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Freud e il caso di Dora
è stato rappresentato per la
prima volta il 17 febbraio 1979 al Teatro Due di Parma, con Marinella
Manicardi e Gianfranco Furlò, regia spazio scenico films e costumi Luigi
Gozzi, composizione spazio scenico Severino Storti Gajani, musiche Gabriele
Partisani, elaborazioni fotografiche Paolo Petrosino, realizzazione films
Andrea Pavone, produzione Teatro Nuova Edizione/Teatro delle Moline. E'
stato finalista al Premio Mondello di Palermo 1979.
Intervista a Luigi Gozzi
di Maria Dolores Pesce
Professore, se non sono male informata,
lei ha fatto studi classici ed il suo maestro è stato Luciano Anceschi. A
questo riguardo vorrei sapere da Lei quando è nata questa sua, se posso dire
passione, questo suo interesse, la sua decisione, insomma, di lavorare per e
con il teatro ?
La passione o interesse è cominciata all’università. Anche un po’ per caso;
ai miei tempi infatti esistevano attività culturali promosse e organizzate
dagli stessi studenti, io ho cominciato così. Nei primi anni cinquanta,
avevo circa 20 anni, con i miei compagni di università. La passione forse
era nata prima andando a teatro, mi ricordo che andai la prima volta a
teatro subito dopo la guerra, avevo dieci anni e vidi l’ultima esibizione,
credo, o una delle ultime esibizioni di Ruggeri nell’ENRICO IV. Io vengo da
una famiglia musicale, non di professionisti della musica, ma con grandi
interessi, con grandi passioni musicali, e così, fin dall’adolescenza, sono
andato a moltissimi concerti. Anche i concerti sono spettacolo.
Però quando ha deciso di dedicarsi professionalmente al Teatro ?
Uscito dall’università ho continuato a fare qualche cosa per conto mio. Devo
dire però del teatro che allora si poteva frequentare, a parte alcuni mostri
sacri come il Ruggeri di cui sopra, oppure, lo ricordo con interesse ed
emozione, un grande attore oggi un po’ dimenticato, che ha recitato molto
nella nostra regione, Memo Benassi, devo dire che il panorama del teatro di
allora, parlo del periodo dal 55 agli anni 60, era piuttosto triste. Mi
ricordo che quando mi presentai a quello che lei ha già citato quale mio
maestro, Luciano Anceschi, lui ci rimase male: come potevo occuparmi di cose
di teatro! quasi fossero argomenti deplorevoli. E Anceschi era uomo e
studioso di grande intelligenza e apertura e dal suo punto di vista forse
non era del tutto in torto. La sua era una posizione che aveva una ragion
d’essere, di fronte aveva un teatro spesso da mestieranti e anche poco
interessante; io ricordo di essermi annoiato spesso a teatro anche a
spettacoli con nomi famosi, per esempio Visconti che mi è capitato di vedere
parecchio. Il teatro bisognava, come sempre, andare a cercarselo : in quegli
anni Streheler e il Piccolo rappresentavano un buon punto di partenza; il
Goldoni e poi il Brecht di Streheler, ma si poteva vedere Becket in Francia
prima che (non) arrivasse in Italia, e vedere Barrualt e Vilar, o Marceau.
Oppure il Berliner. O straordinari talenti (poi persi, non so come) quali
Planchon e Marowitz. Con queste spinte, con questi incentivi, ho continuato,
ho fatto un po’ il saggista teatrale (sul Verri anceschiano).
Agli inizi degli anni 60 lei ha partecipato alla esperienza della Neo
Avanguardia con il cosiddetto Gruppo 63. In particolare è stato uno dei
protagonisti del convegno costitutivo del Gruppo tenutosi a Palermo appunto
in quell’anno. In quella occasione, insieme a Ken Dewey, ha allestito e
diretto la rappresentazione di 11 atti unici 1), alcuni scritti per
l’occasione o per l’occasione rielaborati da testi preesistenti, di altri
partecipanti al Gruppo. A questo proposito vorrei sapere da lei come è nata
l’iniziativa e, in particolare, se i testi erano stati scelti e già
consegnati a lei anticipatamente oppure solo all’apertura del convegno ?
Preciso : non sono stato uno dei protagonisti del convegno del Gruppo 63. Ho
messo in scena sette o otto, mi pare, delle 11 piccole pièces in un unico
spettacolo che fu rappresentato a Palermo nel corso della prima serata del
convegno. I canoni dello spettacolo, le procedure della messa in scena,
furono sostanzialmente piuttosto rozze : mi fu affidata una serie di piccoli
testi che io cercai di mettere insieme in qualche modo. E c’era senza dubbio
qualche testo interessante e compiuto, c’erano tentativi stimolanti di usare
in maniera inconsueta la scrittura drammaturgica. Però il teatro che seguì
quello degli anni ‘65/’70 e, di seguito, che fu importante, e sarebbe bene
ricordarsene più di quanto a volte non si faccia, non ha molto a che fare
con l’esperienza del Gruppo 63.
Gli attori chi erano ?
C’era Piera degli Esposti e due ragazzi della mia compagnia di allora che
poi hanno smesso. Le compagnie che io ho praticato sono state compagnie che
nel tempo si sono fatte e disfatte, con persone che poi hanno preso,
ciascuno, strade diverse. Anche quando hanno continuato brillantemente come
Piera.
In Europa, soprattutto in Germania, esiste la figura del Dramaturg che o
riscrive testi preesistenti, o scrive testi, “per” il teatro, che in Italia
è assente. Lei intende una figura di questo genere ?
E’ vero in Italia è assente, totalmente. Anche se penso che non esista una
strada sola per la drammaturgia. Il Dramaturg è una delle strade possibili,
una delle strade che possono essere praticate. E forse non sarebbe male che
questa figura fosse presente anche da noi, anche in modo professionale o
ufficiale, come succede nei teatri tedeschi.
Certo c’è sempre stato da parte degli scrittori, degli accademici, un modo
di rapportarsi al teatro un po’ troppo leggero, scarsamente impegnato, quasi
che il prodotto teatrale fosse opera meno importante, meno impegnativa del
romanzo o del saggio. Questa situazione, pur come dice Lei in fase di
evoluzione e cambiamento, è stata ed è, diversamente da quanto è successo in
Europa ove il teatro di regia cominciò ad affermarsi nel primo dopoguerra,
nella genetica del teatro e della cultura italiana in genere e tende spesso
a riproporsi e riemergere. Secondo Lei, anche come docente universitario,
c’è una, o più cause, a fondamento di questo atteggiamento
dell’intellettuale italiano nei confronti del teatro ? Possiamo tentare una
analisi di un modo di pensare, a mio modo di vedere, inspiegabile sotto
certi aspetti ? Come possiamo tentare di capire ?
E’ molto difficile individuare cause precise. Si può tentare di fare un
elenco. Innanzitutto la condanna crociana. La cultura italiana nel primo
cinquantennio del secolo è stata in larga parte di stampo idealista, e
Benedetto Croce aveva espresso la sua condanna dell’attività scenica,
dicendo esplicitamente che ciò che conta, che ha valore estetico è la
drammaturgia; il resto, la messa in scena, non appartiene alla cultura.
Certo le cose sono cambiate, ma ci è voluto del tempo. Quella che viene
chiamata la cultura materiale, ad esempio l’arte decorativa o l’arte
applicata a cui forse appartiene l’attività scenica non veniva presa in
considerazione : chi se ne occupava, chi la studiava? L’accademismo italiano
non prendeva in considerazione l’attività scenica, che è cultura materiale.
Questa è una delle ragioni di fondo, poi naturalmente ci sono altre ragioni
: la tradizione del grande attore, la scarsa diffusione della lingua, la
lingua italiana che, nel dopo unità, stentava tanto a diffondersi, fino ai
nostri giorni. Di qui il ritardo storico della nascita della regia italiana,
la scarsa attenzione a fenomeni e personaggi di grandissimo rilievo. Si
pensi a Pirandello che solo in Germania e in Francia ebbe il riconoscimento
che gli spettava. E così in buona parte è successo a drammaturghi come
Eduardo e Fo.
Lei insegna al DAMS di Bologna, precisamente Metodologia e Critica dello
spettacolo. Quindi in un certo senso è riuscito a sintetizzare, mantenendole
unite, le sue scelte culturali : da una parte la sua funzione accademica e
di studio all’interno dell’insegnamento universitario, dall’altra la sua
attività artistica, come regista, drammaturgo, impresario ed anche attore,
seppure solo qualche volta. In lei dunque si è verificata quella sintesi che
Lei, mi pare, auspica si diffonda maggiormente; in concreto che, in questo
modo, venga superata anche la divisione attuale tra studi e cattedre, tra
drammaturgia ed istituzioni di regia, tra studio e pratica del teatro. E’
difficile, per Lei, tenere insieme questi ruoli ? O, in altre parole, una
qualche divisione le viene imposta dal contesto quando è docente rispetto a
quando è uomo di teatro ?
Bisogna riuscire evidentemente a trovare un rapporto, un canale tra l’una e
l’altra. Naturalmente il pubblico, gli altri, si presentano in maniera
diversa facendo teatro e facendo il docente universitario. E gli altri sono
sia quelli che hai davanti, sia quelli che hai al fianco e alle spalle, i
colleghi, perché anche nel teatro esistono i colleghi e può andar bene
questo orrendo termine burocratico. Evidentemente allora si può parlare di
come è cambiato il DAMS, ma nel contempo bisogna parlare anche di come è nel
frattempo cambiato il teatro. Il DAMS è una strana creatura, era all’inizio
eterogeneo, cioè si era raccolto (parlo del DAMS teatro perché nelle altre
sezioni le cose sono andate un po’ diversamente ) chi c’era dal teatro
ufficiale (io allora ero assistente di Squarzina) e dal teatro non
ufficiale. E si era messo insieme un gruppo di persone che sostenevano e
praticavano diverse idee di teatro. E teniamo conto anche che gli studi
teatrali e di spettacolo erano molto scarsi. Oggi la situazione è molto
semplificata, c’è una maggiore omogeneità che è naturale, perché i nuovi
studiosi e docenti vengono man mano formati sulla base di un certo
indirizzo; e la cosa si va ripetendo nei nuovi DAMS, che giustamente dopo
tanti anni vengono istituiti in altre università.
Tornando invece alla sua attività come regista, drammaturgo, impresario, mi
risulta che Lei ha allestito più di trenta spettacoli nel corso della sua
attività. Questi testi sono molto diversi l’uno dall’altro, ma tra questi ve
ne sono alcuni, penso a “Il caso di Dora” o ad “Anna O”, con spiccato
interesse a temi psicanalitici di stampo freudiano. Mi vuole dire qualcosa
di più circa la scelta di questi testi, in particolare il perché di Anna O
oppure di Dora ? Insomma perché e come la psicoanalisi a teatro ?
Pare che siano ormai più di quaranta gli spettacoli che ho allestito (non li
ho mai contati) e l’ultimo, recentissimo, è stato L’ARMONIA UNIVERSALE su
Mesmer, e gli inizi della psicologia dinamica, che è poi l’ultimo di quel
ciclo di spettacoli, Dora e Anna O soprattutto, dedicati alla psicologia.
Per tornare alla domanda, credo sia per due ordini di ragioni, la prima è un
interesse alla esposizione di vicende e storie che trovo affascinanti, la
seconda è che sono convinto che un certo di cultura, diciamo dell’area anche
se non freudiana in senso stretto, sia uno dei modi più in realtà efficaci
di esporre la realtà che viviamo. La ragione è poi una sola, perché credo
che rappresentare queste vicende sia significativo, altre non lo sono. Altre
non sono molto forti anche dal punto di vista della rappresentazione. Credo
che la scena debba avere dietro un modello di luogo, di situazione al quale
guardare : beh ! il modello, secondo me, al quale guardare è il divano
psicoanalitico, uno dei modelli interessanti, che mi ha interessato, di
nuovo uno di quelli nel quale il mio interesse poteva coincidere con quello
del pubblico, diciamo, o degli “altri” ; un punto di incontro tra ciò che mi
interessa, e ciò che può interessare che mi sta a sentire. Vera
rappresentazione di quel nodo, di quell’elemento, la transferalità, la
suggestione, quel tanto di ricerca del vero e dell’inganno infausto che è
contenuto dentro questo nodo; altre verità, altre falsità non mi
interessano, anzi credo che siano anche poco autentiche. Se ci occupiamo
delle cose che già altri hanno assorbito, allora non scopriamo niente di
noi. Se però la scena deve essere qualcosa in cui avviene questo processo di
identificazione di un nodo importante, io dico che, sì, avviene secondo me,
avviene tuttora. E allora su questo ho lavorato parecchio, ho fatto altri
spettacoli che affrontavano più marginalmente il tema.
Ad esempio quali ?
Ad esempio ho fatto qualche anno fa uno spettacolo che si chiamava
“Santità”, che è uno spettacolo su Santa Teresa del Bambin Gesù. Non era
molto edificante/religioso, ma tendeva a cogliere l’elemento di genere della
rappresentazione, nel luogo che poi era il convento. Poi, percorrendo gli
ultimi venti anni, c’è stato un ritorno all’interesse per la drammaturgia,
che forse, per alcuni anni ho praticato meno, e poi anche un diretto
investimento mio nel fatto che ho deciso, e ci ho messo molto tempo, a fare
il drammaturgo. Cosa che all’inizio, e non solo all’inizio ma anche per
parecchio tempo, non ho fatto.
Quando ha cominciato ? In che anno ?
Nel 1974/75 come altra avanguardia italiana, ho affrontato Shakespeare e ho
rappresentato un “Otello” del tutto particolare. E’ stato in quell’occasione
che manipolando il testo shakesperariano aggiungendo, togliendo mi sono
accorto che mi piaceva, mi interessava e così non ho più smesso, anche se ho
messo in scena altri testi come ad esempio, subito dopo, Strindberg che io
amo molto.
Pur amando così Strindberg, come mai non lo ha mai più messo in scena ?
Per ragioni così semplici che possono sembrare persino banali : avessi avuto
uno Jean interessante avrai sicuramente fatto “La Signorina Giulia”.
Ho letto una sua intervista in cui Lei ha dichiarato che l’attore quando è
in scena, paradossalmente, deve essere se stesso e deve lavorare, in
particolare, sui suoi difetti. Mi vuol dire qualcosa di più al riguardo ?
Che debba essere sé stesso non c’è alcun dubbio, d’altra parte come farebbe
ad uscirne; il sé stesso è una cosa larga. Chiunque decida di fare l’attore,
di recitare è meglio non riduca il suo lavoro ad un insieme di stilemi o di
formule, è un errore, è una limitazione se non altro. E’ più interessante
cercare, attraverso le occasioni che si presentano, di ritrovare nel ruolo,
nel personaggio (termine che non amo perché sempre intriso di psicologismo)
sé stessi; e scoprire le proprie risorse come una continua esplorazione,
nella quale vengono presi in considerazione anche i difetti, i limiti, le
caratteristiche che vanno a costituire la persona.
E farne dunque, Lei diceva, un elemento scenico.
Non c’è dubbio che tutta questa esplorazione debba diventare un elemento
scenico. Se l’attore è capace di esprimersi, e qui c’è un vero e proprio
salto, se riesce, si apre un grande ambito di esplorazione che riguarda il
sé. E in questa esplorazione l’attore non può non esplorare i propri
difetti; ma non per emendarsene, ma metterli in gioco o in campo, e questo
può essere anche esaltante. Naturalmente un attore non può ignorare che
agisce sulla base di elementi di convenzione, ma questi elementi di
convenzione devono essere a maglie sufficientemente larghe per consentire di
metterci dentro tutto quanto l’attore riesce a ricavare da sé stesso, come
propria risorsa, compresi i propri difetti. Altrimenti succede che nella
crescita, nello sviluppo, nella storia di un attore ci siano dei blocchi,
delle censure per cui una certa parte di sé, non viene fuori, non si esprime
e l’attore è come se non riuscisse a mettere in gioco una parte di sé. Per
questo è importante lavorare insieme più che si può e con continuità, anche
se non è detto in assoluto, poiché possono essere sbagliati anche i rapporti
eccessivamente lunghi. Ma comunque, credo, è poco produttiva la situazione
dell’attore precario, una volta qua e una volta là.
A proposito di questo Lei ha una compagnia di attori fissa, oppure
occasionale ?
Non ho una compagnia, ho avuto molte compagnie perché è difficile dare
continuità a una compagnia. Le difficoltà maggiori sono di ordine economico,
gli attori che lavorano con me, che spesso sono dei giovani, hanno
ambizioni, vogliono, giustamente anche, guadagnare. Poi ci sono stanchezze
(anche reciproche), abbandoni. Quello dell’attore non è un mestiere facile.
Credo comunque che sia importante lavorare con gli stessi attori per lo meno
per lunghi periodi e faccio di tutto per riuscirci.
Attualmente Lei ha una collaborazione ……
Ho una collaborazione con una attrice da tanti anni, Marinella (Manicardi) è
anche mia moglie. Ho avuto attori che hanno lavorato con me per cinque, sei,
sette anni; ora siamo in una fase di passaggio. Ho riunito alcuni ragazzi
che mi interessano e vorrei lavorare un po’ con loro, poi vedremo, dipende
da tante condizioni, curiosità e interessi. Tra l’altro è un brutto
mestiere, ancora trattato male, molto male.
Ancora adesso, ancora questi pregiudizi….
Non so se si tratti di pregiudizi, è certamente oggi una attività poco
valutata, e per la quale spesso si tiene poco conto delle reali capacità,
per non parlare del livello culturale che è sempre più necessario.
Ovviamente il giovane che un po’ annaspa per sopravvivere ha poca scelta, e
tutto questo in un quadro di prove confuse, rinvii che non consentono un
impegno più serio; e poi c’è la pubblicità, la televisione…
Nel teatro contemporaneo c’è dunque una scarsa possibilità, al di fuori dei
circuiti pubblici, di trovare opportunità, finanziamenti e spazi. Oltre a
ciò, credo, ci sia una certa difficoltà nell’interessarsi l’uno del lavoro
dell’altro. Lei cosa ne pensa ?
E’ un atteggiamento largamente diffuso. Io credo che in gran parte derivi da
una povertà di fondo; anche di mezzi, e questo è sbagliato. Da un continuo
rincorrere le cose in una maniera un po’ costernata, un po’ eccessiva.
Questo è un teatro povero, che spreca ma che è povero, e un po’ lo fanno più
povero di quello che è. Poi ci sono le particolarità italiane e il fatto che
non ci sia una storia del teatro italiano degli ultimi cinquant’anni; ci
sono tante storie, diverse, quindi tanti ambiti che non presentavano
elementi di osmosi, oppure erano scarsi. Tutto questo, con le ovvie
eccezioni, nella sua generalità ha fatto sì che ognuno bada ai fatti suoi
senza avere una visione più larga della situazione e delle prospettive.
Non è un po’ limitante, deprivante, tutta questa autoreferenzialità ?
Assolutamente, tanto è vero che ogni tanto qualcuno se ne accorge e prova a
correggere il tiro, ma il difetto rimane vivo e operante.
Infine, vuole farsi da Lei una domanda ? C’è qualcosa che vuole
puntualizzare, qualcosa che non le ho chiesto o che Lei vuole aggiungere ?
Abbiamo fatto una strana chiacchierata che è andata da tutte le parti, a Lei
il compito di raccoglierne i diversi elementi. D’altra parte che siano
abbastanza sparsi a me non dispiace, perché dà l’immagine della situazione
variegata per non dire confusa che noi oggi, da un certo punto di vista, non
possiamo non vivere. Io penso che viviamo non riuscendo a mettere in gioco,
a trattare un sacco di cose; non trovando, in altre parole, il modo, il
canale per riuscire a dirle. Questo, al di là di problemi a volte
contingenti, ma anche per inattitudine; io questo lo soffro abbastanza. E’
come se ci fosse intorno molto di non detto (mentre naturalmente altre cose,
altri argomenti vengono ripetuti incessantemente). Io per esempio posso fare
le scelte che voglio, più di tanti altri, da questo punto di vista, faccio
molta fatica, ma sono abbastanza libero. Però ho notato che ci sono degli
argomenti, o dei nessi, dei significati, che poi non sono misteriosi o
difficili o stravaganti, ma anzi abbastanza affioranti che è difficile dire,
che è difficile fare entrare nelle cose che si fanno : spettacoli, scritti o
discorsi. Lo dico anche perché Lei diverse volte mi ha chiesto perché certi
filoni di ricerca, perché certi argomenti ritornanti. Certo uno ha una sua
storia, procede da un punto all’altro, però questo è anche restrittivo. Non
gli è consentito buttare tutto all’aria. Detto con altre parole mi
piacerebbe cambiare molto di più e mi riesce profondamente difficile. La
difficoltà viene un po’ dagli altri, un po’ anche da me stesso. Prima ho
detto una cosa che vorrei correggere, non mi piace la coerenza, ad un certo
punto mi annoia, non vorrei annoiarmi da solo.
Le interviste sembrano non dover finire mai ed in effetti, paradossalmente,
non finiscono; ancora di più questa con Luigi Gozzi.
Ci siamo messi in cammino, io affiancando per brevi momenti un più lungo
cammino. E’ il teatro come luogo di conoscenza, luogo in cui non si
rappresenta un qualcosa ma lo si cerca.
Lo cerca il regista, lo cerca l’attore e lo cerca il pubblico. Nella scena
si prova la sintesi di un comune interesse che può fondarsi solo sulla
conoscenza – meglio sul tentativo di, sullo sforzo di – di sé stessi.
Ecco che il problema del rapporto tra scrittura e scena può inquadrarsi
nella eccessiva ricerca di finitezza, completezza della scrittura
letteraria, attraverso la quale l’intellettuale non si mette in gioco,
spesso non cerca ma sa, o crede di sapere.
La scrittura deve dunque aprirsi alla problematicità dell’incontro con gli
altri, nella scena. I modi che Luigi Gozzi ha cercato sono diversi, sparsi
come dice lui, a noi il tentativo di seguirne e scoprirne il percorso.
Ritorna tra questi, ancora una volta, il tema, anzi il problema del
Dramaturg, come soggetto, in questo caso, che spinge, opera verso la
riapertura del discorso – sia esso testo letterario o soggetto specifico –
attraverso la sua rappresentazione; attraverso la sua messa in gioco sulla
scena, nell’incontro con gli altri, il pubblico.
Anche l’attore, nelle parole di Gozzi, va forzato a mettersi in gioco in
quanto sé stesso, in quanto elemento imprescindibile nello sforzo di
conoscenza, nel viaggio “alla scoperta” che, credo, è il Teatro quale lo
pensa Luigi Gozzi.
A lui non piace la coerenza, lo annoia, infatti, nella misura in cui è
limite, ostacolo, alla scoperta, al buttare all’aria ciò che siamo e
sappiamo per scoprire, appunto, ciò che siamo e sappiamo. |
Luigi Gozzi ha creduto in
dramma.it fin da quando è comparso sul web. Questa novità di rendere
disponibili a tutti i copioni dei drammaturghi italiani gli piaceva molto. E
gli piaceva anche che ci fosse uno spazio, davvero alla portata di tutti,
dove chi scrive per il teatro fosse protagonista. Segnalava instancabilmente
a tutti i suoi studenti la libreria di dramma.it e la raccolta di saggi,
articoli e recensioni. Riteneva questo sito così utile che talvolta,
parlando di questa risorsa che sfruttava nella sua attività parlava di: "era
dramma.it". E Luigi Gozzi è spesso intervenuto direttamente con
collaborazioni, consigli e sostegni di diverso tipo alla nostra attività. Le
cinque edizioni del convegno "Scrivere per il teatro" (tra il 2000 e il
2004), organizzate dal suo Teatro delle Moline, hanno rappresentato
altrettante tappe fondamentali per la crescita e l'affermazione di questo
sito. Per questo, adesso che non c'è più, dramma.it vuole dedicargli uno
spazio particolare. E lo fa sia nel modo più consono alle sue abitudini,
cioè segnalando come dramma del mese il suo testo più noto, sia ospitando il
ricordo ed il ringraziamento di alcuni suoi amici.
Saremo lieti di ospitare in questo spazio nuovi contributi in tal senso da
chi vorrà inviarceli.
Grazie Luigi
da Marcello Isidori
Luigi Gozzi non è più tra noi. Il fondatore del Teatro Nuova Edizione
(Teatro delle Moline) di Bologna, il direttore artistico, il drammaturgo, il
regista, il professore universitario ma soprattutto l'amico, ci mancherà
terribilmente. Quello che ha lasciato nel cuore, nell'anima e nel cervello
di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo non morirà mai. Grazie di tutto...
da Maria Dolores Pesce
Poco più di due anni orsono abbiamo festeggiato,
insieme a Luigi e a Marinella, i trent’anni del Teatro delle Moline, luogo
fisico e luogo drammaturgico in cui Gozzi ha tentato e voluto coltivare e
sviluppare la sua passione per il teatro. Ora, da pochi giorni, Luigi se n’è
andato. Queste poche righe non vogliono essere la cronaca dell’omaggio che
chi l’ha conosciuto, per una vita o per pochi momenti, gli ha reso il 23
settembre proprio nel luogo in cui più ha lavorato, né tanto meno vuole o
può essere un semplice ricordo “celebrativo”, non solo perché credo che
Luigi ne avrebbe riso e mi avrebbe deriso, ma soprattutto perché per me,
come per chi gli era prossimo o più vicino ancora, il senso della sua
perdita è troppo intimo, o il dolore ancora troppo recente, per trovare
spazio in uno scritto. Al contrario vogliono essere l’occasione per parlare
ancora una volta, e non sarà l’ultima ne sono certa, della drammaturgia,
anzi delle drammaturgie di Luigi Gozzi, del suo modo di concepire il teatro,
il fare teatro, della sua capacità di intercettare sulla scena i testi che
amava e del suo particolare rapporto con gli attori, con l’idea stessa della
professione attoriale che costituiva, credo, una peculiarità delle sue messe
in scena. L’occasione per parlare di lui non come se fosse vivo, ma perché
la sua impronta, la sua qualità artistica e umana in quelle sono vive e
vitali. In tutto questo si scioglie la mia esperienza personale, il mio
rapporto con Luigi Gozzi che dall’iniziale ruolo di studentessa e
“discepola” si è man mano arricchito ed articolato fino a diventare, non
solo scambio reciproco, ma qualcosa di assai simile alla, anche se ho pudore
a scrivere la parola, amicizia. Allora, poiché l’intimità di questo rapporto
mi appartiene e ne sono gelosa, credo sia giusto per ribadire ancora una
volta a tutti chi era Luigi Gozzi e, molto semplicemente, cosa faceva nel
teatro e per il teatro, riproporre alcune considerazioni che ho sviluppato
nella celebrazione, lui vivo, di due anni fa. Luigi Gozzi non voleva
ringraziamenti e io non gliene farò, ma credo di aver molto imparato nel
contatto con il suo teatro. Un teatro costruito su “una scrittura scenica
che, a mio parere, ha la sua cifra prevalente nella capacità di disperdere
il testo, di dissolverlo nascondendolo nel transito/peripezia degli attori
sulla scena, transito tanto rigorosamente studiato quanto apparentemente
spontaneo. Una cifra dunque che sa interpretare in maniera profonda la
particolarità della scrittura scenica, che non sta, lo ha insegnato anche
l’esperienza del Gruppo 63 che Luigi ben ricorda, nella rigorosità
sintattica, apprezzabile nella sola lettura, ma nella sua capacità fisica e
cinetica del transito in scena, nel suo fondersi nel e con il corpo degli
attori. Questo fa del teatro di Gozzi, in questi trent’anni di esperienza
alle Moline, un teatro mai neutrale ma che richiede, anzi impone, prima agli
attori e poi al pubblico una presa di posizione che diventa complicità e si
attiva nel momento stesso della messa in scena, quando, lo dice Gozzi
stesso, il drammaturgo abbandona la sua creatura, quasi non ne fosse più
madre ma levatrice, sul corpo dei suoi attori e agli sguardi del suo
pubblico. Molti pensano che questo particolare rapporto con il suo pubblico
sia facilitato dalla stessa struttura fisica del teatro delle Moline, che
qualcuno ha definito una oscura bomboniera, sorta di stanza di suggestioni
inconscie, per la vicinanza materiale tra pubblico e attori, io credo invece
che, tale modalità, esista all’interno delle drammaturgie di Gozzi e che il
fatto che il suo teatro non disponga a tempo pieno di spazi più ampi, non
sia merito di Luigi ma colpa del modo in cui il teatro è organizzato in
Italia.” Non penso di poter aggiungere nulla a quelle recenti parole
sull’attività teatrale di Luigi Gozzi che già da tempo combatteva con la sua
malattia, e per chi volesse riconoscere e ripercorrere quella storia
consiglio il bel testo “TRENT’ANNI DOPO: IL TEATRO DELLE MOLINE” edito
nell’occasione e stampato da EDISAI di Ferrara. Ma non solo, mi piace qui
segnalare anche l’ultima fatica di Luigi Gozzi “per” il teatro, e cioè
“L’Almanacco 2005” da lui curato e dedicato a “Il teatro del racconto”, per
le edizioni Portofranco de l’Aquila dirette dal fratello Alberto. Per quanto
mi riguarda, però, voglio ancora una volta coltivare la sensazione della sua
vicinanza, viva e vitale, e per questo concludo riproponendo un
colloquio/intervista (pubblicata qui a sinistra), a suo tempo pubblicata
sulla rivista PAROL On Line, concessami, sono ormai svariati anni, da Luigi
all’inizio della mia peripezia di studiosa innamorata del teatro. Questo è
infatti un ricordo che voglio concedermi a lungo.
da Giuseppe Manfridi
Debbo qualcosa a Luigi Gozzi, è questo qualcosa è molto. Davvero molto. Gli
debbo una bellissima regia del mio ‘Zozòs’; gli debbo la pubblicazione di
‘Giacomo, il prepotente’; gli debbo tanta curiosità esegetica per il mio
lavoro, e alcune tesi di laurea che su di esso ha assegnato presso la sua
cattedra. Questo è quel che gli debbo in termini assolutamente egoistici.
Come uomo di teatro, come lettore, come spettatore, gli debbo né più né meno
il suo teatro, che frequento e conosco da quando mi sono affacciato al mondo
della drammaturgia. Un teatro ardito, esplorativo, geniale. Ai suoi testi
torno spesso, e nella mia libreria hanno il posto riservato ai libri da
tenere costantemente sotto mano. Poi, di là da ogni reverenza culturale,
rimane forte il ricordo di un uomo esemplare che ho potuto avvicinare in
spicchi di quotidianità sufficienti a farmi rimordere dal pensiero che,
stando lui a Bologna e io Roma, la nostra confidenza non ha potuto tradursi
in una costante occasione di confronto per le nostre reciproche vite. Ma gli
ho voluto bene e glie ne voglio. Tutto ciò che gli ruotava attorno meritava
tanta considerazione quanto affetto. Quel teatrino, innanzitutto. Quella
gemma che è il Teatro delle Moline. Poi, i suoi compagni di lavoro, tutti
irretiti da lui, e la sua splendida complice in tutto, Marinella Manicardi.
La scomparsa di Luigi Gozzi mi lascia con ciò che mi ha dato, e col
rammarico di quanto poco io abbia potuto contraccambiarlo.
da Paolo Puppa
Ti ho voluto bene
Luigi, da sempre. Anche quando avevi la salute, e le tue gambe funzionavano
a pieno. Ti vedevo muoverti tra le penombre del teatrino fasciato di nero,
alle Moline, una calletta nel cuore della Bologna d’antan, tra aromi di
ristoranti a buon prezzo e la polvere sollevata dalle macchine di passaggio.
Parevi un alchimista medievale, alle prese con alambicchi, astruserie
luminotecniche, strategie del tuo repertorio simbolista-surrealista
rivissuto colla cadenza ironica del neopositivismo laico e disincantato del
gruppo ’63. E i giochi linguistici, i calembours di cui eri maestro in un
umor inventivo e saturnino, lasciavano zampillare di continuo motti e moti
di spirito. La tua biblioteca era vasta e senza confini o gerarchie interne.
Da lì, prelevavi spunti per le tue drammaturgie alla seconda potenza, con
spostamenti ludici e luddisti, dal Freud dei casi clinici al Lombroso delle
febbri criminali, dal Mesmerismo ai ricettari dell’Artusi, dal Goldoni
mentitore dei Mémoires giovanili al Pagliarani rielaboratore di copioni
scientifici. In più, alle spalle di questa metadrammaturgia professorale,
riverberava quella tua propria, dove pulsioni private, ossessioni, speranze
e indignazioni si stemperavano in un dialogismo o monologismo dai ritmi
raggelati e carichi di un algido ressentiment contro la società e contro la
vita, un’entropia di senso recuperata dalle prime avanguardie e ricollocate
in un territorio ‘post’. Il tutto però sempre mantenuto in un poco italiano
understatement, arte della sottrazione in cui eri ormai un autentico modello
di riferimento per autori, giovani o maturi. Vicino a te palpitava e
vigilava la tua compagna, una giovane Ninfa Egeria dalle singolari affinità
col tuo esserci nel mondo, Marinella Manicardi, alla cui voce scandita tra
note passionali e registri beffardi, tendevi ad adeguare la tavolozza
registica e scritturale. Ho partecipato per anni, con entusiasmo, a certe
serate magiche alle Moline, quando ancora si sperava in qualche modo nella
centralità della ricerca sperimentale e nel diritto della stessa ad essere
protetta dalle Istituzioni. Poi è arrivata la malattia, di difficile
diagnosi all’inizio, con cui hai convissuto e lottato con sobrietà
vietandoti, almeno in pubblico, qualsiasi cedimento emotivo, e non
rallentando la produzione di meneur du jeu scenico e di commediografo. Fin
che hai potuto. Ma negli ultimi tempi ci siamo allontanati uno dall’altro. E
allora ti ho amato ancora di più, proprio per non poterlo manifestare. Mi
ripromettevo però, appena avessi trovato l’opportunità, di andarti a stanare
e provare a riabbracciarti, pur consapevole della difficoltà del tuo
carattere di ‘rustego’ felsineo, incattivito giustamente colla sorte che si
era divertito a bloccarti progressivamente la libertà del corpo. Invece,
ecco la notizia che te ne sei uscito di scena, quasi in punta di piedi. Una
delle mie insistite perorazioni con te, ricordi?, era quella di aiutarti a
raccogliere i tuoi tanti copioni, in un’opera editoriale esaustiva, perché
non si disperdesse negli archivi del teatro o nei faldoni privati il tesoro
delle tue invenzioni, che univano per miracolo un’insolita stratificazione
culturale a una leggerezza di timbro, un’agilità ariosa quasi mimetica dello
sporco conversevole. Anche perché le tue battute se ne stavano volentieri
nella bocca dei tuoi interpreti, e chiedono oggi, sussurrando la richiesta
secondo il tuo stile, di essere salvate. Lo chiedono con caparbia umiltà.
Forse sarebbe l’ora di pensarci a realizzare questo nostro debito con te.
Ciao, vecchio mio.
da Daniela Pandolfi
Ma non è solo per
affetto, caro Luigi, che non è facile sentire che non sei più su questo
assurdo pianeta….(sempre che ciò sia vero e corretto: mentre ti scrivo, qui,
quel tuo sguardo ironico mi balugina un po’ dappertutto...). Forse anche un
pò a causa tua, mio caro Prof, ci siamo voluti illudere che i tuoi malanni
fossero sotto controllo, pur conoscendo l’enorme fatica che ti poteva
costare questo farti ritrovare, nel tempo, ostinatamente lucido, attento,
concentrato su progetti energici e sempre un po’ più intelligenti tra quelli
intelligenti. O, se preferisci, ritenuti tali (e con un divertito sorriso di
resa) da persone che un po’ più intelligenti sono sempre state. Marinella al
tuo fianco, la costanza dell’affetto e dell’affinità con le tue figlie, i
tanti amici intorno a te, lasciavano pensare che, malgrado tutto, la tua
esistenza fosse avviata su un percorso combattuto, ma sgominabile… Questo è
quanto soprattutto è stato possibile pensare. Arriva come un colpo basso
questa tua scomparsa a fine estate, accompagnata da un autunno precocissimo,
che annuncia senza incertezze la fine di un clima. Il tuo clima temo:
irripetibile. Si è sentito, lì alle Moline, sotto al tuo ritratto, accanto a
Marinella commossa e ospitale, in mezzo ai tuoi cari serenamente disposti,
ai tuoi amici amabilissimi e speciali, si è sentito, che lì c’era una forza
di affetti inaffondabile. Una compagine di sentimenti che voleva
accompagnarti, fosse ben chiaro, dovunque ti stessi avviando…..Una
situazione mai vista: sognata, leggendaria…Che razza di persona può mai
suscitare tutto questo? Un regalo per chiunque ne fosse partecipe, davvero
una speranza sulle possibilità di esistenza del “bene” in questo mondo
malmesso…Ma anche si è sentito, come un punto di sospensione, come un
interdetto.. Paradossalmente il tuo ritratto al meglio ti ha fatto onore in
modo rovesciato…Come restituire la felicità dello stato di vibrazione
impresso al gruppo dalla tua presenza, il suo potere di coinvolgere,
stupire, costringere a sorridere, con un muto sguardo, un cenno
impercettibile della testa, una domanda spiazzante, che lasciava indovinare
una mole inusitata di informazioni critiche, propositive, emozionanti…e
sotto a quelle la tua latente bontà? Scopro così che l’istantanea non ti
pertiene: spiacenti, Barthes, desolati, maestri delle camere chiare, il
fascino di questo signore qui è sempre stato un fascino mobilissimo, anche
quando alla sua figura atletica toccava di reagire agli assalti della
malattia: un signore grande, un gigante, un po’ irrigidito? Regale. Un po’
piegato? Spalle assertive, capo scattante, sguardo implacabile e giocoso…
Perché il rapporto ribaltato quantità-leggerezza, immobilità-movimento è un
rapporto che ti riguarda, Luigi, in un modo che tuttavia dà esultanza e
commuove: è un modo di indicare un cammino ben oltre i limiti convenzionali,
che dei limiti tiene conto solo per misurarsi con quelli e fare di meglio e
di più. E’ soprattutto per questo che di te ricordo con gioia il momento
degli esami al Dams di Bologna e le prove a teatro. Un privilegio queste
ultime, spettacolo nello spettacolo, quando l’affiatamento e l’affinità con
Marinella producevano sotto i miei occhi estasiati mille ipotesi
ravvicinate, fotogrammi fugaci di possibili interpretazioni, dietro ognuna
delle quali c’era la costruzione fulminea di tutto un orizzonte. Fulminea:
l’ho gia detto almeno due volte, non so prescindere da questa velocità
pensando a te. E forse a te con Marinella, pronta, vivacissima, percettiva:
un capitale inestimabile la vostra lunghezza d’onda. Ma degli esami al tuo
fianco conservo un ricordo vivo e personalissimo di cui ti ho anche scritto.
“ Te l’ho sempre detto, ma anche adesso, quel che rimpiango di più è quel
tuo “sapere” divertito e divertente, fatto passare più con l’ironia che con
la severità corrusca, tra colpi di tosse e nuvole di fumo. Atmosfera di
levità dal gusto calviniano. Ho scoperto con te che il professore più
amabile in cattedra è quello che continua lì la sua regia. Sdrammatizza, con
fare distratto e curioso, (dov’è la tesina dov’è? Ma guarda le mie…ops…
senza filtro, boh! Una penna…cough cough) la tensione dello studente
angosciato. Oppure fulmina sulla porta con sguardo sornione (mumble)
l’ingenuo/a che se la svigna credendo di essersi conquistato l’esame con
poco sudore. Non ho ancora trovato un modo più sottile per aprire un varco
al senso di responsabilità rimosso”. Ma non sei soltanto questo fantastico
insegnante Luigi. Proprio qui, su questo sito dal quale ti saluto, c’è un
tuo lascito importante e geniale, dal quale sono rimasta saggiamente scossa..tu
lo sai…”Le tue 60 Avvertenze: ancora una volta leggerezza e nostalgia:
ricordo nitido delle tue lezioni. Scivoli con naturalezza sulla complessità
complessa senza esitazioni e mi porti in cordata sull’Everest, mentre di mio
ho solo faticosamente risalito il Cimon della Pala. Non ho parole per dirti
grazie per la grandezza e il divertimento. Ricordo di essere scivolata su
due agganci seri: “ il comico è fondato sulla mancanza di retroazione “. (Oh
perbacco sono ancora lì che mi dibatto nel vuoto, mi manca tutta la terra
sotto ai piedi). Azzardo maldestramente: vuoi dire che il comico si fonda su
qualcosa di più o meno bonariamente irreparabile? Sul genere gaffes o
conflitto di frames? Help, aiuto, sos. E poi : “ipotassico e paratassico”.
Mai sentiti. Rimossi? Consulto (nel segreto più assoluto e pavido) il
vocabolario e approdo a risultati eccellenti sul solido terreno delle
“subordinate e coordinate”……Mi godo finalmente l’orizzonte che si formatta
sotto i miei occhi: ho appena letto una garanzia d’acquisto fraudolenta che
tutela il venditore (e non l’acquirente) con un balletto di passi di vuoto
sintattico…Hai dato voce all’indicibile con una battuta sola …..Ecco qua che
da ultimo nel tuo testo appari tu in persona. Ti sei fatto aspettare per
sessanta avvertimenti, lasciando intravedere qua e là frammenti di te (un
braccio michelangiolesco con dito indice opportunamente indicatore, uno
sguardo acuto fra le nebbie, una barba serica e noncurante,
michelangioleschi anche quelli, ma tu mancavi. Invece, finalmente, eccoti
qua). ….Ma anche qui…proprio nella nota deliziosa e maledettamente
intelligente dei bambini che giocano al calcio, scivolo giù e vedo sul fondo
di uno strapiombo i miei piedi che cercano un appiglio…Mi dai da pensare su
ciò che mi dai da pensare…. su ciò che mi dai da pensare e mi sento Topolino
inseguito dalle scope nell’ “apprendista stregone” di Disney”. Con affetto
Luigi e a presto, in qualche modo che si darà da sé... |