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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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Anelante

Cattura la scena e vi si sovrappone, imponendosi come una dinoccolata Marionetta, senza ossa, senza articolazioni e senza fili, ma con una personalità singolare che sembra nutrirsi di ciò che la circonda, dentro ma soprattutto oltre il palcoscenico. Per questo, io credo, la categoria drammatica che meglio si esprime in Antonio Rezza non è quella del comico, ovvero del grottesco, bensì quella del tragico, nel senso più profondo e antico, nella sua persistenza, che tale categoria contiene. Non tanto un fool shakespeariano dunque, quanto un corpo che nei confini della rappresentazione sembra svuotarsi di sé per farsi riempire ed attraversare dallo spirito del tempo (presente), termine desueto questo ma quanto mai appropriato, per poi restituircelo nella sua sincerità. Come un demone antico, chiuso nelle maschere da teatro “No” che la sua intensa fisiognomica ci trasmette, lo fa senza alcuna cattiveria programmatica ma con l'ingenua verità di una infanzia perduta, ed in questo ancora più necessaria, con la naturalezza che non ci risparmia le spine del dolore ma ci consente di man mano elaborarle per sopportarle. Non al modo di tanto teatro 'arrabbiato' e crudele, da Bernhard a Jelinek,

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ALLA GRECA

Tre diversi piani narrativi, i musicisti in alto, in basso il protagonista, Eddy, che racconta le sue vicende come in una stand-up comedy, microfono in mano e parole in libertà, al centro, il teatro, quasi soffocato dai due piani narrativi che lo schiacciano e lo contengono in una morsa, simbolo di una difficoltà espressiva tutta contemporanea. I personaggi nel piano centrale, recitano appoggiandosi ad una barra orizzontale, come marionette, la decadenza del mondo teatrale occidentale rappresentata da Berkoff è tutta qua. Ognuno recita quello che il destino ha deciso per lui, si muore “alla greca” come negli antichi miti, si vive sognando un futuro migliore. Eddy è un giovane proletario come Edipo, lascia i genitori per sfuggire al suo destino. In una Londra degli anni Ottanta, tra invasioni di topi, lotte sociali e scontri di hooligans, Eddy si imbatte inconsapevole nel suo vero padre e lo uccide in un duello a raffiche di insulti, sposandone la moglie, la sua vera madre. Marco Bonadei interpreta con buona

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Tiresias

Oltre il più classico teatro di poesia, è una drammaturgia in cui la narrazione è variabile subordinata, o meglio gemmazione sospesa in un, esteticamente parlando, ambiente liquido e profondamente lirico, una sorta cioè di palude primordiale di significazioni in cui le parole suggono incessantemente la loro più autentica sincerità, come le ombre della platonica caverna. La poesia infatti è, anche qui, l'oscuro che illumina, il velo che svela e in fondo, restando al mito, è l'enigma la cui risoluzione da il via all'umanità e alla sua storia. Al cuore di questo magma drammaturgico Tiresia, colui che cieco vede il futuro, anzi vede il presente nella prospettiva dell'eterno, e dunque va oltre ed è oltre. Un Tiresia, anche nella declinazione di T.S. Eliot e in cui ricadono eco suggestive del “Simposio”, che è così un doppio ponte, tra umano e divino ma soprattutto tra il maschile e il femminile in cui si muta alternativamente, doppia evidenza cangiante dell'unico che siamo. Qui forse si nasconde la straordinaria attualità del mito

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Confessioni di sei personaggi

Riflettendo sulle sue tragedie e sulla sua modalità di creazione Vittorio Alfieri era solito dire che le sue erano tragedie al quinto atto, con ciò volendo significare che gli interessava confrontarsi a fondo col testo greco da cui prendeva spunto e quindi riattivarlo proprio nel luogo e nel momento esatto in cui il meccanismo tragico deflagrava in tutta la sua violenza. Qualcosa di molto simile accade in “Confessioni di sei personaggi”, lo spettacolo di Caroline Baglioni e di Michelangelo Bellani, che ha debuttato in prima nazionale, sabato 1 ottobre, a Castrovillari, nel contesto di “Primavera dei Teatri”. La regia è di Bellani, mentre in scena, insieme con Baglioni, c’è Stella Piccioni ed entrambe si rivelano attrici consapevoli, brave, intense. Nel testo di Pirandello (un classico centrale del teatro novecentesco) il punto di fuga è rappresentato da un possibile incesto: temuto, allusa, vissuto, evitato, rifiutato, aborrito, forse segretamente desiderato. Una scena ancestrale, tremenda, sepolta da millenni di storia e di cultura, che pure resta viva, inquietante, perturbante. Le due attrici on stage interpretano appunto due attrici (il filo del metateatro non solo non è tradito ma anzi è potenziato) le quali, poste di fronte alla

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I rifiuti, la città e la morte

Scandaloso e “osceno”, era questa la cifra critica “benpensante” che in genere accoglieva il teatro, e in misura minore anche il cinema, di Rainer Werner Fassbinder, il grande drammaturgo tedesco prematuramente scomparso giusto quarant'anni fa, a soli 37 anni. In realtà io ho sempre creduto che tale cifra critica abbia un suo senso, e dunque una sua verità, solo se iscritta consapevolmente all'interno del concetto del tragico, nel significato proprio di attinente alla tragedia come forma espressiva e come estetica significativa, che il nostro ha sempre praticato nella sua drammaturgia (e anche, per quanto evidente, nella sua esistenza). Tutto ciò ricade profondamente e pesantemente in questo “I rifiuti, la città e la morte”, il suo ultimo testo per il teatro e, anche per questo, il suo più maturo nel quale la sintassi melò, che è la caratteristica più evidente della sua complessa scrittura, si fa simbolizzante e astratta, o meglio tendenzialmente metafisica, assorbendo ed insieme enfatizzando l'osceno, come esibizione del nascosto ovvero del non dicibile, e lo scandalo, come inciampo nel nostro comune (e banale) sentire socializzato fino alla schizofrenia. “Osceno”, che nella sua più immediata

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Grief & beauty

Uno spettacolo che innanzitutto ci insegna come la trascrizione artistica od estetica, e quella drammaturgica in particolare, sia lo strumento, il reagente più efficace per, e non è un paradosso retorico, estrarre il reale dalla realtà, soprattutto quando quest'ultima, come accade nell'oggi è deformata da paradigmi economici che ne coartano la sincerità trasformandola in una maschera utile per gli equilibri della società (e del potere), proprio come un “utile idiota”. Così il dramma e la messa in scena, che non si nascondono pertanto nelle finzioni ma le mettono in evidenza, diventano una sorta di apparato visivo, a volte un microcoscopio a volte un telescopio puntato nelle profondità dell'universo, che svela, nel senso suo proprio di sollevarle, le apparenze per mostrarci il solido spessore dei sentimenti.
Metateatro nel più profondo riferimento pirandelliano, utile soprattutto per andare a rintracciare quella irriducibile profondità che ci consente non solo di vivere la nostra intimità, ma anche di cominciare a

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