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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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Contro il progresso

Un film importante di qualche anno fa, ovvero L’Odio di Mathieu Kassovitz, cominciava con questa battuta: «Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all'altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: "Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene." Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio». Basterebbe ricordarsi di questa battuta e di quel film per capire il senso di “Contro il progresso”, lo spettacolo del regista palermitano Peppe Massa, su testo omonimo del catalano Esteve Soler (traduzione di Carles Fernández Giua) e con l’interpretazione di Glory Arekekhuegbe, Emiliano Brioschi e Salvatore Tringali. Un lavoro che, dopo il debutto al Teatro Libero di Palermo, si è visto sabato 7 dicembre sulla scena del Teatro “Tina Di Lorenzo” a Noto. Diciamo subito che, proprio nello stile di questo regista, si tratta di uno spettacolo generoso, politico senza timidezze, senza sfumature, tale che nessuno

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82 pietre

E’ autentico teatro di impegno civile quello del ventinovenne autore, regista e attore di Patti (Messina) Simone Corso che, con la produzione della compagnia Nutrimenti Terrestri, ha proposto al Centro Zo di Catania lo scorso 15 Dicembre lo spettacolo "82 pietre", per la rassegna Altrescene. L’atto unico racconta una storia semplice, ma l’argomento trattato è dirompente e contrappone all’omologazione, all’indifferenza, ai pregiudizi della società attuale la dignità, la verità ed il rispetto umano. In scena, per la regia di Simone Corso e Adriana Mangano, Antonio Alveario, Adriana Mangano e lo stesso Simone Corso. I costumi sono di Cinzia Preitano, il disegno luci è di Renzo Di Chio e allestimento scenico di Mariella Bellantone. L'intensa e misteriosa pièce, che ha vinto lo scorso giugno la 6^ edizione de "I Teatri del Sacro" ad Ascoli Piceno, nella sua semplicità d'impostazione e nella sua breve durata (circa 50'), prende spunto da un fatto realmente accaduto ad una ragazza, Karima, lapidata per adulterio ad Hama, in Siria e morta dentro un fosso in mezzo al deserto, uccisa da 82 pietre che le sono state tirate dai soldati dell'ISIS. La sua colpa? Quella di essere

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Adagio

Quando parliamo della morte è, quasi sempre un parlare d'altro come se, imprigionata nella sua sintassi apotropaica, la morte non fosse un accadimento che ci attende e comunque ci circonda dentro e fuori affetti e relazione, ma una occasione da travestire e coprire con le sue esigenze organizzative, ovvero con la realizzazione di una vendetta, la costruzione o la distruzione di una prigione che ci ha chiuso per anni, dunque sempre e comunque come una attesa/assenza da elaborare in un orizzonte da allontanare. Questa commedia nera della scrittrice svizzera francofona Emanuelle Delle Piane, inusuale in questi tempi sui nostri palcoscenici o sui nostri schermi, in nove quadri che costituiscono un mosaico che man mano si compone sulla scena, ci pone di fronte a questo nostro modo di essere davanti alla morte, a questo nostro, mi si perdoni il paradosso, contemporaneo vivere la morte. Più grottesca che ironica, con suggestioni da teatro dell'assurdo vissute con la naturalezza del

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Lady Grey

Aiutare a sentire, a essere nel momento, con qualcuno dentro. Questa triade di espresse aspirazioni è uno dei passaggi nodali della recita di Alice Giroldini nelle vesti di LADY GREY. Personaggio eponimo dello spettacolo diretto da Marco Maccieri e prodotto dal Centro Teatrale MaMiMò di Reggio Emilia: città dove ha debuttato a metà novembre 2019, presso il Teatro Piccolo Orologio. Una messinscena composta intorno a nodi di sofferenza introspettiva e fisica, intessuti dalla solitaria protagonista su una trama spezzata di pregnanti interrogativi e tentativi di risposta, secondo la prismatica drammaturgia dello statunitense Will Eno. Dalla quale irradia un nomade esporsi e raccontarsi della donna lungo diverse fasi della vita e tra agognati essere ‘o non essere’. Un digressivo trip, da cui promana un’assenza di consolazioni alle sue pene di «relitto mai amato» e, comunque, tenacemente in cerca di un Sacro Graal d’amore che ne colmi e suggelli l’identità malferma e, in

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Le Tre Corde

Tornano in scena, dieci anni dopo, gli emblematici personaggi de “Il Berretto a Sonagli” di Luigi Pirandello ed accompagnati da un buffone e da un clown si ritrovano a raccontare la loro storia, a confessare le loro fragilità, le loro debolezze, esplicitando la loro evoluzione o involuzione davanti alla propria coscienza. Una coscienza unica che esorta a vivere la propria esistenza con serenità ed all’insegna della parola, del libero dialogo, del confronto, della consapevolezza di doversi sempre interfacciare con se stesso e con i propri simili. A far ritrovare ed ascoltare, sulla scena, i personaggi de “Il Berretto a Sonagli” dieci anni dopo i fatti raccontati dal grande autore siciliano, ci ha pensato la scrittrice ed autrice catanese Antonella Sturiale che ha proposto al Teatro del Canovaccio di Catania, l’atto unico “Le Tre Corde”, per la regia di Saro Pizzuto. La pièce di Antonella Sturiale, in circa 80 minuti, analizza sull’intrigante scena (con tanto di manichini e corde) allestita da Gabriele Pizzuto e con i costumi di Chiara Viscuso e le azzeccate e delicate musiche di Alessandro Cavalieri, il percorso dei personaggi pirandelliani de “Il Berretto a sonagli” a distanza di dieci

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La cena delle belve

L'idea che un evento straordinario, che si impone all'ordinario andare di esistenze anonime e consuete, sia capace di produrre tensione fino alla dissoluzione delle maschere sociali che ci abituiamo ad indossare, più per debolezza che per consapevolezza, e che da ciò emergano le ferite e le mancanze di anime che confidavano di non dovere mai essere messe alla prova, è interessante, anche se in po' abusata nelle varie declinazioni drammaturgiche che ha nel tempo saputo intraprendere. Verità vorrebbe, anche se non sempre è così e qualche lampo o riflesso di rivolta verso il proprio e l'altrui destino si intravvede, che emergano ordinarie vigliaccherie, debolezze inconfessate, istinti di sopravvivenza che piegano etiche di superficie, alfabetizzate per il minimo che serve ad un instabile equilibrio familiare o sociale. Questa drammaturgia, dell'armeno/francese Vahè Katchà, nella versione e ambientazione italiana, nella Roma occupata dell'autunno 1943, curata da Vincenzo Cerami, ne

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