei boia delle camere a gas, per rendere giustizia a migliaia di vittime senza voce. Giorgio Gallione – autore e regista – porta “Il cacciatore di nazisti” al Teatro Franco Parenti (via Pier Lombardo, 14 a Milano, fino al 22 gennaio) per ricostruire la vicenda umana di Wisental ma soprattutto per affrescare un’epoca drammatica. Dagli schedari, in un infinito flash back, fuoriescono storie ormai celebri e iconiche, storie di vittime delle camere a gas e di boia catturati in modo spesso

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Don Giovanni a Soho

Quando Molière ha inteso utilizzare il già famoso personaggio creato da Tirso de Molina ribaltandolo in scena al fine di mettere in risalto, come nella sua cifra, l'ironia del comportamento umano e sociale nell'inevitabile contrasto tra ciò che è rappresentato e la sua stessa rappresentazione, è inciampato, forse suo malgrado, in un archetipo, in una sorta di idea platonica che alimenta le ombre del vivere.
Lo scandalo, in quanto inciampo, nasce dunque dal fatto di rappresentare un tale archetipo non tanto in quanto è, con la sua natura di superomismo un po' becero, di libertinaggio e di licenza travestita da pseudo-libertà, quanto attraverso l'ipocrisia di cui si alimenta e da cui è alimentato all'interno di società in fondo meschine. Un modo universale di rappresentare l'osceno, che naviga tra De Sade e Fassbinder per affascinare tra gli altri Pier Paolo Pasolini, che solo in commedia, con l'ironia e il conseguente distanziamento, trova una dimensione accogliente. Così, si potrebbe dire, Don Giovanni “è” per sempre, al di là della storia, ma è anche per sempre a disposizione di ogni epoca che voglia guardare dentro sé stessa, malleabile e adattabile come solo un universale sa essere, prendendo talora

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