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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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Ciò che accadde all’improvviso

C’è una dimensione consolidata e classica ormai del teatro moderno e contemporaneo, una dimensione che scaturisce da un’investigazione, ripetuta e costante, sul rapporto tra realtà e teatro: un rapporto in cui entrambe le polarità vengono radicalmente revocate in dubbio e, con esse, vengono revocati in dubbio gli elementi che ad esse sono connaturati come identità, tempo, spazialità, equilibrio relazionale, follia, corpo, ma anche, relativamente alla pratica teatrale, verisimiglianza, attorialità, regia, gerarchia tra gli elementi del linguaggio scenico. Ovviamente non si tratta affatto di elementi che caratterizzano esclusivamente il novecento teatrale ma è indubbio che, nel novecento, essi sono diventati centrali nel dispiegarsi di quasi tutte le più rilevanti estetiche teatrali. Perché questa piccola/grande premessa? Perché nel provare a capire e a raccontare “Ciò che accadde all’improvviso”, l’ultimo spettacolo dell’ennese “Compagnia dell’Arpa”, visto al Teatro Garibaldi di Enna il

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È una commedia? È una tragedia? - In attesa di giudizio

Il Teatro Verga di Catania, all’interno della stagione di prosa 2017-2018, ha ospitato l’atto unico, diretto ed assemblato da Roberto Andò che accomuna due testi: “E’ una commedia? E’ una tragedia? di Thomas Bernhard ed “In attesa di giudizio” dello stesso Andò, tratto da “Il mistero del processo” di Salvatore Satta.  In circa 90’ la pièce risulta una interessante operazione drammaturgica con un impianto scenografico, imponente e ben costruito e con un corposo cast di interpreti. Lo spettatore - che appena entrato in sala si ritrova attorno un curioso gorilla -assiste a due spettacoli diversi, ma consequenziali, dove oltre all'avvocato difensore, al giudice, al pubblico ministero che celebrano il processo, vede sfilare vittime e carnefici e figure quali Gesù Cristo, Pilato, Barabba e la voce di un assassino si alterna a quella di un giurista, indagando nelle pieghe dell'esistenza come forma giuridica. La prima parte dell’atto unico propone "È una commedia? È una tragedia?" di Thomas Bernhard,

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Not here not now

Digressione contingente, ma per questo non meno profonda e intelligente, sull’arte e sul teatro giocata sul doppio e sul contrasto che mescola linguaggi e sintassi, dal teatro alla performance e al video, ma conserva una coerenza di fondo che ne struttura e organizza la capacità di comunicazione e di giudizio. L’ossimoro è la figura retorica che consiste nell’accostare nella medesima espressione termini di significato opposto (la parola nella sua origine greca deriva dall’unione di “acuto” e di “stolto”), e questo spettacolo di Andrea Cosentino può definirsi “ossimorico” in senso pieno, se non addirittura etimologico, in quanto accosta e sfrega come fili elettrici modalità opposte di espressione estetica, cioè il teatro e la performance art di Marina Abramovic, dunque, a livello estetico, mette a confronto nel qui e ora della scena saggezza e follia, i termini che appunto la vanno a costituire. Così paradossalmente la critica ironica e tagliente alla Abramovic diventa occasione per rivisitarne e

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Va pensiero

Lo sguardo delle Albe non è mai asciutto e distante, ma umido e partecipato, tumido di una intima commozione che quasi trascina le parole in scena, esponendole al vento della rappresentazione  che ne scompiglia la sottile trama narrativa, come le foglie della chioma di un albero ben piantato nella pianura al di qua del grande fiume, sconvolte ma mai vinte dalla tempesta. Ancora una volta la ricerca drammaturgica di Marco Martinelli coadiuvato da Ermanna Montanari, dalla Emilia Romagna che fu, sorvola dunque, come l’antica melodia di Verdi, l’Italia che è intorno a noi, che è in noi, anzi che ‘siamo’ noi, come fu con Salmagundi, allora filtrata e deformata ma sempre riconoscibile nel grottesco, e poi nel Pantani, sospesa invece nella secca sintassi di un teatro inchiesta dalle tonalità brechtiane. Ora però, con quest’ultima comune ideazione di cui insieme firmano anche la regia, tutto è più diretto, quasi sovraesposto nella cadenza, da opera lirica, di un melodramma popolare che,

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Sogno di una notte a Bicocca

Il Teatro Mobile di Catania, come secondo appuntamento della stagione 2017/2018, ha proposto al Centro Zo di Catania “Sogno di una notte a Bicocca”, scritto e diretto dall’attrice catanese Francesca Ferro, pièce che si presta a diverse interpretazioni e letture e che si avvale di un corposo cast e di un intrigante impianto scenografico curato da Arsinoe Delacroix. Il progetto - spettacolo di Francesca Ferro, con le musiche di Massimiliano Pace ed in circa due ore, prende in esame il dramma umano e sociale di nove detenuti al centro della vicenda, partendo dalla reale esperienza vissuta nel 2012  dalla regista con un laboratorio teatrale con i detenuti del carcere di Bicocca. L’atto unico ricostruisce, dal punto di vista emozionale e drammatico, l’ambiente carcerario, quello di chi vive le sue giornate – privo del bene indiscutibile della libertà – scontando la sua pena, ma anche quello di chi vive in stretto contatto con i detenuti, ovvero le guardie carcerarie, il direttore dell’Istituto di pena e chi,

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Micio Tempio. Vietato ai minori

Prodotto dall’associazione culturale Le Nuove Muse di Giusi Manna e Simona Di Bella è andato in scena al Teatro Metropolitan di Catania, con repliche ad Enna, Messina e Palermo, lo spettacolo “Micio Tempio. Vietato ai minori”, nato dall’idea di Piero Lipera, su drammaturgia e regia di Rosario Minardi e Marco Tringali. L’atto unico di quasi due ore, piacevole ed intenso, mette in evidenza lo spessore umano, la sensibilità per i problemi del suo popolo, dell’intellettuale e scrittore catanese Domenico “Micio” Tempio, etichettato come poeta sboccato ed erotico ed invece personaggio di fine Settecento dalle mille sfaccettature, con una vita intensa e soprattutto – a parte la sua notevole produzione al limite della pornografia – paladino dei nuovi fermenti, della miseria e della povera gente, davvero inesorabile con i suoi versi nel denunciare in modo chiaro le ingiustizie ed i soprusi della nobiltà. La pièce di Rosario Minardi e di Marco Tringali, attraverso una rappresentazione ed una regia

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