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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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Uomini Separati

Sul finale di stagione il Teatro dell'Angelo di Roma propone una commedia scritta e diretta da Rosario Galli. Quattro amici di vecchia data, separati per l'appunto, si dividono la scena tra dialoghi fitti e battute brillanti intorno all'argomento dolente: le ex mogli e le donne in generale. Inutile dire che il tenore dei loro argomenti si muove tra il risentimento ed il cinismo, tra l'autocommiserazione e la disillusione. Le generalizzazioni negative sul genere femminile si sprecano, com'è ovvio, lasciando però trasparire, soprattutto in alcuni di loro, la speranza che esista qualcosa di diverso. Emergono quattro personaggi con una buona caratterizzazione e peculiarità immediatamente riconoscibili. Ma la vicenda parte realmente solo quando in scena irrompe il quinto personaggio, una giovane donna

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Stabat mater

Continua la rassegna Nuove Storie all’Elfo Puccini, è la volta di Stabat Mater di Livia Ferracchiati, Premio Hystrio Scritture di Scena 2017. Stabat Mater racconta la storia di Andrea, un uomo, in un corpo di donna. Le donne che fanno parte della sua vita si rivolgono a lui in quanto uomo, gli parlano al maschile, accettano la sua identità, tutte tranne la madre, lei lo vede ancora come una donna e non si rassegna, non capisce la sua diversità. Il volto della madre (una perfetta Laura Marinoni, punto forte dello spettacolo) è immenso, doloroso, sovrasta la scena. Ma non è realmente in scena è un video, una proiezione, la madre sta, aspetta, lo sguardo perso nel vuoto, cerca di riconquistare la fiducia della figlia perduta, fa domande sulla sua salute, su quello che ha mangiato, spera ancora di poter avere un dialogo.  Liv Ferracchiati ha lavorato a lungo sul tema, raccogliendo diversi materiali sull’argomento transgender, ripartito poi in tre spettacoli: “Peter Pan guarda sotto le gonne”, “Stabat Mater”

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Henry

Ritrovare, o meglio ricreare lo spirito del proprio padre, un padre mai veramente conosciuto, nelle poche cose inanimate che di lui sono rimaste, è il senso di questo spettacolo di figura, straordinariamente ricco di parole drammaturgiche, che il burattinaio inglese Mark Down ha ideato   e portato sulle scene. Una sorta di ironica elegia della morte come luogo della permanenza e soprattutto del recupero di ciò di cui, paradossalmente, la vita ci ha privato. Così Henry, il padre attore del nostro protagonista drammaturgo, è ritornato e recitando dentro uno straordinariamente espressivo pupazzo, fatto di neri sacchetti della spazzatura, ci ha parlato di lui anche non volendolo, anzi ci ha parlato di noi anche non sapendolo. Pur nella difficoltà del sottotitolato(per chi non

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Bimba inseguendo Laura Betti

Una figura importante ma quasi dimenticata, innocente (bimba) ma diabolica, trasparente ma complicata, enigmatica e sfuggente. Il lavoro di raccontare in scena un personaggio come Laura Betti è davvero un inseguimento. Un tentativo di afferrare, o almeno toccare, qualcosa che per sua natura sfugge sempre. Provare a conoscerla, a rappresentarla, a celebrarla è davvero difficile. Eppure Elena Bucci, come testimoniano le note del programma di sala, si è dedicata anima e corpo alla ricerca ed alla documentazione tra libri, articoli, interviste, video e registrazioni, per emergere con una drammaturgia originalissima che, attraverso alcune voci celebri di chi ha vissuto esperienze insieme a lei, ma soprattutto attraverso la voce, ora dolce ed acuta, ora roca e tenebrosa, di Laura, testimone

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Capricci del ‘900

È una riflessione sul senso e sul mistero della storia quella che Giuseppe Liotta, drammaturgo e regista, conduce nello spettacolo “Capricci del ‘900”, che ha debuttato il 13 aprile scorso, a Noto, sul palcoscenico del Teatro Comunale di “Tina Di Lorenzo”: in scena per la compagnia “Trame perdute” c’è Teresa Lorefice, a suonare dal vivo il chitarrista classico Sebastiano Moncata, che esegue musiche originali composte appositamente da Roberto Tagliamacco, mentre le voci fuori scena sono di Claudia Palermo, Aldo Sassi, Alessandro Tampieri. Una riflessione teatrale, con tutta la materiale concretezza e la tipicità che il teatro e, in generale, l’arte esigono. In scena una sola attrice ma due protagoniste, entrambe di nome Lucia: una saga familiare che copre quasi intero l’arco del ‘900, una nonna e una nipote, la vita dell’una che sfuma nella vita dell’altra e le storie, le presenze, i fantasmi di vite spezzate che si rincorrono, si affastellano, s’interrogano a distanza quasi a chiedere il senso

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La rondine

Il Teatro Stabile di Catania, come primo appuntamento della rassegna itinerante di nuova drammaturgia “Altrove“ ha proposto al Coro di notte del Monastero dei Benedettini, in prima nazionale, “La rondine (La canzone di Marta)” del drammaturgo catalano Guillem Clua, ispirata all’attacco terrorista islamico, di matrice omofoba, consumato nel giugno del 2016 nel Bar Pulse di Orlando, in Florida dove morirono 49 omosessuali, uccisi semplicemente perché si trovavano nel locale, notoriamente frequentato da avventori gay. Nel dramma risuonano anche le tragedie del Bataclán di Parigi, del lungomare di Nizza, delle Ramblas di Barcellona. La traduzione è di Martina Vannucci, l’adattamento di Pino Tierno, le musiche sono di Massimiliano Pace, i costumi di Riccardo di Cappello, le luci di Salvo Orlando. In scena Lucia Sardo (Marta) e Luigi Tabita (Matteo). Si tratta di un testo è molto profondo e lo spettacolo, grazie anche alla raffinata e misurata regia di Francesco Randazzo, viaggia su due binari: la denuncia e l’appello contro l’omofobia e l’intolleranza di ogni genere, contro l’odio cieco che fa strage di innocenti. Guillem Clua, autore tra i più innovativi e interessanti della scena

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