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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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Camerini

Di là, sul palco, va in scena "Il giardino dei ciliegi" di Cechov. Di qua, nei camerini, va in scena la confusione della vita. Attori, amici, complici e amanti, nemici e antagonisti. Una compagnia di attori sta portando in tournée il capolavoro checoviano, ma la vita scorre impetuosa dove il pubblico non vede, dietro le quinte.  Un’attrice partenopea focosa, un giovane che prova a sedurre tutte le attrici, la femme fatale, l’ansiosa, il dinoccolato, l’impresaria malandrina e la sua segretaria improbabile: di tutto un po’, metafora della varietà del mondo e innesco comico continuo. Nel nuovo spettacolo di e con Alessandro Riccio, “Camerini” (in scena al Teatro di Rifredi di Firenze fino al 2 febbraio 2020), si ammicca al celeberrimo Michael Frayn di “Rumori fuori scena” per costruire una narrazione di

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Nel mare ci sono i coccodrilli

“Il fatto è...” Inizia così il monologo di Paolo Briguglia, con una frase semplice, concreta, che parte da un fatto: il bisogno di libertà dell’essere umano. Una frase che sembra la conclusione di un discorso e invece siamo solo all’inizio. L’inizio di una Odissea contemporanea, l’Odissea di un ragazzo costretto a lasciare il suo paese, grazie al coraggio di una madre che ha saputo lasciarlo andare, un atto d’amore per salvargli la vita, lasciandogli in dono tre preziosi consigli: non drogarti, non uccidere, non rubare... Ci sono alcuni spettacoli che disegnano scenografie immaginarie, tutto è scritto nella bellezza della parola scenica e nella forza della recitazione. È il caso del monologo tratto dal libro di Fabio Geda, riduzione a firma dell’autore, nella commovente interpretazione di Paolo Briguglia. È la storia vera di Enaiatollah Akbari. Dopo la morte del padre, il piccolo vive nascosto per sfuggire a ricatti e soprusi, finché la madre decide di portarlo lontano. Ha così inizio un durissimo viaggio

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Overload

Segnali da un altro mondo, fitti di suggestioni ed interferenze, ritorni e ricadute che la morte segna come un sigillo che non riusciamo ad aprire o ad interpretare. Segnali da un altrove che, paradosso nel paradosso, è il mondo in cui viviamo, immersi come pesci rossi in un acquario realmente magico dai richiami bontempelliani, ma che non riusciamo a mettere a fuoco, non potendo pensare o pensarlo oltre i nove  secondi della nostra inutile soglia di attenzione. È questa una drammaturgia, meritatamente vincitrice del premio UBU 2018 quale miglior spettacolo, che è in fondo una ricerca che, anche transitando occasionalmente nel qui e ora della scena, sembra non interrompersi, una ricerca sul linguaggio e sulla sintassi scenica ed una ricerca sul nostro essere, o meglio esserci oggi nel mondo. Deiettate da un altrove indistinto e metafisico che la morte denomina solo in parte, le nostre esistenze si sono man mano sfilacciate e si esprimono ormai in continue interruzioni, prigioniere

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Cicogna - Il posto dov’ero prima

Chi è quella ragazza che appare, vestita di bianco, con una valigia e che si muove tra un tappeto, una cicogna impagliata, uno sgabello e qualche pagina di un libro, raccontando la sua storia, il suo destino, il suo obiettivo? Se lo chiede lo spettatore della breve ed intensa pièce “Cicogna - Il posto dov’ero prima” di Antonello Capodici, proposta al Teatro Machiavelli di Catania da Fondazione Lamberto Puggelli, Associazione Ingresso Libero, Università degli Studi e “Machiavelli”.  La protagonista in scena, per circa 55’, è Iridiana Petrone che, tra il pubblico del Teatro Machiavelli, in uno spazio raccolto, racconta i suoi sogni, la sua aspirazione di nascere, di diventare essere umano. La giovane ragazza viene da “dov’ero prima”, un’altra anticamera lunghissima, un magazzino dell’eternità, nel quale qualcuno l’ha tenuta come un articolo di negozio in attesa di trovare un acquirente che se la portasse a casa. Cicogna -  così ha deciso di chiamarsi autonomamente la dolce, determinata e speranzosa protagonista - non è sicura di niente, non ha idea di quanti anni abbia, né se abbia veramente un’età. Nel posto di “dov’era prima” – a tenerle compagnia c’era solo una

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La resa dei conti

“Le grandi domande di sempre”, scrive di questa sua drammaturgia l'autore, nel foglio di presentazione, ma anche, io credo, le grandi domande che non ci facciamo più, le domande profonde ed essenziali ma dimenticate sulla condizione umana, quelle domande che esistono oltre questa stessa condizione, metafisiche se vogliamo, con termine, ahimè desueto, ma per questo ancora più necessarie. Due esistenze nel chiuso di una situazione che appare senza uscita ma che insieme cercano di declinare il loro tempo nel mondo, i gesti e le scelte che lo condizionano e l'identità che ne consegue. Per poterlo fare ne devono però rifiutare proprio questa meccanica consequenzialità che scivola inevitabilmente in una accettazione che è finta consapevolezza di sé. L'unica libertà che sembra a loro disponibile è il rifiuto della libertà, di un libero arbitrio fatto di regole esterne ed esteriori, una libertà che affida alla scelta e confida nella scelta di una possibilità diversa. Rifiutare sé stessi per essere sé stessi di nuovo e diversamente per salvarsi, singolarmente ed insieme. L'uno sceglie di essere Cristo il salvatore, ma per essere tale l'altro deve riconoscersi come salvato, un novello

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Le regole per vivere

Una drammaturgia capace di guardare fuori e non solo dentro, facendo cioè del fuori la griglia per poter giudicare il dentro, quel groviglio confuso che la nostra attualità continuamente proietta nella nostra intimità, e che la nostra mente 'riflette' senza riflettere, senza elaborare quasi affidandosi ciecamente alla confusione. Acida, nera e cattiva ma insieme malinconica e quasi ingenuamente nostalgica di ciò che si è perduto ma non si ricorda più avendolo perduto, una drammaturgia che usa la commedia come schermo della propria disperazione ed il riso come uno strumento chirurgico, che ama la scrittura e sa raccontare storie, quella drammaturgia che, soprattutto nel mondo anglosassone dagli “arrabbiati” in poi, semplicemente fustiga senza giudicare. La giovane drammaturga inglese Sam Holcroft si pone senza difficoltà in questo solco, senza però abbandonare, della sua formazione, quella certa freddezza sperimentale del biologo con le sue cavie, magari sentimentali ma sempre distanti. Più che una commedia un esperimento dunque, che ricorda i processi di quella psicologia “dinamico-comportamentale” tanto amata dagli anglosassoni, stampati nella carne viva di un

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