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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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Trent'anni di grano

«Prendi una spiga di grano, prendila tra le mani. Sfrega le palme adesso, fallo leggermente, muovendole in senso orario. Ora apri le mani e soffia: la pula vola via inutile, i chicchi di grano restano tra le mani, sono pronti a trasformarsi in pane». Si conclude così, condividendo col pubblico questo gesto, al contempo concretissimo e simbolico, “Trent’anni di grano. Autobiografia di un campo”, lo spettacolo che “Il teatro delle Ariette” (Paola Berselli, Stefano Pasquini, Maurizio Ferraresi), dopo il debutto a Matera e una replica al Festival Kilowatt, ha presentato a Castrovillari, il 9 ottobre, nel contesto fecondo come sempre del Festival “Primavera dei teatri” giunto alla sua XXI edizione. Uno spettacolo, ma anche un rito teatrale, una narrazione, un’esperienza umana calda fino alle lacrime, vissuta insieme con altri seduti, ben distanziati, a un desco - piatto, posate, tovagliolo, bicchiere - che, alla fine si arricchisce di cibo semplice. Condivisione di parole, accoglienza in un campo di grano

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Pandora

Eccomi finalmente ritornata a teatro dopo la chiusura. Sono seduta in un angolo della platea: fila M posto 24, accanto alla parete in muratura che ricorda le origini di questo storico teatro milanese. Accanto a me c’è un libro luminoso, idea originale per garantire il distanziamento fisico.  Lo spettacolo si intitola Pandora e fa parte di una rassegna dedicata alle nuove voci teatrali, è una drammaturgia fisica di Giulia Tollis, si svolge in un bagno pubblico dove varia umanità si incontra e scambia qualche verso, qualche canzoncina, poche parole. Un bagno pubblico che diventa il contenitore di tutti i mali che si riversano nel mondo. Tutto come nel mito: Pandora aveva ricevuto da Zeus un vaso raccomandandole di non aprirlo, ma la ragazza era curiosa, non seppe resistere alla tentazione e così facendo liberò tutti i mali del mondo, per nostra fortuna la speranza non fece in tempo a uscire. All’umanità non si nega la speranza e anche al teatro: nel finale, un piccolo uomo, un borghese piccolo, piccolo,

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Festival Opera prima 2020 il diario

Quando la voglia o, meglio, l'esigenza di esprimersi degli artisti si incontra con la necessità di una comunità di ritrovare il teatro, il proprio teatro, luogo ineludibile e insostituibile di consapevolezza e profondità, snodo e punto di caduta di un processo di identità che, prima e insieme al suo essere collettivo, è soggettivo e spesso 'singolare'. Un luogo, un punto di incontro capace di sviluppare ancora più forza proprio in circostanze straordinarie ed eccezionalmente avverse, sui cui è ormai superfluo ritornare. Eccoci dunque a Rovigo per questo festival che, come i tanti che ho in questi mesi incrociato sulla mia strada, ha voluto esserci di nuovo con una edizione un po' rimaneggiata forse, ma che nel complesso nulla ha da invidiare alle quindici che l'hanno preceduta, anzi. Un festival, come sua cifra consueta, organizzato in tre sezioni, “generazioni” che ospita compagnie consolidate di respiro europeo, “opera prima, segnalazioni” che accoglie compagnie e spettacoli che le prime

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Io, trafficante di uomini

È uno spettacolo questo che, entrando per così dire nella carne stessa di un Festival dedicato a donne, isole e frontiere, riesce ad efficacemente evitare i rischi che talora contraddistinguono il teatro di narrazione ed il teatro inchiesta, e cioè una certa ritualità come di messa cantata cui si assiste per consuetudine anche partecipata ma che si dimentica non appena usciti dalla chiesa, e quello altrettanto grave della spettacolarizzazione mediatica dell'evento che invece caratterizza molta stampa, anche con le migliori intenzioni, e molta politica, questa forse con intenzioni meno buone. Ci riesce, a mio avviso, perché porta dentro al suo stesso transito scenico esistenze in tutto ciò direttamente implicate, siano persone che fuggono da situazioni ormai insostenibili, o siano appunto i trafficanti che illegalmente ne organizzano la fuga. Così, attraverso questa figura tragica e insieme piena di speranza della giovane fuggitiva, Lucia ora finalmente al sicuro che si racconta al giornalista narratore, non

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Vecchia sarai tu!

Tre donne, o meglio una unica esistenza femminile vista nei suoi canonici attraversamenti, tra giovinezza inattuata, maturità irrisolta e vecchiaia, senza aggettivi perché in questa nostra affannata contemporaneità la vecchiaia è sparita da ogni monitor, da quasi ogni radar artistico e culturale, anzi sembra non essere proprio mai esistita. Eppure, questa interessante drammaturgia, la vecchiaia ce la mostra, con una lucidità ammirevole e rara e insieme con una tenerezza ed una ironia non abituali, e ce la mostra non solo come esito inevitabile del vivere di ognuno, ma anche e soprattutto come pietra di paragone direi, luogo di giudizio in cui precipita e dovrebbe trovare coerenza il senso stesso della vita. Proprio nella efficace sovrapposizione di queste tre età, viste con occhio e sensibilità femminile ma aperta e chiara a tutti, uomini o donne non importa, e nel distacco ironico che favorisce, la scrittura scenica trova la sua coerenza. I 'luoghi comuni' dunque di ognuna delle tre età diventano così scandagli, per penetrare identità condivise ma anche singolari e uniche anche per la capacità di specchiarsi l'una nell'altra, e le nostre nelle loro. La giovane colta e precaria a 600 euro al mese per

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Elena

Elena la fascinatrice, Elena la traditrice, Elena l'amata, Elena l'odiata, Elena la “mutaforme”, Elena distruttrice di uomini e di flotte e per la quale “achei e troiani sopportano diuturne fatiche”. Ma non è questa la Elena che Elisabetta Pozzi porta in scena, traslandola dal bellissimo poemetto di Ghiannis Ritsos nella efficace e musicale traduzione di Nicola Crocetti, bensì è una Elena tout court che, resistendo al tempo e al mito che l'ha determinata, perdendosi ha finalmente  ritrovato se stessa. È dunque in scena Elena uscita dal tempo, Elena che il tempo ha sconfitto alle soglie della morte, è infine colei che al tempo ha resistito e persiste nonostante tutto, non più vicenda che si racconta ma infine sentimento essenziale che supera il suo stesso mito paradossalmente e ironicamente inverandolo. Può guardarsi e può guardare il passato perché è altra, diversa e insieme fedele a se stessa. Nelle sue parole tornano, come residui di un naufragio, i suoi amori e gli uomini che li hanno

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