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La stanza - La festa dei Tuareg
di Maria Caterina Prezioso
Titivillus Edizioni
Formato: 13*16,5
Pagine: 37
Prezzo: 5,00 euro
ISBN: 88-7218-102-X
Maria Caterina Prezioso ha pubblicato poesie e racconti brevi su diverse riviste di letteratura (Storie, In-Edito, TutteStorie, EllinSelae); ha curato la rubrica di cultura teatrale Leggere il teatro sul mensile
Exlibris. La stanza - La festa dei Tuareg, atto unico diviso in otto scene pubblicato lo scorso anno presso Titivillus Edizioni, è un testo che, guardando evidentemente alla tradizione del teatro dell’assurdo, rappresenta una condizione, quella dell’uomo di fronte all’ignoto, sospesa nel tempo e nello spazio attraverso la delineazione di personaggi forse un po’ stilizzati, ma efficaci nella narrazione, finalizzati ad evidenziare certi aspetti della mente umana.
Tra gli altri, l’aspetto duro e repressivo-autoritario è il Signor Tenente, ostile alla sola presenza dei Tuareg per pericolosa paura e intolleranza, mentre i coniugi Trento e Trieste sono la leggerezza e l’ingenuità degli anziani, o dei bambini, ma anche la diffidenza istintiva verso quella stanza n.100 abitata dalla tribù.
I Tuareg sono ciò che di noi non accettiamo, o che della realtà rimuoviamo, il segreto, il non-detto, l’aldilà.
Maria Caterina prezioso immagina uno spazio idealmente e realmente diviso in tre parti, lo spazio della platea, lo spazio della camera, nel quale si svolge l’azione, e quello, nascosto, della stanza n.100, la cui presenza si indovina da una porta chiusa.
Tre luoghi, tuttavia, immobili nel corso del tempo, tempo scandito dal ripetersi beckettiano delle battute di Trento e Trieste sui figli ingrati e lontani e sulla giornata gelida e nevosa, eternamente e inesorabilmente fredda, ma «proprio una buona, bella giornata», contro l’aridità e il sole del deserto dei Tuareg che immaginiamo estendersi dietro la porta n.100.
Un tempo scandito ancor più significativamente dal personaggio della Voce (dell’autore) che racconta sempre la stessa storia collocandola in epoche diverse.
La metateatralità che segna l’intero testo si svela palesemente alla fine, quando, entrati tutti i personaggi ad uno ad uno nella stanza dei Tuareg, non rimangono sul palco che la Voce e la Statua di sale, a chiudere la vicenda «senza uscire di scena», scendendo tra il pubblico. |
Notte
segreta
di Francesco Randazzo
Bulzoni Editore
Collana: Siad - Teatro italiano contemporaneo inediti
Formato: 15*10,5
Pagine: 83
Prezzo: 8,00 euro
ISBN: 88-8319-901-4
Assunta e Conforto, che già nei nomi propri (il conforto della propria condizione umana e l’elevazione al cielo cui si preparano)
contengono il senso ultimo del loro destino, sono le giovani protagoniste di Notte segreta, di Francesco Randazzo (Bulzoni Editore, 2003), un racconto teatrale in versi ambientato nella Sicilia occupata dagli spagnoli.
Le due suore sono chiuse nella cripta della Chiesa al Castello Aragonese di Ischia per custodire i corpi, pronti all’imbalsamazione, di due “sante”, due vecchie suore morte, e senza occhi.
La vita come riflesso e nello stesso tempo rifiuto, negazione della morte sembra essere dunque il messaggio che Randazzo affida al suo racconto e a questi personaggi, i primi proiezioni degli altri. Le “sante” sono il monito, il ‘memento mori’ per le giovani penitenti che devono espiare i loro peccati di adolescenti e addestrarsi alla vita spirituale attraverso questa prova.
Ma Assunta e Conforto sono troppo vive per confrontarsi seriamente e drammaticamente con la morte, vive di quella stessa vita espressa nel loro linguaggio che contamina il latino delle preghiere, l’italiano, il dialetto siculo e lo spagnolo, con comici effetti di straniamento e di confusione. Si tratta di un linguaggio colloquiale e semplice, ma vivace e ricco nello stesso tempo, che rappresenta l’immaginazione fiabesca e inconsapevolmente erotica delle due ragazze le quali non per loro volontà si trovano nella claustrofobica condizione di ‘custodi della
Morte’. È la loro fantasia che rende dinamico l’intreccio e lo muove, attraverso una dimensione ora reale ora onirica, verso la conclusione, verso la fine del «gioco – che non ripaga il pianto – che non consola – mai – per sempre».
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