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IL DRAMMA DEL MESE
a cura di Elisabetta Nepitelli Alegiani

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Note degli autori

Quando si è in carcere per omicidio non si parla del proprio reato. Al più si può far accenno ai fatti processuali, ma quanto accaduto realmente, le emozioni, le motivazioni che hanno portato ad uccidere sono un segreto da custodire gelosamente nella sfera del proprio privato, dell'intimo più nascosto. La corsa di Monciccì, pur essendo un racconto autobiografico scritto a quattro mani, non sfugge a questa regola: nasce, infatti, non dalla confidenza di un momento, ma da flash, frammenti di ricordi, frasi sussurrate a denti stretti, malinconie e nostalgie raccolte da Carmelo in otto anni di detenzione comune con Antonio. E quando i muri della diffidenza, le barriere che ogni detenuto costruisce intorno a se, sono venuti meno, Carmelo ha accompagnato Antonio in un viaggio della memoria, quasi un viaggio catartico, che come in un puzzle ricompone i tasselli di una vita, una corsa verso un baratro che ha inghiottito tanti giovani, una corsa con la morte dentro il cuore, perché in quel delirio di violenza non era importante la distinzione tra chi giaceva a terra in una pozza di sangue e chi stringeva in mano una pistola fumante: in realtà quei giovani erano in qualche modo tutti morti. La corsa di Monciccì, però, trova infine nel suo tassello conclusivo un pensiero verso la vittima che allo stesso tempo vuole essere un accenno di speranza verso la rinascita, un riaffacciarsi alla vita nonostante il passato di morte
Carmelo Gallico e Antonio S. Antonuccio

Appunti a margine
di Emanuela Giordano

Il teatro che nega la possibilità di una condivisione, di un riavvicinamento delle solitudini, di un tentativo di ascolto, che bolla per " buonista", parola insopportabile, tutto quello che non è descrizione dell'irrevocabilmente mostruoso, nefasto e suicida, tutti quelli che non sanno che il "cattivismo" è inutile e noioso quanto il troppo "politicamente corretto" si negano l'utile esercizio di sperare, esercizio che sarà anche banale, se volete, o forse inutile, se volete, ma  non ha mai frenato il mondo, semmai l'ha aiutato a procedere. Il nichilismo ad oltranza è sospetto quanto le improvvise riscoperte di fede. In mezzo c'è un'umanità piena di dubbi che non smette di guardare al futuro. Il teatro, per quanto mi riguarda,  ha che vedere con tutto questo. Il sangue, le sodomie, gli urli, i vomiti già ampiamente e ripetutamente  interpretati sul palcoscenico non hanno più molto da raccontarci, le messe nere hanno concluso, credo, ormai da tempo, il loro ciclo di provocazione. Guaine di pelle, stivali, cappotti militari e mutande panterate  è bene che vengano riposti nei bauli. Per quanto mi riguarda ho bisogno più che altro di interpreti dallo sguardo vivo, capaci di ironie disperate ma anche di sguardi che sanno posarsi sull'altro, cercando nell'altro anche la parte di noi che meno amiamo conoscere. Un teatro se volete semplice, che non tenta di imbrogliare le carte, riempiendo con " idee di regia" quello che a volte, perdonate, mi appare  solo vuoto di pensiero. E' forse per questo che cerco e propongo idee come questa, che in scena hanno bisogno di poco.

La corsa di Monciccì di Carmelo Gallico, Antonio S. Antonuccio ed Emanuela Giordano ha vinto il Premio Annalisa Scafi 2007 ed ha debuttato al Teatro Eliseo di Roma il 7 e l'8 febbraio 2008 nell'ambito della rassegna Teatro e carcere.

Scritta nel Carcere di Fossombrone, è una storia che non ci dimostra nulla ma che  ci suggerisce tanto. Che per esempio, a volte, forse, si può voltare pagina. Trae spunto da una storia vera, un detenuto l' ha raccontata ad un altro, scoprendo esperienze comuni.  Insieme hanno deciso di scriverla. Uno degli autori ora si sta laureando in Giurisprudenza, ha scritto altri racconti e poesie, pubblicate e premiate, l'altro, in carcere per un omicidio commesso a 18 anni, ha imparato  a studiare, a scrivere, a leggere romanzi, ma soprattutto a riflettere su ciò che ha commesso. In  carcere si parla di tutto, politica, calcio, donne, ma raramente si parla delle ragioni vere della pena detentiva. Questa volta è accaduto ed è stato elaborato in forma di racconto. Il racconto, successivamente, dopo una serie di colloqui con gli autori, è stato trasformato in un atto unico per il teatro.

La storia

Una bambina di nove anni, Laura. La bambina è nata e vive in Germania. In estate  Laura trascorre qualche giorno nel paese d'origine della madre, che si trova nella provincia di Gela, in Sicilia.  Ad accogliere Laura ci sono la sorella e la zia della mamma. Il resto dei parenti dove sono? Sono morti? Sono in carcere? Sono andati a cercare lavoro lontano? La corsa di Monciccì è il viaggio di una bambina nel passato, nel presente e nel difficile futuro della sua famiglia, legata al doppio ceppo di un dolore e di una vergogna. C'è un ragazzo ucciso e ce n'è un altro che, per vendicarlo, è diventato un assassino. Un  doppio omicidio ancora la  zia e la sorella della madre alla memoria di un figlio/ cugino morto e di un  nipote/ fratello omicida. La corsa di Monciccì ci racconta  le conseguenze di un crimine sull'esistenza non solo e non tanto di chi entra in carcere ma di chi ne resta fuori, ad aspettare, a sostenere, a subire colpe non commesse. Non ci sono che due possibilità: o dimenticare, rimuovere, fuggire lontano o accettare, cercare di capire e mantenere un legame con chi sconta la pena. Un legame che costa in tutti i sensi, soldi , energie, tempo, orgoglio ma che da la possibilità a chi è in carcere di poter credere che c'è qualcuno, fuori, che non lo dimentica e non lo rinnega. La corsa di Monciccì  interseca tre generazione, tre lingue, tre punti di vista. C'è il tedesco, lingua  della rimozione e di un nuovo decoro cercato altrove, c'è l'italiano televisivo e globalizzato, c'è un siciliano che sembra un  estremo tentativo di ancoraggio al passato, quando l'assassinato e l'assassino non erano che due cugini legati dalla prima infanzia ad un patto di  amicizia e di mutuo soccorso.