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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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Amare cannibale

Ciò che si ritiene, nella condizione umana nel suo complesso, naturale è spesso essenziale e irriducibile ma altrettanto spesso non è facile né da praticare né, tanto meno da raccontare anche solamente a se stessi. Questa drammaturgia di Mariagrazia Pompei, giovane attrice diplomata alla scuola dello Stabile di Genova e qui alla prova della scrittura, è un lodevole tentativo di farlo, a partire dall'ineludibile momento fondativo della vita, quello del concepimento e della nascita. È innanzitutto una drammaturgia nata da un confronto, con se stessa e con tante altre donne direttamente interrogate o che suggeriscono sullo sfondo della storia con icastiche citazioni, un confronto chiamato a districarsi tra i mille luoghi comuni che, come le sbarre di una prigione, hanno preteso e tuttora pretendono di normare (socialmente, politicamente, patriarcalmente anche) un comportamento che invece potrebbe e dovrebbe essere illuminato fino in fondo dalla luce della libertà sia personale che relazionale. Non è facile dicevo ed in effetti non sempre riesce a sfuggire a queste irrigidite suggestioni, quasi valessero in sé senza neanche necessità di essere accettate, suggestioni che influiscono sullo sviluppo narrativo

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F'Aida

Passo dopo passo, spettacolo dopo spettacolo, ogni ensemble d’arte consolida e affina il proprio linguaggio artistico. Nel caso della compagnia Mana Chuma Teatro la cifra stilistica che si va delineando, con sempre maggiore nettezza, è una sovrabbondante esuberanza degli elementi che compongono la sua scrittura scenica. Un’esuberanza che ha origine dalla struttura colta dell’elemento più strettamente verbale: parti di fattura e musicalità esplicitamente poetica e retorica si alternano a parti concepite in un dialetto aspro, chiuso, tagliente e a lunghi (talvolta eccessivamente lunghi) silenzi. Una caratteristica che poi si espande in tutti gli altri elementi dell’allestimento: quello ritmico e attorale, quello fonico e musicale, quello visivo e scenografico. Non sempre e non necessariamente si tratta di una qualità positiva dal punto di vista teatrale, ma è il dato da cui occorre partire se si vuol entrare nell’operatività artistica di questo ensemble. Questa caratteristica è concretamente visibile in “F’Aida”, lo spettacolo che ha debuttato il 25 aprile scorso nel grande teatro comunale di Reggio Calabria. In scena c’è ancora una volta da solo Salvatore Arena, il testo e la regia sono elaborati insieme dallo stesso

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Per fortuna è una notte di luna

Risate amare, riflessioni per una felicità spesso costruita per l’occasione e tante verità nel destino, nel cammino di circa vent’anni. di una famiglia con i suoi desideri, le sue debolezze, le sue miserie e che rispecchia in buona parte il nucleo familiare italiano di ieri e di oggi. E’ un amaro spaccato di due generazioni della nostra società la commedia “Per fortuna è una notte di luna” del noto autore romano Gianni Clementi messa in scena al Teatro Brancati di Catania, per l’odierna stagione di prosa, con la regia di Nicasio Anzelmo. La vicenda si svolge in un terrazzo abusivo che cambia nell’arco di vent’anni parallelamente alle vicissitudini, alle illusioni di ricchezza, di benessere e di felicità di una famiglia, quella del commerciante all’ingrosso di sanitari Achille Palmieri e dell’accomodante moglie Olga. La storia prende il via la notte di luna del 21 luglio del 1969 sulla terrazza di un palazzo signorile, dove un muratore comunista sta lavorando a un manufatto abusivo e i vari componenti della famiglia stanno preparando lo spazio all’aperto per assistere insieme all’evento televisivo dell’allunaggio che dovrebbe, secondo alcuni di loro, cambiare il destino dell’uomo. Su una terrazza palcoscenico i figli del

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8 ensemble

Le vite che, nel corso della nostra vita, con essa si intersecano direttamente non sono numerose, pertanto molto del mondo e dell'umanità rimane, se non sconosciuto, almeno lontano e sfocato al nostro sguardo, quello del cuore e della mente, necessariamente miope. È questa la suggestione che ha indotto il drammaturgo francese Pascal Rambert a cercare di ritrovare attraverso il teatro qualcuna di queste vite perdute, cercando in esse ciò che le rende comuni e possibilmente condivise, icastiche ombre platoniche del mondo che ci circonda come l'oscura caverna. Ma non solo, volendo anche metterle a disposizione, sempre attraverso il teatro, quasi piccoli segnali, sassolini incerti dei nostri molti (dentro e fuori) Pollicino, per un percorso che almeno tentasse di portarci fuori, un po' oltre i rigidi confini che la casualità/causalità del mondo assegna ad ogni singola e singolare esistenza. Così scrive Pascal Rambert: “in realtà, ho pensato: ci sono molte storie che non sento, molte vite, molti corpi che mi mancano, molte storie che non posso raccontare perché non vado nei luoghi dove queste storie hanno luogo.” Il teatro può essere questo luogo comune, e proprio dentro questa idea nasce

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CIDE – I doni di Papà Cervi

L'educazione alla memoria ovvero l'educazione e basta, che sia o no sentimentale, non è solo una questione di concetti e precetti che qualcuno dà e qualcun'altro riceve, ma è e deve soprattutto essere una questione di suggestioni reciproche, in cui il confine tra chi dà e chi riceve sfuma fin quasi ad annullarsi. È uno stare insieme, ciascuno con la propria storia soggettiva e singolare, con la s opportunamente minuscola, dentro la Storia di tutti, quella, a volte purtroppo molto retoricamente distante e impraticabile, con la S maiuscola. L'eccidio dei sette fratelli Cervi è un episodio essenziale di quest'ultima Storia, quella eroica della Resistenza, ed è trascritta ancora, e speriamo per sempre, nei libri, fino ai manuali scolastici. Alcide Cervi, il Cide che confidenzialmente quasi dà titolo e fiducia a questa drammaturgia prodotta dal Teatro delle Briciole Solares Fondazione delle Arti di Parma, è il padre che la loro memoria ha conservato e narrato finché è stato in vita, conservato e narrato per poi

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Giobbe Storia di un uomo semplice

Giobbe è l’eroe di una storia antichissima, chiamava Dio per nome. Nella sua grande devozione e adorazione, nel suo continuo servizio, credeva di possederlo; gli era devoto con l’intera sua vita. Ma lo possedeva davvero? È questo il grande tema intorno a cui ruota il romanzo di Roth e che emerge anche all’interno dello spettacolo. La regia di Francesco Niccolini, che ha curato anche l’adattamento (consulenza letteraria e storica Jacopo Manna) crea uno spettacolo minimalista, essenziale: luci scarne, musica ridotta al minimo. Tutto volutamente costruito affinché la parola scritta domini la scena.  Può un uomo da solo possedere realmente il dio teatro, così come Giobbe credeva di possedere Dio? Il teatro nasce quando qualcuno racconta qualcosa a qualcun altro. Così comincia la più antica

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