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Numero 1 di aprile-giugno 2000

Poesia: "La notte della ragione"

di Giampiero Stefanoni

Uno degli interrogativi più inquietanti, più tragicamente forti, della letteratura e della cultura del novecento si chiedeva e chiedeva se fosse ancora possibile la poesia dopo Auschwitz. Oggi, in tempi in cui il dovere della memoria sembra scontrarsi con una realtà sorda, indifferente, ci sono autori che si domandano con coraggio se un orrore tale sia raccontabile poeticamente. E’ il caso di Luciana Tedesco Bramante che nel testo «notte e nebbia» mette in scena le ansie, i sentimenti, la disperazione dei deportati. E’ una varia umanità franta, decomposta, sola, che affida in un pensiero, in un grido, il vertice di sè. Sono slanci in cui il terrore e la rassegnazione, la dignità e la rabbia sembrano inghiottire il passato e il presente, per fissare in un’immagine un dolore e un crimine senza eguali. Come ha evidenziato Domenico Cara, sono chiari degli echi da Lee Master, ma in questo caso colti prima della morte. Sono uomini e donne che nella spossatezza e nell’umiliazione cercano ancora tracce di quella dignità che li definisca per sempre. Questi flash sono la grazia (sì: grazia) riuscita dell’autrice che libera i suoi personaggi in un’aurea insieme accusatrice e salvifica. Da questo testo (finalista all’ultima edizione del Premio Anna Borra, promosso da Silvana Folliero) è stato tratto l’adattamento teatrale curato da Italo Squillace e rappresentato a Roma al teatro Tirso con titolo «Voci dell’Olocausto». La scelta del regista pone la scena a mo’ di quadro espressionista dove il grottesco e l’infame colpiscono e risucchiano lo spettatore in quell’opera di aberrante e premeditata snaturizzazione degli individui. Abbandonati nell’anticamera della morte, i moribondi si mescolano ai cadaveri aprendosi agli ultimi, estremi squarci della coscienza. I giovani attori si muovono bene in quest’atmosfera cupa e incombente. Merito dell’adattamento è di aver circoscritto le voci recitanti entro un non lungo lasso di tempo, evitando di far scivolare l’impianto in pesanti ripetizioni di tono. E qui non si scioglie comunque il dubbio: come è raccontabile e rappresentabile l’Olocausto? Al termine l’intervento di alcuni membri dell’Associazione Nazionale Ex Deportati ha palesato ancora una volta l’assenza di una memoria storica in raccordo tra le diverse generazioni, mentre rigurgiti pericolosi si profilano nel cuore stesso dell’Europa (Haider?) Ed allora, da queste pagine, amplifichiamo l’auspicio dell’autrice augurantesi l’intervento delle scuole per eventuali spettacoli futuri. Infine, un mio personale ringraziamento alla Bramante stessa e al papa Giovanni Paolo II per la sua opera di revisione e comunione in Gerusalemme.

Per ogni contatto: Luciana Tedesco Bramante, 06/807.45.65

Da notte e nebbia

mi hanno calpestato

come si calpesta

una biscia

per schiacciarla

perché non nuoccia.

Sentivo le scarpe

e gli stivali

sul corpo

sul volto

sul cranio.

Ho il sangue sugli occhi

sulla bocca.

Bevo il mio sangue.

Non ci vedo.

Non sento il mio corpo,

le mie ossa

sono tutte rotte

 

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