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Menocchio

La storia di Domenica Scandella, detto Menocchio, il mugnaio di Montereale Valcellina (PN) che nel Cinquecento sfidò la Chiesa con le sue teorie

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Emancipazione e Secolarizzazione in Tragedia Greca Antica

Secondo l’Enciclopedia Treccani «secolarizzazione Termine entrato nel linguaggio giuridico durante le trattative per la pace di Vestfalia (1648), allo scopo di indicare il passaggio di beni e territori dalla Chiesa a possessori civili, e adottato in seguito dal diritto canonico per indicare il ritorno alla vita laica da parte di membri del clero/">clero. Nel 19° sec. è passato a indicare il processo di progressiva autonomizzazione delle istituzioni politico-sociali e della vita culturale dal controllo e/o dall’influenza della religione e della Chiesa. In questa accezione, che fa della secolarizzazione, uno dei tratti salienti della modernità, il termine ha perso la sua originaria neutralità e si è caricato di connotazioni valoriali di segno opposto, designando per alcuni un positivo processo di emancipazione, per altri un processo degenerativo di desacralizzazione che apre la strada al nichilismo..»

Ma chi ha detto, che abbiamo la prima secolarizzazione nella storia, come emancipazione e processo degenerativo nel 1648? La prima volta, nella storia che abbiamo una secolarizzazione, era nel 460 aC circa, con la trilogia Prometeo incatenato di Eschilo. Eschilo, figlio di Eufore del demo di Eleusi (possiamo ricordare qui, anche i misteri eleusini)era il primo che aveva dichiarato guerra con il Re degli dei e sovrano del Monte Olimpo dio del cielo. Con altre parole abbiamo una guerra con Eschilo tra Eleusi (terra) e Olimpo (cielo). Eschilo era il primo illuminista, descrive Prometeo come portatore del fuoco, cioè come un personaggio ribelle incapace. Nella trilogia Prometeo incatenato leggiamo: «…che di nulla a me di Giove importa. Faccia, comandi in questo scorcio breve a suo talento. Poco tempo ancora, su gli Dei regnerà. Ma veggo giungere l'araldo suo, del nuovo re ministro. Certo, alcunché di nuovo egli ci annunzia..» (Prometeo incatenato 1006-1018).

Sofocle con la tragedia Antigone (rappresentata per la prima volta ad Atene alle Grandi Dionisie del 442 a C) descrive la prima secolarizzazione nella storia come l’assenza del significato, ovvero l’ assenza generativa dell’ ingresso del soggetto alla significazione. Ma come può essere la dignità, l’uomo della secolarizzazione secondo Sofocle? L’uomo ha dignità solo quando può scegliere il suo modo d’essere: solo in quando può esser soggetto d’ iniziativa e non semplice strumento, fine e non semplice mezzo. E anche se la dignità è un dono “naturale” che spetta all’uomo conservarsela e non può farlo se non scegliendo di vivere in conformità con questo dono. Cioè essere un “io” o una persona autentica, conservare la propria “identità”: non rinunziare a se stesso, potersi esprimere nei modi propri, esser parte attiva e responsabile nei ruoli che si assumono, sono a ben guardare, modi diversi di esprimere la stessa esigenza. Quella di un essere che vuole scegliere il suo modo d’essere e ripone in questa scelta il suo valore più alto. Leggiamo dalla tragedia Antigone:

Molte meraviglie vi sono al mondo,
nessuna meraviglia è pari all'uomo.
Quando il vento del Sud soffia
in tempesta, varca il mare
bianco di schiuma e penetra
fra i gorghi ribollenti;
anno dopo anno rivolge,
con l'aratro trainato dai cavalli,
la più grande fra le divinità,
la Terra infaticabile, immortale.

E gli uccelli spensierati,
gli animali selvatici,
i pesci che popolano il mare,
tutti li cattura, nelle insidie
delle sue reti ritorte,
l'uomo pieno d'ingegno;
e con le sue arti doma le fiere
selvagge che vivono sui monti
e piega sotto il giogo
il cavallo dalla folta criniera
e il vigoroso toro montano.

Ha appreso la parola
e il pensiero veloce come il vento
e l'impegno civile; ha imparato
a mettersi al riparo
dai morsi del gelo
e dalle piogge sferzanti.
Pieno di risorse, mai sprovvisto
di fronte a ciò che lo attende,
ha trovato rimedio a mali
irrimediabili. Solo alla morte
non può sfuggire.

Padrone assoluto
dei sottili segreti della tecnica,
può fare il male
quanto il bene.
Se rispetta le leggi del suo paese
e la giustizia degli dèi,
come ha giurato, nella città
sarà considerato grande;
ma ne sarà cacciato
se per arroganza
lascerà che il male lo contamini.
Spero che un simile individuo
non si accosti al mio focolare,
non condivida i miei pensieri. (Antigone 332-375 traduzione M. G. Ciani.)

Sofocle, nella tragedia di Antigone, con la frase «Sono nel dubbio di fronte a questo prodigio divino» (in greco: Ες δαιμόνιον τέρας αμφινοώ) Antigone 376, descrive l’“emorragia” del senso dell’emancipazione. Anche descrive l’emancipazione come «Ύβρις», cioè, “tracotanza”, “eccesso”, superbia”, “orgoglio”, o “prevaricazione”, quando il Coro dice in Antigone: «Spingendoti all’ estremo dell’ audacia fortemente cozzasti contro l’ altro piedistallo di Dike, o figlia ed espii la colpa paterna (854-856)».

Con Euripide e proprio con la tragedia Alcesti (rappresentata probabilmente alle Dionisie del 438 a.C) abbiamo un cambio di paradigma, un “punctum dolens”, un cambio del pensiero greco antico. La storia è il simbolo dell’amore coraggioso. Alcesti è emblema della donna ideale nella Grecia del V secolo, Alcesti la sposa fedele e la madre affettuosa che, sopraffatta dalla passione, disposta a sacrificare la propria vita per salvare quella del marito, del re Admeto. Per la prima volta incontriamo la parola “amore” nella grammatologia greca antica. Secondo la grammatologia greca antica, gli antichi Greci hanno individuato quattro forme primarie di amore. I) Quello parentale e insieme famigliare (στοργή). II) L’ amicizia (φιλία). III) Il desiderio erotico e insieme romantico (έρως). La parola “amore” (αγάπη) non la troviamo. Non esiste al Simposio di Platone, non esiste in Aristotele, o in Aristofane. Però la troviamo nella tragedia di Euripide, “Alcesti”. Qui abbiamo il dialogo fra Alcesti e Admeto.
«Ahimè, sento parole dolorose, peggiori per me di ogni morte. Non essere così crudele da abbandonarmi, te ne prego, per gli dèi, per questi figli che lascerai orfani. Non cedere, fatti coraggio! Se tu muori io non sono più niente: solo per te esisto e vivo. Mi prostro davanti al tuo amore.»

Con la frase “mi prostro davanti al tuo amore”, in greco antico «σὴν γὰρ φιλίαν σεβόμεθα» (279) Euripide indica la nuova filosofia dell’ amore. Cosi Euripide era primo che ha introdotto la filosofia dell’amore come una volontaria autotrascedente referenzialità di auto donazione – relazione. Qui secondo pensiero di Euripide abbiamo la libertà, di dichiararsi come amore. Cioè l’esistenza abbia il suo principio causale nel suo stesso sé, si autodetermini esistezialmente come libertà da ogni predeterminazione. Con altre parole l’esistenza auto trascenda l’individualità – naturale - determinata ed esita come auto disposizione alla relazione e al dono di sé, come amore. Da Euripide i Settanta (erano i primi traduttori della Bibbia in greco) trovano la filosofia dell’amore di Euripide come una filosofia che deduca due eccezioni dell’essere, o due possibilità esistenziali, cioè di essere come relazione, e come principio causale nel suo stesso sé. E cosi, ha aperto la via per la nuova filosofia che si chiama cristianesimo.

Apostolos Apostolou
Docente di Filosofia.

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