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L’ATTENTATO è
andato in scena al Teatro ITC di San Lazzaro e al Teatro delle Moline dal 21
al 25 gennaio e dal 28 gennaio al 1 febbraio 2004 con la produzione
TNE/Moline in collaborazione con Teatro dell’Argine/ITC e con la
consulenza dell’Istituto Provinciale della Resistenza di Bologna. Con
Marinella Manicardi, Lorenzo Ansaloni, Micaela Casalboni, Andrea Gadda, Giovanni
Malaguti, Carlo Massari. Scene e costumi Davide Amadei, musiche e documenti
sonori Antonia Gozzi, regia di Luigi Gozzi.

La
stampa:
Elisa De
Portu (CARTELLONE LO SPETTACOLO DELL’EMILIA ROMAGNA)
Luigi gozzi coltivava da tempo il desiderio di mettere in scena uno
spettacolo che narrasse la storia di un personaggio controverso e
dimenticato, come Anteo Zamboni. Ci riesce quest’anno, anche grazie alla
recente pubblicazione di un libro di Brunella Dalla Casa che raccoglie
documenti, resoconti e testimonianze su un avvenimento mai realmente
chiarito e dai risvolti del tutto inquietanti. La mattina del 31 ottobre
1926 il giovane quindicenne Anteo Zamboni viene lapidato da una folla
inferocita, con l’accusa di aver tentato di sparare al duce. Ma era
davvero possibile che un giovane balilla, di famiglia anarco-fascista
desiderasse attentare alla vita di Mussolini? Ma soprattutto, è certo che
sia stato davvero lui a sparare il colpo e non piuttosto qualcun’altro?
Dal 21 gennaio fino al 1 febbraio in prima Nazionale all’ITC di San
Lazzaro è possibile assistere a l’Attentato, una produzione nata in
collaborazione con il Teatro dell’Argine di Andrea Paolucci e un testo
scritto a ben otto mani. A buttarsi nel progetto e a collaborare con Gozzi
altri tre giovani drammaturghi che, a differenza del fondatore del TNE, il
fascismo lo hanno studiato sui libri di scuola: si tratta dello stesso
Paolucci, di Nicola Bonazzi e di Pietro Floridia. Un connubio tra giovani e
“anziani” che ha prodotto un risultato interessante e intenso da cui
emerge sopra le altre una bella interpretazione di Marinella Manicardi che
impersona Viola, la madre smarrita di Anteo. Sulla scena, di Anteo, si
avverte solo l’assenza. Fin dall’inizio sentiamo parlare di lui dalla
madre, dal padre, dalla zia. Lo chiamano “patata” ed è solo un
ragazzino che vuole diventare grande, un ragazzino che durante la parata
vuole indossare gli abiti da balilla e scendere in piazza con gli altri. La
sua mancanza è il filo rosso che lega tutti gli elementi sul palco e il
motore di un’angoscia che è mancato ritorno, presentimento, violenza
subita. E’ da questo momento che il fascismo irrompre tra le mura di via
Fondazza, la casa di Mammolo Zamboni, che ne è completamente preso alla
sprovvista. Il fascismo è ira, repressione, distruzione: una sedia che
viene ripetutamente fatta a pezzi e un ragazzo che viene picchiato a sangue.
E poi la politica. E il dubbio. Il dubbio di un complotto, se è vero che
non c’è un’inchiesta a chiarire la dinamica di un omicidio perpetrato
da 20 squadristi e un duce che se la cava sempre. Da quel momento Mussolini
è “l’uomo della provvidenza”, un uomo che si salva sempre, ma per
farlo deve poter promulgare le leggi speciali, che sanciscono una feroce
dittatura e l’abolizione di qualunque tipo di opposizione, dai partiti
alla stampa. E lo fa per telefono, da Bologna, la sera stessa, mentre il
corpo sfigurato di un giovane giace al comune, una famiglia cerca il suo
ragazzo, una madre presagisce il pegio. L’Attentato è uno spettacolo da
vedere. Ricco, umano, amaro ci rimanda i riflessi di un periodo storico che
ha segnato l’Italia, per il senso di ingiustizia e la perdita di libertà
che ha portato con sé. Non si tratta di uno spettacolo che parla di storia,
ma la messa in scena di un’umanità. La famiglia è l’unico elemento a
riempire il vuoto e le scene di terrore sono forti, così come è forte il
rumore di uno sparo o di una sedia spaccata. E’ però uno spettacolo
appena nato, che si avvale della partecipazione di un gruppo di attori di
spessore, ma che come tutte le produzioni fresche, ha ancora un buon margine
di miglioramento. Un lavoro, tuttavia, necessario ai giovani e agli
“anziani”.
Davide Turrini (LIBERAZIONE)
Bologna, 31ottobre 1926, anniversario della marcia su Roma, Benito Mussolini
dopo aver presieduto l’evento allo stadio comunale e partecipato ad un
convegno scientifico all’Archiginnasio, si avvia sull’Alfa rossa verso
la stazione ferroviaria. Migliaia di persone in delirio per il duce, che a
busto scoperto rotea le pupille e mostra la volitiva mascella alla folla.
Poi alle 17 e 40 in pieno centro, tra via Indipendenza e via Ugo Bassi, un
colpo di pistola.
Anteo Zamboni un quindicenne, in camicia nera da balilla, viene
immediatamente additato dalle centinaia di astanti: il linciaggio è furioso
ed immediato. “Sono state undici pugnalate, quindici percosse, un morso, u
colpo d’arma da fuoco, un tentativo di soffocamento” e il corpo
sfigurato e senza vita di Zamboni, rimane sul selciato per oltre un’ora.
Nei giorni successivi il consiglio dei ministri fascista promulgherà le
famigerate leggi speciali dirette a “spezzare le reni” degli oppositori.
Questa in sintesi la verisone ufficiale, ma fu veramente Zamboni a sparare?
O c’era a monte un complotto dei fascisti locali che spinsero Anteo ad
agire? Domande insolute, risposte ipotetiche nello spettacolo teatrale
diretto da Luigi Gozzi all’ITC di San Lazzaro di Savena, nel bolognese.
Punti di vista che si incrociano (i due camerati, il vigile , il padre di
Anteo, Mammolo, la madre Viola e la zia Danda) per una scarna e dinamica
messa in scena attorno ad una sedia vuota che verrà ripetutamente
fracassata in mille pezzi dal camerata più giovane. Spolverini, fez e
pantaloni alla zuava neri, inserti sonori del ventennio che aleggiano
minacciosi, i coni d’ombra di una storia presto archiviata ma che rivolge
allo spettatore l’insolubilità della questione e insinua il dubbio.
Emotivamente trascina Marinella Manicardi nella parte della madre affettuosa
e svampita, sorta di narratrice cortese e continuamente esclusa dagli eventi
materiali, ma pronta a donare dolcezza verso la giovane figura del figlio,
stritolata dall’incombente necessità di un visibile, salvifico e
girardiano capro espiatorio.
Stupiscono i due miliziani (Carlo Massari e Giovanni Malaguti) per
l’intensità con cui rievocano con poche e concitate parole, con nervosi e
secchi gesti, l’atmosfera oppressiva di una dittatura che non lasciò
scampo al seppur minimo dissenso. Senza dimenticare l’apporto di Lorenzo
Ansaloni, Micaela Casalboni e Andrea Gadda, il vigile, che introducendo il
fatto che si verificherà nell’immaginario futuro (ripetiamo: solo le
sedie che continuamente vengono rotte riamandano simbolicamente ad Anteo)
afferma: una gran giornata dove si fa la storia, la storia più importante,
che rimane, e la storia che passa, anzi che è già passata, perché non
c’è memoria, perché non c’è mai stata”.
Un plauso anche a Luigi Gozzi (lui il fascismo da bambino l’ha vissuto )
che è riuscito a mettere in scena un progetto nato nel lontano 1976 e
continuamente rimandato, soprattutto per mancanza di documentazione storica,
poi prontamente riscritto e rielaborato dopo la pubblicazione del libro di
Brunella Della Casa, Attentato al duce (Il Mulino). Infine, sarà per quella
fretta lapidatoria con cui Anteo viene ucciso, per quella incerdibile e
repentina condanna agli ipotetici fiancheggiatori (Mammolo, grande amico del
gerarca locale Arpinati, e la Danda verranno condannati a 30 anni di galera)
che le ultime parole di mamma Viola assumono un signifcato storico-politico
che non lasciano spazio ad ulteriori verità: “C’è chi dice che erano
d’accordo tutti, quelli che erano là, attorno al capo, al duce e così
hanno approfittato di un bambino, e dopo lo hanno massacrato, perché loro
sanno come si fa ad uccidere…loro lo sanno, e lo sanno fare, alla
svelta”.
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Di cosa
parla: A distanza di
quasi ottant'anni l’attentato a Mussolini in pieno centro a Bologna il 31
ottobre 1926 resta un mistero. Chi fu a sparare? Un complotto? Fascisti
dissidenti? Un attentatore isolato? Un 'giallo' tuttora irrisolto.
All'istante un povero ragazzo, Anteo Zamboni, viene ferocemente linciato dai
‘seguaci’ di Mussolini, e pochi giorni dopo sono promulgate le leggi
speciali che sanciscono l’instaurazione della dittatura.
Il testo
è pubblicato da "Clueb" nella collana "Simulazioni".
Pagg 57 Tav. fuori testo. € 7,50

Massimo Marino (L’UNITA’)
Bologna 31 ottobre
1926, quattro anni dopo la marcia su Roma, Mussolini visita Bologna.
All’angolo fra via Indipendenza e via Rizzoli, mentre passa il corteo
fitto di gerarchi, fra ali di popolo festante e un servizio d’ordine di
centinaia di uomini, echeggia uno sparo. Il duce è illeso, in compenso,
“l’attentatore” viene massacrato dalle camicie nere a pugnalate
e botte. La vittima si chiama Anteo Zamboni: è un ragazzo di quindici anni
e non si saprà mai se sia stato davvero lui a sparare. Quello che è certo
è che il duce chiama subito il ministro di polizia Rocco e accelera
l’iter delle leggi speciali: di lì a pochi giorni in Italia non ci sranno
più libertà. Gramsci finisce in prigione in meno di una settimana. A
questo episodio sorico, un mistero, forse un complotto, diradato in parte
solo due anni fa da un bel libro della storica Brunella Della Casa, è
dedicato lo spettacolo “L’attentato”, in scena all’ITC di San
Lazzaro fino all’1 febbraio (riposo il 26 e il 27, info 051.6270150). Il
testo (pubblicato da Clueb) è stato scritto a otto mani da Luigi Gozzi (che
firma anche la regia) e da Nicola Bonazzi, Pietro Floridia e Andrea
Paolucci, per una coproduzione Teatro Nuova Edizione e Teatro dell’Argine,
due strutture impegnate da anni in una drammaturgia rivolta a indagare la
memoria storica e i conflitti del presente. In una scena vuota, fra
due pedane con alcuni spettatori ai quali gli attori si rivolgono di tanto
in tanto, viene ricostruito il fatto, per porre domamde ma soprattutto per
raccontare la nascita di un regime che vuole controllare la società, le
vite, perfino le coscienze, e usa ogni mezzo per farlo. Anteo non si vedrà:
sarà solo una sedia vuota al centro della scena, più volte fatta a pezzi
da due squadristi. Anche di Mussolini si ascolta solo la voce stentorea,
arringante folle pronte ad acclamare. I personaggi sono il padre Mammolo,
tipografo, anarchico e fascista, ma senza tessera, la cognata Danda, forse
sua amante, la moglie Viola, una donna goffa e sperduta, un vigile urbano
che conduce nei luoghi di una Bologna diversa da quella odierna, più
piccola, meno benestante. E poi i due squadristi, interpretati come
caricaturali maschere dai giovani Carlo Massari e Giovanni Malaguti. La
storia procede per salti temporali e spazial, con gli attori che si
distanziano dai personaggi per raccontare e tornano subito a immedesimarsi
nelle situazioni. Risalta la figura della madre, una vittima familiare, una
donna debole di mente, ma anche creataura che sembra provenire da un altro
mondo, capace di sentire prima, più profondamente degli altri: una
Marinella Manicardi attonita e intensa. Il fascino maggiore di questo lavoro
essenziale, apparentemente semplice, sta nella sua capacità di aprire i
vuti. Non è teatro di cronaca e neppure solo esercizio di memoria. Man mano
che scorrono le scene, che i monologhi svelano pezzi di verità dei
personaggi, è la dimensione umana di questi che assume consistenza. Mammolo
(un bonario Lorenzo Ansaloni), un uomo nutrito di confuse ideologie, che
vanta l’amicizia con il federale di Bologna, che sostanzialmente prova a
sopravvivere; la tesa Danda di Micaela Casalboni, una popolana diffidente
degli slanci dell’altro; Viola e il sensibile vigile Andrea Gadda, tutti
disegnano un universo di gente comune travolta dalla storia, colpita negli
affetti da un regime che puzza di morte. Questa danza di assenze, evocando
Anteo come un fantasma e il suo come un mistero, materializza l’invadenza
di un potere che spiana ogni differenza, travolgendo le persone,
trasformando le città in deserti di paura e conformismo dove si può solo
“credere obbedire combattere”. E qui, il pensiero, non può che
ritornare ai nostri giorni.
Come è
nata l’idea di ripescare questo fatto dimenticato?
Ci pensavo
da tempo. Ma non avevo i mezzi d’indagine storica. Due anni fa è uscito
il libro di Brunella Dalla Casa e mi ha fornito materiali e nuovi stimoli.
La vicenda storica mi interessava per ragioni locali e personali, per
ricordare il fascismo a Bologna e perché comparivano nomi che ricorrevano
nella mia infanzia. Ma anche perché credo si debba fare teatro politico, in
certe forme, oggi particolarmente.
Ha un
valore emblematico la scelta di questo episodio?
Siamo di
fronte a uno strano mistero. Probabilmente non ci fu nessun attentato: si
trattò di una messa in scena per propiziare una stretta del regime e per
emarginare i settori più estremisti dello stesso fascismo. Ma la sinistra
mollò, fece di tutto per perdere. E’ vero anche che la destra picchiò
duro. Oggi viviamo ancora in un clima di decisa repressione e speriamo la
sinistra non dimostri l’insipienza di quei tempi. Il vostro testo,
pubblicato dalla Clueb, gioca su più livelli lasciando assente Anteo, ma
anche il duce. Mussolini è presente come voce: era un grande comunicatore
del suo tempo (come qualcun altro, in modo diverso, oggi), usava tutti i
mass media a disposizione, il megafono, la radio, i giornali, i comizi, il
cinema. Noi ricostruiamo gli avvenimenti secondo una scansione temporale
libera; la madre, per esempio, interpretata da Marinella Manicardi, è un
personaggio isolato, che sembra vedere per prima i fatti. Questa libertà di
piani ci consente anche di lasciare le ambiguità della storia. Eppure ogni
riferimento è precisissimo: luoghi, nomi, personaggi.
Come ha
lavorato con gli altri drammaturghi?
Sono
giovani. Quello che apparteneva alla mia memoria, per loro era decisamente
lontano. E’ stato bello trasmettere anche un’esperienza storica,
politica, di vita. Lavorare su un fatto reale penso che sia, oggi,
importante. Non solo perché in molti, specie nel cinema o nella migliore
TV, tornano a indagare il passato. Ma anche perché credo faccia bene
misurarsi con dati reali, sociali, civili. In questo modo il teatro può
fuggire l’autoreferenzialità da cui spesso è tentato. Senza rinunciare
al dato esistenziale, senza cadere nelle certezze: anzi, aprendo
dubbi.
Gastone Ecchia (ARGENTO
VIVO)
l regista teatrale Luigi Gozzi già nel 1976 voleva mettere in scena questa
storia. Solo dopo l’uscita del libro di Brunella Dalla Casa (Attentato al
duce – Le molte storie del caso Zamboni, Il Mulino editore, Bologna 2000-
pagg. 291) e l’incontro con il TNE e Teatro dell’Argine il progetto si
concretizza. Questi eventi storici sono messi in scena all’ITC di San
Lazzaro di Savena (Bologna) e vengono organizzate rappresentazioni per le
scuole.
La storia e la memoria sono un elemento fondamentale di partecipazione delle
nuove generazioni. “Sono curiosa si assistere – ci dice Ornella
dell’Istituto Tecnico Commerciale “Pier Crescenzi” – a questo fatto.
Abbiamo un grande archivio a scuola che deve essere utilizzato per farci
conoscere la nostra storia”. “E’ stata letta la sceneggiatura nella
nostra scuola – ci fa presente Fabio delle Aldini – Oggi abbiamo la
possibilità di vederla rappresentata a teatro”. Ai lati del palcoscenico
alcuni ragazzi assistono alla rappresentazione, a simboleggiare le ali di
folla che seguono la sfilata. Al centro una sedia vuota che rappresenta il
protagonista, Anteo, che non c’è.
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