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Articoli e interviste

Il teatro di parola 5: Graziano Piazza

“Luca Ronconi parlava di parole epifaniche, a me piace chiamarle radianti. Sono quelle parole che nel momento in cui sono dette, lasciano una vibrazione nell’aria, sono parole che creano ponti, archi, e poi ti ritornano trasformate, eppure ne senti la radice”. Graziano Piazza è stato uno degli interpreti eletti dal maestro, protagonista e coprotagonista di spettacoli storici come Infinities di John D. Borrow, Odissea doppio ritorno di Botho Strauss e, prima ancora, Venezia salva di Simone Weil. Certamente è uno dei testimoni più vitali e autorevoli di quel teatro di parola che non si accontenta di dire e che si tiene lontano dal declamare, un teatro in ascolto di risonanze riposte, racchiuse, a volte soffocate in anfratti di senso che attraverso di esse chiede di essere liberato. Ora è Macbeth, il terzo Shakespeare in cui è diretto da Daniele Salvo, anch’egli di solida scuola ronconiana, dopo Re Lear e Marcantonio nel Giulio Cesare. Lo incontro tra una replica e l’altra al Globe Theatre di Roma, dove lo spettacolo

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Festival Scenario 2022

Potremmo definire anche questa quinta edizione del festival come una sorta di contenitore di sé stesso, nel senso che è uno dei pochi eventi che appare in grado di auto-generarsi o anche di auto-alimentarsi in quanto capace di valorizzare, quando maturano, i frutti prodotti dalle piante nate dai semi che esso stesso evento ha seminato, dissodando l'impervio terreno della creatività giovanile troppo spesso abbandonata all'avarizia e alla siccità dei nostri tempi. Merito dell'omonima associazione che lo promuove, dunque dello staff esperto e della sua presidente Cristina Valenti, attenta e apertamente ospitale rispetto a queste occasioni, come un lievito madre che ne favorisce la crescita. Non sono molte, infatti, le strutture capaci di valorizzare la drammaturgia giovanile e, come si direbbe di una famosa rivista enigmistica, oggi sono molte le imitazioni ma non molti i riscontri fattuali. Ma lo è, contenitore di sé stesso intendo, anche in un altro senso. Infatti, al pari di ciascuno di noi che custodisce l'infanzia

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Tribù Terreni creativi festival

Suggerisce, senza in alcun modo volerlo nascondere, l'idea di una “riserva indiana” il titolo scelto da Kronoteatro e dal suo Direttore Artistico Maurizio Sguotti per la tredicesima edizione di questo Festival, ad Albenga nel ponente ligure. Una scelta condivisibile laddove indica la capacità di questa Compagnia, che ha sempre subito ma anche combattuto con successo il rischio dell'isolamento in provincia, di preservare una coerenza creativa specifica nelle sue caratteristiche espressive e narrative, ed una onestà intellettuale singolare nella sua specificità, anche rispetto all'alternarsi delle tendenze e delle mode. Sarebbe meno sottoscrivibile, a mio avviso, se indicasse invece la sterile separatezza di un luogo, fisico e mentale, in cui essere quasi folcloristicamente confinati ed eventualmente osservati. Questo perchè “Terreni Creativi” è un festival lontano e assai alieno da ogni separatezza, ma al contrario è stato capace sin dall'inizio ad acconciarsi in una fusione, reciprocamente profittevole, all'interno della comunità in cui nasce e vive. Anzi mi sento di aggiungere, da osservatrice critica sin dalle sue prime edizioni, che questo Festival ha saputo anticipare, realizzando prima di altri, e prima che questa diventasse appunto tendenza ora prevalente, l'idea di un evento festival immerso nella sua comunità, fino a fare di questa comunità, non soltanto dei suoi luoghi identitari ma anche e soprattutto dei suo modi specifici, l'ossatura produttiva, il terreno appunto di una

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Fisiko 2022

“Festival Internazionale di azioni cattive” giunto alla sua sesta edizione. Non “cattive azioni”, si badi bene e per quanto ovvio, ma “azioni cattive” ove in questo aggettivo qualificante, una parola dalle figurativamente poliedriche declinazioni significative, precipitano intenzionalità e finalità profondamente teatrali, dalla cattiveria che caratterizza la volontà ferma di raggiugere il proprio senso ovvero il proprio scopo estetico, alla cattiveria che pronuncia in scena l'artuadiana “crudeltà”, cioè il coraggio che travolge la paura che abbiamo di 'vedere', e prima ancora di vedere, la paura di 'guardare'.
Da quest'anno riconosciuto a livello ministeriale, in ambito FUS, come “Festival di Danza” è, alla mia percezione, un evento che, ruotando su sé stesso a partire proprio dalla danza, coltiva l'intenzione e l'ambizione di rintracciare e mostrare sulla scena una idea di teatro “totale”, con ascendenze legittime o illegittime che siano in molti maestri, una idea istituzionalmente ricercata in promesse, talora

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Ricordo di Peter Brook

1. 1961. Peter Brook ha trentasei anni. E' un regista teatrale e cinematografico di successo. Per quanto riguarda il teatro, suo principale campo d'azione, ha spaziato su tutti i generi, dai più impegnati ai più leggeri e commerciali, musical incluso. E' il regista shakesperiano più innovativo e acclamato del suo Paese e proprio da quell'anno dirige la più prestigiosa istituzione teatrale inglese dedicata al grande Bardo: la Royal Shakespeare Company (RSC). Eppure è in crisi e vede nero nel futuro del teatro: "La terribile verità è che, se in questo paese si chiudessero tutti i teatri, l'unica impressione di perdita sarebbe la sensazione, da parte di una comunità raffinata, della mancanza di una fra le comodità della vita civilizzata – come gli autobus e l'acqua corrente." Questa riflessione appartiene a uno scritto che Brook pubblica appunto nel 1961 sulla rivista “Encore”. Dopo aver sperimentato a fondo, per oltre un decennio, “tutte le forme di teatro possibili” (sono ancora parole sue), egli è arrivato, alla

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A proposito di un articolo di Tiziano Scarpa

Ho letto con attenzione il lungo articolo fantastorico di Tiziano Scarpa sul teatro italiano del nuovo millennio (Stefano Massini e gli altri che salvano il teatro da sé stesso, "Domani" del 26 giugno). È brillante, addirittura effervescente. Ma, una volta esauritesi le bollicine, quello che resta assomiglia molto, purtroppo, all'ennesima variazione sull'eterno  lamento dell'autore teatrale incompreso e bistrattato. Quasi un genere letterario, nel nostro Paese, con una  lunga tradizione (non priva di momenti alti, da Alfieri a Pirandello, a Pasolini), che si ripropone con implacabile periodicità. La trovata narrativa dello studioso del 2122, che scrive una Storia del teatro italiano del ventunesimo secolo, serve a stento a mascherare la sostanza genuinamente reazionaria della requisitoria scarpiana, che ricalca appunto da vicino il suddetto "genere": "l'Italia viveva uno stallo che impediva al teatro di essere una forza significativa nella cultura e

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