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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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La Guerra di Ruggine

L’atto unico “La Guerra di Ruggine” di Antonello Capodici, proposto al Teatro ABC di Catania, all’interno della rassegna del Teatro Mobile, prodotto da In Arte, riesce in modo brillante, leggero e piacevole, a mettere insieme, a far scorrere in parallelo, il fantasioso mondo del calcio con la vita di tutti i giorni, con l’esistenza di un giovane alle prese con il suo percorso, con il suo amore, con le sue aspettative. Con la regia di Antonello Capodici e la direzione musicale di Aldo Giordano, la pièce in circa novanta minuti, tra musica ed acute riflessioni, accosta alla vita del protagonista l'universo calcistico e del pallone, spesso legato al destino di un uomo e una donna, di una storia, incastonato in un periodo

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Macbeth, una magarìa

Vincenzo Pirrotta ha creato negli anni del suo intenso percorso un particolare linguaggio artistico (timbro, sonorità, presenza scenica, potenza coloristica) che lo caratterizza, lo connota qualunque tipo di spettacolo scelga di realizzare. Chiunque lo abbia visto in scena sa bene di cosa si parla: ciò che colpisce maggiormente è la potenza del suo linguaggio teatrale. Ovviamente si tratta di una considerazione che vale per questo artista ma, mutatis mutandis, potrebbe adattarsi a qualunque artista degno di questo nome. Nel lavoro di Pirrotta però vi è un dato ulteriore su cui occorre riflettere e che occorre chiarire. Se un artista decide di fare della cultura popolare e dialettale il bacino di senso privilegiato da cui attingere energie e materiali per le sue creazioni, si pone in una prospettiva rischiosa sotto diversi profili: la difficoltà o persino l’impossibilità di leggere la

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Settanta... ma non li dimostra

Un vero e proprio tuffo emozionale, tra musica, ricordi, canzoni e cabaret, nei fantastici anni Settanta con lo spettacolo dal titolo "Settanta...ma non li dimostra" di e con Gino Astorina e Vincenzo Spampinato in scena fino al 26 Febbraio nella sala del Teatro Brancati di Catania, all’interno della stagione teatrale 2016-2017. In circa 90’ l’atto unico comico musicale vede i due protagonisti, il cantautore Vincenzo Spampinato e l’attore e cabarettista Gino Astorina ragionare proprio sulla musica, sulle mode, sui pruriti e sulle fantasie di quei favolosi anni Settanta, accoppiando ironia e comicità musica e le riflessioni. Lo spettacolo mette assieme l'anima musicale e poetica, i ricordi, di Vincenzo Spampinato e l'animus da comico disturbatore di Gino Astorina. Spampinato, alla chitarra, fa ascoltare diversi e celebri brani di Baglioni, Battisti, Morandi, Nada, Fossati, Dalla, dei Beatles, dei Rokes, dei

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Tre alberghi

Tre monologhi in tre alberghi e un fattorino che passa, spolvera e riordina cercando di mettere ordine nella vita delle persone e di un sistema economico sociale che lascia sempre indietro gli ultimi. Serena Sinigaglia, con la fantasia e la coerenza scenica che contraddistingue il suo fare teatro, ambienta il testo di Jon Robin Baitz fra scatole di latta e fili di metallo che rappresentano le prigioni sociali e mentali dei protagonisti ma anche le nostre. Ken e Barbara hanno un passato da attivisti per la solidarietà e la pace nel mondo, attenti ai valori di comunità e ai diseredati.  Ma improvvisamente tutto il loro mondo cambia quando Ken decide di lavorare per una multinazionale di prodotti di prima necessità;

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I Negri. La Scarnazione

La compagnia catanese Cuori Rivelati, guidata dalla regista ed attrice Elena Rosa, ha presentato al Centro zo di Catania, in apertura della rassegna “AltreScene 2017”, la pièce "I Negri. La Scarnazione". Il lavoro, che ha debuttato a Officine Caos di Torino "Per un Teatro Contemporaneo", prende spunto dal testo di Jean Genet "I negri" e la regista ed interprete Elena Rosa ha costruito una drammaturgia che colpisce per una esaltazione delle sagome, dei corpi, di una essenzializzazione del gesto che mira ad isolare, a fissare quella sparizione della pelle fino al colore puro della scarnazione.  La pièce vede in scena tre coppie che, tra ombre e luci, riflessioni e silenzi, musica e movimenti si confrontano,

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Maryam

Forse, in questo nostro universo così confuso e contraddittorio, solo la brace di uno sguardo laico può illuminare ancora il mistero che la fede o meglio le fedi custodiscono e (loro malgrado?) irrigidite nelle loro certezze tramandano, il mistero cioè della divinità dell’uomo ovvero della umanità di Dio e ancor più il mistero di quell’energia metafisica, l’amore, che li attrae e li lega ma insieme appare trascenderli entrambi. Maryam, la nostra Maria nella locuzione araba, appare al centro di questo mistero, anch’essa forse suo malgrado, anzi ne è lo snodo essenziale incorporandone i poli nella sua saggezza ingenua e profondamente femminile, lo snodo che pone il mistero e lo preserva nella sua forza perché non lo risolve. Non a caso e forse proprio per questo Maria costituisce da sempre la figura su cui si interseca e si sovrappone la devozione femminile sia cristiana che

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