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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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Non si uccidono così anche i cavalli?

“La maratona della vita” non è soltanto, o semplicemente in senso proprio, una maratona di ballo con ricco premio finale, ma qui, in questa drammaturgia tratta dal famoso e omonimo romanzo di Horace McCoy del 1935 che aveva già prodotto la geniale riduzione cinematografica di Sidney Pollack del 1969, ha anche, e soprattutto, un profondo senso metaforico di rappresentazione traslata di un percorso esistenziale, del percorso esistenziale di ciascuno. È una traslazione scenica dunque che pesca in tempi diversi, la grande depressione ovvero la rivolta degli anni 60, e quindi esprime sensibilità diverse, ma insieme uno sguardo unificante e  sovrapponibile che ancora oggi, epoca dei “talent” e dei “contest” televisivi, appare coerente e bruciante nella sua paradossale contemporaneità. La riscrittura drammaturgica infatti sembra quasi smascherare, e di nuovo rendere evidenti, meccanismi di alienazione e sfruttamento che i nuovi contenitori si illudono ancora una volta, nei falsi sorrisi di incoraggiamento e nei falsi orizzonti costruiti (“tu” sei il migliore), di nascondere meglio di allora. Lo fa mostrando il meccanismo nella sua nuda apparenza, quasi evidenziando

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Spaccanapoli Times

La famiglia Acquaviva non si riuniva più in quella casa da molto tempo, anni probabilmente. Una casa bizzarra, piena di bottiglie di acqua accumulate nei decenni. Una casa ricca di storia e ricordi perché lì si è svolta la vita dei membri della famiglia, in particolare i due fratelli e le due sorelle che si sono dati appuntamento lì. Una gremita sala grande dell’Elfo Puccini di Milano ospita “Spaccanapoli Times” di e con Ruggero Cappuccio per inaugurare la stagione di prosa. Giuseppe è il filosofo di famiglia, che compone e scompone parole pensieri ma poche opere, vive accanto al binario 8 della stazione di Napoli e dorme seduto. Romualdo è pittore e vede il mondo per tonalità e sfumature, mentre Gennara vede il marito morto anni prima. Gabriella si innamora e si disinnamora come una adolescente coinvolgendo la famiglia intera nelle sue vicende. In un ciclone di parole dalla partitura fitta e divertentissima, la storia personale dei quattro si dipana pian piano attraversata

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Il grigio

Storia di un uomo e del suo alter ego non umano, o forse solo, come oggi si direbbe, diversamente umano, perché in fondo specchiarsi in qualcuno o qualcosa è condividere lo stesso spazio anche virtuale, proprio come un uomo e un topo (il Grigio appunto). Storia di una vita e dei suoi/nostri “mostri dentro”, temuti ma quasi desiderati per sentire forse di essere e esserci un po' di più. Tutto ciò è ed è in questo apparentemente lontano racconto scenico, uno dei più bei monologhi del teatro/canzone di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, allora (era il 1998) visionario e distopico ora anche politicamente “molto scorretto” e straordinario, ovvero paradossale, nelle sua evidente attualità e nella esuberante contemporaneità che sa andare oltre la scena stessa. Un borghese qualunque, misura del tempo che ancora oggi viviamo, si rifugia nella nuova casa in campagna ad allontanare se stesso e a riparare, nel senso di aggiustare, una identità sfrangiata tra matrimoni falliti, figli distanti

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Coltelli nelle galline

Andrée Ruth Shammah, porta in scena COLTELLI NELLE GALLINE del pluripremiato autore scozzese David Harrower e lo fa dando all’opera un sapore di favola.  In un ambiente rurale indefinito, vivono due uomini e una donna, tre solitudini a confronto, primitive ed originali. Un triangolo sentimentale attorno a cui ruotano gli intimi interrogativi della donna, alle prese con la sua personalissima presa di coscienza. La donna è giovane e bella, parla come una bambina, le parole stentano ad uscire dalla sua bocca, cerca di capire il significato del vivere. Ha un nome meraviglioso che non si può pronunciare, in quel nome vive il mistero della sua vita e il suo desiderio di libertà. Suo marito è un uomo rozzo e brutale ma lei lo ama, almeno crede di amarlo fino all’ incontro con un mugnaio che le

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Sei. E dunque, perché si fa meraviglia di noi?

Su una piccola piattaforma rialzata, a due metri da terra, di poco meno di un metro per un metro, il camaleontico Pier Giuseppe Di Tanno ha presentato al Centro Zo di Catania, come primo appuntamento della rassegna “Altrescene”, il monologo “Sei. E dunque, perché si fa meraviglia di noi? l’innovativa ed intrigante pièce di Roberto Latini, testo de-costruito e tratto da “Sei personaggi in cerca d’autore” di Luigi Pirandello. Il protagonista, Pier Giuseppe Di Tanno, che interpreta tutti e sei i personaggi pirandelliani, è stato scelto per rappresentare il percorso di approfondimento con la drammaturgia pirandelliana dopo “I Giganti della montagna”.  E’ una produzione Fortebraccio Teatro con il sostegno di Armunia Festival Costa degli Etruschi e con il contributo di MiBACT e Regione Emilia-Romagna, drammaturgia e regia di Roberto Latini, musica e suono di Gianluca Misiti, luci e direzione tecnica di Max Mugnai, assistente alla regia Alessandro Porcu, consulenza tecnica Luca

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The global city

Il viaggio io credo, con il suo carico di aspettative e anche speranze, è una sorta di profezia che accade prima di tutto e soprattutto nella nostra interiorità. Con questa profezia si confrontano “Gli instabili vaganti”, cioè Anna Dora Dorno e Nicola Pianzola, in questo spettacolo ove nel qui e ora del palcoscenico precipitano e si concentrano, in assoluta contingenza, le estensioni della geografia e della storia, nei riflessi della memoire involontaire e con l'eco proustiana del ritrovarsi del tempo mai perduto. Non tanto, dunque, un confronto con la moderna sociologia della globalizzazione, i cui riflessi comunque si percepiscono, quanto la suggestione che emana dalle “Città invisibili” di Italo Calvino attraverso la quale Global City, la città globale si trasforma in una unica città, nella “Città unica” senza confini, in cui le immagini mnemoniche delle tante megalopoli visitate, dal Messico all'Asia, dall'Europa al Nord America, si combinano e si amalgamano in un linguaggio coerente e uniforme,  distillando quasi in una unica cittadinanza le nostre mille e più cittadinanze, dentro e fuori le nostre grandi o piccole realtà. Del resto il viaggio è una delle cifre estetiche, la principale credo sin dalla sua

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