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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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I costruttori d'imperi Lo Schmurz

È l'ultima fatica drammaturgica, 1959 anno della sua morte, di un vulcanico inventore o meglio scopritore di mondi, sospesi tra la lirica destrutturante e la narrazione dissacrante, tra la suggestione musicale figlia dell'amore per il jazz e la distopica rappresentazione di un presente, il suo ma anche il nostro, che non gli piaceva e non lo nascondeva. Una contemporaneità in cui la voglia di vivere, anche smodata talora, sembra affondare nel tanfo paludoso della morte che ci sovrasta, che ci richiama in continuazione ed alla quale non riusciamo in alcun modo, definitivamente imprigionati, a fuggire. Parliamo ovviamente di Boris Vian, francese eclettico, eterodosso e figlio di molte patrie artistiche, e di questa sua drammaturgia che Emanuele Conte ha scelto di riproporci, nella traduzione di Massimo Castri, passati sessant'anni e non li dimostra. Una drammaturgia che mette in scena qualcosa che sta tra l'ascesa o la caduta, una caduta ascendente verrebbe da dire, di una famiglia (della

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Trilogy in two

Che la musica sia una sorta di 'sonda' che ci aiuta a penetrare nell'intimità, conscia o soprattutto inconscia, del nostro esistere e navigare nel tempo è una suggestione, credo, che Andrea Liberovici, figlio d'arte, coltiva con continuità e partecipazione. Con questo suo ultimo lavoro, intenso e stratificato come in poche altre recenti occasioni, la sonda diventa una sorta di guida che illumina e discerne, razionalmente e affettivamente, mentre costruisce il suo percorso scenico. Trilogy in Two, vera e propria drammaturgia del suono, è un'opera moderna, un'opera mosaico come la definisce l'autore, che condivide, dentro la sapienza contemporanea del moderno librettista, linguaggi plurimi, segnici e simbolici assieme, su cui la musica definisce il senso si sé e, attraverso questo, nuovi significati nella soggettività e nella condivisione. È una musica, sapientemente allieva delle più moderne dissociazioni armoniche, condivise nei sussulti ritmici che rimandano suggestivamente al Rap, che dialoga

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Casa casa, una prova d’amore

Angoscia esistenziale, paura dell’altro e del mondo esterno, odio ed ignoranza, smarrimento e cattiveria, solitudine con-divisa in due. Sono alcuni degli aspetti che ritroviamo nella pièce “Casa casa, una prova d’amore”, novità assoluta del drammaturgo, regista ed attore catanese Nino Romeo e che il Gruppo Iarba - produzione del Centro Teatrale Siciliano - ha proposto alla Sala Chaplin di Catania grazie all’intensa e sofferta interpretazione di Graziana Maniscalco e Nicola Costa. Il lavoro, diretto con estrema cura ai particolari da Nino Romeo, in circa 80 minuti, con una scenografia che tende al grigio, con le malinconiche canzoni di Jacques Brel che aprono e chiudono le scene spesso deformandosi e la preziosa composizione sonora di Giuseppe Romeo, si rivela particolarmente incisivo, crudo, spiazzante, partendo proprio dal nucleo fondamentale della casa (così come è accaduto in altri precedenti lavori di Romeo, “Fatto in casa” e “La casa della Nonna”) fotografando uno spaccato della nostra società, focalizzandosi su una coppia tipo di pensionati, poco più che sessantenni, dei nostri giorni. Sulla scena (occupata da due dormeuse che alla bisogna diventano letto

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Non si uccidono così anche i cavalli?

“La maratona della vita” non è soltanto, o semplicemente in senso proprio, una maratona di ballo con ricco premio finale, ma qui, in questa drammaturgia tratta dal famoso e omonimo romanzo di Horace McCoy del 1935 che aveva già prodotto la geniale riduzione cinematografica di Sidney Pollack del 1969, ha anche, e soprattutto, un profondo senso metaforico di rappresentazione traslata di un percorso esistenziale, del percorso esistenziale di ciascuno. È una traslazione scenica dunque che pesca in tempi diversi, la grande depressione ovvero la rivolta degli anni 60, e quindi esprime sensibilità diverse, ma insieme uno sguardo unificante e  sovrapponibile che ancora oggi, epoca dei “talent” e dei “contest” televisivi, appare coerente e bruciante nella sua paradossale contemporaneità. La riscrittura drammaturgica infatti sembra quasi smascherare, e di nuovo rendere evidenti, meccanismi di alienazione e sfruttamento che i nuovi contenitori si illudono ancora una volta, nei falsi sorrisi di incoraggiamento e nei falsi orizzonti costruiti (“tu” sei il migliore), di nascondere meglio di allora. Lo fa mostrando il meccanismo nella sua nuda apparenza, quasi evidenziando

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Spaccanapoli Times

La famiglia Acquaviva non si riuniva più in quella casa da molto tempo, anni probabilmente. Una casa bizzarra, piena di bottiglie di acqua accumulate nei decenni. Una casa ricca di storia e ricordi perché lì si è svolta la vita dei membri della famiglia, in particolare i due fratelli e le due sorelle che si sono dati appuntamento lì. Una gremita sala grande dell’Elfo Puccini di Milano ospita “Spaccanapoli Times” di e con Ruggero Cappuccio per inaugurare la stagione di prosa. Giuseppe è il filosofo di famiglia, che compone e scompone parole pensieri ma poche opere, vive accanto al binario 8 della stazione di Napoli e dorme seduto. Romualdo è pittore e vede il mondo per tonalità e sfumature, mentre Gennara vede il marito morto anni prima. Gabriella si innamora e si disinnamora come una adolescente coinvolgendo la famiglia intera nelle sue vicende. In un ciclone di parole dalla partitura fitta e divertentissima, la storia personale dei quattro si dipana pian piano attraversata

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Il grigio

Storia di un uomo e del suo alter ego non umano, o forse solo, come oggi si direbbe, diversamente umano, perché in fondo specchiarsi in qualcuno o qualcosa è condividere lo stesso spazio anche virtuale, proprio come un uomo e un topo (il Grigio appunto). Storia di una vita e dei suoi/nostri “mostri dentro”, temuti ma quasi desiderati per sentire forse di essere e esserci un po' di più. Tutto ciò è ed è in questo apparentemente lontano racconto scenico, uno dei più bei monologhi del teatro/canzone di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, allora (era il 1998) visionario e distopico ora anche politicamente “molto scorretto” e straordinario, ovvero paradossale, nelle sua evidente attualità e nella esuberante contemporaneità che sa andare oltre la scena stessa. Un borghese qualunque, misura del tempo che ancora oggi viviamo, si rifugia nella nuova casa in campagna ad allontanare se stesso e a riparare, nel senso di aggiustare, una identità sfrangiata tra matrimoni falliti, figli distanti

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