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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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Isabel Green

Il sogno americano è andato in fumo, in fumo la gloria, il desiderio di successo e felicità il mondo patinato di Hollywood vacilla, svela il marcio che c’è dietro. In un’atmosfera da girone infernale, la macchina del fumo sempre accesa e una stella nera dalle punte affilatissime, (brava Maria Spazzi) Serena Sinigaglia dà magicamente vita alla parola poetica e tagliente di Emanuele Aldrovandi e lo fa nel suo personale stile creativo e originale. Anima il monologo mostrando in sessanta minuti tutta una vita da invidiare, quella di una star. Ma il simbolismo degli oggetti scenici ridotti al minimo e la gestualità del personaggio, rivela da subito il dramma. Maria Pilar Pérez Aspa, pura incisiva e penetrante, interpreta una donna delusa e sfinita, sull’orlo della follia. Tutti i toni e le sfumature sono significativi non c’è un movimento fuori posto. Ogni gesto è parte di un messaggio più ampio. Non ci sono dubbi. Se non vogliamo che i nostri desideri e i nostri sogni vadano in fumo, dobbiamo lottare

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L'anatra all'arancia

Un tema usuale nel teatro moderno, quello del matrimonio e della coppia, ma proprio perché è un tema usuale della vita, mai abusato, con le sue leggerezze e anche con le sue sofferenze talora dal tragico esito, ma forse negli ultimi tempi di questa nostra società un po’ dimenticato, quando non distorto e piegato ad altro. Fa piacere dunque ritrovare, in questa rivisitazione intelligente della famosissima commedia del novecento, riadattata anche per il cinema cui deve forse la sua più ampia fama, fa piacere dicevo ritrovare i ritmi leggeri ma non sempre coerenti della coppia, fa piacere ripercorrerli insieme sulla scena, fa piacere di nuovo assaporarli e rivoltarli come la terra attorno alla profonda radice della nostra identità psicologica, esistenziale e anche sociale. Sembriamo poterne fare a meno (della coppia tradizionale intendo) eppure anche la sua assenza e la sua negazione sono segni di una persistente irrinunciabilità. Così, in fondo, nelle azioni dei due protagonisti

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Mediterraneo

Viaggiare è sempre un po' contaminarsi, mescolare la propria (presunta) diversità con la diversità (presunta) dell’altro, di quel vicino/lontano con cui condividiamo questo piccolo mare chiuso che sta, però, tra infiniti luoghi e innumerevoli età srotolate nella sua storia millenaria. È un po' anche fare teatro dunque, e così Pino Petruzzelli costruisce questo suo ultimo intenso spettacolo mettendo l’uno accanto all’altra tante narrazioni, piccole, di gente ignota ai più ovvero ferita da una Storia troppo oscura e invasiva, o grandi, di gente, come il “sindaco pescatore”, che ha saputo testimoniare la propria persistente umanità oltre quella stessa Storia. Ne nasce un mosaico, anzi un affresco drammaturgico compatto e unitario che quelle narrazioni rende coerenti ricostruendo vite e comunità da millenni osmotiche ma oggi, forse più che in ogni altro momento, costrette a dividersi tra muri economici e confini, invisibili ma forti più del più forte acciaio. Andare bordeggiano tra piccole storie e tra

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Werther a Broadway

Un volto sospeso nel buio, diafano, emaciato, che sa di sofferenza. Poi il corpo, lungo, asciutto, nervoso. E quindi la voce che canta in tedesco un lidl di Schumann.  Non poteva essere più felice la scelta di Giancarlo Sepe di affidare a Marco Imparato la parte di Werther. Attore poco più trentenne, maturato sulla scena anche grazie a ruoli primari come il bellissimo Edmund nel Re Lear di Shakespeare e l’Oreste nel Pilade pasoliniano, entrambi diretti da Daniele Salvo,  è al suo secondo ingaggio con Sepe (dopo Washington square da Henry James), e ora il regista lo premia con questo Werther stralunato e potente che beneficia assai del suo aspetto acerbo, inquieto, un po’ maledetto. Ancora una volta ci troviamo in quello spazio incantato che è la Comunità, la prima cantina romana da quarant’anni e più sede di ricerca senza imposture, un luogo molto caro a chi ama il teatro che tuttora non ha ancora scongiurato il rischio chiusura. E ancora una volta Sepe riesce a creare una piccola

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Le funambole

Rosario Sparno e Antonella Romano si “tuffano”, per rimanere in tema, nella drammaturgia derivata dalla scrittura di Andrea Camilleri, il cui romanzo “Maruzza Musumeci” viene adattato per la scena. Entrambi gli interpreti – ricordiamo che Sparno è anche il regista e colui che ha curato l’adattamento – si cimentano nell’eroica scelta di portare sul palcoscenico napoletano, e si spera anche in quelli di altre città italiane, la lingua siciliana. Dove sta la novità? Certamente una scelta del genere, che potrebbe risultare azzardata perché attuata da due attori napoletani, e quindi non madrelingua, è rischiosa. Ciò che meraviglia e attrae il pubblico è proprio la presentazione di una lingua, di un’ambientazione, di un contesto e, soprattutto, di una tradizione letteraria e narrativa di stampo siciliano. L’azzardo, e dunque la coraggiosa scelta, fortunatamente hanno un esito positivo, poiché, se vogliamo parlare della lingua, gli attori sono attenti a non scimmiottare il siciliano, né tentano di imitarlo, ma rielaborano sonorità sicuramente napoletane – “mugliera” invece di “mugghieri”, “juorno” invece di “ghiornu” – ma a tratti anche calabresi e pugliesi. Insomma, l’arcaica arte del racconto sviscera tutto il

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Intime fremde

È una esperienza straniante, e per certi aspetti anche fastidiosa, quella di sbarcare in un teatro come in un porto straniero per essere, dopo una traversata che scopriamo clandestina, selezionati e separati da voci straniere e sconosciute cui ci sottomettiamo, alla ricerca di un riposo che è soprattutto e prima di tutto la riconquista di una identità perduta. Forse non ce ne siamo ancora accorti ma la nostra coscienza più profonda in questo si è trasformata, in un confine, in un porto aperto su un mare tragico da cui cerchiamo disperatamente di selezionare e di scegliere, ovvero di rifiutare, l’altro.
Questo dimostra la drammaturgia collettiva di Welcome Project – The foreigner’s theatre messa in scena con passione, con entusiasmo cioè e insieme con sofferenza, da Chiara Elisa Rossini, storica artista del Teatro del Lemming, dimostra cioè come in fondo continuiamo a rifiutare la differenza e ci ostiniamo a metterla da parte a separarla da noi. Ispirato alla drammatica sequela di sbarchi e

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