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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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Cinque donne del sud

Una grande prova d'attrice quella di Beatrice Fazi, in scena al Teatro 7 di Roma fino al 22 aprile con lo spettacolo scritto e diretto da Francesco Zanni "Cinque donne del sud". Il testo dell'autrice e regista romana crea un habitat perfetto per un'attrice con tecnica, energia e versatilità, arricchita da innata simpatia e spontaneità. Le cinque donne del titolo sono la discendenza di Crocifissa, una donna nata nel 1887 a Roccadaspide, paesino montano in provincia di Salerno, e morta a soli 46 anni al suo undicesimo parto. Proprio Raimonda, l'unica figlia che non l'ha conosciuta, prosegue la storia emigrando a New York alla ricerca del padre. C'è poi la storia della figlia di Raimonda, e così via fino alla quinta generazione, ai giorni nostri. Cinque vividi ritratti che ci mostrano caratteri ed esperienze in epoche e

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The Aliens

Prodotto da Khora Teatro/Pierfrancesco Pisani  è andato in scena al Centro Zo di Catania, come quarto appuntamento della seconda stagione di Teatro Mobile, diretta da Francesca Ferro, l’atto unico del premio Pulitzer Annie Baker “The Aliens”, tradotto da Monica Capuani e diretto da Silvio Peroni, reduce dai consensi ottenuti al Teatro dei Filodrammatici di Milano, al “Brancaccino” di Roma, a Caserta, Napoli ed altre piazze italiane. Al centro della pièce, di quasi due ore, della drammaturga statunitense Annie Baker, del 2010 e pluripremiato nell’Off-Brodway, giovani trasandati, barba lunga, che bivaccano senza idee e rimuginano su fatti e pensieri passati, che bevono, dormono e fanno riferimento, nei loro frammentari dialoghi, a gruppi musicali, a canzoni ed a versi di Bukowski. Protagonisti  della pièce sono degli “alieni”, ma non perchè provengono da un altro pianeta, ma in quanto alienati, che si autoescludono dalla vita, galleggiando senza mai decidere nulla, nel loro mondo di sbandati e fuori dal coro.  Su una scenografia povera e che vede - in una sorta di retro di un bar caffetteria – solo un paio di cassette di plastica, una porta in orizzontale a fare da tavolo, delle

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Qualcuno volò sul nido del cuculo

Prima il romanzo di Ken Kesey, poi l'adattamento di Dale Wasserman e in questa versione teatrale si é aggiunto anche la trasformazione di Maurizio de Giovanni. Al teatro Elfo Puccini di Milano (corso Buenos Aires, 33) é in scena fino al 15 aprile "Qualcuno voló sul nido del cuculo", spaccato di vita di manicomio. La regia di Gassman é molto narrativa e ama indulgere sui dettagli comportamentali dei personaggi, grazie all'adattamento di de Giovanni che trasla la vicenda in un manicomio di Aversa nel 1982. La struttura resta invariata, si inseriscono nella vicenda pennellate di vita italica di inizio Ottanta, tra mondiali di calcio e riferimenti dialettali e sociali sullo sfondo. Che senso ha raccontare a teatro ancora oggi una vicenda così nota e rappresentata, anche grazie al cinema? Il pregio di una

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War Game

La guerra a teatro è sempre una faccenda complicata. Come portarla in scena? Guerra è prima di tutto violenza, la quintessenza dell'osceno, nel senso stretto del termine di ciò che è irrappresentabile e che quindi deve stare fuori dalla scena. Armi, spari, lotte, morti sono qualcosa che a teatro non funziona, per quanto la bravura degli attori e dei registi provino il modo migliore per rappresentarli. E allora? Veruska Rossi, Riccardo Scarafoni e Guido Governale volevano parlare di guerra anzi, cogliendo anche l'occasione del centenario della sua fine, della Grande guerra. Come rappresentare l'irrappresentabile? Come parlare al mondo di oggi di un argomento che sembra davvero distante, e non solo per l'intero secolo passato da allora? La soluzione peoposta in War game, in scena al Teatro Ghione di Roma fino al 22 aprile, è brillante. La soluzione è già nel titolo. L'inglese, prima di tutto, non guerra ma "war". L'inglese come lingua unica di un mondo, quello dei giorni nostri, globalizzato e uniformato nei consumi. Un grande mercato dove termini universali tentano di scavalcare le differenze culturali e la ricchezza peculiare di ogni singolo popolo. E poi "game" gioco, la

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Dr Nest

Un teatro e una drammaturgia senza parola, questa, eppure risuonante di una sintassi significativa talora più profonda di ogni discorrere intorno alla mente umana, una mente che, si sa, vive di immagini che tentiamo in continuazione di tradurre in parole, quasi costringendole in una grammatica consolatoria che ne ritracci e rintracci l'angoscioso e angosciante fluire. La compagnia tedesca Familie Floz si pone e ci pone di fronte a tutto ciò, narrando di una casa di cura psichiatrica che in realtà è metafora del nostro sforzo di dare regole ed ordine, narrandolo, al tempo senza tempo delle nostre profondità.
Non prende posizione il drammaturgo, non fa diagnosi e non da spiegazioni, cerca solo di mettere ordine, di dare un ordine estetico a tutto quanto scorre, quasi rivendicando una regola, una regola ovvero le regole necessarie perché tutto ciò che è oscuro diventi conoscibile. Per fare questo usa con sapienza la maschera che all'apparenza fissa una espressione ma che, paradossalmente, nel fluire

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Desdemona non deve morire

Torna al teatro della Corte, ospite dello Stabile di Genova, la Compagnia degli Scatenati nome quasi inevitabile per una meritoria iniziativa del Carcere (pardon Casa Circondariale) di Genova Marassi, che per i l terzo anno consecutivo tenta di elaborare in drammaturgia il rapporto della Società con la violenza a partire da quel particolare sguardo di chi la violenza ha esercitato ed ora, con la reclusione, quella violenza sconta e subisce. Questa volta, come il titolo suggerisce, è la violenza di genere ad essere indagata, una violenza purtroppo giornalmente agli oneri della cronaca non solo nera, in una rivisitazione che fa della gelosia indagata nell'Otello di Shakespeare la chiave da cui dedurre la crisi di un ruolo maschile incapace di liberarsi dall'ossessione del possesso che alla fine

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