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Sul confine è
stato presentato al Festival di Todi nel settembre del 1989 con un grande
successo di pubblico e critica (fino ad oggi unico caso di replica
straordinaria nella storia del Festival di Todi). Prodotto dalla Compagnia
di Valeria Ciangottini e Pietro Biondi, che hanno interpretato i due
personaggi, per la regia di Paolo Emilio Landi. Lo stesso spettacolo
è stato trasmesso più volte su Rai 3 nel 1991.
Di cosa
parla:
L'incontro tra una terrorista in fuga, braccata dalla polizia, e un prete relegato a svolgere la propria missione religiosa, priva di una sincera vocazione, in una gelida chiesetta di montagna, frequentata solo da pochi anziani. Ne nasce una cruda riflessione sulla fede, politica da una parte, religiosa
dall'altra.
La stampa:

La pagina de "Il Messaggero" dell'8/9/2003
P.M.T. "Italia Oggi"
Gli anni di piombo possono finire anche in una sperduta chiesetta tra le valli alpine, dove trova ripaqro una terrorista inseguita dalla polizia, aiutata a malincuore da un prete che non ha più niente da fare in quella solitudine: scomparsi i fedeli, rimasti pochi vecchi nelle catapecchie valligiane, i quali aspettano di morire cullati dai sermoni del reverendo che somigliano a favole per bambini indifesi. Così in poco meno di un’ora d’intensa drammaticità, si dipana la parabola del prete buono (prete per caso, perché entrò in seminario non avendo altre scelte, senza vocazione, pur di poter studiare, affascinato dai libri) e della terrorista, prima spavalda e poi indecisa, spaurita, fragile, quasi vittima della sua stessa aggressività. Ma in questo dramma di Leonardo Franchini (che di copioni ne ha sfornati una ventina) per la regia di Paolo Emilio
Landi, la vera vittima è il prete, di martirio psicologico. E’ lui che vede fallire la propria fede religiosa, non meno della terrorista che sconta il peccato di aver creduto, per fede politica, che il mondo si possa cambiare con la violenza. Come mettere in scena il crollo di ogni ideologia, rivoluzionaria o pacifica, con le armi del teatro. Lei arriva di notte nella chiesetta, al confine con la svizzera, mentre incombe il frullare degli elicotteri degli inseguitori e l’abbaiare instancabile dei cani (di gran suggestione gli effetti sonori che, non meno del giusto dosaggio delle fievoli luci, avvolgono la scena: una chiesa vera, antica e sconsacrata, piccola e commovente, con la ribalta-passerella proprio sotto la navata dove i due protagonisti si muovono a contatto del pubblico, tra l’altare e l’abside). La terrorista si finge morente e chiede la confessione. Il prete è costretto a farla entrare e lei lo ha subito in pugno: non tanto per la minaccia della pistola, quanto perché gli rinfaccia di aver tradito la rivoluzionaria verità evangelica che non esclude la violenza per il bene dei giusti. Allora è lui, il prete, che quasi si confessa e le spiega il proprio fallimento: di sacerdote controvoglia, che in tanto squallore ha solo un po’ di grappa per scaldarsi, per trovare la forza di bruciare gli ultimi banchi rimasti in chiesa, per dare un po’ di calore ai vecchi, raccontando loro che dopo morti non sentiranno più freddo. Quando la terrorista (che aveva ucciso un poliziotto, pentita, ne cerca invano la tomba) torna dopo anni nella chiesetta, nel ricordo cocente di quella notte di disperazione, il prete è anche lui un vecchio malato, cieco, che per non impazzire si trastulla col sibilo di un violino. Allora è lei che sa consolarlo. Gli ripete la favola che raccontava ai suoi vecchi, mentre lui crolla sull’altare, ginocchioni, fino all’ultimo flebile suono consolatore, ravvivato (una speranza della luce del rosone della chiesa, che si stampa sulla parete, inquadrando il volto dell’ex terrorista). E’ Valeria Ciangottini che le presta quel volto, angosciosamente misurato, si direbbe, sulle facce delle vere terroriste che riempivano le pagine dei giornali negli anni di piombo. Il prete è Pietro Biondi, ben aiutato in questo ruolo da un registro di voce sofferto al pari del sembiante. Gli applausi, alla fine, non si sono contati.
Gastone Geron
"Il Giornale"
Con la sua mistica atmosfera la sconsacrata chiesetta di San Benedetto è risultata la madrina ideale al battesimo scenico di “Sul confine” di Leonardo
Franchini, incentrato sul drammatico incontro scontro tra un’invasata terrorista e un parroco di montagna da sempre vissuto nella solitudine dimissionaria di un isolato borgo a ridossa della peraltro irraggiungibile svizzera. A turbare il vecchio prete arrivato al sacerdozio senza vocazione pur di sottrarsi ad un destino di miseria intellettuale e materiale, e più innanzi consacratosi al confronto spirituale e materiale di una comunità valligiana di anziani ormai senza speranza, e l’improvvisa irruzione notturna nella sua chiesa alpestre di una ragazza inseguita dalle forze dell’ordine dopo una cruenta azione terroristica. La ravvivante acuta regia di Paolo Emilio Landi e del suo assistente Ignazio Chessa ha ridotto all’essenziale gli originali due tempi del trentino
Franchini, bipartendo la seconda parte nel prologo e nell’epilogo di una vicenda trasferita a cavallo di un flash-back che evoca, a distanza di un decennio, la notte in cui i rispettivi fragili equilibri del vecchio sacerdote e della ragazza estremista furono per sempre distrutti. E’ una vibrante, intensa, essenziale Valeria Ciangottini a rimandare le nevrosi, gli eccessi, i ripensamenti della ragazza con la pistola, arrivata ad uccidere nell’illusione di vedere l’alba di una nuova epoca, laddove invece era soltanto un insanguinato tramonto. In un capovolgimenti di ruoli e di aneliti, è adesso il prete ad aver perso fiducia, alle soglie di affrontare la giustizia suprema. Merito precipuo di autore, regista, interpreti restano il pudore e l’essenzialità con cui si sono accostati ad uno scottante tema che ancora oggi ustiona le coscienze.
Francesca Bonanni
"Il tempo"
Realmente nuovo per il tema che affronta è Sul confine di Leonardo
Franchini, presentato nella chiesa di San Benedetto con la regia di Paolo Emilio Landi e l’interpretazione di Valeria Ciangottini e Pietro Biondi. In una sperduta chiesuola di montagna, al confine tra l’Italia e la Svizzera, giunge una giovane terrorista assassina, braccata dalla polizia e dai carabinieri. Ad accoglierla c’è un prete cinquantenne solitario e deluso, sacerdote più per necessità che per vocazione; lo scontro tra i due sui temi morali e religiosi è violento, ma il sacerdote decide ugualmente di salvare la donna, camuffandola con gli abiti di un religioso, impegnato ad officiare la Santa Messa. Passano gli anni e il sacerdote vecchio e cieco, prossimo alla morte, sente la necessità di avere accanto a se’ l’antica ospite (la narrazione teatrale in realtà inizia a questo punto, per poi passare al passato, e ritornare di nuovo al presente. Nell’incontro finale i ruoli dei due interlocutori si invertono e sarà proprio l’ex terrorista pentita a ridare al sacerdote in preghiera dinnanzi all’altare la certezza della fede. Ben vengano, dunque, i temi nuovi; in questo caso poi ottimamente presentati al pubblico da una risoluta e caparbia Valeria Ciangottini e da un tormentato e debole Pietro Biondi. Bravissimi entrambi ed applauditi a lungo dagli spettatori. Per le discrete ma significative scene aveva lavorato Jack
Frankfurter, pittore tra i più quotati sul mercato statunitense.
Francesco Quaglietti
"Il Messaggero"
Visto il notevole afflusso di spettatori e lo spazio assai ristretto utilizzato, la chiesetta sconsacrata di San Benedetto, largamente insufficiente a soddisfare le molte richieste, Silvano Spada ha consentito, prima eccezione del genere in tre anni, una replica straordinaria di Sul confine di Leonardo
Franchini, con Valeria Ciangottini e Pietro Biondi. Il regista Paolo Emilio Landi ha voluto sottolineare l’interesse del pubblico per una tematica di estrema attualità. La risposta e i consensi del pubblico, ha detto
Landi, dimostrano che la scelta del direttore artistico Spada di puntare su un giovane autore e un giovane regista, si è rivelata vincente. Altro elemento sottolineato da Landi è stata l’interpretazione intensa e partecipe degli attori che ha valorizzato ulteriormente le qualità espressive del testo. Una cruda riflessione sulla Fede, sia essa politica o religiosa, che l’autore ha sviluppato con efficacia. Una tematica d’impegno civile e di analisi di problemi contemporanei di cui, sempre meno, si tratta in teatro. La risposta del pubblico, ha concluso
Landi, è stata per me un incitamento a continuare sulla strada della produzione di spettacoli legati al quotidiano e come giovane regista mi auguro che gli impresari e gli autori scelgano il rischio di produrre spettacoli sempre più legati a problematiche che la gente sente come sue. A teatro si deve tornare a parlare di problemi attuali, si deve avere il coraggio di programmare non solo testi consacrati ma anche spettacoli che diano spazio alla trasfigurazione metaforica del quotidiano.
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