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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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Pasolinacci e Pasolini

Sono sessanta minuti, quelli dell'ultimo lavoro teatrale di Marco Martinelli ed Ermanna Montanari (“quattro movimenti di ascolto” a sottolinearne l'approccio sonoro incarnato nella parola scenica), in cui Pier Paolo Pasolini si mostra restando quello che è per la sua stessa natura, metafisica prima ancora che estetica, la 'tesi' cioè di una umanità dolente che si guarda e appunto ascolta e l'antitesi di un impegno sociale e politico che cerca nella ragione la sua essenza, senza però una sintesi che sia una eredità da trasmettere o ricevere per elaborare l'esistere e l'esistente, anche quello che non vediamo.
Un dualismo, come ha scritto Marco Belpoliti, da sempre e per sempre irrisolto e che neanche la scena può risolvere. È così che lo spettacolo diventa in fondo un interrogarsi non tanto su Pasolini quanto sui due drammaturghi e su noi stessi, posti nella condizione di non poterne trarre etiche indicazioni eppure infiammati da quell'esempio, oscuro certo ma anche energicamete propulsivo, che nel richiamo a

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Antichi maestri

Il teatro di Thomas Bernhard è piuttosto frequentato da compagnie e registi italiani – ricordiamo almeno la recente messinscena di Piazza degli eroi, con protagonista un superlativo Renato Carpentieri – ma chissà se quelle pièce amaramente e lucidamente desolate abbiano poi spinto gli spettatori ad avvicinarsi anche ai romanzi e ai racconti dell’autore austriaco… Auspichiamo che lo stimolo giunga naturalmente dopo la visione dell’adattamento che Federico Tiezzi e Fabrizio Sinisi hanno realizzato di uno dei romanzi  più caustici e nondimeno disperatamente malinconici di Bernhard, quegli Antichi maestri che il regista fiorentino dichiara essergli stato consigliato da Franco Quadri.  La particolare prosa bernhardiana, costruita su iterazioni quasi ossessive e periodi prolungati e ridondanti, ha convinto Tiezzi e Sinisi a realizzare una riscrittura «a 360°» del romanzo, pur preservandone tanto la struttura a tre personaggi quanto la sotterranea ma indubbia musicalità.  Il merito di questo adattamento per il

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La difficilissima storia della vita di Ciccio Speranza

Nel mese di novembre il Teatro Cometa Off ha ospitato uno spettacolo capace di portare sul palco una storia amarissima, una commedia nera che fa ridere, ma che allo stesso tempo stringe il cuore.
La difficilissima storia della vita di Ciccio Speranza vorrebbe parlare di un sogno e della sua realizzazione, ma non ci riesce, perché è un seme piantato in un terreno troppo arido per poter sperare di germogliare. Il sogno appartiene a Ciccio, un ragazzone obbediente e dal cuore delicato che vive in una fattoria insieme al padre Sebbastiano e al fratello Dennis. Il suo desiderio più grande è quello di lasciare il duro lavoro da contadino per fare il ballerino, ma sa che deve fare i conti con una realtà troppo dura, marginale e ignorante perché si avveri: «Pote la rialtà into cui nasci suoffocar toi suogni?».
La realtà della famiglia Speranza è quella appunto della campagna, una campagna sperduta ed emarginata, rappresentata in scena da pochi elementi che rimandano più che alla sua bellezza nostalgica,

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Dulan la sposa

Rivivere il testo, e dargli vita, attraverso il corpo dell'attore è un meccanismo disvelante che riesce talora a riprodurre quel processo esistenziale e sociale mediante il quale le maschere e gli schemi comportamentali predisposti dalla società vengono assunti dai singoli individui e, ove possibile ovvero consentito, da quegli stessi individui elaborati e a volte modificati. Questo spettacolo è anche rivivere in sala quell'esperienza, illuminata però da una luce estetica che ci consente una consapevolezza inusuale di quello che succede a noi e soprattutto di quello che sta succedendo intorno a noi. Il bel testo di Melania Mazzucco, nato come radiodramma e allora vincitore del 53° Prix Italia, ha ormai più di vent'anni ma, come si usa dire, non li dimostra, riuscendo ancora a penetrare una condizione umana che, nelle sue singolari declinazioni, è quanto mai segno della nostra attualità. Ne è, per così dire, testimone e messaggero, nel doppio ma coerentemente sovrapposto ruolo di attore e regista, un Valerio Binasco che riesce ad esprimere, nella mimica forte e a volte, sotto la finzione di una inconclusa affettività, feroce e nella prossemica che svela, anche nei gesti e negli atti di presunto amore, una

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Primitivi – Hunters Gatherers

La drammaturgia contemporanea americana compare assai raramente sui palcoscenici italiani, apparentemente ignari delle nuove generazioni di autori, eredi di Miller, Williams o del più “giovane” Mamet. Merito dunque all’intraprendente compagnia romana Lumik Teatro per avere scelto di scandagliare puntigliosamente la vasta produzione di Oltreoceano, così da farne conoscere in Italia tendenze e scrittori e, magari, stimolare così la drammaturgia nostrana, troppo spesso sterilmente egocentrata. Ecco, dunque, che, dopo Ciccioni con la gonna di Nicky Silver e Cervus di Aaron Mark, la compagnia chiude la propria “Bestiale trilogia americana” con questo Primitivi – il titolo originale parla di “cacciatori” e “raccoglitori” – scritto da Peter Sinn Nachtrieb (1974) e, dopo il suo debutto nel 2007, fregiato in patria da numerosi premi - American Theatre Critics Association/Steinberg New Play Award, Will Glickman Prize. Una commedia nera, oscillante fra grottesco e splatter, con atmosfere da contemporaneo grand guignol e strisciante ma ficcante satira di smanie e mode attuali. Un iperbolico rifiuto del realismo borghese - malgrado il contesto, due coppie di amici che si trovano per cena per festeggiare il

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Le Giovanne (una eresia cosmica)

La compagnia argentina Toia&Callaci ha presentato al Centro Universitario Teatrale dell'Università di Catania, nell’ambito del “Catania Off Fringe Festival”, una insolita e complessa operazione, molto curata ed intrigante sotto il punto di vista storico-drammaturgico-estetico, ovvero il monologo “Le Giovanne (una eresia cosmica)”. La pièce, in circa 60 minuti, vede in scena, per l’attenta e misurata regia di Severo Callaci, l’attrice, regista ed autrice argentina Agustina Toia che, attraverso la recitazione, il trasformismo, il movimento, con un particolare gioco luci e soprattutto con un ampio telo bianco, affronta l'universo femminile e racconta spezzoni di vita di otto donne (Juana Manso, Juana La Loca, Jean D'Arc, Juana Azurduy, La Papisa Juana, Giovanna Marturano, Juana de Ibarboreau e Sor Juana Inés de la Cruz) che - come spiega l’autrice – “combatterono per i loro ideali, vissero il carcere e il convento, andarono in guerra, liberarono i loro popoli e le loro anime, scrissero cose belle, le seppellirono

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