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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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La Malafesta

La prima didascalia di questa drammaturgia si conclude così: «in un luogo indefinito della Sicilia, una mattina di un giorno qualunque». Emerge uno degli elementi che caratterizza fortemente questo spettacolo, ossia il senso di indefinito che veste il luogo e il tempo. Dopo aver osservato la messinscena e dopo aver letto il testo, si rafforza sempre di più la convinzione che i livelli di lettura di questa drammaturgia siano molteplici, ma costanti. Sfumature, modi di dire, allegorie, metafore e similitudini arricchiscono il dialogo tra i due personaggi, i cui nomi contengono il senso profondo di tutto il discorso. Memore dei soprannomi verghiani, l’autore Rino Marino caratterizza fortemente i due personaggi maschili che interagiscono in una storia senza tempo e senza apparente finalità, attraverso modalità originali e grottesche che rivelano, invece, una tendenza didascalica dalle fattezze poetiche e surreali. Taddarita, vocabolo  siciliano ormai arcaico utilizzato per indicare il pipistrello, e

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Tango del calcio di rigore

Sono ormai numerose, soprattutto in questi ultimi anni, le drammaturgie che prendono spunto dalla narrazione del calcio, come fenomeno sociale e storico, o meglio dalle variegate e talora contraddittorie narrazioni del calcio, quale epifenomeno a cavallo tra esistenze singolari e collettività fantasticate o anche allucinate. Questa drammaturgia di Giorgio Gallione, e già il titolo ne è sensibile indicatore, è però in un certo senso, nella sua inattualità, anomala sia dal punto di vista strutturale e sintattico, andando oltre il teatro di narrazione per costruire una vera e propria peripezia scenica tra musica, recitazione e coreusi, sia da quello più spiccatamente narrativo perché allunga il suo sguardo di bambino sull'immaginazione di un paese che nel calcio, oltre la sua stessa consapevolezza, pare tuttora riconoscersi. L'Argentina in fondo è un paese immaginario o meglio è un paese immaginato, cioè perennemente costruito su sogni e aspettative che paiono nascere

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Antigone

È, questa interessante drammaturgia, un attraversare il confuso e tempestoso mare della contemporaneità, non per niente definita liquida da Zygmunt Bauman, sostenuti e quasi protetti dal vascello di uno dei più classici testi dell'antichità classica, quell'Antigone sofoclea che costruita sul sottile discrimine tra individualità e legge costituisce, attraverso i tanti secoli che ha transitato, una vera e propria miniera di suggestioni ed interpretazioni. Se di quel vascello mantiene fedeltà alla struttura narrativa, il lavoro dei drammaturghi produce una destrutturante revisione incistando e travestendo quel testo con i segni della nostra modernità, evidente ma insieme oscura, che proprio attraverso quel lavoro di smontaggio/montaggio assume nella profonda fedeltà e sincerità, come ha intuito Edoardo Sanguineti, rinnovati significati e rinnovata luminosità. Lo spettacolo può così accostarsi e scivolare prossimo ad alcuni tra i temi più significativi della società italiana, dalla violenza sulle donne alle migrazioni, dal modello Riace alle morti di stato, temi che nello schema etico ed estetico della tragedia di Sofocle trovano appunto una misura di paragone, un riferimento ed un giudizio soggettivo e

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Cucù

“L’Amore è come la casa, come il pane: non se ne può fare a meno, ci tocca di diritto”. Su questa frase si sviluppa, si incentra la breve ed intensa pièce “Cucù”, scritta e diretta da Francesco Romengo, prodotta da Officina Tea(l)tro di Palermo e messa in scena a Catania, nella sala del Teatro L’Istrione, diretto da Valerio Santi, all’interno della stagione di prosa “Così è se vi pare”. Il lavoro, premio miglior regia al Festival Teatri Riflessi nel 2015 e al Festival Nazionale di Teatro Città di Leonforte nel 2016, è interpretato da Nicola Notaro e Gabriele Zummo. Su una scenografia povera, ma d'effetto (una lampada, un’edicola votiva, l’insegna del negozio, un ring segnato di bianco che stabilisce lo spazio) e che contribuisce a raccontare l’esistenza dei due personaggi all’interno di una bottega - una “putia” di orologi - si muovono - in stretta simbiosi - Peppino, nevrotico e balbettante orologiaio e Nicola, garzone di bottega, vedovo e squattrinato, ma più propositivo ed aperto alla speranza ed

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Ragazzi di vita

Emanuele Trevi, drammaturgo, e Massimo Popolizio, regista, si incamminano per vie e viuzze delle borgate di una Roma che non esiste più, una Roma tragica e sofferente, infelice forse come l'attuale travolta da un insolito destino, ma di una infelicità diversa, la Roma che Pier Paolo Pasolini nel suo primo romanzo rappresentava con ferocia ma anche con affetto, un malinconico affetto che vedeva persistere in quella umanità giovane e vitale una ingenuità quasi bontempelliana, una ingenuità smascherante e sincera ma intrisa già dei segni della sua dispersione e disperazione nella modernità nascente. Erano e sono, quelle di Riccetto, Agnolo, il Begalone, Alvaro e tutti gli altri, i grumi di sangue e vita nascosti dietro le maschere che si facevano benevole in una Roma ufficiale,

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Ottocento

Se il novecento è il secolo breve, questo Ottocento firmato da Elena Bucci e Marco Sgrosso, potrebbe essere definito il secolo della grande letteratura, dei grandi personaggi e delle grandi tragiche figure femminili nate dalle penne degli autori francesi, russi, inglesi e americani. Come si accenna in alcune battute dello spettacolo è anche il secolo dei fermenti ideali e rivuluzionari e delle prime battaglie civili, dell'arte figurativa che prende strade diverse, dopo l'invenzione della fotografia, da quella di  ritrattistica della natura, il secolo della rivoluzione industriale e delle ingiustizie sociali, il secolo della crisi delle monarchie. Ma il notevole lavoro di scrittura scenica di Bucci e Sgrosso s'incentra, in questo spettacolo, soprattutto sui grandi romanzi e il teatro dell'ottocento, immaginando una coppia che esplora le stanze di un vecchio palazzo incontrando gli spiriti dei personaggi di Ibsen, Dumas figlio, Cechov, Tolstoj, Bronte, Mann e Dostoewskj, i versi di Emily Dickinson e Charles Baudelaire, le atmosfere dei racconti gotici di Poe e Mary Shelley. I due attori rivivono in scena quei grandi romanzi, i racconti e i personaggi, raccontandoli con maestrìa o interpretandone drammaticamente alcune scene, con un sottofondo musicale molto discreto e con una sobria drammaturgia di luci ed immagini proiettate sul fondoscena. Il viaggio fantastico in quel mondo lontano, ma con tanti echi che giungono al presente, non solo per il posto che almeno alcune di queste opere occupano nella vita di ciascuno di noi, è intenso ed avvolgente, suggestivo e in alcuni momenti coinvolgente. Forse lo spettacolo potrebbe anche essere più potente se le musiche non fossero solo il tappeto per il recitato ma, a tratti, ne prendessero il posto e se venissero utilizzate maggiormente le immagini sullo sfondo. In conclusione, molti applausi per due grandi attori al servizio della grande letteratura dell'ottocento.

CTB Centro Teatrale Bresciano
collaborazione artistica Le Belle Bandiere
OTTOCENTO
progetto, elaborazione drammaturgica Elena Bucci e Marco Sgrosso
interpretazione Elena Bucci e Marco Sgrosso
regia Elena Bucci, con la collaborazione di Marco Sgrosso
disegno luci Loredana Oddone
drammaturgia e cura del suono Raffaele Bassetti
spazio scenico Elena Bucci
macchinismo Carlo Colucci
assistente all'allestimento Nicoletta Fabbri
collaborazione ai costumi Marta Benini
realizzazione Manuela Monti
foto di scena Umberto Favretto

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