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Recensioni

Drammaturgia contemporanea in scena                                                             

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Memoria Storia di una famiglia teatrale

Non tanto teatro nel teatro, ovvero teatro sul teatro, quanto soprattutto la capacità di trasfigurare in drammaturgia e scrittura scenica la realtà di una esistenza e i frammenti di una storia comune, condivisa in quella famiglia di “scarrozzanti” ma patrimonio anche di tutto noi. Questa drammaturgia di Loris Seghizzi è dunque un omaggio ad una famiglia, la sua famiglia, ed insieme è una mozione di affetti per un mondo forse perduto, quello del teatro popolare che scarrozzava e scorrazzava per i borghi del bel paese, ma forse non perduto ma solo radicatosi, rinnovandosi all'insegna di una profonda fedeltà, come una pianta antica in uno dei borghi di quel bel paese. Uno spettacolo della memoria che diventa immediatamente uno sguardo sul presente e una ambizione per il futuro, costruito tra narrazioni in prima persona e richiami a lacerti di spettacoli che l'esperienza, riportata fin nelle strumentazioni di scena, di quella compagnia familiare ha costruito e raffinato nel tempo. Storia del “Gruppo artistico moderno” di Franco Seghizzi e Vincenza Barone, esito nuovo della vecchia “Compagnia Barone”, divenuto prima “I Sorgenti” e poi icasticamente “I superstiti”, per concludere

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Teatro Delusio

Quando la maschera rivela invece di nascondere, quando cioè, paradosso nel paradosso, porta alla evidenza la poesia essenziale e commovente della vita, una poesia che il prosaico andare del nostro esistere attuale, diviso tra denaro ed apparire, sembra dimenticare. E se questa è la sintassi drammaturgica dei Familie Floz, forse ancor più metaforico è il racconto dipanato in scena da questo lavoro, del 2004 ma che dimostra ancora una attualità quasi sconcertante. Un backstage, un dietro le quinte che mostra appunto ciò che vive dietro l'apparenza del palcoscenico del mondo, quella sostanza fatta di sogni, desideri, sentimenti e anche fallimenti che ne alimenta le luci e la ribalta, sostanza che dimentichiamo spesso ma senza la quale neanche la ribalta sopravviverebbe. Quasi un

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Camerini

Di là, sul palco, va in scena "Il giardino dei ciliegi" di Cechov. Di qua, nei camerini, va in scena la confusione della vita. Attori, amici, complici e amanti, nemici e antagonisti. Una compagnia di attori sta portando in tournée il capolavoro checoviano, ma la vita scorre impetuosa dove il pubblico non vede, dietro le quinte.  Un’attrice partenopea focosa, un giovane che prova a sedurre tutte le attrici, la femme fatale, l’ansiosa, il dinoccolato, l’impresaria malandrina e la sua segretaria improbabile: di tutto un po’, metafora della varietà del mondo e innesco comico continuo. Nel nuovo spettacolo di e con Alessandro Riccio, “Camerini” (in scena al Teatro di Rifredi di Firenze fino al 2 febbraio 2020), si ammicca al celeberrimo Michael Frayn di “Rumori fuori scena” per costruire una narrazione di

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Nel mare ci sono i coccodrilli

“Il fatto è...” Inizia così il monologo di Paolo Briguglia, con una frase semplice, concreta, che parte da un fatto: il bisogno di libertà dell’essere umano. Una frase che sembra la conclusione di un discorso e invece siamo solo all’inizio. L’inizio di una Odissea contemporanea, l’Odissea di un ragazzo costretto a lasciare il suo paese, grazie al coraggio di una madre che ha saputo lasciarlo andare, un atto d’amore per salvargli la vita, lasciandogli in dono tre preziosi consigli: non drogarti, non uccidere, non rubare... Ci sono alcuni spettacoli che disegnano scenografie immaginarie, tutto è scritto nella bellezza della parola scenica e nella forza della recitazione. È il caso del monologo tratto dal libro di Fabio Geda, riduzione a firma dell’autore, nella commovente interpretazione di Paolo Briguglia. È la storia vera di Enaiatollah Akbari. Dopo la morte del padre, il piccolo vive nascosto per sfuggire a ricatti e soprusi, finché la madre decide di portarlo lontano. Ha così inizio un durissimo viaggio

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Overload

Segnali da un altro mondo, fitti di suggestioni ed interferenze, ritorni e ricadute che la morte segna come un sigillo che non riusciamo ad aprire o ad interpretare. Segnali da un altrove che, paradosso nel paradosso, è il mondo in cui viviamo, immersi come pesci rossi in un acquario realmente magico dai richiami bontempelliani, ma che non riusciamo a mettere a fuoco, non potendo pensare o pensarlo oltre i nove  secondi della nostra inutile soglia di attenzione. È questa una drammaturgia, meritatamente vincitrice del premio UBU 2018 quale miglior spettacolo, che è in fondo una ricerca che, anche transitando occasionalmente nel qui e ora della scena, sembra non interrompersi, una ricerca sul linguaggio e sulla sintassi scenica ed una ricerca sul nostro essere, o meglio esserci oggi nel mondo. Deiettate da un altrove indistinto e metafisico che la morte denomina solo in parte, le nostre esistenze si sono man mano sfilacciate e si esprimono ormai in continue interruzioni, prigioniere

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Cicogna - Il posto dov’ero prima

Chi è quella ragazza che appare, vestita di bianco, con una valigia e che si muove tra un tappeto, una cicogna impagliata, uno sgabello e qualche pagina di un libro, raccontando la sua storia, il suo destino, il suo obiettivo? Se lo chiede lo spettatore della breve ed intensa pièce “Cicogna - Il posto dov’ero prima” di Antonello Capodici, proposta al Teatro Machiavelli di Catania da Fondazione Lamberto Puggelli, Associazione Ingresso Libero, Università degli Studi e “Machiavelli”.  La protagonista in scena, per circa 55’, è Iridiana Petrone che, tra il pubblico del Teatro Machiavelli, in uno spazio raccolto, racconta i suoi sogni, la sua aspirazione di nascere, di diventare essere umano. La giovane ragazza viene da “dov’ero prima”, un’altra anticamera lunghissima, un magazzino dell’eternità, nel quale qualcuno l’ha tenuta come un articolo di negozio in attesa di trovare un acquirente che se la portasse a casa. Cicogna -  così ha deciso di chiamarsi autonomamente la dolce, determinata e speranzosa protagonista - non è sicura di niente, non ha idea di quanti anni abbia, né se abbia veramente un’età. Nel posto di “dov’era prima” – a tenerle compagnia c’era solo una

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