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Il dramma del mese

E avrà i tuoi occhi di Michelangelo Bellani

La drammaturgia che leggerete nasce dalla suggestione mai del tutto manifesta di una storia mitica: quella biblica di Abramo e Isacco. Una storia odiosa. Come può, infatti, un padre accettare di essere l’assassino del proprio figlio?
Eppure secondo Kierkegaard quest’atto – scandalo della ragione – sarebbe l’atto di fede più sublime e perfetto proprio perché, contrariamente a un eroe tragico, la scelta di Abramo è priva di qualsiasi piedistallo etico. La sua è, perciò, una fede assoluta e indipendente.
In questa scrittura drammatica i personaggi Abramo, Isacco e Sara sono contemporanei. Sono realistici ma non reali. Le situazioni narrate, invece, sono reali ma non realistiche: nel senso che perseguono l’autenticità di un sentire e non la verosimiglianza di una circostanza.
Abramo è un professore universitario alla fine della sua carriera, un intellettuale engagé di una certa fama che ha difeso gli ideali della lotta al potere e ha cercato anche di trasferirli nella sua vita personale. Nel nido che ha costruito con amore per sua moglie e suo figlio irrompe, però, una realtà del tutto fuori controllo.
Isacco, nato alla fine degli anni Settanta, è diventato un eroinomane che vive per strada e nei suoi deliri recita Bertolt Brecht. È stato influenzato dall’educazione e dai numerosi testi scritti dal padre, decide però di spingere il suo pensiero fino agli esiti più estremi dell’autodistruzione.
Sara è una madre/moglie che non ha amato il marito tanto quanto è stata amata o, forse, non ha amato con quella pressione narcisistica che spinge a riconoscere i propri sentimenti senz’ombra di dubbio. Anche per lei l’autenticità è un’esperienza di soffocamento, così come l’amore per suo figlio: un imperativo morale che la conduce, in un estremo atto d’amore, a essere l’artefice della sua condanna.
Lo scontro generazionale è il tema. Ma non uno scontro che conduce all’affermazione di una generazione su un’altra. Qui lo scontro generazionale si consuma al tramonto di un’epoca in cui tutti, anche se in modo diverso, sembrano sconfitti allo stesso modo.
Lo scontro emblematico fra il padre Abramo e il figlio Isacco è uno scontro di due fallimenti: quello di chi ha “creduto” – nell’evoluzione, nel miglioramento delle condizioni di vita – e quello di chi non è riuscito a credere in nulla, causa la sensazione irriducibile di credere in qualcosa di sbagliato. Da questo punto di vista, la famiglia tanto quanto la strada rivelano la medesima indifferenza.
Infine, una riflessione generale sul complesso della mia scrittura teatrale.
Nata all’interno di un percorso di compagnia piuttosto autoctono, e quindi molto legata alle presenze umane con cui ho lavorato in questi anni, è stata inevitabilmente influenzata da una formazione filosofica. E la compagnia che ho fondato, La società dello spettacolo (www.lasocietadellospettacolo.org), all’inizio ha orientato la sua ricerca verso la riscrittura scenica di opere filosofiche e sociologiche a partire proprio dal famoso saggio di Guy Debord da cui prende il nome, componendo quindi una trilogia dedicata alla filosofia francese contemporanea, ispirata a figure quali lo stesso Debord, Jean Baudrillard e Maurice Merleau-Ponty.
Ero, e sono convito, che la parola filosofica e la parola teatrale abbiano una stessa sotterranea vocazione di offrirsi come parola pubblica e che dunque non sia un’operazione impropria quella di mettere in scena la Filosofia. Ma i miei esperimenti hanno soprattutto risentito di un’altra esigenza eretica: quella cioè di far emergere, del pensiero, non tanto il rigore logico/argomentativo quanto la sua eleganza. Ho tentato quindi di trarre dalla parola filosofica una parola di poesia.
Attualmente, com’è naturale, questa ricerca sta evolvendo verso nuovi ambiti ma di cui non so ancora distinguere i tratti.
Michelangelo Bellani

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Michelangelo Bellani. La sua visione artistica è influenzata, fin dall'infanzia, dal contatto con il regista Michelangelo Antonioni del quale il padre Enrico è aiuto regista; e da subito comincia un rapporto infedele con la scrittura, giocando con una macchina da scrivere modello Olivetti lettera 92. Si laurea in Filosofia all'Università di Perugia con una tesi su Pasolini e Debord dal titolo ESTETICA DEL TEMPO REALE. Nel 1997 fonda – con Marianna Masciolini e un manipolo di amici – la compagnia giovanile Olt, residente presso il Teatro Subasio di Spello (Perugia), di cui cura per un biennio la programmazione. Nel 2000, per la messa in scena della sacra rappresentazione LA SCALA DELLA BUONA NOVELLA di Nilo Negroni, collabora con il “Premio Oscar” Carlo Rambaldi. Ha lavorato come aiuto regista, attore e regista in documentari, cortometraggi e film. Ha pubblicato i saggi L'ESTETICA DELLA PRESENZA e LA CARNE DELL’IO O LA SCRITTURA DELL’INVISIBILE in “Davar”, annuario filosofico a cura di Anna Giannatiempo Quinzio, edito a Reggio Emilia da Diabasis nel 2008. Con C. L. Grugher e Marianna Masciolini fonda e dirige, dal 2007, La società dello spettacolo: gruppo umbro di ricerca teatrale (di cui fa parte dal 2012 anche Caroline Baglioni) che ha all’attivo diverse produzioni d’arte, cinema e teatro, gratificate di numerosi riconoscimenti in festival nazionali e internazionali (Premio Independents ArtVerona 2014 per PRESENTE, Premio Umbria in celluloide PerSo Film Festival 2015 per SÒCCANTARE, Premio Scenario per Ustica 2015 e In-Box Blu 2016 per GIANNI). IO SONO NON AMORE è l’ultimo testo rappresentato dal gruppo nel 2016, scritto da Bellani e ispirato all’esperienza della mistica umbra Angela da Foligno.

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Figlie d’Egitto di Sofia Bolognini

Quello che leggerete è uno studio sull’antica trilogia tragica di Eschilo. Strutturato in quattro capitoli, vuole esserne una sintesi, un rimescolamento, una ricostruzione per frammenti, una reinterpretazione poetica.
Rispetto alla tragedia classica, l’ordine degli eventi è stato invertito. Le Supplici sbarcano sulla spiaggia di Argo dopo aver ucciso i propri mariti, non prima. Esse dunque scappano dalla pena di morte, non dalle nozze.
Il linguaggio è un tessuto di sperimentazioni e innesti. L’impianto generale procede per scansioni ritmiche solenni rispettando la sonorità classica. Alcune citazioni particolarmente efficaci dell’opera antica sono state inserite organicamente nel testo, opportunamente segnalate da asterisco. Non mancano innesti moderni, volutamente isolati e stridenti, pensati per disarcionare di colpo l’orecchio dello spettatore.
È un’indagine sul conflitto tra Oriente e Occidente, sintetizzati nelle figure del Principe d’Egitto e del Sovrano di Argo. Figure archetipiche, protagoniste di uno scontro sleale e fratricida. Argo è industriale, democratica, senza dèi. Egitto è brutale, integralista, tirannico. Con la stessa violenza combattono per il dominio economico sul mondo: fra giacimenti di petrolio che compaiono anacronisticamente nella pièce assieme a cacciabombardieri e smartphone, confondendo epoche storiche, rimescolando gli eventi.
È uno studio sul conflitto di genere, sintetizzato in chiave filosofica. Il rifiuto delle nozze e l’uccisione dei propri mariti significano l’impossibilità del riconoscimento all’interno di una cultura maschilista e imperialista, fondata sul possesso e sull’oggettivazione del mondo (in questo caso, del corpo femminile). Il maltrattamento delle donne che nel testo subiscono le peggiori umiliazioni tanto in Egitto quanto in Grecia, è stigmatizzato in una denuncia filosofica che oltrepassa i confini di genere. Di contro al capitalismo dell’Io e alla lotta per la supremazia, si auspica il ritorno a una visione più mite del mondo, basata sul rispetto reciproco, la coappartenenza e la cura: della madre verso il figlio, della terra verso gli uomini. Ovunque esiliate e respinte, Le Supplici non sono più donne, ma ideali. Non portano frasche d’ulivo, ma una nuova visione del mondo. La Corifea diviene simbolo archetipico della Concordia tra gli uomini, fertile grembo che partorirà l’ultimo Dio. Come una sorta di Madonna pagana, attraversa le terre cercando il luogo adatto per dare alla luce suo figlio. Senza riuscirvi.
Sofia Bolognini

Dramma vincitore del Premio Cendic Segesta 2016, con la seguente motivazione della giuria presieduta da Maria Letizia Compatangelo: «un testo compatto, organicamente strutturato, appoggiato su modelli drammaturgici focalizzati sul gender, che riesce, seppur attraverso una struttura formale e ritmica per così dire classica, a reinterpretare il mito senza perdere la forza originaria dei grandi tragici e a proporre temi contemporanei quali il conflitto tra Oriente e Occidente, il corpo della donna come luogo di guerra e sopraffazione e il confronto/scontro tra due tipi contrapposti di potere.
Un’opera nella quale l’antico favolistico e l’allusiva contemporaneità mediatica si amalgamano quasi sempre con equilibrio. Un testo che ben si adatta ad essere rappresentato nel teatro greco di Segesta senza stravolgerne il forte impianto scenografico naturale, puntando sulla parola, sul lavoro degli attori e le relazioni archetipali tra i personaggi».

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Sofia Bolognini. Laureata in Filosofia presso la Sapienza Università di Roma, attualmente iscritta al corso di Laurea Magistrale in Teatro Cinema Danza e Arti Digitali, si è diplomata in Regia Teatrale presso l’Istituto Teatrale Europeo. Nata ad Ancona, vive a Roma dove lavora come attrice, regista e drammaturga. La sua formazione non accademica ha seguito negli anni un iter molto personale al fianco di alcuni maestri come, tra gli altri, Eugenio Barba, Mamadou Dioume, Hal Yamanouchi, Stefano Benni, Rodolfo di Giammarco e la compagnia teatrale Motus. Insieme al compagno Dario Costa fonda il collettivo di arti performative Bologninicosta (bologninicosta.com), i cui spettacoli ROMEOEGIULIO e LA CATTIVITÀ sono andati in scena nel 2016 su numerosi palchi italiani ed esteri, guadagnando premi e riconoscimenti. Appassionata di scrittura fin da bambina, pubblica il suo primo romanzo ALBA NUOVA (edito da L’orecchio di Van Gogh, Ancona 2009) all’età di sedici anni. Nell’ambito della drammaturgia sperimenta forme, intrecci e linguaggi. Si aggiudica la vittoria al Premio Cendic Segesta 2016, con il testo FIGLIE D’EGITTO OVVERO LE SUPPLICI; ed è tra i cinque selezionati di NdN - Network Drammaturgia Nuova 2016-17, condotto da Massimo Sgorbani, con il testo ODISSEA PUNTO ZERO.

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