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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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S/Caduti

Esito finale di un progetto avviato a gennaio 2019 dalla Compagnia Enrico Lombardi/Associazione Quinta Parete, coadiuvato da una serie di realtà attive a livello sociale e finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, lo spettacolo S/CADUTI ha debuttato sul finire dello scorso ottobre inaugurando la nuova stagione teatrale «OFF2» del Teatro Fabrizio De André di Casalgrande (provincia di Reggio Emilia). E lo ha fatto coinvolgendo un affollato gruppo di giovani interpreti, composto da adolescenti e diversamente abili impegnati a rappresentare una drammaturgia che, con ironia critica, traccia dei parallelismi tra gli attuali problemi ambientali ed ecologici e la sparsa animosità strumentale verso certe creature ‘scomode’. Ovverosia – rievocando il testo – «anziani, cani, bambini, disabili e stranieri» equiparati, nell’ottica di svariati insofferenti, alla stregua di fastidiosi accumuli e residuati di aggregati umani e animali, al pari delle frotte di spazzatura che assediano tanti spazi cittadini, zone e territori del mondo d’oggi. Esseri «scomodi», quelli succitati, perché con modi e gradi diversi comportano in genere un quid complesso di affinate responsabilità e sensibilità

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L’onore perduto di Katharina Blum

Letizia Russo, tra le migliori drammaturghe italiane, ha adattato per la scena “L’onore perduto di Katharina Blum”, dello scrittore tedesco Heinrich Böll, tratto dal testo del 1974 del Premio Nobel per la letteratura nel 1972. La pièce è stata proposta al “Verga” di Catania, per la stagione di prosa 2019-2020 dello “Stabile” etneo. L’atto unico, che tiene sempre desta l’attenzione del pubblico, risulta estremamente attuale ed intrigante e prende in esame in modo diretto la cosiddetta “macchina del fango” ovvero quel giornalismo sensazionalistico, senza scrupoli, che, ieri come oggi, può distruggere la vita, la reputazione di una persona. Lo spettacolo, che vede in scena Elena Radonicich, Peppino Mazzotta e la Compagnia del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, è diretto da Franco Però ed è una coproduzione del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, con gli Stabili di Napoli e Catania. Nel suo romanzo, l’autore tedesco Heinrich Böll, usa la forma del giallo, costruendo

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Le signorine

Interno napoletano, middle class ma arredo semplice e vita poverella senza agi e senza lussi, neppure il riscaldamento acceso figuriamoci gli svaghi o i diletti. Piú per taccagneria che per necessità. Addolorata e Rosaria, due zitelle, anzi le Signorine come le chiamano tutti. La loro merceria è in affanno per la concorrenza cinese, riverberano i ricordi di un passato lontano ma piuttosto vacuo di qualcosa che valga la pena di essere ricordato. Il presente è sciapo. L'una dipende dall'altra come il più dal meno e il freddo dal caldo, in una perpetuarsi eterno e immutabile di litigi e scontri infiniti per ogni nonnulla, Rosaria che risparmia all'infinito e Addolorata che vorrebbe godersi la vita, anche se è proprio la sua paura di vivere che la attanaglia e la soggioga alle angherie della sorella. Poi il

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Nel tempo degli dei

La narrazione, tra epos, lirica e dramma, è un flusso che attraversa la storia di tutti e le esistenze di ciascuno trascinando con sé, come lasciti galleggianti sul grande fiume della e delle esistenze, la memoria che costruisce identità collettive, segni di un esserci che da sempre cerca quasi disperatamente il senso della propria apparizione, qui e ora. Così si annuncia e si presenta in scena quest'ultima drammaturgia di Marco Paolini e Francesco Niccolini, un moto che va dal dentro al fuori, dal basso all'alto in una processione di intenti che sembra sacrificare, come un nascosto capro espiatorio, la propria felicità e compiutezza al capriccio di dei dal volto umano, forse anche troppo umano. Dunque dentro la processione che sale al monte/resort Olimpo, accompagnati dal calzolaio di Ulisse, ombra di un antico eroe che non vuole ricordare, la narrazione antica, di guerre e contese divine ed eroiche che sfocano man mano nell'indistinto e nell'inessenziale, accoglie i segni della

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I costruttori d'imperi Lo Schmurz

È l'ultima fatica drammaturgica, 1959 anno della sua morte, di un vulcanico inventore o meglio scopritore di mondi, sospesi tra la lirica destrutturante e la narrazione dissacrante, tra la suggestione musicale figlia dell'amore per il jazz e la distopica rappresentazione di un presente, il suo ma anche il nostro, che non gli piaceva e non lo nascondeva. Una contemporaneità in cui la voglia di vivere, anche smodata talora, sembra affondare nel tanfo paludoso della morte che ci sovrasta, che ci richiama in continuazione ed alla quale non riusciamo in alcun modo, definitivamente imprigionati, a fuggire. Parliamo ovviamente di Boris Vian, francese eclettico, eterodosso e figlio di molte patrie artistiche, e di questa sua drammaturgia che Emanuele Conte ha scelto di riproporci, nella traduzione di Massimo Castri, passati sessant'anni e non li dimostra. Una drammaturgia che mette in scena qualcosa che sta tra l'ascesa o la caduta, una caduta ascendente verrebbe da dire, di una famiglia (della

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Trilogy in two

Che la musica sia una sorta di 'sonda' che ci aiuta a penetrare nell'intimità, conscia o soprattutto inconscia, del nostro esistere e navigare nel tempo è una suggestione, credo, che Andrea Liberovici, figlio d'arte, coltiva con continuità e partecipazione. Con questo suo ultimo lavoro, intenso e stratificato come in poche altre recenti occasioni, la sonda diventa una sorta di guida che illumina e discerne, razionalmente e affettivamente, mentre costruisce il suo percorso scenico. Trilogy in Two, vera e propria drammaturgia del suono, è un'opera moderna, un'opera mosaico come la definisce l'autore, che condivide, dentro la sapienza contemporanea del moderno librettista, linguaggi plurimi, segnici e simbolici assieme, su cui la musica definisce il senso si sé e, attraverso questo, nuovi significati nella soggettività e nella condivisione. È una musica, sapientemente allieva delle più moderne dissociazioni armoniche, condivise nei sussulti ritmici che rimandano suggestivamente al Rap, che dialoga

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