IL DRAMMA DEL MESE
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Petronilla Graie
ha debuttato al Festival Benevento Città Spettacolo il 2 settembre 2006
con la regia di Stefania De Santis. Con Sara Bertelà (premio olimpici del teatro 2006)
e Evelina Meghnagi. Costumi Claudette Lilly, musica Enrico Venturini, melodie cantate Evelina Meghnagi,
luci Löic Hamelin. Produzione
Neraonda s.r.l. in collaborazione con il Festival Internazionale di Montalcino e con il Festival di Benevento Città Spettacolo.
La critica: Tra le non poche novità italiane proposte al Festival di Benevento e non tutte sicure di trovare spazio nella stagione normale ho ascoltato volentieri Petronilla Graie di Francesco Suriano, variazione su di un tema che si sente riprendere spesso oggi, ossia della ragazza dell’Est che sogna l’evasione a Ovest.
(...) Il trattamento del giovane Suriano è fiabesco-onirico, sono episodi che una ragazza così racconta alla madre; non sappiamo se li abbia vissuti veramente, come non sappiamo dove le due si trovino – sappiamo solo che è campagna, che le due sono poverissime (e che gli tocca mantenere gli uomini, per cui ci sono ancora meno occasioni di lavoro), che non c’è quasi niente da mangiare. non sappiamo nemmeno quale sia l’Ovest che la protagonista vagheggia, anche se possiamo identificarlo con l’Italia, bengodi come si sa di tanti derelitti dell’ex comunismo.
Piece a due personaggi, dunque, uno statico – la madre, che si materializza a un certo punto – e uno dinamico, la figlia, che si muove, gira qua e là, imita se stessa in varie incarnazioni.
(...) Le due attrici sono eccellenti. Sara Bertelà evita il rischio di fare della sua Petronilla una attonita e poetica Giulietta Masina dell’Est, spostandone il registro piuttosto sull’ironia; lei è la prima a ridere di se stessa raccontando le sue disavventure, si tratti di varcare il confine su di un Tir pieno di angurie, una delle quali si è infilata nella sottana a simulazione di gravidanza, ovvero di resistere per tigna a una umiliazione sessuale, quando in un’altra avventura si prostituisce lungo la strada. Non le è da meno la partner Evelina Meghnagi, che rimpolpa le minori occasioni offertele dal testo sfoggiando la sua splendida voce in un paio di canzoni irresistibilmente malinconiche e in una lingua desueta.
Un’ora e dieci, e ottimo successo. Il tema ossessivo di Petronilla è il viaggio che non si compie.
Petronilla racconta di come tutti i suoi tentativi, infinitamente pazienti e fantasiosi, di trovare una terra migliore (l’Italia?) vengano sempre atrocemente frustrati, tanto da indurla poi a ritornare al suo orticello stento e alla sua Mamuska.
Teatralmente questo tema è sviluppato in un non-luogo surreale dove anche il tempo è una dimensione incerta.
E’ tornata veramente a casa Petronilla? E’ mai partita veramente? E poi questa è veramente la sua casa?
E chi è veramente Mamuska? Ma allo stesso tempo tutto quello che Petronilla dice è successo, succede ogni giorno. Infatti i suoi racconti deliranti sono versioni soggettive di autentici fatti di cronaca nera. Come quel camion pieno di cocomeri con l’uomo morto dentro... Ci sono morti che sembrano “meno” morti. Morti che non fanno numero, non hanno peso, non provocano contraddizione nel vederli elencati sulla prima pagina del giornale accanto alle dichiarazioni di Sirchia, un ministro che invece di preoccuparsi di rispettare e far bene applicare una legge vigente, la 194, tuona contro l’aborto come omicidio. Quei 28 esseri umani finiti in mare di cui si è avuta notizia quello stesso giorno, morti prima di toccare le coste italiane, un quarto del “carico” di immigrati, i nuovi “intoccabili”, non conta, non tocca altrettanto e altrettante coscienze. A questi uomini, donne e bambini, a questa marea spesso senza nome, di disperati che cercano una qualunque salvezza dall’inferno, è invece dedicato il sensibile spettacolo Petronilla Graie di Francesco Suriano, una coproduzione di Teatri del Sud e Festival della Val D’Orcia e di Montalcino, che ha debuttato a San Quirico nell’ambito del Festival diretto da Isabella Valoriani. Nel verde rinascimentale degli Horti Leonini è Petronilla (Sara Bertelà) dunque a incarnare l’archetipo “immigrato” a fare il percorso all’inverso, risalire alle origini, ridare frammenti di nome, di storia, di sentimento per quel che c’era alle spalle e che ha spinto verso la terra del desiderio, l’Italia. Petronilla è una nessuna e centomila. Fanciulla di un est imprecisato, con tracce di famiglia come tante: una mamma eccessivamente ansiosa, un padre che sbuffa e muore troppo presto. Poi, le solite cose di pessimo gusto che il destino ti mette in fila quando nasci nel posto sbagliato: la crisi del paese, la perdita del lavoro, niente soldi e tanta fame. Nessuna prospettiva se non quella di partire e andare via. Di provarci, come fa Petronilla, tante e tante volte. E di tornare indietro a raccontare a Mamuska, a mamma e al |
Nota dell'autore: Petronilla Graie è una donna che racconta la storia di una necessità, la necessità di trovare una vita possibile. La racconta partendo da un paese immaginario dell'est europa o del sud europa. La racconta come donna diversa dalle altre donne, sia perché extracomunitaria e sia perché come dice Petronilla: "non ci hanno lasciato vivere nel nostro paese, quello che ci spettava per diritto di nascita... ci siete venuti a chiamare". Vive nel suo orto, vicino a una ferrovia dove non passa mai nessun treno, dove nel casottino degli attrezzi c'è anche una madre. La sua terra da conquistare è l'Italia. "Dio ci liberi da chi ha un solo pensiero" inizia così l'epica minore di Petronilla. E dio la dovrebbe liberare forse dal suo pensiero ossessivo di fuga e da quello di sua madre, Mamuska. Il pensiero ossessivo di Mamuska è che Petronilla si sposi prima che lei muoia, forse "il suo sguardo da Graia fa impietrire gli uomini". Nei racconti che fa alla madre, narra le sue "gesta" cercando di farla felice, di farla sentire fiera di avere una figlia così coraggiosa. Racconta del suo primo viaggio in un camion di cocomeri di cui cercherà di cibarsi perché possiede due denti lunghi e aguzzi, proprio come una delle Graie, racconta del suo viaggio nel mare di Tunisi, nel mar Ionio, nel mare dell'antica Grecia e nel canale di Sicilia, della sua morte e del resuscitare, solo come potrebbero Stimo, Euriale o Medusa. Racconta della sua prostituzione, del divenire, proprio per quella sua lingua lunga, la portatrice di tutte le lingue di tutti i paesi del mondo. Racconta le sue storie usando proverbi, modi di dire, venati da una macabra ironia, duettando con Mamuska, calandosi nei personaggi che ha incontrato nei suoi viaggi. Come un Peer Gynt femminile Petronilla Graie racconta di una ricerca su di sé, metafora di una ricerca collettiva di tanti cittadini del mondo, che chiedono di essere ascoltati in una terra divenuta improvvisamente piccola.
suo orticello, di come è andata quella volta, il viaggio nascosta tra i cocomeri, o per l’oceano mare,
o in treno. Sembrano le avventure di Huckleberry Finn e diventano, strada facendo, incubi mortiferi. Petronilla parte da ragazza piena di speranze e si ritrova corpo di ragazzo soffocato in un camion, zainetto gonfio di povere cose e mezza bottiglia d’acqua che non l’ha salvato dal freddo e dall’asfissia. Oppure nuota coi tonni, pinocchia felice che sguazza e gliela farà vedere lei ai pescatori. Che invece la tirano su, nuda e morta, come quei poveri corpi o resti di corpi che i pescatori siciliani sono ormai abituati a trovarsi impigliati nelle reti, macabra pesca giornaliera in quei tratti di mare battuti dalle navi cargo maledette.
Ora è Fatima, il nome preso a prestito da chi le stava accanto ed è sparita tra i flutti, e per salvarsi nel Belpaese finisce a gambe larghe sulla strada, presa a calci e bruciata viva da italiani in vena di spiritosaggini criminali. E’ un viaggio come un’onda che va e torna indietro, che ha nostalgia del suo orto e di affetti, che sceglie di dissolversi proprio quando trova l’identità cercata, altra da se. Anche il testo di Suriano, come molti lavori a tesi, è di ondeggiante efficacia: ti cattura quando sconfina nell’onirico, surreale come un racconto di Muenchhausen, più sterile quando si accosta alla cronaca e ne fa predica indiretta. Ma lascia un segno, un’inquietudine nello spettatore che scopre un’Italia oscura di mali sentimenti. Paese che si fa incubo, matrigna cattiva, cuore nero. Sara Bertelà disegna la sua Petronilla proteica con colorata leggerezza, una treccia variopinta e un grembiule a segnare le sue zelighe trasformazioni, ed Evelina Meghnagi le fa da mami chioccia, armonia remota di affetti, in un dialogo disturbato dalla fonica difettosa ma dalla regia premurosa di Stefania De Santis. |