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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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Il figlio della tempesta

“...E tutto quello che vedrete/vivrete fuori di qui sarà più falso di quello che avrete visto qui!”. Così recita ad un certo punto dello spettacolo Armando Punzo, che ne è l'ideatore insieme al musicista Andrea Salvadori, quasi a lanciare al pubblico l'indicazione di una scelta artistica, quella della ricerca di una verità umana più autentica, libera dalle sue prigioni, di una una sincerità più sincera, verrebbe da dire. La scelta e la posizione estetica che hanno caratterizzato trent'anni di attività del “Teatro della Fortezza” inventato in una piegatura occasionale della vita di Punzo approdato quasi per caso nel carcere Fortezza di Volterra. Questo l'oggetto, e anche il senso intimo, del progetto drammaturgico che vuole ripercorrere i trent'anni di attività creativa di quel gruppo, eccezionalmente composito e straordinariamente variabile, che ne costituisce il nucleo in perenne e paradossale (trattandosi di un carcere) movimento, oltre ogni tentazione celebrativa e al di là di ogni equivoco

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L'eccidio

La sottile linea nera che disegna una canna sullo sfondo di una palude che si vorrebbe ora prosciugata, circonda in scena le parole di narratori, protagonisti e poeti e ci rammenta quanto è sottile il confine tra la vita e la morte quando l'umanità tramonta e lascia spazio alla indifferenza e alla banalità sorda e ottusa che sempre accompagna la brutalità della guerra. Siamo nel Padule di Fucecchio, tra Firenze, Pisa e Pistoia, nell'agosto del 1944 mentre l'esercito tedesco e nazista si ritira accompagnato dai suoi collaborazionisti fascisti, e tra quelle paludi e quei canneti, rifugio di uomini in fuga e donne disperate, si consuma uno degli eccidi più gravi, anche se non tra i più noti, della seconda guerra mondiale con l'efferata uccisione di 174 persone tra uomini, donne e bambini. Ma potremmo ugualmente essere nel Vietnam diviso degli anni 60, oppure nella ex Jugoslavia dilaniata dall'esplodere di una convivenza che sembrava solida, o addirittura nel Burundi di vent'anni fa mentre si consumava un genocidio dai contorni quasi insostenibili. È questa, infatti, una drammaturgia che, trascritta per la scena dal bravo Andrea Mancini su un testo/inchiesta condotto sul campo di Riccardo

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Un quaderno per l’inverno

La poesia salva la vita? Qualcuno desidera fortemente crederci.  Un quaderno per l'inverno, testo per due attori in tre scene, pone domande «sulla scrittura e la sua possibilità di incidere direttamente sulla realtà: la forza miracolosa della poesia, non come semplice esercizio di tecnica letteraria, ma per la dirompente carica vitale che suscita, nonostante tutto, nelle persone». Armando Pirozzi, ci regala, con questo testo, immagini di stupore, riflessioni di rara semplicità, su ciò che è veramente necessario nella nostra vita, spesso immersa nel consumo inutile. La scrittura poetica del dialogo, a volte serrato, a volte muto fra i due protagonisti, scorre fino all’epilogo finale che non ha fine. La regia di Massimiliano Civica con delicatezza e sensibilità chiude la scena fra un tavolo bianco e due

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Il Natale di Harry

La nostra contemporaneità, liquida e imprigionata nelle tanto rigide quanto astratte leggi del denaro, è riuscita per questo ad inventarsi e a strutturare una modalità della solitudine, un modo cioè di esserci e sentirsi soli, molto particolare e prima sconosciuto, ma anche destrutturante e dunque molto angoscioso e doloroso. Non più veicolo di conoscenza, o passaggio ad altri e più profondi livelli di una coscienza posta di fronte alle pulsioni dell'inconscio, ma bensì, sotto il segno espiatorio dell'esclusione sia sociale che soggettiva, la solitudine è diventata una sorta di dispersione della coscienza stessa, disancorata anche dalle maschere illusorie di una presunta felicità promessa, e perduta nelle secche di una totale inconsistenza e di una straniante irrilevanza e invisibilità. Di questo narra a mio avviso la drammaturgia, intelligente e feroce, di uno Steven Berkoff che non fa in alcun modo sconti alla nostra voluta distrazione e indifferenza, drammaturgia riproposta in una nuova interessante produzione del Teatro della Tosse di Genova. È infatti la storia di un contesto più che di un individuo, perché è un contesto in cui individualità come concetto e individuo come persona appaiono

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Alla furca

Un’amara interrogazione sul potere e sul male che ne può derivare, una anamnesi severa, senza sconti su quanto si è (stati) capaci di commettere e tramare pur di raggiungerlo e mantenerlo quel potere, un atemporale ri-attraversamento  dei territori del male senza temere di sporcarsi nel fango: è forse così che può sintetizzarsi “Alla furca”, lo spettacolo che, scritto e diretto da Orazio Condorelli e prodotto dalla Fondazione Teatro di Noto “Tina Di Lorenzo”, vede in scena Salvo Tringali in una prova d’attore controllata, ben ponderata ma intensa e di sorprendente efficacia. Si tratta di un lavoro che associa con straniante originalità, nel gesto della deposizione giudiziaria di un mafioso (evidentemente ci si è ispirati a Vittorio Mangano, il mafioso stalliere della residenza di Berlusconi ad Arcore con tutto il resto che ne è conseguito), tre elementi di grande interesse: la parabola del potere di un piccolo potente di provincia (un prepotente e violento che vede solo se stesso ed ha, nella soddisfazione dei suoi desideri, la sola misura del mondo), una parabola ambientata in un indistinto medioevo, raccontata e rivissuta in prima persona ed espressa, infine, in una lingua che è uno strano e saporito

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La fine della fiera

Dopo otto anni e mezzo torna al Teatro Cometa off di Roma, con una diversa distribuzione ma identica regia, "La fine della fiera" spettacolo scritto da di Daniele Prato e Francesca Staasch. Si tratta di quattro monologhi di altrettanti personaggi che non hanno nulla in comune l'uno con l'altro se non ciò che si scoprirà solo alla fine. I racconti dei quattro personaggi si alternano come una lunga staffetta procedendo verso ciò che sembra essere il cuore delle singole storie. Ma la scrittura, ellittica ed ermetica, e per questo estremamante efficace ora nel fornire indizi ora nel disorientare l'ascoltatore, coinvolge molto gradualmente, quasi con discrezione, proprio come farebbe qualcuno che ha la necessità di essere ascoltato ma allo stesso tempo il pudore di rivelarsi. Nel programma dello spettacolo si parla di quattro confessioni anche se in realtà solo in due delle storie emerge quella che, stricto sensu, potrebbe a pieno titolo essere definita come tale. Ma per ogni essere umano la cui vita è un

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