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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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Battlefield

Raccontare la genesi di questo spettacolo, e soprattutto di questo testo, potrebbe condurci a ritroso nel tempo, fino al misterioso e atavico ricordo dell’origine del mondo. Raccontare questo “racconto di racconti”, trasformato in drammaturgia e in prodotto scenico, significa ripercorrere la natura profonda dell’umanità intera, perché BATTLEFIED, ossia “campo di battaglia”, ha inizio da una guerra, ma approda al teatro, mezzo artistico attraverso cui possiamo analizzare un prodotto di alta finitura, letto attraverso gli occhi di uno spettatore del XXI secolo. Se l’origine testuale e culturale di questo spettacolo rappresenta la base solida da cui partire, ciò che in questo contesto, ossia quello teatrale italiano contemporaneo, è imprescindibile, è sicuramente l’osservazione del prodotto scenico attraverso allegorie impregnate di molteplici e di importanti letture e riletture. Andiamo con ordine e a ritroso. Peter Brook, negli anni ’80, cura la regia del testo francese, poi tradotto in inglese, adattato

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M come Melies

Questa inconsueta drammaturgia che mescola con sapienza cinema e teatro, magia e avanspettacolo, ha un protagonista non dichiarato, ma visibile e ben percepibile, questo protagonista è l’immaginazione. Il giovane Méliès era, per così dire, portatore sano di questo benefico virus della mente, un virus che troppo spesso, traguardata la fanciullezza, si preferisce curare con sane dosi di realismo per non turbare troppo l’ordine costituito (molti anni dopo suoi pronipoti e proprio nella sua Parigi coniarono non a caso lo slogan “l’immaginazione al potere”). E per quelle strane coincidenze che, paradossalmente, fanno la storia coerente, al giovane Méliès fu messa a disposizione una invenzione in grado, per la prima volta nella storia, non di descrivere ma di realizzare l’immaginazione, di produrre appunto, scusate il bisticcio, la sua immagine. Questa invenzione, con buona pace di Monsieur de La Palice, è appunto il cinema, le cinemà, cui approderà Georges dopo turbinose esperienze,

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Stabat Mater

La drammaturgia contemporanea più volte si è ispirata alla figura della Madre dolorosa dello Stabat Mater, preghiera religiosa del XIII secolo (da Jacopone da Todi in poi si possono contare ben quattrocento compositori) numerosi anche gli allestimenti di donne sole in scena che si confrontano con il dolore della Madre. Maria Paiato, già protagonista di alcuni storiche rappresentazioni di Luca Ronconi, tra cui Celestina e Santa Giovanna dei Macelli, diventa la Madonna dei bassifondi di Antonio Tarantino. Parla, straparla impreca, lancia accuse contro il suo amante, contro i marocchini, contro le Istituzioni, i politici... ma in realtà ha un dolore profondo: suo figlio è accusato di terrorismo. Figlio anche di Giovanni, il suo amante e protettore che le aveva dato un appuntamento, lei aspetterà invano e intanto farà un bilancio della sua vita. Il dolore di Maria Paiato fra riso e pianto, nella visione scenica di Giuseppe Marino, prende forma non solo nella parola drammaturgica ma anche nella musica

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Sadismo di coppia

Il Teatro Mobile, come terzo lavoro in cartellone, ha proposto al Centro Zo di Catania la pièce di Francesco Maria Attardi, “Sadismo di coppia”, che vede protagonisti sulla scena Plinio Milazzo, Francesca Agate  e Francesco Bernava. L’atto unico, in circa 90', diretto in modo agile dallo stesso autore, punta, con un taglio ironico e leggero, sull’infedeltà di coppia nota o ignorata, scoperta o perdonata, sollecitando così il pubblico - anche attraverso un breve questionario anonimo al quale lo spettatore viene simpaticamente sottoposto ed alla fine letto dai protagonisti - e facendo tornare magari in mente recenti o lontani diverbi, litigi o dinamiche di coppia che spesso scoppiano all'improvviso o che si cerca, quasi  sempre, di soffocare per la tranquilla convivenza o per paura di far emergere scomode verità, dall'una o dall'altra parte. Sicuramente si potrebbe aprire un lungo ed articolato dibattito o prendere spunto da migliaia di testi per trattare la spinosa materia relativa ai tradimenti, alle insoddisfazioni, alle ripicche, ai comportamenti, all'ipocrisia tra uomo e donna, tra lei e lui. E la pièce di Francesco Maria Attardi parla appunto di questi due  universi che si incontrano e

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Il senso della vita di Emma

Anche con questa sua ultima espressione, la scrittura di Fausto Paravidino si dimostra capace di una profonda sintonia con quella sorta di rumore di fondo, confuso e talora angoscioso, che produce questa nostra società contraddittoria e liquida, ed è capace, come di consueto, di trarne alimento per un affresco, generazionale ma non solo, che tenta d coglierne il senso, o almeno un senso.
La storia di una famiglia, che copre oltre cinquant’anni della storia d’Italia, diventa così l’occasione o meglio il contenitore per potere leggere, come attraverso una lente di ingrandimento, la storia di una soggettività complessa, quella appunto di Emma che in quella famiglia nasce, una soggettività che si muta man mano in paradigma anche storico, anche sociale, anche metafisico se vogliamo, ma soprattutto psicologico ed estetico di una intera generazione, la cosiddetta generazione X, che tra l’altro è anche quella dell’autore. È in effetti nella storia di tre donne, Emma, sua madre e una vicina che racconta a sua volta di sua madre, che si sciolgono e si distillano le tentazioni di autobiografismo per allargare lo sguardo alle relazioni, e ai loro mutamenti, che vanno a comporre come un puzzle la

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Il maestro e Margherita

Emanuele Conte e Michela Lucenti continuano la loro intensa collaborazione, frutto evidente di una assonanza di sentire estetico che produce in scena un amalgama convincente tra diversi linguaggi espressivi, nel solco della più avanzata ricerca teatrale. Questa drammaturgia, liberamente ispirata all’omonimo romanzo di Michail Bulgakov, ne è ulteriore passaggio, un passaggio costruito appunto su sintonie profonde che riescono, paradossalmente, a trasformare le parole in gesti ed i movimenti coreutici in narrazione, mentre si sovrappongono nel transito scenico. È inoltre uno spettacolo con più piani espressivi e significanti, resi con efficacia dalla sovrapposizione e dal rimescolamento di quei diversi linguaggi, che con profondità colgono la pluralità dei mondi che il romanzo di Bulgakov e, prima di quello, il Faust di Goethe da cui a sua volta è evidentemente suggerito, attraversano e ci fanno attraversare, fuori ma soprattutto dentro di noi. È come se l’umanità dell’uomo, il suo esserci e il suo essere nella Storia quasi inconsapevole, potessero essere descritti solo nel confliggere di prospettive diverse e dissonanti, potessero cioè essere percepiti solo attraversando la prospettiva del

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