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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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La lingua langue

Il participio passato del verbo essere? E l’apostofo? Ah la vecchia cara grammatica, fatta di regole da rispettare, nomi tecnici da ricordare e tanto forbito lessico. Nicola Stravalaci interpreta un surreale professore che, in memoria della compianta maestra Spanç che tanto gli insegnò, rende edotto il pubblico in sala di bizzarrie grammaticali e regole del parlare nazionale.  Il pubblico è chiamato a partecipare allo spettacolo, lo spazio della scena è sempre più fuso a quello della recitazione e così si ride, si canticchia e si balla pure, sul filo conduttore della grammatica e dell’imbarbarimento procurato dai tempi moderni. Il teatro si fa gioco, scherza su se stesso, pare non prendersi sul serio, finge di costruire pillole di pièce per timorosi del teatro impegnato. Forse un tempo questo sarebbe

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Marjorie Prime

“Ormai l'inverno del nostro scontento / s'è fatto estate sfolgorante ai raggi di questo sole di York”.  L’inverno del nostro scontento, quello del nostro futuro, invece, non ha sole. Un grande schermo a forma di finestra, proietta immagini di panorami, dapprima il mare, poi il cielo, i colori vivi, comunicano serenità... a mano a mano che gli eventi evolvono, tutto diventa sempre più grigio e scialbo. Il grande schermo mostra la sua verità, persino il pannello dei fili elettrici è scoperto. Marjorie Prime, di Jordan Harrison, nella resa scenica di Raphael Tobia Vogel, convince per la qualità artistica, per i messaggi poetici che la regia è riuscita a trasmettere con leggerezza, senza appesantire un testo che dice già tutto: una parola scenica tagliente e profonda. Molte le tematiche in campo: l’Alzheimer e il rapporto fra umani e intelligenza artificiale, la paura della morte e il desiderio di immortalità. Marjorie, ha ricordi confusi, incerti come le persone malate di Alzheimer, trascorre la sua giornata parlando

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Rosencrantz e Guldenstern sono morti

Iperconosciuta e pluripremiata commedia, così lui stesso ci teneva a definirla, di Tom Stoppard, rappresenta lo sguardo dissociato sull'Amleto shakespeariano, sopportato da chi nella tragedia era comprimario, cioè una semplice occasione sintattica nel contesto del complessivo percorso drammaturgico. Un contemporaneo spin-off dunque, come si auto-definisce nel foglio di sala, che gli allievi della Scuola di Drammaturgia del Teatro Nazionale di Genova, sotto la guida di Marco Sciaccaluga a conclusione del loro Master di recitazione, propongono a fianco e insieme al loro spettacolo “La favola del Principe Ameto”, visto e recensito lo scorso anno e riproposto in questa stagione,  a mio avviso utilizzandolo scenicamente quasi in sorta di compendio critico dell'Amleto stesso, ovvero come un apparato di notazioni che ne svisceri il senso e le dinamiche. Il testo, su cui è stato costruito anche un noto film del 1990 di molto successo, si struttura su cadenze surreali, da teatro dell'assurdo, ma

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Il mio nome è Caino

Il Piccolo Teatro della Città di Catania ha ospitato, nell’ambito  del percorso “Teatro Civile” del Teatro della Città - Centro di Produzione Teatrale, la pièce "Il mio nome è Caino", tratta dal romanzo scritto nel 1977 da Claudio Fava, diretta da Laura Giacobbe e prodotta da Maurizio Puglisi per Nutrimenti Terrestri, con l’elegante presenza di Ninni Bruschetta e Cettina Donato al pianoforte.
L’odierna edizione di “Il mio nome è Caino” è completamente diversa da quella vista nel 2003 dove Ninni Bruschetta si occupava solo della regia dello spettacolo che vedeva la presenza di vari personaggi, alcuni ripresi in video e c’erano poi le musiche dal vivo dei Dounia guidati da Faisal Taher. Questa nuova edizione regala allo spettatore una pièce più vicina ad un recital musical-teatrale di apprezzabile fattura, con dei contenuti di grande valenza sociale e civile. Il lavoro, in circa sessanta minuti, si avvale di una sobria scenografia (con una poltrona, una sedia, un pianoforte, un

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To Play or to die

Quante sono le messinscena di “Amleto” che si realizzano nel mondo ogni anno? Centinaia, migliaia. E quante parole si scrivono per commentare o definire criticamente gli spettacoli che si rappresentano? Innumerevoli. Tutto questo configura nel mondo la presenza del teatro quasi fosse un lievito di civiltà, il fronte di una  battaglia di cultura e progresso. Ma a rifletter bene, è davvero così? Davvero il mondo è mai cambiato di una virgola grazie al teatro o anche solo al buon teatro? Forse no, forse il male, la ferocia, la violenza, o anche solo l’incultura e la grettezza che ci circondano stanno lì a testimoniare tutta l’inutilità politica del teatro e, se si vuole, di ogni forma d’arte. Vale la pena quindi di interrogarsi ancora sulla voce di Amleto, (come di qualunque altro mito teatrale, grande o piccolo)? Val la pena di star lì a interpretarlo nel suo mistero perturbante? Vale la pena di notare il marcio che c’è nel regno di Danimarca e rileggerlo, riscoprirlo, superare l’orrore e contemplarlo con

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Shock in my town

Prodotta da “Retablo”, che ha così festeggiato i suoi trent’anni di attività, è stata proposta al Centro Zo di Catania, nell’ambito della rassegna di teatro contemporaneo “Altrescene”, la pièce "Shock in my town", ideata, composta ed interpretata da Turi Zinna che si avvale della collaborazione del video design di mammasONica.org, con l’allestimento di scena & concept di Salvo Pappalardo e Anthea Ipsale, della direzione tecnica di Aldo Ciulla e dell’ambiente sonoro di Fabio Grasso. Con la regia di Federico Magnano San Lio, il lavoro, in circa sessanta minuti, fa abbondantemente uso sulla scena della tecnologia, con 16 schermi disposti in quattro colonne dove si alternano a musiche elettroniche le immagini e le parole del protagonista con tanto di pistola. E’ sicuramente una proposta fuori dal normale rispetto alle classiche rappresentazioni e lo stesso autore ed interprete l’ha classificata come una “farsa tragica, un azzardo drammaturgico” dove il protagonista si sofferma su un corto circuito

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