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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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L'angelo di Kobane

Storia e flusso di coscienza, accompagnandosi reciprocamente, si intrecciano in questo intenso monologo drammaturgico del britannico Henry Naylor, che nell'affollarsi di sentimenti e suggestioni lascia talora senza fiato. Forse perché le storie e la Storia, anche con la S maiuoscola, in fondo non sono anch'esse che grumi di coscienza che si intercettano e si scontrano sul mutevole palcoscenico del tempo, lasciando talora tracce che sono segnali per il prosieguo del nostro cammino. A metà dunque tra l'inchiesta e l'analisi psicologica la densa scrittura di Naylor fa della storia semplice di una donna, si chiamava Rehana, coinvolta suo malgrado ma in prima fila su quel palcoscenico, la metafora del confronto scontro tra i nostri desideri ed un destino spesso altrove manovrato. Così Rehana, che voleva diventare un avvocato, si ritrova soldato delle unità curde femminili che hanno eroicamente combattuto e vinto nella città assediata di Kobane, costringendo l'Isis al ritiro e alla fuga. Questa

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Le otto montagne

Due donne e otto montagne... Due donne che vengono da esperienze diverse ma in comune hanno qualcosa di prezioso, lavorano duramente da anni nel mondo del teatro. Marta Marangoni e Francesca Sangalli. La prima, Marta Marangoni, artista poliedrica, ha alle spalle una lunga ricerca di teatro sociale e di comunità, presidente di Minima Theatralia lavora nella convinzione che «il teatro possa essere uno strumento di incontro realmente rivoluzionario per le nostre vite e per le nostre solitudini». La sua ricerca parte da un’urgenza: quella di uscire dai meccanismi classici della messinscena e sperimentare nuove modalità performative, in cui diverse discipline possano dialogare fra loro e in cui il pubblico possa partecipare attivamente, come è accaduto recentemente con “Epopea dell’irrealtà di Niguarda”. Spettacolo teatral-musicale inserito nella Grande Festa di Quartiere, con la partecipazione di associazioni, commercianti, cittadini di Niguarda. Un omaggio a questo storico quartiere e ai suoi abitanti, passati e presenti, una vera e propria epopea di comunità. Un grande circo scenico, realizzato in collaborazione con Francesca Sangalli, drammaturga e autrice

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Fedeli d'amore

Il teatro di Marco Martinelli e di Ermanna Montanari, e quello delle Albe nel loro comune palpitare, assomiglia talora ad una nave che incrocia davanti ad un continente sconosciuto, il mondo che ci circonda ma non ci appartiene, alla ricerca di un varco, della foce di un fiume, di uno stretto anche periglioso per penetrare con il suo avventurato equipaggio quel continente sconosciuto, per rivelare quel mondo. Anche “fedeli d'amore”, polittico drammaturgico scritto da Marco Martinelli con ideazione e regia come di consueto condivise con Ermanna Montanari, appare come una esplorazione tra le ombre, un passaggio a nord ovest verso lo sconosciuto che si mostra a noi, mentre la nebbia fitta di un'alba lontana del 1321 penetra tra le fessure del mondo, si mostra a noi attraverso il nome di un poeta, del poeta Dante Alighieri che malarico e ormai nei pressi di quella morte che tante volte aveva liricamente prefigurato, ripercorre a ritroso i tempi e i ritmi di una esistenza da sempre con noi

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La buona educazione

Esiste oggi una Buona Educazione? Continua il percorso di ricerca della Piccola Compagnia Dammacco. Lo spettacolo costituisce la terza parte del progetto “Trilogia della fine del mondo”, nato nel 2010. L’ultima notte di Antonio (2012) e Esilio (2016) compongono le prime due parti della trilogia. Dipendenza dalle droghe, lavoro, educazione. Temi sociali di attualità affrontati con un’idea di teatro surreale e grottesco. La regia di Mariano Dammacco che è anche autore del testo, inserisce il personaggio in un salotto d’altri tempi.  L’uso della voce e i movimenti del corpo sono come quelli di una marionetta. La voce pacata, quasi come un salmo, su una nota sola, la gestualità scomposta, scatole di legno in scena dalla forma stilizzata come se fossero dei robot, tutto costruito con l’intento preciso di creare una dimensione fuori dallo spazio e dal tempo. Una donna sola in scena, quasi una novella Maria Montessori, si ritrova suo malgrado a crescere un nipote e ad affrontare tutte le

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Il cerchio rosso

Una umanità imprigionata in un mondo di violenza e sopraffazione, segnato da una cifra comune, la droga cioè come terminale perverso e schiavizzante dell'unico valore rimasto, quello mutante del denaro come potere che si nasconde in ogni nostra manifestazione. Questa  drammaturgia di Vitaliano Trevisan, infatti, rifugge da qualsiasi infingimento o ipocrisia per guardare direttamente dentro alla sofferenza che percorre questa nostra società che, a quell'unico valore rimasto, sembra aver venduto ogni sogno di miglioramento o riscatto, politico od esistenziale che sia. Dell'intera vita rimangono le esistenze sbattute su una spiaggia di alcuni drogati, sorta di personaggi fassbinderiani però privi di un minimo cuscino affettivo, alle prese con la sopraffazione come unico metro di giudizio, come un'etica senza alternative in cui chi prevale con la forza ha comunque ragione, incapaci come sono di uscire dal cerchio rosso che il destino ha disegnato. Loro dentro a quel cerchio continuano così a mostrare qualcosa, il loro essere difettosi, che non è solo loro ma appartiene anche a tutti noi, come christus patiens o capri espiatori destinati forse a preservarci da un male così

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Le solite ignote

Il mondo visto attraverso gli occhi di Rafael Spregelburd è un mondo segnato dalla dispersione, uno stato che va oltre la stessa liquidità studiata da Bauman, un mondo in cui la catastrofe prossima ventura, ma di cui il nostro presente è già gravido, non transita in tragico ma piuttosto in ironico grottesco. Nella dispersione emerge così, come la schiuma nel mare, l'unico valore totemico che sta sopravvivendo e, purtroppo, permeando di sé l'intera società occidentale, il valore del capitale e del denaro, ormai diventato nostro malgrado pietra di paragone della nostra stessa felicità, o meglio di quel vuoto surrogato che è la felicità 'catodica' o, nella post contemporaneità, la felicità in 'rete'. Questa pièce, adattamento (il titolo richiama un famoso film degli anni sessanta) della brava Manuela

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