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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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Blues

Debutto campano per il nuovo testo del drammaturgo siciliano Tino Caspanello: anche questa volta, dopo NIÑO, preferisce indossare i  panni di autore e di regista, per lasciare la scena ad uno dei suoi attori e amici, Francesco Biolchini. In effetti, la scelta sembra produrre un esito positivo, in quanto Biolchini riesce a mostra un’ottima prova d’attore, resa ardua dalla complessità interpretativa del testo firmato da Caspanello. L’evoluzione della scrittura del drammaturgo siciliano – autore che osserviamo da anni, tanto da poter quasi descriverne la “poetica” – sembra seguire, negli ultimi testi e spettacoli, un’attenzione maggiore al rallentamento. uellQuellQuella di Caspanello è, di solito, una scrittura frammentaria, in cui le frasi si ripetono, si riannodano, si spezzettano, dando un andamento altalenante al flusso drammaturgico, come se la tendenza narrativa fosse trattenuta da un “elastico” che non permette un processo evolutivo verso l’epilogo della storia. Questa scelta produce un’estensione delle pause, tra una battuta e l’altra, che diventa caratteristica fondamentale degli importanti silenzi contenuti nella scrittura del drammaturgo. Se NIÑO ha imposto un ulteriore

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Uomini e no

Il momento in cui le luci in sala si spengono e la scena si apre al pubblico, è sempre necessario e magico. Necessario perché quel microsecondo dà l’avvio all’intero flusso scenico, al fiume in piena; magico per la natura stessa e l’unicità dell’azione teatrale. Tra il necessario e la magia risiede l’arte, la capacità di riuscire a mantenere sempre vivo il flusso delle emozioni. Carmelo Rifici (regista dello spettacolo e direttore della Scuola di Teatro del Piccolo Luca Ronconi) ci riesce pienamente. Un suono forte, dissonante e disconnesso, rompe il silenzio: colpi di mitraglia... ed ecco che un tram viene dilaniato. Come le case, come le vite durante la guerra. La scena di UOMINI E NO resta così: frammentata, lacerata; tutta la rappresentazione si svolge in questo luogo ferito. Il set metafisico di Paolo Di Benedetto e le luci evocative di Claudio De Pace contribuiscono a creare questo senso di dolore. Fedele ai principi della rappresentazione moderna, Rifici si allontana dal naturalismo per rendere

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Essere bugiardo

Un padre, il nulla e la rivincita della Vita. Questa, in sintesi poetica, la tematica del testo di Carlo Guasconi vincitore dell’11° Premio Riccione Pier Vittorio Tondelli. Il testo ha convinto la giuria che lo premia all’unanimità. «L’autore scolpisce, con sorprendente intensità e altrettanta maturità, tre personaggi: il padre, la madre, il figlio. Mai scontati, sempre umani, umanissimi, fertile terreno di prova per gli attori che in futuro li andranno ad interpretare». La prima cosa che balza agli occhi in questa rappresentazione (Produzione La Corte Ospitale, Proxima Res, Premio Riccione), è la bravura degli attori in scena, tra cui brilla come sempre, per forza e intensità, Mariangela Granelli nel ruolo della madre. Riesce a rendere con tenacia e delicatezza una madre come ce ne sono tante nelle nostre famiglie: una lavoratrice, una donna che vive per il suo uomo e suo figlio, una donna che sa soffrire in silenzio che non perde mai lucidità anche di fronte a una grave malattia. Massimiliano Speziani, ironico e

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Fine dell'Europa seconda parte

Altri quattro quadri per completare questa spiazzante drammaturgia di Rafael Spregelburd, la cui prima parte è stata recentemente recensita in questi spazi. Uno sguardo, scrivemmo allora, gettato su una Europa che va perdendosi, un tempo punto di riferimento ed ora quasi grottesca controfigura di se stessa, opaca tributaria di pensieri e ideologie altrui, quasi in preda ad una sindrome di assedio come la Vienna del sedicesimo e diciassettesimo secolo. Tra la fine della Sanità, fiore all’occhiello diventato ‘merce’, e la fine della famiglia, atomo una volta imprescindibile della struttura sociale e ora, come quella, in continua ‘fissione’, la fine della realtà mascherata in quella fine delle ideologie che è stata una ferita mortale nel corpo della coesione collettiva, il dramma si affaccia infine alla fine

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Exploding plastic Warhol

Ricominciamo da dove avevamo concluso: il teatro TRAM di Napoli. Inizia una ricchissima stagione nella città partenopea e sin dalle prime settimane il ritmo degli spettacoli in scena, dei debutti, delle conferenze stampa è incessante. Iniziamo da dove avevamo concluso, ossia da un teatro che abbiamo, in verità, frequentato poco, ma che ha accolto numerosi artisti in una piccola area sotterranea, nei pressi della famosa piazza Dante e della suggestiva Port’alba, a due passi dal centro storico. Il teatro TRAM (Teatro Ricerca Arte Musica) ci accoglie, dunque, in apertura di stagione e ospita un prodotto drammaturgico firmato da Mirko Di Martino, che è anche il regista di EXPLODING PLASTIC WARHOL, in scena dal 5 al 15 ottobre.  La platea del teatro è sfruttata in tutta la sua lunghezza,

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Fine dell'Europa

Una interessante produzione sovranazionale, che vede coinvolti il Teatro Stabile di Genova con i francesi della Comédie de Caen e della Comédie de Reims e i belgi del Théatre de Liege, apre la stagione a Genova, la prima stagione che vede ‘insieme’ lo Stabile e il Teatro dell’Archivolto. Lo sguardo è sulla nostra Europa e gli occhi sono dell’europeo di oltre oceano Rafael Spregelburd, drammaturgo argentino da tempo trapiantato in Germania, autore controverso ma capace di ribaltare certezze e comode ideologie con una scrittura ove, si potrebbe dire borgesianamente, il sogno diventa il punteruolo estetico per infrangere la realtà (apparente) mostrandone fino in fondo l’attuale inconsistenza, politica,

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