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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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Studio per “Carne da Macello”

Il Chiostro dei Minoriti di Catania, ha ospitato come ultimo appuntamento della rassegna “Altrove”, organizzata dal Teatro Stabile etneo, il progetto Studio per “Carne da Macello” di Valentina Ferrante e Micaela De Grandi, che analizza, seziona con ironia ed estrema efficacia, il tema della violenza sulle donne, coinvolgendo il pubblico con una messinscena capace di leggere, raccontare, destrutturare una tematica diventata davvero virale. La pièce con immediatezza mette alla berlina alcuni punti che interessano tutti, quali e mancanze, le incompletezze, le disattenzioni – in materia di leggi -  della cosiddetta Giustizia, la fragilità e l’egoismo dell’universo maschile, le perversioni, l’ottusità di certi mass media dei nostri giorni, l’influenza di padri e madri nella crescita e nelle problematiche dei figli. Si tratta di un vero e proprio studio che, uscendo fuori dal solito manierismo, dai

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Cammelli a Barbiana

Il 26 giugno del 1967 se ne andava quella che, a mio parere, rappresenta una delle figure più affascinanti del secolo scorso: Don Lorenzo Milani. Difficile spiegare la sua grandezza, molto più semplice è leggere quello che ci ha lasciato nelle sue lettere "collettive", che scriveva insieme ai suoi ragazzi della famosa scuola di Barbiana. Quello che affascina di questo personaggio è il profondo sentimento di ribellione contro l'ingiustizia, e dunque l'indole profondamente rivoluzionaria, incarnata in un ruolo, quello del prete cattolico, e in un contesto storico, quello dell'Italia del dopoguerra bigotta e reazionaria, che non gli ha impedito di affermare e realizzare senza timori o compromessi quello per cui oggi, a cinquant'anni dalla morte, viene celebrato. Francesco Niccolini e Luigi D'Elia, hanno scritto con dedizione questo spettacolo narrativo, interpretato in scena dallo stesso

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Frame

I Cantieri Teatrali Koreja arrivano a Napoli: direttamente dal bellissimo e produttivo sito leccese, approdano al Napoli Teatro Festival Italia 2017, regalandoci un prodotto artistico elegante, suggestivo ed  “internazionale”. Le produzioni Koreja, in effetti, si sono spesso cimentate con la letteratura europea, mantenendo un costante legame con la terra natia e con la lingua di provenienza. Il progetto è firmato da Alessandro Serra, direttore artistico della Compagnia Teatro Persona, che firma anche la regia, le scene, i costumi e le luci. Conosciuti a Napoli, rivisti a Taranto, durante StartUp Festival, incrociati in giro per l’Italia, gli eclettici e giovani attori del progetto Koreja, in questa occasione insieme alla Compagnia Teatro Persona, ritornano nella città partenopea il 10 e 11 giugno, presso il Teatro Nuovo. Serra afferma: << […] Non c’è tempo per descrivere, tutto accade in un soffio. In un soffio si rappresenta la verità interiore>>. L’ispirazione nasce dall’universo pittorico di Edward Hopper ma, come afferma lo stesso regista, non sono le qualità pittoriche ad

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Orfeo rave

Amalgama, senza confini percepibili, di drammaturgia e coreutica che esplode in una coerente figuratività visionaria ed in una sonorità armonicamente quasi ossessiva. È questo il più recente lavoro del genovese Teatro della Tosse e di Balletto Civile, entrambi sempre alla ricerca di nuovi orizzonti creativi e di nuovi ed eterodossi spazi in cui esprimerli.
Nasce dalla collaborazione di Emanuele Conte e di Michela Lucenti ed è spettacolo che, a partire dall’oggetto della sua narrazione, sembra voler ri-fecondare le radici del teatro occidentale moderno, ricostruendone quei delicati equilibri tra rito di immersione, danza di liberazione e catarsi e canto/narrazione che articola in senso condiviso le emozioni così

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Sangue matto

Si conclude con questo lavoro, il terzo di area tedesca su cinque rappresentati, l’annuale Rassegna di Drammaturgia Contemporanea organizzata dallo Stabile di Genova, tra Duse e Piccola Corte, una rassegna/festival d’estate che quest’anno è stata assai interessante, ancor più, se vogliamo, delle pur sempre encomiabili rassegne precedenti. Anche questa drammaturgia infatti spinge il suo sguardo, acuto in quanto profondo ed insieme aspro fino alla cattiveria, nel cuore della modernità europea cercando risposte a quegli enigmi e a quel dolore che, sotto la patina di un apparente sviluppo e di una altrettanto apparentemente quieta quotidianità, ci attraggono e così risucchiano costantemente la nostra identità sempre più fragile, a partire dai suoi ultimi frutti, quelli di una adolescenza perenne e insieme paradossalmente perduta. Ispirato ad un film francese non distribuito in Italia (La

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Il Cantico dei Cantici

Il primo interrogativo che ci visita immediatamente dopo aver visto “Il cantico dei cantici” di Roberto Latini, l’interrogativo più urgente, non riguarda tanto il “come” di questo spettacolo, ma davvero il suo, o i suoi, “perché”: si possono infatti pensare, trovare e poi scrivere moltissime cose sul “come” Latini ha costruito questo suo affascinante lavoro (riferimenti testuali, iconici, elementi spaziali, musicali, stratificazioni, sotto-testi, elementi meta-teatrali), che è andato in scena, in anteprima nazionale, il 3 giugno scorso a Castrovillari (Primavera dei teatri 2017) nella Sala Consiliare, ma la domanda a cui una riflessione critica non può sfuggire è “perché”: perché ha scelto questo testo? Perché lo ha voluto riscrivere scenicamente? Perché proprio il biblico Cantico dei Cantici? Inseguendo quale necessità culturale o politica, quale urgenza? Una domanda, complessa, a cui si

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