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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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Muraturi

Presentata a Catania nel Gennaio 2014 in forma di lettura recitata, in attesa di arrivare alla versione definitiva dello spettacolo, la pièce “Muraturi”, versione in dialetto siciliano diretta da Emanuela Pistone del testo ormai “cult” di Edoardo Erba, scritto in romanesco, “Muratori”, è andata in scena al Centro Culture Zo di Catania come quinto appuntamento della rassegna del Teatro Mobile. La traduzione in dialetto catanese mantiene intatta la forza, l’impatto ed il fascino del testo di Edoardo Erba, dando vita in circa 80’ ad uno spettacolo dal contenuto intrigante, grazie anche alla prorompente vitalità e capacità interpretativa degli attori che divertono lo spettatore, sollecitato dal linguaggio e dalle bizzarre battute dei protagonisti.  Prodotto da Isola Quassùd lo spettacolo, in due agili atti, vede protagonisti sul palco due muratori, Turi e Cosimo, che devono chiudere nottetempo, con un muro, il palcoscenico di un teatro in disuso per consentire l’ampliamento abusivo del supermercato

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Pueblo

Tutto comincia con “l’intervista”, così la chiama Ascanio Celestini alla fine del suo spettacolo, descrivendo il metodo del lavoro di scrittura. E in fondo nei lavori dell’autore romano il metodo è tutto. Un contatto diretto e continuo con le storie della gente, quella che incontri per strada non certo seduta sulla Mercedes ma sul bordo del marciapiede a chiedere la carità, sulla sedie sgangherata del supermercato a lavorare tutto il giorno, sulla seggiola del bar accartocciata in una vecchiaia di stenti. Lui si ferma, parla con loro, li lascia raccontare la loro storia e la loro verità. Poi nasce il teatro. Al Franco Parenti di Milano (via Pier Lombardo, 14) in scena fino al 29 aprile “Pueblo”, la seconda tappa di una trilogia inaugurata a Romaeuropa Festival nel 2015 con lo spettacolo “Laika”. Questa volta Celestini racconta la storia di Violetta, la cassiera del supermercato che si sente una regina sulla sua sedia, e poi la senzatetto che sta lì buona buona nel parcheggio del supermercato e la mamma di

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La scortecata

Immaginiamo per un attimo una persona che non abbia mai visto uno spettacolo teatrale di Emma Dante e che, estranea a quella corrente di simpatia, affetto, ammirazione che quasi tutto il mondo teatrale riversa ormai da tempo sul lavoro di questa regista siciliana feconda e spigolosa, si trovi a incontrare per la prima volta la sua arte proprio con “La Scortecata”. Bene, quella persona troverà in questo spettacolo tutto ciò che serve per capire il mondo poetico di questa artista. Dopo aver debuttato con successo l’estate scorsa a Spoleto, si è visto finalmente a Palermo nel contesto della programmazione del Biondo, in Sala Streheler, dal 12 aprile al 6 maggio. Si tratta di un lavoro per il cui testo la Dante ha liberamente operato su una fiaba del “Cunto de li cunti” di Giambattista Basile (lo trattenimiento decemo de la iornata primma), in scena ci sono Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola, le luci sono di Cristian Zucaro, costumi ed elementi scenici della stessa Dante (quante storie,

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Malagrazia

Francesco Frongia regista teatrale e anima dell’Elfo Puccini di Milano, dà un nuovo impulso alla rassegna Nuove Storie, un piccolo festival, con un tema comune: la famiglia in tutte le sue sfaccettature e problematiche, nei i conflitti e nelle contraddizioni che la animano. Parafrasando Tolstoj si potrebbe anche dire che «Ogni famiglia ha un segreto, e il segreto è che non è come le altre famiglie» (Alan Bennet) La famiglia come gioie e dolori. Un’occasione importante per le compagnie emergenti, a cui si offre la possibilità di confrontarsi con un pubblico più ampio. In meno di un mese avremo la possibilità di vedere sette compagnie proveniente da diverse parti d’Italia, una selezione di talenti, al centro i percorsi drammaturgici degli autori contemporanei e storie molto attuali.  Si parte con Malagrazia. la nuova produzione di Phoebe Zeitgesit, gruppo teatrale milanese nato nel 2005, si caratterizza per i suoi spettacoli potenti, viscerali ma anche per una modalità di lavoro di ricerca teatrale basata su suoni, gestualità, effetti scenici. Straniamento e narrazioni crude, per rappresentare aspetti del quotidiano che vengono esaltati in modo inconsueto, strano, ottenendo una percezione diversa

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I Promessi Sposi alla prova

Il Maestro è morto. Il padre è morto. Che fare? In un’epoca in cui l’autorità simbolica del padre è in crisi, la compagnia (S)BLOCCO5, esprime in questo ultimo lavoro, tutto il disagio dei giovani di fronte al futuro senza più un modello. Cerrotta e Capece proseguono e concludono il loro studio su Testori cominciato con “La monaca di Monza”, affrontando il secondo testo che lega l’autore a Manzoni: “I promessi sposi alla prova”. L’opera di Testori denuncia l’incertezza, lo sconforto e l’inquietudine, la difficile scelta di fare teatro oggi. La compagnia riduce il numero dei personaggi, elimina la figura del Maestro, lavorando sull’idea contemporanea della morte e dell’assenza dei padri. Una scelta coraggiosa ben riuscita, sia sul piano testuale che registico, che permette di rilanciare l’opera di Testori nei dubbi e nei dolori contemporanei. Si avverte nella messa in scena l’esperienza accumulata, il lavoro di ricerca cominciato nel laboratorio del Teatro Elicantropo di Napoli, proseguito poi a Milano, nella scuola di Luca Ronconi. Due giovani attori in scena, sperimentano l’antica arte di arrangiarsi, tipica delle compagnie di una volta. La scena è povera, pochi e miseri abiti appesi all’interno di una cornice

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Quasi una vita

Ogni vita, lunga o breve che sia, è un persistere occasionale ed insieme ostinato su un confine che temiamo di attraversare, ma che inevitabilmente attraverseremo verso quel “Chissàdove”, quel luogo per il quale cerchiamo di dare senso al nostro esistere e nel quale il senso del nostro esistere forse ritroverà i nostri pensieri. E anche questa è una drammaturgia di confine che Stefano Geraci e Roberto Bacci costruiscono e dipanano sotto il segno forte del transito e del finale attraversamento, simboleggiati entrambi dalla doppia porta che domina la scena, porta attraverso la quale transita la memoria che in teatro diventa paradossalmente la vita stessa, la vita di Giovanna e Dario, tanto più significante quanto più scioglie nell'interrogazione universale e nell'attesa i segni di una autobiografia condivisa, condivisa tra loro e condivisa con il teatro. Così, intorno a loro, la narrazione si materializza in figure e movimenti scenici capaci di essere parte della loro memoria ma anche tramite verso i

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