IL DRAMMA DEL MESE
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Visite fuori orario è stato Segnalato in vari premi: nel ’97 al “Premio Flaiano”, nello stesso anno al “Premio Maschera d’argento- Rosso di San Secondo); sempre nel ’97 è stato Finalista del Fondi La Pastora . Nel ’99 è risultato Vincitore della Selezione dell’OUTIS, Centro Nazionale di Drammaturgia Contemporanea, e proposto nella forma di mise en espace al Teatro Franco Parenti di Milano per la regia di Claudio Beccari. Di cosa parla
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Presentazione dell'autore Un ufficio pubblico, uno dei tanti. Uno di quelli, nei quali ci si reca malvolentieri per necessità, e, dai quali, non si vede l’ora di partire. Un ufficio composto da mura grigie, o da pannelli scoloriti e da linoleum dalla tinta incerta. Eppure in questi uffici vivono persone, e non per qualche giorno o per qualche mese.
In questi uffici passa la vita che, ogni giorno, per tutti gli anni, si presenta sempre uguale a se stessa. La vita in ufficio è spesso presentata in maniera comica o grottesca (le beghe fra colleghi, i pettegolezzi, i tic), ma la forzata convivenza, il dover sopravvivere in uno spazio sempre identico che, a differenza di casa propria, non ci rappresenta; l’interscambiabilità dell’elemento umano e, nello stesso tempo, la ripetitività e l’immortalità delle cose, costituiscono il dramma sul quale si dipana “Visite fuori Orario”. Chi scrive ha una conoscenza diretta dell’ambiente del dramma. Spesso, in questi uffici, capita di scorgere suppellettili abbandonate (sedie, elementi di mobili, macchine da scrivere). Questi oggetti, dei quali si ignora, ormai, l’origine e lo stesso uso, restano per decenni sullo stesso mobile e rappresentano, nella loro immobilità, fatta di polvere e ragnatele, la vera metafora della vita eterna. Trascorrono gli anni, gli impiegati si avvicendano, ognuno si illude di ricreare un minimo di ambiente personalizzato (una pianta, un quadretto…), e poi con la pensione, o con un semplice cambio di stanza, tutto l’elemento umano precedente è spazzato via. La sola cosa che resta, costante, sono queste suppellettili che nessuno ha rimosso, testimoni muti di altri tempi, dimenticati, e di altra umanità della quale nessuno ricorda neppure il nome.
L’uomo che ha per orizzonte sempre lo stesso orizzonte, la stessa veduta, dalla stessa finestra; che varca sempre la stessa soglia, che fa gli stessi gesti, per anni, per sempre. E’ il rapporto fra l’uomo e la stanza, suo nido, sua tana. Ognuno reca con sé le proprie speranze e le proprie ambizioni, e, inizialmente, pare che la stanza faccia fatica a contenerle tutte. Ma lentamente, anche le speranze, si conformano all’ambiente chiuso, si fanno restringere, incubare, soffocare, fino a spegnersi. In questo ambiente vive Lofino, il protagonista del dramma. L’uomo è un archivista di un ufficio tributario. Conosce il suo lavoro, le sue regole, e conosce solo questo. Si è adeguato alla sua stanza fino a farne la sua tana. La sua vita è quella. La vita degli altri gli viene filtrata dalle carte, fra le quali, quotidianamente, è immerso. E’ come se fosse in parcheggio da 35 anni ed è tale, ormai, l’abitudine a quelle quattro mura, e il distacco dall’esterno, che il parcheggio è divenuto residenza perpetua.
Lofino si è abituato a ragionare per quelle e in quelle mura. Ma un giorno, durante un rientro pomeridiano, riceve la visita , per motivi di lavoro, di una brillante praticante di uno studio legale: Emma Goscè. Lofino passerà dal solito atteggiamento impiegatizio all’apparire di una donna (galante, un po’ ammiccante e, nello stesso tempo, arrogante, tale da dimostrare la sicurezza da “uomo”) ad un inaspettato spogliarsi delle solite vesti. L’uomo e la donna, ognuno per strade e con modalità diverse, hanno la consapevolezza della propria sconfitta e soprattutto l’uomo, sotto quella polvere di anni e di noia, cela, in sé, una personalità repressa e aggressiva, l’anima malata e disperata di un essere che ha visto la propria vita scorrere e avviarsi alla fine, come uno spettatore assiste al film nel quale non è coinvolto. Per qualche istante, però, Lofino avrà il coraggio di mostrare quest’anima violenta e imputridita, ma viva. |