Jon Fosse (classe 1959, norvegese) è, di fatto, una delle voci più affascinanti e intense della drammaturgia europea. Non starò qui a illustrarne il lungo e ricchissimo percorso editoriale (romanziere, poeta, drammaturgo) e di messa in scena nei maggiori teatri del vecchio continente. In Italia il suo nome circola già da alcuni anni, ma è stato offerto con decisione soltanto la scorsa estate, quando il suo nome è stato fra i principali dei festival Asti Teatro 25 e Quartieri dell’Arte. E proprio ad Asti Teatro ha debuttato Inverno, per la regia di Valter Malosti e l’interpretazione dello stesso Malosti e dell’inseparabile compagna Michela Cescon. La compagnia Teatro di Dioniso conduce da diversi anni una ricerca nel solco della drammaturgia contemporanea, inanellando testi quali Ella e Susn del tedesco Herbert Acternbusch, La trasfigurazione di Benno Il Ciccione dello statunitense Albert Innaurato, Nietzsche dell’italiana Sonia Antinori, Adramelech del francese Valère Novarina, Death and Dancing dell’inglese Claire Dowie, Drive - come ho imparato a guidare del Premio Pulitzer Paula Vogel, La notte poco prima delle foreste di Bernard-Marie Koltès, Anna Cappelli del napoletano Annibale Ruccello, Bedbound (costretti a letto) dell’irlandese Enda Walsh. Un percorso d’eccellenza, e va detto, molto coraggioso, premiato con prestigiosi riconoscimenti (due Premi
Ubu). Inverno è un testo non facile: il perno non è una lezione morale o una tesi da dimostrare, piuttosto l’intenzione di andare a sviscerare il rapporto fra due individui che si sono incontrati per caso, un tema assai affascinante percorso in lungo ed in largo nel Novecento, sia in letteratura – dai tre Congiungimenti di Robert Musil al Buon Dio di Manhattan di Ingeborg Bachmann – sia al cinema – i film di François Truffaut e lo spledido Hiroshima mon amour, sceneggiatura di Marguerite Duras e regia di Alain Resnais. –
L’incontro casuale di due individui può scatenare il meglio, ed il peggio che si cela nascosto in loro: riemergono ricordi e sensazioni perdute nella confusione della praticità ordinaria della vita, si riaccendono passioni. La sensazione di vuoto che pervade questi incontri, questo sentirsi schiacciati in un tempo fuori dal tempo, ed in un luogo fuori dalla geografia conosciuta e abitualmente ignorata, permette di mettere da parte quasi l’intera esistenza vissuta per anni: la famiglia, il lavoro. Si ricomincia da zero. Spesso è un’illusione che prende forma in uno spazio minimo, che resiste a sé stessa per pochi frangenti, ore, forse giorni. Poi, come di ritorno da un viaggio – e queste situazioni sono sempre consumate in luoghi di transito, di passsaggio temporaneo, le camere d’albergo, i mezzi di trasporto – la realtà e gli obblighi precedentemente assunti ritornano a battere alla porta, a far squillare il telefono, a ricalcare scelte obbligate.
I due personaggi al centro di Inverno sono senza nome, si incontrano su una panchina e mentre l’uomo cerca di andarsene la donna lo richiama a sé, con un tono l’ironico – ma capace d’assumere nel volgere d’una frase un connotato drammatico, disperato – inizia così un dialogo slabbrato, fatto di mezze affermazioni, di negazioni sussurrate, di gesti accennati. Sono poche le affermazioni date per certo in questa pièce, forse la più importante, la cerniera che unisce i due atti e i due personaggi, è una frase balbettata, gettata quasi con casualità, ma ripetuta in seguito più volte, anzi messa in discussione nella seconda parte: Io sono la tua donna. Il destino quindi lega i personaggi, lega gli individui, non esistono nessi certi e razionali, e governabili: il destino è l’artefice degli incontri.
La realtà che interferisce nello svolgersi compiuto di questo incontro si oggettivizza in scena grazie ad un telefono che squilla, ma al quale l’uomo, nella sua stanza d’albergo, non risponde, un appuntamento di lavoro che non avrà poi seguito, ed il ritorno alla famiglia. Un piccolo incidente porterà la donna a rispondere al telefono, dichiarando alla moglie dell’uomo un suo probabile tradimento. Questo elemento accellera la decisione dell’uomo di non fare ritorno a casa. Fra il primo ed il secondo atto spicca un mutamento di recitazione da parte della Cescon: il suo muoversi a scatti, indeciso – ed è un appoggiarsi al già riuscito di Bedbound, che però a tratti lascia interdetti – ostentato abbondantemente nel primo atto, con la consegunza (ovvia) di rendere nell’handicap più docile e tenero il suo personaggio allo spettatore, si trasforma nel secondo atto in un assoluto controllo del corpo, ed in una visione della vita più sicura, più negativa, rendendo in qualche maniera più sciocco il sogno d’amore e di fuga di cui si nutre l’uomo. Certamente questa variazione nel gesto e nel movimento consente alla Cescon di manifestare una caleidoscopia di toni recitativi, e a Malosti di costruire il suo personaggio, tenerissimo, buffissimo, paziente. Dicotomie di cui talvolta c’è bisongo per rendere al meglio un testo come Inverno, che non è facile. La scelta di portare in scena Inverno ricalca quella degli altri testi sopraelencati, tutti caratterizzati da personaggi in sottrazione, da storie di miseria o di piccolezza della condizione dell’essere umano. La donna rivelerà nel secondo atto la sua “reale natura”, la sua natura in società, il suo essere ai margini e vincolata in un mondo di sfacelo e disillusione assoluta. Ma sarà nuovamente un atto di cuore, un atto del sangue che permetterà ai due di azionare la volontà, di cercare in una nuova scelta un futuro diverso.
Un gioco di luci semplicissimo arreda uno spazio nero, con la presenza in scena d’un letto sfatto, d’una panchina, e di due armadi-specchiera. Uno spettacolo, purtroppo, seguito da un pubblico ristretto nella cornice del Teatro Gobetti di Torino, che consente allo spettatore di fantasticare, un testo che senza la pretesa di dimostrare una tesi riesce a far sorgere molte domande, e alcuni dubbi. Da vedere.
Foto di Diego Beltramo
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