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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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Da Medea a Medea

Lo spettacolo “Da Medea a Medea”, andato in scena venerdì 17 luglio nel Teatro Greco di Siracusa, trae gran parte del suo senso dal contesto in cui è stato concepito. Il Covid 19, impendendo il normale svolgersi della stagione delle rappresentazioni classiche, ha inferto una ferita profonda a questa città, alla sua economia e alla sua identità culturale che, per molti aspetti, sono inscindibili dalle vicende del Teatro Greco. Così ha fatto bene l’Istituto nazionale del dramma antico a non arrendersi e ad organizzare una rassegna di monologhi e letture sceniche (intitolata “Per voci sole”) che, distendendosi nel corso di tutta l’estate, proverà a tener accesa la fiaccola siracusana della tradizione e della presenza del classico nella cultura contemporanea. La tradizione del classico: ovvero la riflessione critica e artisticamente operativa su che cosa ci possano dire ancora la cultura classica e in particolare la drammaturgia attica e su come e perché quest’ultima possa essere riletta, riproposta

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Per le parti di lei che sono mie

Tre storie di prigionia, ma non tanto di prigionia fisica quanto piuttosto e soprattutto di prigionia mentale e interiore, quella le cui sbarre sono ben più forti e le possibilità e le occasioni di evasione sono rare e altrettanto raramente raccolte. Tre racconti che guardano il destino, che parlano del destino che improvvisamente svolta e si ripiega rinchiudendoci nelle sue vie, mentre ne osserviamo gli sviluppi tragici, lucidi e consapevoli ma insieme incapaci di opporci perché, in fondo, complici di quella che ci sembra giustizia ma è forse solo rivalsa impotente. Tre casi di cronaca famosissimi, protagoniste tre donne che man mano chiaramente riconosciamo  al di là delle differenze dispiegate talora nel racconto in scena, che la scrittura, figurativamente claustrofobica e ritmicamente ossessiva e

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Santarcangelo 2050 - il diario

C'è in questa edizione del Festival di Santarcangelo di Romagna una straordinario, quanto in parte inatteso, intersecarsi di suggestive scadenze e di auspicate ri-partenze. In primo luogo è l'edizione numero 50, che segna dunque mezzo secolo di una vita con le radici nel secolo breve e la chioma che fiorisce nel nuovo millennio. Poi, finalmente, attesta sostanzialmente la ripresa di una ben strana stagione estiva, fiaccata dal lungo periodo di chiusura che ha colpito più di altri i tradizionali protagonisti dei nostri festival, giovani e compagnie di ricerca come noto, ma per questo ancora più vogliosa di ritrovare i suoi spazi. Festival 20-50 dunque, 20 per l'anno di svolgimento ed insieme 50 a indicare un fondamentale genetliaco ed un rinnovato orizzonte temporale, ma quello che più attira

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Io amo la morte come voi amate la vita

Un terrorista radicalizzato, francese di seconda o terza generazione di origine algerina, barricato nel suo appartamento/covo dopo tre sanguinosi attentati costati la vita a 7 persone, tra cui tre bambini di una scuola ebraica. Siamo a Tolosa nel 2012 e la polizia, che alla fine lo ha individuato, lo assedia. Incaricato della trattativa, per ottenere la sua resa senza spargimento ulteriore di sangue, è un poliziotto anch'esso di origine magrebina, fedele musulmano o almeno così si definisce nel corso del serrato dialogo con l'assediato. Tutto finirà come deve, come è purtroppo scritto nelle decine di episodi come questo che hanno scosso la Francia e l'Europa. Un evento reale dunque e una drammaturgia, frutto della penna e della sensibilità del franco algerino Mohamed Kacimi, che basandosi e ricomponendosi a partire dalle trascrizioni sonore delle trattative stesse, in parte riproposte anche in originale, ripercorre la sintassi di un teatro inchiesta, legato ad un evento reale di cronaca che

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Fly me to the moon

È un po' e in un certo senso un ritorno all'antico, imposto certo ma sempre produttivo ed efficace, con la platea al centro, là in basso, circondata da tre file di pubblico che dai palchetti dell'ottocentesco teatro Gustavo Modena di Genova Sampierdarena (ovviamente e facilmente distanziati nel rispetto delle norme e nella tutela di tutti) assistono e ascoltano, paradossalmente più vicini del consueto e come pronti a precipitarsi nell'evento scenico. Orchestra di un antico teatro greco, o spazio al centro e circondato dell'edificio teatrale elisabettiano, qualunque cosa ricordi, ha accolto la prima drammaturgia della Rassegna di drammaturgia contemporanea che ogni anno il Teatro Nazionale di Genova propone agli spettatori a fine stagione, ma che quest'anno sembra inaugurarne una nuova di stagione, dopo la lunga chiusura,  che non a caso titola “Ritrovarci! Lo spettacolo più bello”. Un dramma minimale e purtroppo consueto nel nostro tempo incerto che ha dimenticato la dignità di tanti esclusi, poveri e nuovi poveri, lavoratori precari incapaci ormai anche di sognare un futuro diverso, coerenti loro malgrado a valori che li escludono. Un piccolo dramma, nelle tonalità e con la sintassi di

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Io sono il mio lavoro

Pino Petruzzelli non ha bisogno dei cartelloni che accompagnano i cantastorie solitari, perché la sua è una parola letteraria e drammaturgica straordinariamente figurativa, capace di moltiplicare personaggi e situazioni esteriori, orizzonti e prospettive interiori così da creare la tridimensionalità del narrare, come in uno straordinario pop up. Questa sua ultima drammaturgia, in particolare, non è solo il racconto di una vita, quella di un vignaiolo ligure che rifiuta le sirene della nostra finta modernità per restare abbarbicato ai suoi stretti terrazzamenti e alle sue vigne, ma è anche un indagine ed un giudizio di valore e sui valori del lavoro, tramite e testimone del legame tra uomo e natura e del senso irrefutabile che ne consegue. Basta una sedia su un palcoscenico e subito, con la parola, si

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