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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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Il grigio

Storia di un uomo e del suo alter ego non umano, o forse solo, come oggi si direbbe, diversamente umano, perché in fondo specchiarsi in qualcuno o qualcosa è condividere lo stesso spazio anche virtuale, proprio come un uomo e un topo (il Grigio appunto). Storia di una vita e dei suoi/nostri “mostri dentro”, temuti ma quasi desiderati per sentire forse di essere e esserci un po' di più. Tutto ciò è ed è in questo apparentemente lontano racconto scenico, uno dei più bei monologhi del teatro/canzone di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, allora (era il 1998) visionario e distopico ora anche politicamente “molto scorretto” e straordinario, ovvero paradossale, nelle sua evidente attualità e nella esuberante contemporaneità che sa andare oltre la scena stessa. Un borghese qualunque, misura del tempo che ancora oggi viviamo, si rifugia nella nuova casa in campagna ad allontanare se stesso e a riparare, nel senso di aggiustare, una identità sfrangiata tra matrimoni falliti, figli distanti

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Coltelli nelle galline

Andrée Ruth Shammah, porta in scena COLTELLI NELLE GALLINE del pluripremiato autore scozzese David Harrower e lo fa dando all’opera un sapore di favola.  In un ambiente rurale indefinito, vivono due uomini e una donna, tre solitudini a confronto, primitive ed originali. Un triangolo sentimentale attorno a cui ruotano gli intimi interrogativi della donna, alle prese con la sua personalissima presa di coscienza. La donna è giovane e bella, parla come una bambina, le parole stentano ad uscire dalla sua bocca, cerca di capire il significato del vivere. Ha un nome meraviglioso che non si può pronunciare, in quel nome vive il mistero della sua vita e il suo desiderio di libertà. Suo marito è un uomo rozzo e brutale ma lei lo ama, almeno crede di amarlo fino all’ incontro con un mugnaio che le

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Sei. E dunque, perché si fa meraviglia di noi?

Su una piccola piattaforma rialzata, a due metri da terra, di poco meno di un metro per un metro, il camaleontico Pier Giuseppe Di Tanno ha presentato al Centro Zo di Catania, come primo appuntamento della rassegna “Altrescene”, il monologo “Sei. E dunque, perché si fa meraviglia di noi? l’innovativa ed intrigante pièce di Roberto Latini, testo de-costruito e tratto da “Sei personaggi in cerca d’autore” di Luigi Pirandello. Il protagonista, Pier Giuseppe Di Tanno, che interpreta tutti e sei i personaggi pirandelliani, è stato scelto per rappresentare il percorso di approfondimento con la drammaturgia pirandelliana dopo “I Giganti della montagna”.  E’ una produzione Fortebraccio Teatro con il sostegno di Armunia Festival Costa degli Etruschi e con il contributo di MiBACT e Regione Emilia-Romagna, drammaturgia e regia di Roberto Latini, musica e suono di Gianluca Misiti, luci e direzione tecnica di Max Mugnai, assistente alla regia Alessandro Porcu, consulenza tecnica Luca

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The global city

Il viaggio io credo, con il suo carico di aspettative e anche speranze, è una sorta di profezia che accade prima di tutto e soprattutto nella nostra interiorità. Con questa profezia si confrontano “Gli instabili vaganti”, cioè Anna Dora Dorno e Nicola Pianzola, in questo spettacolo ove nel qui e ora del palcoscenico precipitano e si concentrano, in assoluta contingenza, le estensioni della geografia e della storia, nei riflessi della memoire involontaire e con l'eco proustiana del ritrovarsi del tempo mai perduto. Non tanto, dunque, un confronto con la moderna sociologia della globalizzazione, i cui riflessi comunque si percepiscono, quanto la suggestione che emana dalle “Città invisibili” di Italo Calvino attraverso la quale Global City, la città globale si trasforma in una unica città, nella “Città unica” senza confini, in cui le immagini mnemoniche delle tante megalopoli visitate, dal Messico all'Asia, dall'Europa al Nord America, si combinano e si amalgamano in un linguaggio coerente e uniforme,  distillando quasi in una unica cittadinanza le nostre mille e più cittadinanze, dentro e fuori le nostre grandi o piccole realtà. Del resto il viaggio è una delle cifre estetiche, la principale credo sin dalla sua

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Il Bradipo e la Carpa

Il cortile della Cgil di Catania, nell’ambito dell’Autunno culturale Ungherese, ha ospitato la Compagnia Carnevale di Milano che ha proposto lo spettacolo “Il Bradipo e la Carpa”, adattamento e regia di Antonio Carnevale. La pièce, che vede protagonisti Antonio Carnevale e Riccardo Stincone, è l’adattamento per la scena del libro “Due Eroi in Panchina” del giornalista catanese Roberto Quartarone (edizioni InContropiede).  Lo spettacolo, in circa 50 minuti, racconta la vera storia di due allenatori ungheresi, Istvan Tóth e Géza Kertész, entrambi sui campi di calcio italiani negli anni Trenta, in un’epoca calcistica di grande prestigio per la scuola magiara.  Protagonisti assoluti del lavoro sono Antonio Carnevale (nei panni di Istvan Tóth) e Riccardo Stincone (in quelli di Géza Kertész) che, con due sgabelli ed un pallone, si muovono su uno spazio scenico che diventa prima, in modo più allegro e spensierato, campo di calcio, segnato dai due stessi attori e poi nel finale delinea le anguste pareti di una prigione. I due interpreti fanno conoscere, attraverso una delicata narrazione, la vera essenza di due eroi, i cosiddetti “Schindler del calcio”, amanti del calcio e della bellezza delle città

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Vader (father)

In un contesto in cui la tendenza a sovrapporre i linguaggi scenici è talvolta un indice di confusione e di poca chiarezza creativa, i Peeping Tom, gruppo fiammingo di teatrodanza, ha raggiunto un equilibrio raro riuscendo in un amalgama estetico in cui la narrazione scenica trova il modo di esprimersi e di relazionarsi in una sintassi composita, anche contraddittoria, ma sempre straordinariamente unitaria e unificante. Anche in questo spettacolo, del 2004 e da allora riproposto con successo in tutta Europa, drammaturgia della parola e coreusi, performance ed elementi di circo/teatro non si contrastano ma, facendosi l'uno con l'altro contrappunto, riescono a sviluppare una partitura simbolica compatta che va oltre lingue e linguaggi. Appare questo spettacolo, primo di una trilogia sulla famiglia, una sorta di attacco, ma con paradossale nostalgia, al padre, imprigionato quasi nel momento della sua decadenza, quando la vecchiaia e la debolezza del corpo e della mente sembrano trascinare la sua identità oltre gli schemi tragicamente grotteschi di un patriarcato in crisi. Come residui di una memoria che non si padroneggia più, emergono così i lacerti di un

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