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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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Festival Opera prima 2020 il diario

Quando la voglia o, meglio, l'esigenza di esprimersi degli artisti si incontra con la necessità di una comunità di ritrovare il teatro, il proprio teatro, luogo ineludibile e insostituibile di consapevolezza e profondità, snodo e punto di caduta di un processo di identità che, prima e insieme al suo essere collettivo, è soggettivo e spesso 'singolare'. Un luogo, un punto di incontro capace di sviluppare ancora più forza proprio in circostanze straordinarie ed eccezionalmente avverse, sui cui è ormai superfluo ritornare. Eccoci dunque a Rovigo per questo festival che, come i tanti che ho in questi mesi incrociato sulla mia strada, ha voluto esserci di nuovo con una edizione un po' rimaneggiata forse, ma che nel complesso nulla ha da invidiare alle quindici che l'hanno preceduta, anzi. Un festival, come sua cifra consueta, organizzato in tre sezioni, “generazioni” che ospita compagnie consolidate di respiro europeo, “opera prima, segnalazioni” che accoglie compagnie e spettacoli che le prime

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Io, trafficante di uomini

È uno spettacolo questo che, entrando per così dire nella carne stessa di un Festival dedicato a donne, isole e frontiere, riesce ad efficacemente evitare i rischi che talora contraddistinguono il teatro di narrazione ed il teatro inchiesta, e cioè una certa ritualità come di messa cantata cui si assiste per consuetudine anche partecipata ma che si dimentica non appena usciti dalla chiesa, e quello altrettanto grave della spettacolarizzazione mediatica dell'evento che invece caratterizza molta stampa, anche con le migliori intenzioni, e molta politica, questa forse con intenzioni meno buone. Ci riesce, a mio avviso, perché porta dentro al suo stesso transito scenico esistenze in tutto ciò direttamente implicate, siano persone che fuggono da situazioni ormai insostenibili, o siano appunto i trafficanti che illegalmente ne organizzano la fuga. Così, attraverso questa figura tragica e insieme piena di speranza della giovane fuggitiva, Lucia ora finalmente al sicuro che si racconta al giornalista narratore, non

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Vecchia sarai tu!

Tre donne, o meglio una unica esistenza femminile vista nei suoi canonici attraversamenti, tra giovinezza inattuata, maturità irrisolta e vecchiaia, senza aggettivi perché in questa nostra affannata contemporaneità la vecchiaia è sparita da ogni monitor, da quasi ogni radar artistico e culturale, anzi sembra non essere proprio mai esistita. Eppure, questa interessante drammaturgia, la vecchiaia ce la mostra, con una lucidità ammirevole e rara e insieme con una tenerezza ed una ironia non abituali, e ce la mostra non solo come esito inevitabile del vivere di ognuno, ma anche e soprattutto come pietra di paragone direi, luogo di giudizio in cui precipita e dovrebbe trovare coerenza il senso stesso della vita. Proprio nella efficace sovrapposizione di queste tre età, viste con occhio e sensibilità femminile ma aperta e chiara a tutti, uomini o donne non importa, e nel distacco ironico che favorisce, la scrittura scenica trova la sua coerenza. I 'luoghi comuni' dunque di ognuna delle tre età diventano così scandagli, per penetrare identità condivise ma anche singolari e uniche anche per la capacità di specchiarsi l'una nell'altra, e le nostre nelle loro. La giovane colta e precaria a 600 euro al mese per

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Elena

Elena la fascinatrice, Elena la traditrice, Elena l'amata, Elena l'odiata, Elena la “mutaforme”, Elena distruttrice di uomini e di flotte e per la quale “achei e troiani sopportano diuturne fatiche”. Ma non è questa la Elena che Elisabetta Pozzi porta in scena, traslandola dal bellissimo poemetto di Ghiannis Ritsos nella efficace e musicale traduzione di Nicola Crocetti, bensì è una Elena tout court che, resistendo al tempo e al mito che l'ha determinata, perdendosi ha finalmente  ritrovato se stessa. È dunque in scena Elena uscita dal tempo, Elena che il tempo ha sconfitto alle soglie della morte, è infine colei che al tempo ha resistito e persiste nonostante tutto, non più vicenda che si racconta ma infine sentimento essenziale che supera il suo stesso mito paradossalmente e ironicamente inverandolo. Può guardarsi e può guardare il passato perché è altra, diversa e insieme fedele a se stessa. Nelle sue parole tornano, come residui di un naufragio, i suoi amori e gli uomini che li hanno

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Orapronobis

Ci si emoziona il doppio, in questa estate che segue al lockdown e alla conseguente, dolorosa, chiusura dei teatri, se ci si trova ad assistere non già a un lavoro purchessia, a qualcosa che dia un segno di speranza e ripartenza (che già non è poco), ma di fronte a uno spettacolo teatrale vero e proprio: vero per l’autenticità della concezione e della scrittura, vero per l’intensità della messinscena e della prova d’attore. È quanto si è visto il 25 luglio scorso, nel contesto delle Orestiadi di Gibellina (alla trentanovesima edizione e ancora guidata da Alfio Scuderi), con lo spettacolo “Orapronobis” scritto e diretto da Rino Marino e interpretato da Fabrizio Ferracane. Drammaturgia, regia e interpretazione che si dispiegano integralmente nel ruvido e tagliente dialetto siciliano di Castelvetrano.
Diciamo subito che si tratta di un lavoro interessante per la concezione e per le tematiche e che l’interpretazione di Ferracane, generosa e totalmente all’altezza della difficoltà del testo, sa restare vigile nell’evitare ogni possibile caduta nel patetico o nel pittoresco. Dapprima a dispiegarsi sulla scena (spoglia, oscura, illuminata per squarci e con sensibilità pittorica) è una richiesta di ascolto e di

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Sono sempre i migliori quelli che se ne vanno

A volte il teatro ha un volto diverso, forse inaspettato. A cominciare dalla rilevanza che assume il contesto. In questi mesi la morte aleggiava tra di noi, e ancora è qui a far sentire la sua voce, soprattutto in alcuni territori italiani molto colpiti dal male invisibile che viene da lontano. Aggiungiamoci una abbazia toscana antichissima, nella campagna di ulivi e tradizioni, e c’è chi giura che sia la più antica della toscana. A giudicare dalle vicende che hanno segnato la storia di Abbadia a Settimo, si direbbe proprio che sia così, tra fioriture e decadenze, trasformazioni del chiostro in abitazioni private e recupero certosino di strutture e ricchezze. Poi ci sono loro, quelli della Compagnia delle Seggiole. Nata oltre venti anni fa, si è fatta conoscere per il teatro di parola dalle scenografie scarnissime. Prima fu la volta dei gialli e poi la svolta qualche anno fa, con pièces collegate con la storia del luogo di rappresentazione. E che luoghi! Dal corridoio vasariano a Santa Croce fino alla nostra Abbadia a

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