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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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The global city

Il viaggio io credo, con il suo carico di aspettative e anche speranze, è una sorta di profezia che accade prima di tutto e soprattutto nella nostra interiorità. Con questa profezia si confrontano “Gli instabili vaganti”, cioè Anna Dora Dorno e Nicola Pianzola, in questo spettacolo ove nel qui e ora del palcoscenico precipitano e si concentrano, in assoluta contingenza, le estensioni della geografia e della storia, nei riflessi della memoire involontaire e con l'eco proustiana del ritrovarsi del tempo mai perduto. Non tanto, dunque, un confronto con la moderna sociologia della globalizzazione, i cui riflessi comunque si percepiscono, quanto la suggestione che emana dalle “Città invisibili” di Italo Calvino attraverso la quale Global City, la città globale si trasforma in una unica città, nella “Città unica” senza confini, in cui le immagini mnemoniche delle tante megalopoli visitate, dal Messico all'Asia, dall'Europa al Nord America, si combinano e si amalgamano in un linguaggio coerente e uniforme,  distillando quasi in una unica cittadinanza le nostre mille e più cittadinanze, dentro e fuori le nostre grandi o piccole realtà. Del resto il viaggio è una delle cifre estetiche, la principale credo sin dalla sua

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Il Bradipo e la Carpa

Il cortile della Cgil di Catania, nell’ambito dell’Autunno culturale Ungherese, ha ospitato la Compagnia Carnevale di Milano che ha proposto lo spettacolo “Il Bradipo e la Carpa”, adattamento e regia di Antonio Carnevale. La pièce, che vede protagonisti Antonio Carnevale e Riccardo Stincone, è l’adattamento per la scena del libro “Due Eroi in Panchina” del giornalista catanese Roberto Quartarone (edizioni InContropiede).  Lo spettacolo, in circa 50 minuti, racconta la vera storia di due allenatori ungheresi, Istvan Tóth e Géza Kertész, entrambi sui campi di calcio italiani negli anni Trenta, in un’epoca calcistica di grande prestigio per la scuola magiara.  Protagonisti assoluti del lavoro sono Antonio Carnevale (nei panni di Istvan Tóth) e Riccardo Stincone (in quelli di Géza Kertész) che, con due sgabelli ed un pallone, si muovono su uno spazio scenico che diventa prima, in modo più allegro e spensierato, campo di calcio, segnato dai due stessi attori e poi nel finale delinea le anguste pareti di una prigione. I due interpreti fanno conoscere, attraverso una delicata narrazione, la vera essenza di due eroi, i cosiddetti “Schindler del calcio”, amanti del calcio e della bellezza delle città

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Vader (father)

In un contesto in cui la tendenza a sovrapporre i linguaggi scenici è talvolta un indice di confusione e di poca chiarezza creativa, i Peeping Tom, gruppo fiammingo di teatrodanza, ha raggiunto un equilibrio raro riuscendo in un amalgama estetico in cui la narrazione scenica trova il modo di esprimersi e di relazionarsi in una sintassi composita, anche contraddittoria, ma sempre straordinariamente unitaria e unificante. Anche in questo spettacolo, del 2004 e da allora riproposto con successo in tutta Europa, drammaturgia della parola e coreusi, performance ed elementi di circo/teatro non si contrastano ma, facendosi l'uno con l'altro contrappunto, riescono a sviluppare una partitura simbolica compatta che va oltre lingue e linguaggi. Appare questo spettacolo, primo di una trilogia sulla famiglia, una sorta di attacco, ma con paradossale nostalgia, al padre, imprigionato quasi nel momento della sua decadenza, quando la vecchiaia e la debolezza del corpo e della mente sembrano trascinare la sua identità oltre gli schemi tragicamente grotteschi di un patriarcato in crisi. Come residui di una memoria che non si padroneggia più, emergono così i lacerti di un

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Incanti 2019 Figure in viaggio

La XXVI edizione della “Rassegna Internazionale di Teatro di Figura” si ripropone dal 3 al 10 Ottobre negli spazi tradizionali della Casa del Teatro Ragazzi e Giovani di Torino, per l'occasione allargati al Teatro Astra e al Circolo dei Lettori. Nella percezione comune il Teatro di Figura, che spazia dalle marionette al teatro visuale o delle ombre e a quello cosiddetto degli oggetti, è considerato un genere specifico, di nicchia per dirlo alla 'moderna', sia per spettacoli che per platea di destinatari, conservando una sorta di sovrapposizione con il pubblico infantile. Nella realtà, invece, il Teatro di Figura preserva evidenti, e gestisce con consapevolezza, elementi creativi, sintattici e narrativi, che sono alle fondamenta del teatro tout court, avendo quasi trasportato e salvaguardato al di là del tempo e della contingenza storica una dimensione primigenia del fare teatro che supera i consueti e irrigiditi schemi compositivi della contemporaneità, chissà perché affamata o dominata dalle

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Platero Y Yo

Sono rari i momenti o le occasioni, in questa nostra convulsa e frenetica, o forse solo ottusamente impegnata a 'disperdersi' dissolvendosi in rete, contemporaneità, in cui ascoltare ciò che ci sta a fianco o sull'orizzonte della vita e in cui guardarsi dentro. Lo spettacolo che ieri, 2 ottobre, ha inaugurato la stagione del Teatro Nazionale di Genova è uno di questi rari momenti ed è stato capace di mostrarci e suggerirci sentimenti essenziali, semplici perché prima o oltre ogni artificiale complessità, del vivere in noi e con noi, alcuni tratti cioè di quell'amore per la vita e la natura, che talvolta transita tra animali e bambini, e che dovrebbe sempre appartenerci ma che sembra al contrario abbandonato. È, in questo, efficace e a mio parere condivisibile la scelta di Ugo Dighero, anzi la sua doppia scelta, a partire dal testo, una selezione da una scrittura del poeta spagnolo Juan Ramon Jiménez premio Nobel nel 1956, che sembra lontano nel tempo e nello spazio mentale di una arcadia oltre o prima

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Pane e petrolio

Esiste, io credo, nel mondo contemporaneo, cosa che inevitabilmente ha cominciato a contaminare e condizionare anche il mondo del teatro, una vera e propria idiosincrasia per il “mistero”, inteso ovviamente nella sua più ampia accezione estetica, quasi che tutto debba essere illuminato e messo allo scoperto, fin denudato, perché ci sia una risposta sempre, ad ogni domanda. Invece spesso in questo oscuro che sta dentro il mistero c'è una verità, una sincerità che non va dimostrata o spiegata, basta mostrarla con la forza concreta del gesto che fonda e inonda la parola, perché si mostri all'occhio che guarda, quando vuole guardare, e all'orecchio che ascolta, quando vuole ascoltare. Sorge così il dubbio che tutto questo illuminare sia un modo per nascondere e allontanare la vita da noi e noi dalla vita. Questo scrisse, a proposito delle domande e delle risposte, a suo tempo Stefano Pasquini: “A me, quando uno mi fa una domanda, io di solito rispondo, anche perché è cortesia

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