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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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Kafka e la bambola viaggiatrice

È, questo spettacolo, una straordinaria sovrapposizione narrativa, il racconto di un racconto raccontato in scena, in un duplicarsi continuo di orizzonti sintattici, estetici e psicologici che dà realtà drammaturgica ad una suggestione, ad un sogno, ad un momento di vita su cui non abbiamo prove che non siano le parole che lo compongono, suggerite l'una dopo l'altra dal contatto trasfigurato, così difficile e raro, con l'intimità dei nostri sentimenti, più veri del vero, più reali del reale e più sinceri di ogni distaccata e razionale composizione. Corre l'anno 1923 ed in un parco a Berlino Franz Kafka incontra una bambina che piange su una panchina. Ha perso, inconsolabile, Brigida, la sua bambola. Lo scrittore, nella sua parte forse più sconosciuta e misconosciuta, è come folgorato da quell'incontro, dalla rivelazione che questo custodisce, dallo spazio psicologico e affettivo che da esso parte e si dipana. Una suggestione ed una ispirazione che lo riguarda, riguarda la bambina

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Misery

Una premessa alle considerazioni su Misery, spettacolo scritto da William Goldman dall’omonimo romanzo di Stephen King, visto alla Sala Umberto di Roma per la regia di Filippo Dini, anche in scena insieme ad Arianna Scommegna. Che senso ha mettere in scena, oggi, un romanzo tanto celebre di un autore tanto celebre reso ancora più celebre da un celeberrimo film? Che senso ha mettere in scena un thriller di cui conosciamo la trama i presupposti l’epilogo senza nemmeno due effetti speciali per provare a stupire o almeno far finta? Ha senso se il testo viene affrontato alla stregua di un classico, cercando dentro le parole la loro ragione: necessaria e sufficiente. Ma bisogna essere bravi e i due attori lo sono. Molto. Non aggrediscono il testo con un’idea pregressa altrimenti chiamata chiave di lettura, in cerca di ragioni bizzarre per metterlo in scena al di là della storia. Per esempio dimostrando in un modo o nell’altro che Annie è stata violentata nella culla e porta i segni del trauma

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La cena delle belve

Nell'ambito della stagione di prosa dello "Stabile” di Catania, il Teatro Verga ha ospitato l’intrigante e coinvolgente pièce “La cena delle belve” di Vahè Katcha, scrittore armeno-francese, autore di ben 25 novelle e soprattutto di famose sceneggiature cinematografiche.  Lo spettacolo, nella versione italiana curata da Vincenzo Cerami e con l'elaborazione  drammaturgica di Julien Sibre, si avvale della regia associata di Julien Sibre e Virginia Acqua ed il titolo della pièce è più che appropriato in quanto dall'intreccio e nel finale sette amici si trasformano in belve.  Sulla scena, in due atti di grande qualità, si alternano momenti di alta tensione a momenti di risate e divertimento con un cast all'altezza che dipinge con crudeltà e ironia il meglio e il peggio dell’animo umano nel periodo della grande guerra.  Protagonisti della vicenda sono sette amici, riuniti a cena in un appartamento di un palazzo nella Roma del 1943, per festeggiare il compleanno di Sofia (Marianella Bargilli), moglie del proprietario romano di una prestigiosa biblioteca Vittorio (Carlo Lizzani). Gli invitati sono Andrea, un affarista collaborazionista (Maurizio Donadoni) e un medico con simpatie verso i

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Una mano mozzata a Spokane

Surreale e insieme grottesca, questa drammaturgia del quarantanovenne anglo/irlandese Martin McDonagh sembra sempre sul punto di fuggire e di sfuggirti, quasi che la scena fosse un luogo in cui occhieggiare eventi in transito, pezzi di esistenze senza stabilità, fluidamente senza una vera ragione di essere e per essere lì. È un narrare che assemblea squarci di vita e particolari di menti ed anime incomplete, come a volerci dimostrare che occasionale è l'esistenza, occasionale e spesso sognata senza essere vissuta, non solo il teatro. Un sicario è alla ricerca della sua mano sinistra mozzata in gioventù e per trovarla è disposto a tutto il male possibile. Forse è lui l'unico colpevole, ma poco importa se il racconto della sua tragica disavventura è così vivido da non poter che sembrare reale.
In un sordido alberghetto ha appuntamento con due improbabili piccoli spacciatori che promettono di esaudirlo, ma, tentando di truffarlo, gli consegnano solo l'arto di un aborigeno rubato nel piccolo

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Il nipote di Wittgenstein

La sala era in tutto esaurito, la “storia di un'amicizia” coinvolgente, la recitazione di alto livello e alla fine il pubblico ha a lungo applaudito. Potrebbe chiudersi (e aprirsi) così l'intervento critico e forse lo stesso Thomas Bernhard, se potesse e volesse conoscerlo, ne concorderebbe perché ogni sua scrittura, sia, questa, narrativa in prosa ovvero drammaturgia monologante, si mostra sintatticamente come un muro di parole eretto per separare, per dividere, così da tollerare narrandola, ponendosi cioè in un altrove linguistico ed estetico, l'angoscia ed il nulla di un esserci di cui non si riesce a rintracciare il senso. Perché, come scrisse il filosofo Aldo Giorgio Gargani, l'opera di Bernhard è “la più potente e drastica domanda di senso  del nostro tempo, così estrema da porre perfino se stessa in discussione”, nel mentre “dà voce al più potente strazio e alla più struggente commozione che si levano dal destino degli uomini”. Ogni suo scritto, è dunque una sorta di allontanarsi da sé e dagli altri

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Paolo

Ieri sera al Teatro Elfo Puccini abbiamo potuto ammirare un giovane attore, Davide Gasparri, nelle vesti di Paolo Grassi. Recitazione attenta alle sfumature, ricchezza di sguardo e capacità di riempire la scena. Il monologo Paolo è un progetto della compagnia BezoarT sulla figura di Paolo Grassi nell’anno del centenario della nascita (1919 – 1981). Uno spettacolo su un uomo straordinario, un gran lavoratore. Il progetto nasce dal desiderio di riflettere su quest’uomo, che ha attraversato un momento storico importante nella storia del nostro Paese e che ha dato un notevole contributo alla crescita del bene comune. Paolo Grassi credeva profondamente nel valore della cultura e soprattutto credeva nello studio e nel lavoro, perché si impegnava in prima persona. La drammaturgia scorre come un fiume in piena e pone in primo piano l’umanità di Grassi, i suoi dubbi, le sue incertezze e anche il senso di solitudine. Paolo è chiuso all’interno di una scatola magica teatrale: le pareti bianche e lo

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