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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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L’appuntamento ossia la storia di un cazzo ebreo

Non è semplice scrivere di questo spettacolo. A cominciare dal titolo, nella prima metà drasticamente anonimo, nella seconda quasi fastidioso. Ma bisogna andare con ordine. Tutto comincia con Katharina Volckmer e il suo bestseller pluripremiato, che prende il volo dalla sensibilità tedesca attuale per tratteggiare linee dissacratorie su aggregati storico-culturali-sessual-identitari a base di Hitler-ebrei-sesso-transizione. Poi arriva il Teatro Franco Parenti, che sa essere un occhio acuto sul mondo editoriale soprattutto quando si profilano storie di urgente contemporaneità. Nasce così “L’appuntamento ossia la storia di un cazzo ebreo” (via Pier Lombardo, 14 in scena fino al 16 ottobre 2022) per un’idea di Andrée Ruth Shammah, ossia il vero cuore pulsante di questo colosso del teatro

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Le vie dei campi - Battiti

Un piccolo pullman, una ventina di persone e due accompagnatrici in nero: accanto all’autista Carlot-ta, musicista e cantante; in fondo, una benda rossa sugli occhi, l’attrice Roberta Bosetti. La partenza è dal centro storico di Vercelli: gli spettatori-viaggiatori chiacchierano finché, imboccando la strada che porta fuori città, una musica discreta invita implicitamente al silenzio e all’attenzione. Roberta si alza e attraversa il bus, iniziando a condividere memorie e pensieri: l’infanzia a Vercelli, quando andare a visitare la risaia di famiglia era un’eccitante gita domenicale, annebbiata appena dalla caccia e dall’uccisione delle rane – le zampe spezzate – in cui la coinvolgeva il nonno; ma anche il soffermarsi sulle esperienze che ci hanno plasmati, sulle persone e gli oggetti che, quasi senza accorgercene, abbiamo smarrito. L’attrice si toglie la benda e, insieme ai suoi temporanei compagni di viaggio, osserva il paesaggio: le risaie non più allagate con le piantine pronte per il raccolto, gli innumerevoli ed elegantissimi uccelli marini che paiono averle pacificamente colonizzate. Il pullman arriva a un piccolo ponte e qui la suggestione tarkovskiana finora sotterranea si fa avanti in superficie: Roberta

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Secret Life – Vita segreta degli umani

Jacob Brunowski, per amici e familiari “Bruno”, nacque in una famiglia polacca che presto abbandonò il paese per trasferirsi in Gran Bretagna dove egli si laureò in matematica. Bruno fu uno scienziato atipico e versatile, capace di far convivere armoniosamente le scienze con la poesia, gli scacchi e la filosofia. Egli fu anche una sorta di Piero Angela britannico, partecipando a varie trasmissioni di divulgazione scientifica per la BBC e realizzando nel 1973 la famosa serie The Ascent of Man, dedicata all’evoluzione dell’essere umano. Un personaggio affabile e rassicurante, colto e curioso e che, nondimeno, celava un’opaca vicenda del proprio passato, ovvero la propria collaborazione, durante la Seconda guerra mondiale, a un progetto segreto finalizzato a ottimizzare i risultati dei bombardamenti alleati sulle città tedesche. Ed è proprio su quell’esperienza che si concentra il play dell’inglese David Byrne – drammaturgo e regista, fondatore del londinese New Diorama Theatre - scritto nel 2018 e ora

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Apologia di reato

L’attore, regista ed autore messinese Antonio Caruso, in occasione  del trentennale della sua iscrizione alla Siae, ha messo in scena l'atto unico “Apologia di reato”, nell’incantevole scenario del “Bastione degli Infetti”, in via Torre del Vescovo 3, a Catania, regalando alla città ed al suo pubblico un momento di riflessione e qualche sorriso, affrontando varie tematiche che coinvolgono gli esseri umani, come attori o pubblico o come semplici e fugaci apparizioni in questo mondo. La pièce, in circa sessanta minuti, induce alla riflessione su numerosi aspetti del nostro essere come la comunicazione, la solitudine, la difficoltà nel prendere determinate decisioni, l’importanza di capire e far capire l’essenzialità del proprio lavoro. Il testo di Antonio Caruso racconta, anche attraverso il sorriso, di una

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Gradiva

Una fantasia pompeiana, ovvero come e quando immaginazione e fantasia si sovrappongono alla realtà, non per annullarla ma bensì per svelarla, per rintracciarne il suo più profondo significare in noi e di noi, un significare che altrimenti mai intercetteremmo, ancor più ove parte di un coerente processo estetico e artistico. La realtà infatti talvolta distrae (da noi stessi) assai più della fantasia, e dei sogni che ne sono la notturna strutturazione interiore, e invece seguire il filo di questa o queste fantasie, anche quando appaiono casuali, anzi proprio quando appaiono casuali ovvero junghiane coincidenze, ci conduce spesso alla sincerità interiore ed, insieme, ad una più elaborata (in senso proprio) consapevolezza esistenziale. È questa una drammaturgia dalla doppia e intrecciata ispirazione, che si alimenta da una parte della famosa

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Storia di un cantastorie

Ovvero la vita, breve ma intensa, di Giuseppe Cereghino detto “Scialin”, contadino e appunto cantastorie, con tutta la sua famiglia originaria di un piccolo paese nella ligure Valfontanabuona che dalla città di Chiavari si insinua nell'appennino fino al suo spartiacque. Ma soprattutto la vita di un eretico (parola che improvvisamente irrompe in scena a segnare il suo cambiamento), quasi suo malgrado, forte nella sua fede valdese pur nell'isolamento e nella paura che una comunità bigotta spingeva contro questa famiglia. Una famiglia che, nel suo girovagare invernale (quando i campi riposano) tra le fiere di Liguria e del Piemonte, aveva casualmente incontrato quella fede 'diversa' e se ne era impossessata per la semplicità del suo aderire e illuminare la vita di tutti i giorni, forte delle proprie limpide convinzioni ma senza la pretesa di convincere. Giuseppe si innamora ricambiato di Vittoria che però è cattolica e nella generale ostilità i due cercano di rendere quel legame, come i manzoniani Renzo e Lucia, regolare e onesto nonostante tutto,

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