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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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Cicoria

In chiusura della rassegna “Olodrammi”, organizzata da mezzARIA Teatro di Filippo Trepepi, è andata in scena al Teatro del Canovaccio di Catania la surreale e poetica pièce “Cicoria” dell’attore, regista e drammaturgo palermitano Francesco Romengo, con Alice Sgroi e Francesco Bernava. “Cicoria” di Francesco Romengo ha ottenuto nel 2015 la menzione speciale, nella sezione Corti di Scena della XII edizione “Il Racconto nel Cassetto – Premio Città di Villaricca”. Su una scenografia minimale, con pochi oggetti scenici, si muovono per circa 50 minuti, i due protagonisti, Rosa ed Angelo, due derelitti, due solitudini dei nostri giorni che, in un carcere del Sud, a pochi giorni da Natale, si svegliano e si ritrovano - stranamente - dentro la stessa cella, con gli stessi disagi e le stesse paure, le paranoie dei detenuti. I due sono subito diffidenti, l’uno dell’altro e separati da bidoni di plastica vuoti, tra foglie secche, due bacili ai lati e delle tazzine di caffè, a poco a poco, però,

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The Deep Blue Sea

Opera di un drammaturgo per così dire di confine o di passaggio, quel Terence Rattingan che ha in un certo senso traghettato la commedia borghese anglosassone fin sulla spiaggia degli “Arrabbiati”, è drammaturgia dal taglio molto tradizionale, sia per la sintassi narrativa che richiama un certo gusto intimista inizio secolo, che per il linguaggio scenico, attento a riproporre e concentrare il suo sguardo sul salotto, ovvero sulla camera da letto, della britannica “upper class” e dei suoi paraggi esistenziali. Narrazione di una sola giornata, breve come quelle dell'autunno inglese, in cui precipitano affannosamente i nodi di una relazione incompiuta come molte, nella quale all'iniziale passione travolgente, anche perché apparentemente eversiva dell'ordine familiare, subentra l'indecisione e l'ansia per una fine attesa come prossima, o forse auspicata e sollecitata da un indocile e inconsapevole senso di colpa. In questo anche consueta e un po' banale se vogliamo. Lei ha lasciato il marito,

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Quattro uomini chiusi in una stanza

Autentico teatro d’impegno civile quello proposto al Piccolo Teatro della Città - Centro di Produzione Teatrale di Catania, nell’ambito del percorso  “Teatro Civile”, dal Nuovo Teatro Sanità. In scena l'interessante pièce scritta e diretta dal regista napoletano Mario Gelardi, "Quattro uomini chiusi in una stanza" con Ivan Castiglione, Riccardo Ciccarelli, Carlo Geltrude, Gennaro Maresca. Il lavoro, in circa 50 minuti, si sofferma attraverso le parole, le reazioni, le paure dei quattro protagonisti, sulla dibattuta questione delle "morti di Stato". In una scena essenziale - dove si avverte subito una notevole tensione emotiva- quattro uomini in divisa, quattro rappresentanti delle forze dell'ordine, a seguito della morte di un ragazzo per un probabile abuso di forza durante le fasi dell’arresto, discutono, litigano, si abbracciano, evidenziano i loro diversi caratteri e si accordano per restituire in tribunale un’unica verità credibile. Il ragazzo è morto, forse, perché “stava male” o perché “se l’è cercata”, dice

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Ferrovecchio

Per lunghi anni un anziano signore catanese ha percorso moltissimi chilometri con la sua bicicletta, risalendo dalla piana di Catania fino alle pendici dell’Etna: la gente ha sempre raccontato che questa figura, tenera e malinconica, scomparsa da poco, percorreva quella lunga strada da anni. L’uomo, ormai anziano e malato, ricurvo sul suo amato mezzo, spingeva la sua bicicletta senza salirci sopra, anche sotto la pioggia, nel traffico delle strade a scorrimento veloce, per inseguire un sogno e un ricordo d’amore mai sopiti, nonostante la scomparsa di una donna che non aveva potuto sposare. Questa storia, realmente vissuta, diventa esempio per ricordare che la metafora del viaggio-vita è costante nella fantasia e nella psiche dell’uomo, sin dai tempi più antichi, ed è ancor più poetica e malinconica quella legata al viaggio della vita attraverso una bicicletta. Questo mezzo, come tanti altri oggetti di scena impregnati di profonda valenza semantica e drammaturgica, diventa il terzo personaggio di questo spettacolo e subito viene in mente la storia vera dell’uomo siciliano che ogni giorno percorreva una lunga strada per arrivare sulle pendici dell’Etna. Non a caso il titolo,

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Gli amori disperati di Beethoven

Adriano Bassi, con scrittura drammatica e dolente, racconta gli amori disperati di Beethoven. Il grande musicista ha amato molto e non sempre è stato ricambiato, spesso le convenzioni sociali hanno ostacolato la sua felicità, uomo passionale e inquieto, la musica ha rappresentato per lui il suo “immortale amore”. La pièce, procede fra voce narrante e monologhi disperati di Beethoven uomo, che racconta al pubblico ma soprattutto a sé stesso, il suo amore per le donne e la musica. Un lavoro originale che permette di conoscere momenti fondamentali e particolari interessanti della vita di Beethoven. È evidente il lavoro di ricerca storica e musicale compiuta dal Maestro Bassi, tutto sulle note delle più belle sinfonie di Beethoven. La vicenda umana di Beethoven è nota: l’infanzia difficile succube del padre ubriacone e violento, la sordità che lo afflisse progressivamente dovuta anche alle percosse del genitore, l’incapacità di accettare regole e comportamenti sociali, gli amori disperati,

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Nerone

Spesso nel teatro l'incontro con una storia, con una narrazione, fornisce gli strumenti, anzi è essa stessa uno strumento per penetrare nell'animo umano, per indagarne i più intimi recessi e soprattutto per costruire le parole necessarie a dirlo, quell'animo e quel mondo che lo circonda e dolorosamente lo lacera. Succede così che una drammaturgia diventa la partenza di un nuovo viaggio creativo irrorato, come le vene dal sangue, da quelle parole che lo spingono sempre un poco più in là, ogni volta che ne disponiamo nella loro sfaccettata pienezza. In questo modo dalla messa in scena recente del “Nerone” di Felicien Marceau, la  drammaturga Giuliana Pisano trae il destro per costruire in scena la storia di Luciano, uomo perso nel nostro vivere contemporaneo, perso e inadatto, costretto ad essere ciò che non è e dunque inattuale fino a dover recuperare tentativi di identità da quel lontano imperatore romano, figlio anche lui rifiutato di quel tempo lontano e però tanto prossimo.

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