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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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Cicogna - Il posto dov’ero prima

Chi è quella ragazza che appare, vestita di bianco, con una valigia e che si muove tra un tappeto, una cicogna impagliata, uno sgabello e qualche pagina di un libro, raccontando la sua storia, il suo destino, il suo obiettivo? Se lo chiede lo spettatore della breve ed intensa pièce “Cicogna - Il posto dov’ero prima” di Antonello Capodici, proposta al Teatro Machiavelli di Catania da Fondazione Lamberto Puggelli, Associazione Ingresso Libero, Università degli Studi e “Machiavelli”.  La protagonista in scena, per circa 55’, è Iridiana Petrone che, tra il pubblico del Teatro Machiavelli, in uno spazio raccolto, racconta i suoi sogni, la sua aspirazione di nascere, di diventare essere umano. La giovane ragazza viene da “dov’ero prima”, un’altra anticamera lunghissima, un magazzino dell’eternità, nel quale qualcuno l’ha tenuta come un articolo di negozio in attesa di trovare un acquirente che se la portasse a casa. Cicogna -  così ha deciso di chiamarsi autonomamente la dolce, determinata e speranzosa protagonista - non è sicura di niente, non ha idea di quanti anni abbia, né se abbia veramente un’età. Nel posto di “dov’era prima” – a tenerle compagnia c’era solo una

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La resa dei conti

“Le grandi domande di sempre”, scrive di questa sua drammaturgia l'autore, nel foglio di presentazione, ma anche, io credo, le grandi domande che non ci facciamo più, le domande profonde ed essenziali ma dimenticate sulla condizione umana, quelle domande che esistono oltre questa stessa condizione, metafisiche se vogliamo, con termine, ahimè desueto, ma per questo ancora più necessarie. Due esistenze nel chiuso di una situazione che appare senza uscita ma che insieme cercano di declinare il loro tempo nel mondo, i gesti e le scelte che lo condizionano e l'identità che ne consegue. Per poterlo fare ne devono però rifiutare proprio questa meccanica consequenzialità che scivola inevitabilmente in una accettazione che è finta consapevolezza di sé. L'unica libertà che sembra a loro disponibile è il rifiuto della libertà, di un libero arbitrio fatto di regole esterne ed esteriori, una libertà che affida alla scelta e confida nella scelta di una possibilità diversa. Rifiutare sé stessi per essere sé stessi di nuovo e diversamente per salvarsi, singolarmente ed insieme. L'uno sceglie di essere Cristo il salvatore, ma per essere tale l'altro deve riconoscersi come salvato, un novello

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Le regole per vivere

Una drammaturgia capace di guardare fuori e non solo dentro, facendo cioè del fuori la griglia per poter giudicare il dentro, quel groviglio confuso che la nostra attualità continuamente proietta nella nostra intimità, e che la nostra mente 'riflette' senza riflettere, senza elaborare quasi affidandosi ciecamente alla confusione. Acida, nera e cattiva ma insieme malinconica e quasi ingenuamente nostalgica di ciò che si è perduto ma non si ricorda più avendolo perduto, una drammaturgia che usa la commedia come schermo della propria disperazione ed il riso come uno strumento chirurgico, che ama la scrittura e sa raccontare storie, quella drammaturgia che, soprattutto nel mondo anglosassone dagli “arrabbiati” in poi, semplicemente fustiga senza giudicare. La giovane drammaturga inglese Sam Holcroft si pone senza difficoltà in questo solco, senza però abbandonare, della sua formazione, quella certa freddezza sperimentale del biologo con le sue cavie, magari sentimentali ma sempre distanti. Più che una commedia un esperimento dunque, che ricorda i processi di quella psicologia “dinamico-comportamentale” tanto amata dagli anglosassoni, stampati nella carne viva di un

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Inviloop

A metà strada tra la tradizione del teatro del narratore e l'ambizione dell'attore/autore che con sé stesso recita la realtà, questo intelligente spettacolo di Daniele Parisi, secondo di tre in tournèe a Genova, è capace di uno sguardo acuto sull'esistere contemporaneo, sulla sua solitudine talvolta tragica declinata in ironia e anche invadente comicità. Una narrazione partecipata ma insieme disincantata che ben padroneggia, senza lasciarsene travolgere, le sintassi da cabaret che la guidano, anzi direi da varietà d'antan quando l'attore sulla scena era capace di farsi parafulmine del disagio e dei difetti altrui, quando riusciva con sfacciata abilità a fustigarli e a mostrarceli. Daniele Parisi non si risparmia e accetta di portarsi in groppa una tradizione lunga e complessa, che la

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Mario e Saleh

Un testo che fa riflettere sui rapporti umani, sui nostri pregiudizi e su come, tante volte, specie ai nostri giorni, siamo prevenuti nell’approcciarci con l’altro. Stiamo parlando dell’atto unico “Mario e Saleh” di Saverio La Ruina, proposto al Piccolo Teatro della Città di Catania, nell’ambito della rassegna “Nuovoteatro” e prodotto da Scena Verticale, compagnia teatrale fondata nel 1992 da La Ruina.  Si tratta di una pièce delicata, dalle tante sfaccettature e che ci porta a ragionare sulla eterna contrapposizione tra il “noi” ed il “voi”, sui rapporti con chi è diverso da noi, come razza, religione, abitudini e che induce alla riflessione su come confrontarsi con chi viene da un altro paese, con chi ha un diverso colore e professa una religione diversa dalla nostra e che si trova, però, nella nostra terra, magari nelle nostre stesse condizioni. Sulla scena, di Mela Dell’Erba, una tenda allestita all’indomani di un sisma, sul luogo del terremoto, dove convivono, tra pochi oggetti (una radio, degli

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Anna dei Miracoli

La narrazione di William Gibson è tra le più popolari al mondo, popolarità tra l'altro premiata dall'eccellente film di Arthur Penn, sceneggiato dallo stesso autore, con Anne Bancroft e Patty Duke, nonché, per l'Italia, da un altrettanto famoso sceneggiato televisivo con Anna Proclemer e Cinzia De Carolis. Una storia vera, straordinaria e straordinariamente drammaturgica, dai risvolti talmente noti da aver assunto nel tempo un carattere quasi idiomatico, retoricamente parlando, che nella singola immagine soggettiva riassume il tutto di sentimenti universali, ancora forti oltre la banalità superficiale di una società dell'apparenza, dal sottile spessore spirituale, ricca di spiritualismo e povera di spiritualità, intrisa di sentimentalismo politicamente corretto e scarsa di sentimento. Tutto questo poteva essere un ostacolo al recupero dell'intensità drammatica e drammaturgica della vicenda, a rischio di inciampare in retorica televisiva, ma la riduzione e l'adattamento di Emanuela Giordano, che cura anche la regia dello spettacolo portato in scena, ha saputo nella brevità e secchezza del transito scenico, sfrondato di ogni orpello narrativo novecentesco, recuperarne gli snodi essenziali, costringendo quasi lo

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