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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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Purgatorio

È la seconda anta di un dantesco trittico immediatamente, intimamente e anche necessariamente politttttttico, per riconfermare uno dei termini fondativi dell'idioletto delle Albe, in quanto capace di leggere e rappresentare nelle mille piegature della poesia esposta nei sentieri che percorrono le nostre storie, le mille piegature della realtà del nostro esistere, ieri e oggi e magari anche domani.
Il secondo movimento, dunque, di quella Commedia diventata 'divina' soprattutto perché profondamente umana, un Purgatorio così scandalosamente fedele a sé stesso, guardato e mostrato attraverso gli occhi fedeli di Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, ed in cui la stessa parola è prima 'vista' e poi 'udita' mentre transita sulla scena aperta della città. Si prende dunque, noi e loro, la via dei 'fedeli d'amore' che nella gioventù di Dante avevano già visto ed anticipato l'energia di quell'amore che muove il mondo intero, incastonato nello sguardo perduto ma così ritrovato di Beatrice,

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Tripolis

Le vicende del colonialismo italiano appartengono soprattutto alla ricerca storiografica dell’Italia contemporanea, mentre sono pressoché scomparse dalla memoria attiva degli italiani. La Libia, la Somalia, l’Eritrea, l’Etiopia, l’Albania, sono state nostre colonie e in esse noi italiani abbiamo vissuto e lavorato, fatto progetti e affari, abbiamo amato certo ma, altrettanto certamente, ci siamo macchiati di crudeltà e infamità mostruose che svuotano di senso ogni mitologia bugiarda e autoassolutoria che ci descrive come “brava gente”. Vicende crudeli, dolorose e nemmeno troppo lontane nel tempo eppure, come direbbe il filosofo Giorgio Agamben, “indimenticabili” ovvero “non dimenticabili”, non passibili d’oblio perché probabilmente mai entrate davvero nella memoria collettiva del nostro popolo, ammesso che tra fine ottocento e primi del novecento sia esistita davvero un’entità collettiva tale da potersi definire popolo italiano. Ecco, la storia del colonialismo italiano non è diventata mai

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Pescheria Giacalone e figli

Una novità assoluta, un testo frizzante ed amaro, “Pescheria Giacalone e figli”, di Rosario Lisma presentato nella corte del Castello Ursino di Catania, in apertura della rassegna estiva del Teatro Stabile etneo, dedicata alla nuova drammaturgia e agli artisti in alta percentuale siciliani. Lo spettacolo di Rosario Lisma, attore, autore e regista nativo di Mazara, ma a diciotto anni fuggito a Milano, è un dramma travestito da commedia e vede al centro della vicenda quattro protagonisti, in una modesta famiglia siciliana e tradizionale, dove l’amore, l'abitudine, le tradizioni soffocano le iniziative, le energie dei giovani, tenendoli prigionieri della propria terra, tra porte e finestre ermeticamente chiuse e che tagliano fuori dal mondo, dai cambiamenti, dal progresso. E’ Alice, una dei quattro

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Rob

È una polifonia sul nulla e del nulla questa spiazzante e anche, latu sensu, 'fastidiosa' drammaturgia, quarto appuntamento della ventiquattresima “Rassegna di drammaturgia contemporanea” in corso a Genova, una drammaturgia del nulla, etico, psicologico e identitario, che in questa nostra opaca contemporaneità progressivamente ci riempie e, scusate la tautologia, intasa il nostro spirito e la nostra mente, quasi ottundendoli. Un testo, dunque, che suggerisce ed esplora questo nulla attraverso la costruzione narrativa e dialettica di un personaggio, ROB appunto, anch'esso scenicamente 'inesistente' ma composito, frutto dell'altrui sguardo e dell'altrui memoria, in questo 'passivo' ma anche capace di attivare nel racconto drammaturgico le suggestioni di un oggi senza riferimenti e desideri veri, prima ancora che senza valori. Un mondo, quello di Rob, fatto di sogni senza interpretazioni in cui bene e male si sovrappongono nell'uguale giudizio e nell'uguale valore e in cui lo

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Arlecchin dell'onda

Il mare, intimità e profondità spirituale prima ancora che fisica, meraviglia e futuro, sofferenza e abbandono, migrazioni e naufragi, così questo bello spettacolo è capace di contaminare e trasfigurare la Storia nelle piccole storie personali che l'attraversano oggi, come l'hanno sempre attraversato ieri e l'attraverseranno domani, facendoci scoprire l'inaspettato e l'inascoltato con la forza della narrazione e della maschera. Genova da quel mare illuminata e a volte accecata, ed il suo oscuro retroterra di povertà e fame, di fuga e sfruttamento, diventa dunque la meta di una girovaga e spesso, dietro il riso che talora la deforma, inquietante commedia dell'arte, tra Arlecchino e Pulcinella, Pantalon dei Bisognosi (sich!!) e i tanti capitan Fracassa che percorrono i ponti delle sue navi e delle sue velocissime e guerresche galere. Maschere condivise con cui ci scambiamo in continuazione, da sempre quasi, a volte maschere di classe che esprimono un proletariato affamato ed una economia di mercanti e

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Da madre a madre

Come ormai da ventuno anni, la riapertura nel centro storico medioevale e nel porto antico del festival genovese “SUQ donne isole frontiere” è come riportare l'orologio della città ai secoli in cui dalle banchine 'aperte' sul mediterraneo fluivano razze e colori, persone e culture che andavano inevitabilmente e direi necessariamente, ora come allora, a mescolarsi negli stretti vicoli che salivano rumorosi verso la collina, ora come allora dicevo, ma forse allora con meno cattiveria e con quel più di interesse che mescolava la curiosità ai commerci. Dal 14 al 24 giugno il festival vuole e riesce a risvegliare quella antica curiosità ed interesse, miscelata io credo con lo stesso sangue multicolore degli italiani, e che quegli stessi italiani talora sembrano aver dimenticato. Una occasione rara e

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