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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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Il Signor Dopodomani

Spettacolo - confessione, di giochi di parole, di ricercata musica e di sostanza quello proposto alla Sala Roots di Catania dal vivace gruppo messinese del Teatro dei 3 Mestieri come secondo appuntamento della rassegna “Underground rivers”, organizzata dal Teatro Argentum Potabile, mini-cartellone che da spazio alla drammaturgia contemporanea, con testi originali di autori viventi del Sud Italia e di gruppi teatrali indipendenti. Il lavoro in questione è “Il Signor Dopodomani - L’indicibile sproloquio di un condannato a vivere” scritto dal fumettista calabrese Domenico Loddo con l’intelligente e scorrevole regia di Roberto Bonaventura. Il pubblico, intrigato dal titolo, assiste ad un monologo di circa 60’ interpretato dal coinvolgente e determinato attore reggino Stefano Cutrupi, nonché direttore artistico del Teatro dei 3 Mestieri. Su una scena ben congegnata, desolatamente spoglia, con un tappeto, un registratore a bobine ed uno stereo portatile, si muove il bizzarro

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American Buffalo

La storia di questo spettacolo, e naturalmente di questo testo, approda a Napoli. Dall’America, passando per l’Italia, arriva in mano allo scrittore di successo Maurizio De Giovanni. Anni fa passava, invece, attraverso le mani di Luca Barbareschi, il quale, negli anni Ottanta, non solo decise di mettere in scena numerose opere di David Mamet – autore, regista cinematografico statunitense, premio Pulitzer, nonché autore di questo AMERICAN BUFFALO - ma tradusse e pubblicò alcuni di questi testi in italiano. Le fasi di rimaneggiamento e adattamento a cui è stato sottoposto il testo di Mamet, considerando sia quelle drammaturgiche che sceniche, approdano ad un’ambientazione italo-americana, o meglio napo-americana, attraverso scelte specifiche operate da Maurizio De Giovanni. Posticipando in un secondo momento l’analisi dei personaggi e dei loro interpreti, cerchiamo di rispondere ad alcuni interrogativi che emergono dalla visione di questo spettacolo, in scena al Teatro

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Trattato di Economia

L’economia e il teatro non si sono mai piaciuti. La prima ha sempre faticato a capire se e perché esista l’altro, mentre il secondo ha sempre dovuto sopravvivere malgrado la prima. Sembrano saperlo bene Roberto Castello e Andrea Cosentino, che hanno deciso di far incontrare questi due mondi così non commensurabili in “Trattato di economia” all’Elfo Puccini di Milano (corso Buenos Aires, 33) fino al 19 novembre. Lo hanno definito loro stessi “coreocabaret confusionale sulla dimensione economica dell’esistenza”, e in effetti la cifra stilistica è proprio questa, la confusione, il surreale, il gioco straniante.  Tutto comincia da due oggetti di plastica, una paperella galleggiante e un pene. Il secondo serve a molto meno – spiegano - e costa quattro volte tanto. Stessa quantità di plastica. Tra un delirio di danza post-moderna e una citazione di Pina Bausch, la lezione di economia continua tastando il polso del senso dell’umorismo del pubblico. E’ richiesto spirito british e molta perspicacia per

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Matrimoni ed altri effetti collaterali

Il Teatro Vitaliano Brancati di Catania, all’interno della stagione di prosa 2017-2018 diretta dall’attore Tuccio Musumeci, ospita la commedia dal sapore agrodolce, “Matrimoni ed altri effetti collaterali”, liberamente tratta da “Salvem les balenes” di Ivan Campillo, traduzione di Carmelita Ferreri, con l’adattamento e regia di Manuel Gilberti. Lo spettacolo, produzione Verso Argo in collaborazione con il Teatro Lo Spazio, è incentrato sull’amore e su come cambi pelle nel corso di una vita matrimoniale. Strutturato in un atto unico di circa 80′, il lavoro fa tornare in mente al pubblico la magia, le lotte, le rivendicazioni, i personaggi politici, culturali e musicali di quei noti ed indimenticabili anni Sessanta e contemporaneamente punta l’attenzione sulla crisi dei matrimoni di oggi, sulle unioni che vanno sempre più in tilt, che si consumano, si spengono, appiattite dalla frenesia quotidiana, dalla noia e dalla mancanza di stimoli, di interessi comuni e soprattutto di dialogo. Al centro della vicenda

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Amletto

Un Amleto notturno quello ritracciato da Emanuele Conte con questa sua originale drammaturgia che, come nelle sue corde, ama giocare con le parole per poterle recuperare, anzi un Amleto insonne, sorpreso in quella sospensione temporale tra sonno e veglia in cui i pensieri diventano ossessioni imprigionanti e le cose ombre di un’altra vita e di un’altra realtà. Il testo si tiene così in equilibrio sull’ambiguità, anzi su plurime ambiguità, quelle del personaggio e del suo creatore e, soprattutto, quelle dell’attore sempre costretto a compromettere la propria realtà singolare con l’invadenza di un personaggio votato di per sé a sovrapporsi, all’attore stesso, al pubblico e alla realtà. È un Amleto smembrato quello scelto e costruito da Conte, in cui lacerti del testo classico precipitano nell’esistenza di un attore, solo e solitario quasi per vocazione, trascinando con sé e smascherando una esistenza frammentata che sembra consolidarsi solo attraverso il personaggio che la attrae e la affascina.

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Vivo in una giungla, dormo sulle spine

Nell’intrecciarsi di analisi politiche e pseudo-sociologiche, spesso con un retro-pensiero oscuro e non confessato, ci si dimentica talora che i migranti non sono in fondo che ‘persone’, persone in cammino come involontari e recalcitranti pellegrini della storia. Questa drammaturgia di Laura Sicignano, ispirata a una storia vera e che si avvale della collaborazione di Shahzeb Iqbal, ha il merito e la sensibilità di percepire tutto questo, trasformando una indistinta e collettiva storia di reciproci rifiuti, storia che riempie le gazzette di ogni tipo, in una storia personale di umanità e di incontro in quel luogo oscuro in cui affondano i nostri pensieri e i nostri sentimenti che, come dovrebbe essere  noto, non hanno colore. In entrambi i personaggi principali, il giovane profugo pakistano e l’avvocatessa che lo accoglie in casa, ciò che sembra contare non è il gesto, di accoglienza o ribellione che sia, ma il ritrovare in un rapporto che sa di paradosso, l’essenza di sentimenti dimenticati, nella guerra da

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