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Numero 1 di aprile-giugno 2000

Cinema: "Sweet and Lowdown"

di Filomena Iavarone

«Sweet and Lowdown» (Accordi e disaccordi) di Woody Allen, è arrivato in Italia alla Mostra del Cinema di Venezia del 1999, ma nelle sale è uscito solo a maggio 2000. La vicenda è ambientata in America negli anni Trenta. «Sweet and Lowdown» è un film che racconta di un uomo, un jazzista bianco, suonatore di chitarra, di nome Emmet Ray (Sean Penn); il personaggio fa parte della fervida fantasia di Woody Allen, anche se tra riferimenti storici e modi di fare Emmet ricorda molto da vicino un altro jazzista che ha segnato la storia della musica. Si tratta di Django Reinhardt, un chitarrista gitano, un genio senza regole che ha saputo coniugare all’amore per il jazz, quello per la propria terra, riuscendo a fondere due ritmi e due musicalità in un unico genere. E Django, il suo nome, la sua leggenda, sono un tormentone per tutto il film: ogni volta che Emmet evidenzia la propria bravura nel suonare (cosa che accade abbastanza di frequente, visto l’evidente narcisismo del personaggio) torna come un’ossessione il fatto che il migliore al mondo, con la chitarra, è Django e che lui non potrà mai eguagliare la sua bravura, ma sarà costretto a rimanere secondo per tutta la vita. Grazie alle possibilità che offre il cinema di poter fondere a piacimento realtà e immaginazione, Emmet e Django hanno un incontro scontro a causa di un incidente di auto. Il jazz, sempre molto presente come colonna sonora in tutti i film di Allen, qui diviene il vero protagonista: tra i concerti di Emmet e i dischi che ascolta nei suoi momenti di solitudine, i brani sono più di trenta. Alcuni dei pezzi sono originali di Django, altri sono interpretati e riadattati da Howard Alden. Emmet Ray è un personaggio che, oltre a Django, è ispirato, per ciò che concerne la sua vita privata, anche ad altri grandi jazzisti del tempo: come lui, ad esempio, anche Jelly Roll Morton viveva dei guadagni di protettore di prostitute. Il film, inutile dirlo, è girato con cura e nonostante l’argomento sia molto caro a Woody Allen, grande appassionato e cultore di jazz, si possono ritrovare alcune delle sue caratteristiche tipiche, anche se in misura minore rispetto al solito. Non mancano ad esempio le gag comiche che rimandano ad un aspetto tenero, infantile, del personaggio, come il momento dell’entrata in scena sulla luna o la stravagante abitudine di Emmet di andare a sparare ai topolini nella discarica. Non manca nemmeno il personaggio indagatore della psiche, quello che deve rimandare tutto a qualcosa di razionale, che deve analizzare e sviscerare ogni momento della vita per poter comprendere: qui è impersonato dalla moglie (Uma Thurman) di Emmet che è attratta dai suoi modi stravaganti e cerca di analizzarli. La macchina da presa raramente è ferma e i suoi movimenti sembrano accompagnare, seguire o andare incontro ai personaggi e, allo stesso tempo, paiono voler dire allo spettatore cosa veder e cosa tralasciare. Ce n’è uno, in particolare,molto bello, che Allen usa in due o tre occasioni: la macchina comincia con un’inquadratura che riprende i personaggi a figura intera e lentamente, girandogli intorno, con un movimento a spirale, chiude con un primo piano. In questo modo dà risalto maggiore all’ultima inquadratura, mettendola però in relazione con tutto il contesto. Non sono da tralasciare neanche le figure che ogni tanto interrompono la narrazione con interventi che ambiscono a fare di questo film quasi una sorta di film documentario, come se davvero si stesse parlando di un personaggio realmente esistito. Inoltre, come già per «la dea dell’amore», dove però era evidente il riferimento al coro greco, queste figure che interferiscono con la vicenda fungono anche da coscienza interiore, come se raccontassero i pensieri inespressi o ciò che Emmet non vuole vedere. Tra cultori di jazz, studiosi e registi, veri e finti, appare anche Woody Allen che raramente nei suoi film non è anche il protagonista. La sua presenza, oltre a parlarci di Emmet, sottolinea anche il suo ruolo di regista: ha infatti la possibilità di modificare, in un punto, la storia a suo piacimento mostrandoci due epiloghi differenti di una stessa situazione e scegliendo quello che più gli piace per proseguire. Rispetto ad altri film basati sulla vita di un jazzista, reale o immaginario, questo ci mostra più la vicenda interiore, del personaggio e le difficoltà che incontra sia nella vita privata, sia in quella artistica, che quelle date dalla scelta di essere un musicista jazz. I tormenti, la schizofrenia di sapere di essere un genio sul palcoscenico e una frana nella vita, le insicurezze, l’incapacità d’amare e di lasciarsi amare, la sregolatezza nel vivere, sono tutte cose che riporta immutate nella sua musica. Tutto ciò lo porta ad un punto di tale esasperazione, che ad un certo momento, ubriaco, gli fa distruggere la sua chitarra, unico amore dichiarato della sua vita. Riprende a suonare, anche meglio di prima, solo quando, finalmente, si rende conto d’aver amato la donna che l’ha seguito ed amato per tanti anni: Hattie (Samantha Morton). Il film chiude con Woody Allen che dice che Emmet è svanito nel nulla e non si sa che fine abbia fatto.

 

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