Amore e anarchia

di

Luigi Dadina e Laura Gambi

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“E in questo tran-tran, in questa noia organizzata, lo scossone degli anarchici. Passavano, cantando. […] Quanti? Pochi. Trenta, quaranta. Ma l’ardimento li moltiplicava; e moltiplicava lo sventolio delle bandiere. La decisione del passo poi sbalordiva. E nel loro canto una malinconia gagliarda. […] impeto e struggimento insieme. Scaturiva una bruma antica; e avvampava”.
Gianna Manzini

 

“Fai pure come ti pare, anarchico, ma non la scampi. […]
sei un uomo che cavalca paradossi evangelici;
sei un ‘puro di cuore’: e chi ti salverà dal paradiso?”.
Francesco Fuschini

 

 

PERSONAGGI

Maria Luisa Minguzzi, detta Gigia
Francesco Pezzi
Una maestra

 

 

Maria Luisa Minguzzi e Francesco Pezzi. Nati entrambi nel centro storico di Ravenna. Lui il 30 agosto del 1849, lei nella notte del 21 giugno del 1852.
Da quasi cent’anni abitano, non visti, nella scuola di San Bartolo, vicino a Ravenna.

Nella loro infanzia e adolescenza la città – come l’Italia intera – è attraversata da sconvolgimenti politici e umani: le imprese garibaldine, l’ideale repubblicano, la caduta del governo dei Papi, l’Unità d’Italia, l’internazionalismo anarchico e socialista, sono solo alcuni degli elementi che segnano la crescita dei due ravennati.

Minguzzi Luisa è sarta. Pezzi Francesco, intelligente, sguardo mite con una luce di collera, di modi gentili e di briosa vivacità, conseguito il diploma di ragioniere viene assunto alla Cassa di Risparmio di Ravenna.
Giovanissimi si incontrano, si innamorano e si infiammano – senza possibilità di ripensamento – per l’idea dell’anarchia, che guiderà le scelte e i pensieri di tutta la loro vita successiva fino alla morte.
Moriranno a Firenze: lei nel 1911, cieca e piegata nella salute dopo il confino; lui suicida nel 1917, in un boschetto alle Cascine, lasciando scritto in un biglietto il disgusto “fino alla nausea di questo impasto di fango che si chiama mondo e della vigliaccheria degli uomini che lo subiscono”. La Minguzzi, autrice del Manifesto a tutte le operaie d’Italia, sarà inarrestabile promotrice dell’idea anarchica tra le donne, oratrice in pubblico e nei comizi.

La limpida anarchica e l’infaticabile organizzatore sono ancora assieme oggi, sempre, giorno dopo giorno, continuano a vivere nella scuola di San Bartolo. Il mondo è filtrato dalle voci dei bambini che la mattina occupano i banchi e i corridoi. Ogni notte sono soli e, senza requie, continuano a ripercorrere le vicende di allora e quelle di oggi, in un dialogo mai interrotto in vita e ancora ardente, ancora in cerca di risposte.

 

 

16 marzo 2011, ore 16:00.

Luce e buio, luce e buio…

Maria Luisa, detta Gigia, e Francesco sono seduti una di fronte all’altro, ai due capi di un tavolo, illuminati dalla luce delle candele. Di profilo rispetto agli spettatori, si guardano imbarazzati e complici.
La voce di una maestra arriva da un’aula proprio sopra alla stanza dove si trovano da lunghissimo tempo. Le parole, seppure attutite, sono comprensibili. L’insegnante sta facendo lezione, ma la sua spiegazione è punteggiata dai rumori e dalle chiacchiere di alcuni bambini distratti.

MAESTRA: Bambini attenti! Prendete il diario e scrivete una nota per i genitori. Siete pronti a scrivere? Domani 17 marzo 2011 anche la nostra scuola di San Bartolo resterà chiusa, per il festeggiamento dei centocinquant’anni dell’Unità d’Italia. Per il (rimarca la doppia g) festeggiamento… dei centocinquant’anni… dell’Unità d’Italia… Avete scritto? Mi raccomando fatelo leggere a casa. Allora adesso state attenti cinque minuti, fino al suono della campanella. Ascoltate e fate silenzio. Nel milleottocento l’Italia era divisa in otto stati diversi. Tante persone, che vennero chiamate patrioti, iniziarono a lottare per l’unificazione dell’Italia. Allora bambini, cerchiamo di stare attenti?! Francescoooo! La smetti di giocare con il telefonino? Se te lo vedo ancora in mano lo sequestro! A quel tempo, i patrioti non potevano agire liberamente, erano costretti a riunirsi in società segrete. I due personaggi più importanti erano Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi. Furono necessarie tre guerre per arrivare all’Unità d’Italia.

Rumore di una sedia che striscia sul pavimento.
Gigia e Francesco ascoltano, si guardano, non proferiscono parola.

Nel 1861, centocinquant’anni fa, Vittorio Emanuele proclamò la nascita del Regno d’Italia. Solamente dieci anni dopo, nel 1871, la capitale del Regno fu spostata a Roma.

Suona la campanella.

Va bene… andate, andate pure…

Francesco e Gigia si alzano, sistemano le sedie dietro al tavolo. Lui si avvicina al muro per ascoltare i rumori dei bambini che stanno uscendo, mentre lei tira fuori dal cassetto i suoi oggetti per cucire.
Si sentono il frastuono dei bimbi, i richiami degli insegnanti, le chiacchiere dei genitori, l’accensione delle automobili che si allontanano, finché il rumore pian piano si placa.
Poi risuonano i passi dell’ultimo bidello, la porta che si chiude, la sua auto che parte. Silenzio.
Francesco dà qualche colpo di tosse. Silenzio.
Ancora un colpo di tosse.

GIGIA: Eh, il 1871! Ché poi le maestre dovrebbero dirlo, che un anno dopo nasceva a Rimini la Federazione Italiana dell’Internazionale!

Altro colpo di tosse di Francesco.

Cosa hai detto?… Dovrebbero dirlo, no? Oh, e sta zitto! Mi fai una rabbia quando non parli… fai finta di niente? Ché poi lo Statuto della Sezione di Ravenna l’avevi scritto te. Dovesti pure esserne orgoglioso, avevi solo 22 anni!

Silenzio.

Lo so, lo so che mi ascolti.

Silenzio.

Mi ascolti come hai sempre fatto. E come hai sempre fatto, fai finta di non sentirmi quando c’hai il nervoso e sei arrabbiato e non si sa con chi. Ma io ho pazienza lo sai, lo sai bene. Io ce l’ho la forza di far passare anche un secolo, aspettando che ti dai una calmata! Te pensi di essere duro, eh? Ma io son più dura di te. E te lo sai, zuccone che non sei altro!

Silenzio.
Si sente un gufo che soffia, che bubola; un vento leggero fa sbattere una finestra lontana.

Me lo aveva raccontato la tua mamma, lo sai vero? Sì, che da piccolo se t’arrabbiavi ti nascondevi sotto il letto, zitto, senza rispondere. Facevi finta di non esistere. Lei provava a convincerti a venir fuori di lì, e te niente. Allora lei provava con le buone, che era già passata un’oretta, ma te niente, ti mordevi le labbra, coi denti, fino a farle sanguinare, così ti sembrava d’essere sicuro di non rispondere, e difatti non rispondevi, allora lei, la tua povera mamma, perdeva la pazienza. E se ne andava, e mentre s’allontanava: “Ohi, se poi cambi idea e ti decidi a scappare fuori da sotto il letto io son di là che faccio i miei lavori, io… hai capito sono di là”. E te duro, come la pietra, non rispondevi ancora. Poi ti sentivi solo, che nessuno ti chiamava più, trattenevi il respiro e pregavi di sentire almeno il rumore dei passi di tua madre. Ma niente, era solo silenzio. Allora gettavi una mano oltre il confine, una striscia di luce la colpiva, e lì, t’arrendevi. Uscivi da sotto il letto giurando che se t’avessero fatto arrabbiare ancora, davvero non saresti mai, mai, mai più uscito più da lì sotto.

Si sente ripetutamente il verso di un barbagianni. La coppia si guarda impietrita perché nelle credenze popolari i suoi versi – perlopiù acuti, quasi di disperazione – hanno fatto sì che questo animale venisse cacciato dalle case e dai tetti, perché considerato di cattivo augurio e portatore di sventura.

Era un pezzo che non si faceva sentire, almeno un mese o giù di lì. Bisogna cacciarlo via una volta per tutte, dicono che porta sfortuna. Mi spaventa, quante volte te lo devo dire? Mi chiama, mi vuole portare via.

Francesco sospira. Non le risponde.

Ohi poverino, sarai diventato sordo del tutto, che poi sordo lo sei sempre stato, ma dopo quel colpo poi… Non ti ho mica capito quella volta lì, dovevi proprio spararti in testa, eri proprio così stanco? Eh, un po’ stanca ero anch’io, dopo un anno di prigione al Buon Pastore.

L’uomo la guarda perplesso.

Lo so, lo so che ti sei fatto Regina Coeli, vedi, vedi anche i nomi… la regina del cielo, il pastore buono… la santissima trinità… ma dopo io sono finita al domicilio coatto, altro che regina, altro che cielo. E di pastori era pieno là, in mezzo alla palude, all’Orbetello. E sposta le pecore, e conta le pecore, e tosale, mungile, ma per noi niente, né formaggio né carne. Stavamo in un camerone umido, gelido, dormivamo per terra sopra un sacco di paglia, una sola coperta, niente lenzuoli, materassi e asciugamani, sempre e solo un pezzo di pane e una minestra di riso coi legumi. Tanti si ammalavano, ma io non ho mai visto né un medico né un infermiere. Un anno così, tra bisce e zanzare, e dopo ho iniziato a perdere la vista, sempre più cieca per via di quella malaria. (Si ferma e lo guarda) E non startene lì impalato! Se non vuoi parlare, almeno scrivi… sul tuo quadernino nero. Che te almeno al confino eri finito a Favignana poi non ho ancora capito come avete fatto con Galileo Palla a scappare in barca e arrivare a Tunisi. E lì, altroché asilo politico! I francesi vi hanno dato un calcio nel culo e vi hanno rispedito indietro. Oscia Galileo! Lui sì che ce ne aveva delle idee! E non aveva paura neanche del demonio, anche quando ha convinto Malatesta a seguirlo nella Terra del Fuoco, a cercare l’oro. Ma con tutto quello che abbiamo passato, perché poi arrendersi? Non ce la facevi più? Proprio più? Ti sentivi svuotato, eri arrabbiato con te, con gli amici, col mondo? E che mondo! Era il millenovecentodiciassette. Il mille-novecento-diciassette. È vero i giovani morivano come le mosche, come i bambini, come gli operai, i gladiatori, i crocifissi. E noi dov’eravamo? Tutto fango, fango, fanghiglia… ma ti sei sparato per rabbia o per stanchezza?

Lui smette di scrivere e chiude di scatto il quaderno, lasciandolo sul tavolo.

Per rabbia o per stanchezza, ti sei sparato, eh? Lo so, dici che parlo troppo, che non sto mai zitta, però avrò pure il diritto di sapere il perché, e come, e dove. E poi io ero già morta da un pezzo… ero già passata, non ero proprio lì con te… e invece adesso… siamo qui, chiusi, fermi, saranno cent’anni, in ‘sta scuola, e non siamo ancora capaci di andarcene via del tutto. Ché siamo sempre stati un po’ strani, io e te, non è vero?

Silenzio.

Ma sarai pure una carogna! Ma cosa devo fare? Ti devo pregare in ginocchio? Chiederti scusa? E per che cosa?

Francesco rimane in silenzio, un silenzio pesante.

Poi, insomma, anch’io forse ti ho fatto soffrire un po’, ma non volevo farti male, lo sai bene. E poi saran passati centocinquant’anni! Quando sei rimasto vedovo ti eri pure sposato di nuovo, con quella ragazza giovane, l’Annunziatina. E allora? Neanche quello ti è servito? E che dolore deve avere patito quella povera figliola, che neanche la sua giovinezza era bastata a cancellare la tua fatica… Siamo qui in questa stanza, da quando siamo morti. Saranno cent’anni, in ‘sta scuola… e i rumori là fuori… quelli bene che mi si infilzano nel cervello, il vento se c’è il vento, la pioggia se piove, una porta che sbatte. E per fortuna che ci sono i bambini… I bambini, quando arrivano a scuola, quando fanno la ricreazione fanno un baccano, una confusione! Tutte quelle vocine! Che mi fanno sentire viva! Se si può dire così. E ne avrei di cose da dirgli, se solo potessero ascoltarmi.

Silenzio.
Un tuono lontano.

Io e te, io e te, ma quanto abbiamo camminato, quanto! Non ci siamo fermati mai (si alza in piedi mentre continua a parlare) ma “frulla frulla frulla”, mi diceva il cuore, la mente, i piedi, i polmoni… e tutta quella rabbia, per quello che vedevamo e sentivamo, volevamo altro. E in quel mondo, in questo mondo, in quasi in tutti i mondi che conosciamo non c’era, non c’è un posto per noi. Anche le pietre facevano dispetto alla giustizia e ci sono cose che non si son mai potute vedere e sono sempre le stesse che fanno ‘sta terra. E poi da quant’è che non vedo la terra, che non tocco un albero, non mangio una fragola. (Si mette il ditale e fa passare il filo nella cruna dell’ago. Iniziando a cucire, riprende a parlare) A me sono sempre piaciuti i fiori, anche quelli stampati sulle stoffe. I fiori. Volevo un fiore da dare, da prendere da regalare che mi donava qualcuno, messo in un vaso sulle finestre di tutti, ma proprio di tutti. Ché non si può guardare un mondo dove ci sono case piene di fiori e case dove un fiore non s’è mai visto.

Ancora rumore di tuoni lontani.
Poi, il ticchettio di una goccia che cade in un secchio di metallo.

FRANCESCO: Un giorno…
GIGIA: (si gira a guardarlo. Tra sé e sé) Ohi… Era ora!
FRANCESCO: … siamo partiti a piedi dalla piazza, camminavamo vicini… Eh… sentivo il tuo odore… non dicevamo una parola, era autunno, mi ricordo che c’era il sole, abbiamo preso l’argine del fiume, era da un pezzo che non pioveva, non c’era un filo di fango… ci siamo fermati a guardare la pineta… i fili d’erba sul rivale erano pieni di goccioline d’acqua, sembravano perle, ci siamo bagnati le scarpe, ma poco eh! Le calze e i piedi sono rimasti asciutti… Sentivo il tuo odore… e tutti quei fiori, con le corolle gialle come il sole, a mazzi alti, sugli argini… siamo arrivati al mare… (Prende un quaderno sul tavolo, lo apre e le mostra una piccola carta geografica) Ecco guarda! Il nostro è un mare piccolo se lo guardi nelle carte. Nelle carte capisci bene che l’oceano è tutt’altro, ma quando arrivi alla spiaggia non vedi tutta ‘sta differenza, che sia l’oceano davanti all’Argentina o il nostro mare piccolino che c’arrivi facilmente, camminando sull’argine, lungo il fiume. Adriatico, Atlantico è sempre mare e acqua e bellezza, sono diversi, eh! Ma sono mare tutti e due. È bello guardarli, è come sentire uno che canta col cuore, che ti lascia incantato, e te vorresti che fosse tutto così e così non è. Anzi è il contrario, e tu ti senti uno che è all’arrovescio, che stavi bene solo quando ti nascondevi sotto il letto perché eri arrabbiato e non avresti mai voluto smettere d’essere arrabbiato. Perché è ‘sto mondo che piange… anzi che ride di uno che piange… Ché a me mi si scatena una rabbia a vedere uno che cammina scalzo nel fango o nella neve, e invece… un papa o un re, portato in giro su una sedia, sollevata a braccia, da uomini al suo servizio… perché lui, con i piedi, non la deve neanche toccare la terra… che poi io… lo so, lo so… passo per uno preciso, lucido, razionale, un organizzatore, uno che bada al sodo… La senti la goccia che cade?… e poi non fare tutte quelle le smorfie!
GIGIA: Che smorfie?
FRANCESCO: Quelle che fai quando non ti guardo.
GIGIA: Ve’ che te sei curioso… Ma cosa avrai visto, se non mi guardi?
FRANCESCO: Vedo quel che non vedo e rivedo quello che ho visto, ecco quello mi capita. Rivedo noi due quando s’era là sul mare d’Argentina… a me l’Argentina è rimasta nel cuore. E noi s’era la Sociedad Cosmopolita de Resistencia y Colocación de Obreros Panaderos, gli operai panettieri.

Lei lo guarda con soddisfazione.

E i panaderos facevano quei dolci dai nomi irriverenti, per far capire bene come la pensavano! C’erano: le bolas de fraile
GIGIA: (ridendo) È vero!
FRANCESCO: Si pronuncia così? È strano però me la ricordo male quella lingua lì, spagnola argentina… Eh! Le palle del frate, e poi i suspiros de monja, i sospiri di monaca, te li ricordi erano squadrati, come il copricapo di certe suore, e le tetillas de monja, le tettine della monaca. Avevano la panna e sopra c’era una punta cilindrica un po’ più scura, e come diceva quel tale, quella punta cilindrica pareva un indifeso, delizioso, turgido capezzolo. E poi c’erano i vigilantes, i sacramentos, i cañoncitos, dei piccoli sfilatini di pasta sfoglia. E a Buenos Aires stampavamo “El Obrero Panadero” – l’organo di stampa del sindacato! – che puntava al “miglioramento intellettuale, morale e fisico dell’operaio”, alla sua “emancipazione dagli artigli del capitalismo”. E ancora oggi mi immagino che nelle panaderias d’Argentina, placide e golose pensionate chiedano la loro dozzina di facturas, da condividere, da compartir, con le vicine di casa, spettegolando tra un mate e l’altro fino all’ora di cena.
GIGIA: Siamo sempre stati dietro a scappare noialtri! Ma prima di arrivare a Buenos Aires eravamo andati a Napoli, che ci avevano già incriminato due volte: prima per quel manifesto che avevamo fatto in difesa di Malatesta e poi per quell’altro che festeggiava l’anniversario della Comune di Parigi. E io, al poliziotto, glielo avevo spiegato bene, che c’entravo eccome, anzi che ero proprio alla riunione dove s’era deciso cosa scrivere!

Francesco si è alzato e si avvicina al muro.

E adesso cosa fai?
FRANCESCO: Shh! Sta’ buona. (Appoggia l’orecchio al muro) Mi sembra di sentirli.
GIGIA: Ma cosa?
FRANCESCO: È il barbagianni o un altro di quegli uccelli notturni. O forse qualche altro animale che la notte si intrufola nella scuola?
GIGIA: Forse è un gatto!
FRANCESCO: Eh?
GIGIA: Un gatto.
FRANCESCO: Ah, sì forse è un gatto. Non si sente più niente. Ti è caduto il ditale.
GIGIA: Dove?
FRANCESCO: (raccogliendolo da terra) Tieni.
GIGIA: Ti stavo dicendo che eravamo andati a Napoli, dopo che ci avevano accusato. Là c’era anche Andreino Costa, che però, ti ricordi, non l’avevamo incontrato. Eravamo andati volontari in soccorso dei malati di colera, ché quell’estate era scoppiata un’epidemia, ma poi abbiamo capito che era meglio scappare anche da lì e siamo andati a Marsiglia. E da Marsiglia, ci siamo imbarcati coi compagni per Buenos Aires.

Ancora il grido del barbagianni, questa volta sembra più vicino. Lui di scatto si alza e cerca di zittire l’animale.
Silenzio.

(Riprende a cucire. Indicando verso l’alto) Un giorno glielo spiego a quelle lì! Ne avremo sentite un centinaio da quando siamo arrivati. E usano quel tono, un po’ lagnoso, a imitare la voce del prete quando dice messa, un po’ da mamma, un po’ da zia, tutte e cento uguali, ma si potrà!
FRANCESCO: No, no, ti sbagli, ne avremo sentite mille di maestre, con quel birignao che dici te. Ne avremo sentite un miliardo, parlarci sopra la testa, e poi sta’ a vedere che erano anche tutte uguali!
GIGIA: Non fare il cretino!
FRANCESCO: Ma se sei stata proprio te, a dirmi che ci sono anche delle maestre brave. E poi adesso parlo sul serio!
GIGIA: Sì perché io prima cosa facevo? Giocavo? Recitavo? Ché la mimica ce l’ho, per non parlare del fisico, del portamento, dell’avvenenza, la bella voce… Sì sarei stata davvero una prima attrice, solo averci pensato…
FRANCESCO: Insomma! Ma te devi sempre perdere il filo dei discorsi? Comunque è vero che il physique du rôle ce lo avresti avuto. Quando ti ho vista la prima volta… ho pensato… ho pensato…
GIGIA: Eh, e allora? Che cosa hai pensato?
FRANCESCO: Lascia stare, vuoi sempre che ti dica le stesse cose! Non eri così braghira in vita! Sarà che qui hai tempo di pensare anche a un sacco di stupidaggini.
GIGIA: Braghira… è una parola che mi ero dimenticata. La mia povera mamma me lo diceva sempre: “Te tc’i propri una braghira”… È per quello che ha pensato di farmi sarta. Durante le prove dei vestiti mi inginocchiavo ai piedi delle signore incontentabili. “E un tantino più lungo… Un tantino più svasato… Così no… meglio così… Mi dona il nastro in vita?” Con tutti quegli spilli che tenevo tra le labbra: per segnare i difetti, per stringere, per attillare, per imbastire. Non è che obbedivo, non è che amavo fare la sarta, solo che rispettavo il mio lavoro di artigiana. Ero concentrata, mi piaceva fare un lavoro ineccepibile, non per vanità, per principio.
FRANCESCO: Ché la dignità è importante, anche nella miseria! Noi internazionalisti abbiamo imparato ad arrangiarci in mille modi, in giro per il mondo.
GIGIA: E Malatesta…

Francesco ha un sussulto e si gira a guardarla, ma tace.

Me lo ricordo, così bassetto, con la sua gerla di arnesi in spalla, sempre in giro per Londra ad aggiustare apparecchi elettrici, riparare tubi del gas. Non si fermava mai. E anch’io a Firenze cucivo tutto il giorno, ma ero contenta di nascondere sotto il letto, nella nostra camera odorosa di cera, tutti quei foglietti e opuscoli stampati alla macchia… e che alla sera, per dire, sarei stata alla Manifattura Tabacchi di Sant’Orsola, per lo sciopero delle sigaraie. Sempre assieme all’Annunziata e alla Serafina Frittelli… Né Dio né padrone!

Lontano, un tuono.

Allora, quante maestre avremo sentito da quando siamo chiusi qua dentro?
FRANCESCO: (Indica un piccolo quaderno sul tavolo, lo sfoglia lentamente, legge con attenzione) Sette, sono solo sette le maestre che abbiamo conosciuto, se si può dire così. La prima era giovanissima, era ancora qui con noi, quando abbiamo smesso di sentire le bombe, le schioppettate, e avevamo ricominciato a sentire il suono di qualche orchestrina. Sarà stata qui trent’anni, poi… poi tutte le altre, e tutti questi bambini…
GIGIA: E queste bambine… e lo abbiamo sentito, trattano sempre meglio quelli che ne hanno meno bisogno, aiutano quelli che hanno un mucchio di cose, di case, cultura, affetti, frutteti, quelli che contano in società, ecco, quelli li trattano meglio. Se poi hanno anche un babbo medico o avvocato allora bene che si prostrano, faranno così anche coi loro mariti e padri e padroni e padrini… ché Gesù Cristo a quelle beghine, ecco a quelle glielo vorrei urlare, proprio a voi che siete in chiesa un giorno sì e un giorno sì, Gesù Cristo è quello seduto nel banco in fondo. Con le scarpe con un buco! “È più facile che un cammello passi dalla cruna di un ago”… Certo che lui era bravo a parlare, sapeva trovare le parole giuste per farsi capire da tutti! Invece, le maestre parlano senza dire niente. Non tutte, a dire la verità. L’ultima arrivata ha la pazienza di ascoltarli i bambini.
FRANCESCO: Te saresti stata una mamma brava. Io avrei voluto una mamma come te. Ché si capisce che te gli vuoi bene ai bambini, ché quelle piantine lì sono il futuro… Be’, e adesso cos’hai fatto?
GIGIA: Niente!
FRANCESCO: Ma come niente? Ohi, te devi sempre capire le cose come ti pare? Ma se sono qui con te che saranno occhio e croce cent’anni, ecco, cosa credi, che mi abbiano costretto, se volessi potrei andare via, e anche te, lo sai bene, anche te se vuoi puoi andartene… Io e te, io e te, io e te, lo debbo urlare? Io non son capace di dire quelle frasi di melassa, ma te lo sai quello che sento per te, dai mò… sento ancora il tuo odore… il tuo odore è quello di quei fiori gialli, che abbiamo raccolto quella volta che siamo andati lungo l’argine del fiume, che siamo arrivati al mare, ché la terra era asciutta e i piedi non ce li siamo bagnati.
GIGIA: Ho capito, ho capito. Ma non sono una mamma io! Tanto meno per te, ché poi un bambino non l’abbiamo neanche avuto noi… Come si chiamano quei fiori gialli?
FRANCESCO: Il mio povero babbo li chiamava Elianti, hanno anche una radice, un tubero che si mangia… Ma come fai a cucire con questo buio?
GIGIA: Fa diverso! Di luce c’è questa. E da fuori non arriva niente. Ché io ci ho pensato tante volte di andare via da qui, ma poi…
FRANCESCO: E là fuori?
GIGIA: Non sappiamo cosa potrebbe succederci. Però che fatica cercare di capire il mondo là fuori ascoltando solo i rumori!
FRANCESCO: Ma poi c’è un dentro? C’è un fuori?
GIGIA: Fuori da qui c’è la campagna, ci sono le strade, la città, gli oceani… non facciamo che ascoltare il tempo che scorre: il vento che soffia, la pioggia, i bambini che arrivano.
FRANCESCO: E se fuori non ci fosse niente? E se tutti ‘sti rumori venissero da qua dentro? (Si indica il petto e la testa)
GIGIA: Ma smettila di complicare le cose! Io invece voglio preparare un discorso da fare alle maestre! Che mi sentano anche le bambine, e i babbi, e le mamme, e anche le bidelle, sì, voglio fare un discorso per raccontargli l’anarchia, quello che vogliamo, il futuro che ci immaginiamo. Il discorso va fatto subito! Subito! È già pronto, mi sgorga dal cuore. Anche se sono sempre qui, posso sentire il mondo intero. È strano ‘sto fatto, lo so. Ma da dentro ‘sta camera nera, senza luce e senza buio, né giorno né notte, pioggia o sole, io ho voglia di parlare al mondo! E il mondo ha voglia di ascoltarmi! Passami la sedia.

Gliela sistema a lato del tavolo, a proscenio. La donna sale sulla sedia. Lui è in piedi al suo fianco.

GIGIA: Care maestre, mi sentite? Mi sentite?
FRANCESCO: Ma come fanno a sentirti? Lo sai pure, non ci sono a quest’ora!

Lei lo guarda accigliata.

Non importa… se non ti sentono adesso, ti sentiranno, ti sentiranno prima o poi!
GIGIA: Care Maestre, l’infanzia è un varco che ci apre alla speranza. In essa giace per ognuno di noi, l’esperienza rivoluzionaria della felicità. L’educazione anarchica si propone di liberare il bambino dalla gabbia di bisogni in cui è stato rinchiuso. La scuola deve essere il laboratorio per la rivoluzione.
I bambini,
la libertà e l’uguaglianza vogliono imparare,
che sempre assieme debbono stare,
e sopra di tutto, sopra di tutto, sopra di tutto
la libertà degli altri impareranno ad amare. 
Nell’educazione soppresse saranno,
la disciplina, che fa l’ipocrisia,
i programmi, che fanno il conformismo,
le classificazioni, che producono odi e antagonismo.
L’insegnamento, e l’ha detto Leone Tolstoj, sarà integrale, razionale, misto e libertario.
Care maestre, oggi, oggi di questi principi, cosa si è raggiunto? Cosa si è raggiunto?
FRANCESCO: Te l’ho pur detto! E poi lo sai anche te, non ci sono a quest’ora!

La Gigia lo fulmina con lo sguardo.

Cosa si è raggiunto? Chiediamocelo. La scuola è mista, i maschi e le femmine sono nelle stesse classi e i preti, alla fin fine, non mi sembra che c’entrino più così tanto come una volta. Però un insegnamento libertario… lo senti pure! Le maestre spesso li umiliano, i bambini! Dai continua! Continua il tuo discorso.
GIGIA: Educare significa rispettare la volontà fisica, intellettuale e morale del bambino.
Il bambino deve scegliere il proprio destino.
Educare non può essere un continuo esortare, punire, insegnare, esigere, vietare, pungolare, premiare.
Educare è stare a vedere.
Educare è sperimentare nella pratica.
Educare è permettere di sbagliare.
Si eliminerà così l’autorità, per formare uomini liberi, ma soprattutto pieni di rispetto e d’amore per la libertà altrui.

Silenzio.

(Alzando il tono della voce) Ma mi avete ascoltato? Digli, Francesco, da dove vengono queste parole! Digli quante persone uccise per difenderle, queste idee… diglielo, diglielo, urlaloooo…
FRANCESCO: (a bassa voce) Vieni qui, hai detto benissimo e con belle parole, giuste, profonde. Non c’è bisogno di urlare, vieni qui… io e te, io e te, dammi la mano.

La donna gliela porge. Lui prende da una tasca interna un piccolo fiore giallo che ha conservato e glielo regala.

L’ho anche scritto, “Solo sull’amore deve essere costruito il matrimonio”… non sugl’interessi, le convenienze. “Solo la parola del cuore”, l’avevo scritto in quell’articolo… che poi i poliziotti mi hanno trovato la minuta in casa e siamo dovuti scappare. Siamo scappati a Lugano, era la prima volta… Ho dovuto anche lasciare il mio lavoro in banca.

Tornano al tavolo. L’uomo si siede.

GIGIA: (ripone il fiore in un foglio di carta velina, guarda la brocca d’acqua e se ne versa un bicchiere; se lo avvicina alla bocca senza bere, poi lo rimette sul tavolo. Si siede) C’è sempre una prima volta! E quante altre volte siamo dovuti scappare! Dalla Svizzera siamo arrivati a Firenze, ci siamo fermati, è stato come varcare un cancello, attraversare un ponte. Mi piaceva il movimento nelle strade, tutta quella gente, l’accento, le parole nuove. Sentivo di essere viva su quel lastricato, fra quelle pietre, camminando lungo il fiume. Ogni giorno l’attraversavo con lo sguardo rivolto all’acqua sempre in fuga, come noi. E la nostra casa, “Il Vaticano”: la chiamavano così gli internazionalisti… abitavamo con Natta e sua moglie… era sempre piena di gente che mangiava e discuteva. E la sera, dopo un giorno passato a cucire, con il caldo che non dava tregua, si andava tutti assieme fino a piazza Santa Croce, per una fetta di cocomero alla luce delle lampade a petrolio! E parti, fuggi, gli arresti, la galera, sarà per questo che mi sento bene qui, in questa scuola, che adesso siamo fermi qui da un pezzo, come se avessimo attraversato un fiume. Qui si sta fermi come pietre.
FRANCESCO: Anche “petrolieri”, ci chiamavano i poliziotti, quei vigliacchi! Come Serafini, il questore, che da Ravenna era venuto a Firenze, e sempre a darci addosso, a incolparci di tutto, a costruire prove fasulle.
GIGIA: Che te non eri mai stanco… organizzare gli spostamenti, i congressi, tenere i conti, parlare coi tipografi e scrivere per tutti quei giornali… “La Favilla”, “Il Fascio operaio”, “L’Alleanza”, “Il Gazzettino rosa”, “La Plebe”, “Il Mongibello” e poi dopo l’amnistia del ‘78, “Il Martello”, “L’Ilota”, “L’Anarchia” e “La Questione sociale”! Non ti fermavi mai. E poi c’era l’Associazione Internazionale dei lavoratori, la Commissione di Corrispondenza…
FRANCESCO: E te, quella mattina in piazza a Marignolle, avevi la giacca rossa e la gonna nera. Ti sei schiarita la voce e hai iniziato a parlare. C’erano centinaia di persone. “Cari cittadini, oggi siamo qui riuniti per festeggiare il quattordicesimo anniversario della fondazione dell’Internazionale…”
GIGIA: Sì, ma le prime volte in pubblico mi tremavano le gambe. Mi toccava mandar giù un bicchiere di vino tutto d’un fiato prima di cominciare.
FRANCESCO: Però… ma dovevi proprio star lì a spiegare le nostre idee, anche ai carabinieri, anche alla polizia…
GIGIA: Mi facevano pena, poi non erano uomini anche quelli? Cercavo di spiegarglielo… volevo che aprissero gli occhi.
FRANCESCO: Sì, ma anche durante gli interrogatori… dovevi proprio star sempre lì a ribadire, e io sono anarchica e io sono internazionalista e io sono comunista, e quello l’ho scritto io…
GIGIA: Era vero!
FRANCESCO: Eh! Era vero! E poi erano tutti uomini, ché lo sai come sono gli uomini e soprattutto i poliziotti. Tanti di loro andavano nei postriboli, andavano al casino, cosa vuoi che pensassero di te? Di voi. Scrivevano che eravate succubi di una devianza, snaturate e pericolose, simili ad animali selvatici. Stai attenta con quelle forbici! Ti tagli!
GIGIA: Ma va’ là! Vuoi che non le sappia usare? E poi anche se mi tagliassi? (Fra sé e sé a bassa voce) Faccio questo lavoro per imbrogliare il tempo. E chissà quanto tempo ci resta…
FRANCESCO: Solo te, a pensare di farli ragionare. Non vi capivano, si sentivano minacciati quando avete scritto il Manifesto a tutte le operaie d’Italia. (Prende uno dei suoi quaderni dal tavolo e legge) “Compagne, unitevi a noi. La società del presente ci ha detto: o soffri la fame, o venditi.” O soffri la fame, o venditi. E invece “la società dell’avvenire ci dirà: vivi, lavora, ed ama.” Non ti stancavi mai di parlare, di spiegare. (Ripone sul tavolo il quaderno, ne prende un altro, avvicina una candela e ricomincia a scrivere)
GIGIA: Eh! Sono fatta così. E Natta allora? Anche lui ne aveva della pazienza. Quando gli hanno trovato l’archivio dietro a un muro, lui ha convinto anche il giudice… i miseri guadagni degli operai… “Cari giudici e giurati cosa fareste se vedeste i vostri figli patire la fame?”. E quello, il giudice, ha capito e li ha assolti tutti.
FRANCESCO: Però, sono poche le volte che non ci hanno trattato come delinquenti.
GIGIA: Ah, lo so bene… Quella volta che io e Natta abbiamo accompagnato l’Anna, che l’avevano arrestata, i poliziotti, quando ci hanno visto, dato che c’erano, hanno pensato bene di sbattere in prigione anche noi. Se debbo dire, a me l’Anna m’è sempre piaciuta, sarà che era nobile, russa, che a vent’anni s’era già sposata. Lei e gli altri anarchici andavano incontro al popolo e vivevano e lavoravano e mangiavano coi contadini, poi era dovuta scappare, aveva cambiato il proprio cognome, da Rosenstejn a Kuliscioff, che in russo vuol dire manovale. A me l’Anna Manovale, che l’ho conosciuta a Lugano, m’è sempre piaciuta, così diversa da me, lei che studiava medicina e io che facevo la sartina. E poi a Lugano la seconda volta che siamo scappati, lì, l’Anna Manovale ha incontrato Andreino, di Imola, che noi lo conoscevamo da un pezzo, e la Manovale e il Costa si sono innamorati e dopo hanno fatto una figlia. Che io e l’Anna, abbiamo passato un anno in prigione assieme, a Santa Verdiana. Son sempre sante le galere del Regno d’Italia! Io e la Manovale. Lei s’era ammalata e io l’aiutavo per quel che potevo, s’era presa la tubercolosi. E anche dopo, che eravamo divise sulla politica, anche dopo io e l’Anna ci siamo volute bene. Lei era diventata medico, la dottora dei poveri. Sarà che non abbiamo mai avuto paura di niente noi due, io e la Manovale. Lei era così precisa e conosceva gente di tutto il mondo e parlava in russo, francese, inglese e poi anche in italiano, ma era sempre così umile e gentile.

Silenzio, un silenzio assoluto.

Ché non lo so nemmeno io come succede, cantiamo, stiamo zitte, cantiamo, battiamo i piedi per terra mentre cantiamo, ci si parla, io cucio a volte, qualcun’altra scrive, c’è chi… o insomma, non te lo so spiegare… insomma, l’Anna m’insegnava le canzoni e io gliele cantavo per tenerla allegra, anche alle guardie le cantavo e lei rideva. (Intona il canto Dimmi bel giovane mentre cuce)
FRANCESCO: (sta continuando a scrivere, finché) Ché poi io ho cercato di difenderlo Andreino, ma a un certo punto no, non era più possibile e a Ravenna ci sono andato con Malatesta, per un confronto pubblico … Ma devi stare sempre dietro a cucire? Fai un grembiale, lo disfi, poi lo rifai, poi lo disfi… ma che senso ha?
GIGIA: Mi passo il tempo! Così il tempo non passa. Almeno hai visto cosa ho fatto? Ho finito di imbastire il grembiale, poi sono passata alla tasca, ho fatto il cartamodello precisissimo, poi… ho segnato con la pietra la stoffa, che per fortuna di stoffa ne abbiamo sempre avuta. Poi ho tagliato la tasca, l’ho imbastita, poi passo all’orlo.
FRANCESCO: Insomma, a Ravenna, Andrea Costa l’ho guardato dritto negli occhi…
GIGIA: E te, stai sempre dietro a raccontare questa storia? Le stesse storie? Tutti i santi giorni?
FRANCESCO: Per me è importante. Le racconto sempre meglio, precise, con le parole giuste, limate. Insisto, sì! insisto, così diventano più chiare. Non importa se sono successe cent’anni fa, o se le ho solo immaginate. Insomma, io e Andreino non ci siamo capiti. Era il primo socialista a entrare in parlamento, deputato del re, voleva le riforme, i compromessi. Altro che teoria dell’“a poco per volta”! E poi, davanti a tutti quei romagnoli radunati, ha fatto una figura… saran stati centocinquanta e volevano capire… Lui disse che non voleva che finisse a cazzotti e Malatesta rispose che mai avrebbe dato il primo colpo. Allora Andrea, con la scusa che era tardi e al pianterreno c’erano i carabinieri, rimandò tutto al giorno successivo. Senza di lui però, è stato tutto più difficile… dopo tanti anni gli ho scritto…

Tacciono entrambi, come assorti. Lui si alza e va verso il muro dietro al tavolo, e quando è là, appoggia l’orecchio.

GIGIA: Ma cosa fai?
FRANCESCO: Be’, ma non li senti? Vieni qui.

Lo raggiunge e stanno entrambi appoggiati al muro, vicini, in piedi, sul fondo della stanza.

Quando ci avviciniamo vanno via.
GIGIA: Le giornate qui sono fatte di ‘sti rumori. E abbiamo imparato a riconoscerli: la provenienza, la distanza, la successione. Di notte sono i versi degli animali, all’alba gli uccelli che si risvegliano e gli esseri umani che iniziano a dare segni di vita… i bidelli, le maestre, i bambini… e poi c’è quel rumore…
FRANCESCO: Eh! Quel rumore… di automobili dici! È cambiato con il passare degli anni. È così diverso dal rombo che ricordo, raro, un rumore solitario, che rimbalzava tra le pareti delle case del centro, lasciava un eco, faceva sognare gli ingenui. E poi, ecco, da un po’, quando sta per partire quel trillo come di una campanella piccola suonata rapidissimamente… che dopo i bambini spalancano le porte e corrono e urlano, si rincorrono, escono e da fuori arrivano le voci dei grandi e dei piccoli, che non si smorzano, salutano, gridano, e poi iniziano come dei ruggiti. Anni fa erano più forti, più rauchi e poi ‘sti rumori s’infittiscono, diventano un coro. Ma possibile che le automobili siano così tante? Sembra che ce ne sia una per ogni bambino! Si allontanano a gruppi, tutta quell’aria che si sposta, una specie di vento, poi tutto si acquieta. C’è stato un periodo che sentivamo dei rumori come di tuono, ma più regolari, arrivavano da lontano, ti passavano sopra e poi s’allontanavano, aerei forse, io non li ho mai visti. Poi abbiamo sentito gli scoppi delle bombe, più vicini, più lontani.
GIGIA: A me colpiva quel piangere che sentivamo. Di gente morta ce ne deve essere stata tanta, i tetti si schiantavano e crollavano i muri. Poi per fortuna quei rumori sono finiti, e allora la notte, da lontano, arrivava la musica delle orchestrine, ritmi mai sentiti prima, allegri, veloci, frenetici. E qualche volta vicino ai nostri muri abbiamo sentito voci basse, felici.
FRANCESCO: Poi più di una volta è capitato di sentire degli schianti secchi, rumore di metalli che sbattevano forte, poi urla, lamenti e imprecazioni, e poi sirene. Quanto tempo siamo stati a chiederci cosa fosse mai successo!
GIGIA: Quante volte abbiamo ascoltato le parole e i discorsi delle persone che si fermavano dietro al nostro muro! E adesso son quasi certa che là fuori non è cambiato molto, che sì! è cambiato, lo si capisce da quei rumori così nuovi, ma le parole, le ansie, le ambizioni, le morti, gli amori, le nascite, tutto quello che abbiamo sentito, sentito a piccoli morsi, a dire il vero… Ecco, mi sembra che sia cambiato poco. A me pare così. Cosa dici?

Il barbagianni pare urlare.

FRANCESCO: (all’animale) Che cos’hai, cosa vuoi? Cosa vuoi da noi? Cosa strilli? (A Gigia) Va’ là, versami un bicchiere d’acqua.

Lei guarda verso la brocca sul tavolo e, dopo, Francesco con aria interrogativa.

Sì, gli uomini sono sempre gli stessi.
GIGIA: E a noi, tutti quei sospetti, tutte quelle spie, gli infiltrati, i dubbi, gli arresti continui, ci hanno fatto male.
FRANCESCO: E le spie… chi tradisce gli amici, i compagni, ecco, mi assale una rabbia che non si tiene. E a Napoli, quando è scoppiata la rissa, mi è toccato usare il coltello, ché ci sono cresciuto io con le storie dei coltelli, a Ravenna.
GIGIA: Però a Buenos Aires…
FRANCESCO: Cosa?
GIGIA: Potevi risparmiartela! Ché Errico Malatesta non ha certo tradito l’idea o i compagni! È sempre stato il punto fermo di tutti gli anarchici, ovunque andava… e non si è mai perso d’animo! Ha scritto, spiegato, combattuto.
FRANCESCO: Adesso basta! Tu lo sai il perché… ché picchiare lui è stato come picchiare un padre, ché m’aveva ferito nel peggiore dei modi, ti aveva sedotta, con le sue parole, con gli sguardi. Ché mischiare la passione politica con quella… io non potevo tollerare… Lo sai vero, che per sopportare me ne andavo in giro a vendere quelle macchine da cucire fino a Bahia Blanca e quando tornavo stavo peggio di quando ero partito.
GIGIA: Ma poi, dopo… un imbarazzo con gli amici. E dire, che io, ero abituata a molto peggio, tutte le volte che ero finita in prigione, interrogata… il peggiore di tutti era il questore Serafini. Se credessi all’inferno non avrei dubbi dove è finito a bruciare quella carogna.
FRANCESCO: Tutte le volte che mi interrogava la stessa storia: “Ne ha cambiato di drudi la sua moglie, e lei non dice niente? Li tiene tutti a casa sua?” Prima era il Grassi Gaetano, poi il Cafiero Carlo. Io un giorno ho pensato di strangolarlo Serafini… ma poi, lo sai! Ché sì, picchiare qualcuno, prenderlo a pugni, era già successo, anche usare il coltello, ma uccidere no, non è nella mia natura… E invece alla fine, senza volerlo, ho ammazzato Elisandro Marchini. Va be’, è stato per difendermi… Però… anche questo m’ha regalato la vita! Da bambino passavo le ore accucciato sotto il letto. Cambiava solo l’inclinazione dei raggi del sole, che filtrando tra le fessure delle persiane, disegnavano strisce di luce sul pavimento marrone… come il sole che filtrava quella mattina di luglio, tra le foglie di una quercia enorme, alle Cascine, che è l’ultima cosa che ho visto: quel gioco di luce, la quercia. Mi sono sparato ai suoi piedi, la canna della pistola alla tempia, bum.
GIGIA: E poi? Perché? Ché a me, a volte, pare d’essere in bilico, sono ancora cieca, sono giovane, sono vecchia, e tu ci sei, e come mai? Importa? Siamo qui, io e te.
FRANCESCO: (prende un altro quaderno dal tavolo) Ho il mio quaderno… ci scrivo gli appunti. La matita funziona benissimo… Ho scritto anche delle lettere. Chissà!
GIGIA: Scrivi, scrivi, non stare tanto a pensare. Io canto e intanto tu scrivi… che il tempo… non so… (Inizia a cantare sommessamente Addio a Lugano)

Lui è chino sul quaderno a scrivere.

(Si interrompe) Allora me lo leggi quello che hai scritto?
FRANCESCO: No, non te lo leggo. Mi vergogno. Non sono capace di parlare di noi due, chiusi in questa scuola da cent’anni, del perché, del percome… ché tanto non lo sappiamo neanche noi. Senti: “Siamo ancora qui, puntando i piedi, per frenare la discesa”. Ma si può scrivere una cosa così? E poi più avanti senti cosa mi è uscito dalla penna: “È proprio vero che nemmeno la morte può qualcosa. C’è una grandezza, una fatica, nell’essere se stessi… perdersi nella polvere e sentirsi guardati da centinaia di anni futuri.” Ma lo senti come suonano retoriche ‘ste parole? “Occorre soltanto farsi piccoli per mettersi dalla parte della giustizia. Non strafare.” Questo suona un po’ meglio, però… e poi: “Rimanere fedeli a un’esperienza di interezza e di amore del mondo, malgrado le atrocità della storia.”
GIGIA: Però non è sbagliato quello che dici.
FRANCESCO: Sì, sì va be’, i concetti, ma c’è più chiarezza nel manuale di istruzioni per montare i mobili che abbiamo trovato in fondo all’armadio nero. (Si alza e va verso la parete della stanza)
GIGIA: E dove vai adesso?
FRANCESCO: Io almeno una volta vorrei vederli, ve-der-li.
GIGIA: (cominciando a riordinare i suoi oggetti di cucito nel cassetto) È stato il dispiacere… alla fine se l’è presa con gli amici, ha perso la fiducia, e il mondo… quello poi, invece di migliorare s’è fatto solo guerra e trincee, e morivano a milioni, e lui si sentiva la colpa di non avere fatto abbastanza, la colpa d’essere di questa specie, che lui dice che siamo tutti assassini, tutti innocenti, tutti vittime e tutti carnefici. Mi passi il filo per favore?
FRANCESCO: (tornando verso il tavolo) Ecco.
GIGIA: Grazie.
FRANCESCO: Ché poi non è vero che siamo tutti vittime e tutti carnefici. (Inizia a camminare attorno al tavolo) Noi siamo sempre stati antiautoritari, sempre contrari ad ogni tipo di violenza. Sì, ché poi, il Partito Comunista… e Malatesta l’aveva detto subito: “Altro che dittatura del proletariato! Le sue gerarchie porteranno per forza alla dittatura dei capi del partito!” Ché poi, solo a parlare di dittatura c’è già qualcosa, molto più di qualcosa, che non funziona.
GIGIA: Eh no! Ancora attacchi con ‘sta storia. Ne avremo già parlato un milione di volte.
FRANCESCO: A Firenze, dopo lo scontro tra Bakunin e Marx, arrivavano i delegati da tutta Italia, e la polizia, come al solito, cominciò a fare degli arresti prima ancora che iniziasse il congresso. La sera del 19 ottobre, Andrea Costa, appena sceso dal treno, venne portato alle Murate, ammonito per oziosità e vagabondaggio.
GIGIA: Quello era il motivo che tiravano fuori, quei vigliacchi, quando non sapevano di cosa accusarci!
FRANCESCO: (continuando a camminare attorno al tavolo) E il giorno dopo la polizia occupò la sala dove ci dovevamo riunire, e anche l’albergo che ospitava i delegati. I poliziotti, quei maledetti, arrestarono anche Natta, Grassi, Innocenti e Talchi.
GIGIA: A mezzanotte, io, te, Cafiero, Malatesta e tutti gli altri decidemmo di raggiungere Pontassieve. Partimmo a piedi, a piccoli gruppi per non dare nell’occhio. A piedi, lungo la strada che porta ad Arezzo, sotto una pioggia cattiva, costeggiando l’Arno. Ma ti ricordi quanto pioveva?
FRANCESCO: Tutta quell’acqua… il fiume scorreva sotto la strada gonfio di pioggia. Nel buio sentivamo il suo brontolio. L’Arno, che nasce dal Falterona, tra quelle montagne alte… se le scavalchi puoi vedere la Romagna, e le valli interminabili, selvose e deserte, e giù in fondo la pianura. E tra le paludi, la nostra Ravenna.
GIGIA: E quella ragazza in ciabatte! Le passammo di fianco. Lei ci guardava e disse rimessamente: “Un giorno la piena ci porterà tutti”. Superammo una villa, coi suoi cedri del Libano, il labirinto di bosso. Poi i muri di pietra, la strada ferrata, i grandi pini.
FRANCESCO: Come quelli della nostra pineta!
GIGIA: Sì… E per ogni paese, un torrente arrivava dalle montagne e si gettava in Arno. Le case povere avevano balconi sul fiume, sulla strada persiane di legno aperte, come a spiarci. La grande ansa, prima di Compiobbi, era tempestata dalle gocce di pioggia.
FRANCESCO: Qualcuno aveva cominciato a tossire, ma non potevamo fermarci.
GIGIA: C’era un cancello imponente sorvegliato da due leoni di pietra. Un viale di cipressi portava a una villa gialla, lontana, in alto sulla collina. A Pontassieve trovammo il paese occupato da una compagnia di soldati. Proseguimmo per Tosi, tra le ultime ore della notte e le prime luci dell’alba, sempre sotto la pioggia.
FRANCESCO: Ci sono due strade che da Pontassieve portano a Tosi e per rendere ancora più dura la vita agli sbirri ci dividemmo in due gruppi. In tre ore arrivammo. Una strada correva sotto il costone della montagna.
GIGIA: Sì, sì e l’altra via, quella che abbiamo preso noi, si inerpicava tra le querce, poi raggiungeva un piccolo altipiano pieno di ulivi. Lungo il fosso a fianco della strada, vidi di nuovo i fiori gialli, gli stessi che avevamo raccolto quella volta che siamo andati lungo l’argine del fiume. (Si alza e prendendolo a braccetto inizia a camminare con lui attorno al tavolo) Abbiamo proseguito, c’era un’altra grande villa. In cima a una colonna della cancellata, un leone di pietra ci guardava con aria assonnata.
FRANCESCO: A Tosi siamo arrivati sfiniti. Abbiamo raggiunto la locanda tra le case aggrappate al fianco della montagna. Ci siamo riposati per poche ore, i vestiti bagnati appesi alle sedie, i piedi gelati sulle pietre calde del pavimento, attorno al fuoco. Io e te stavamo vicini per scaldarci. Là abbiamo tenuto il congresso. Cafiero, che era sfuggito alla cattura dei carabinieri di Pontassieve, commemorò l’amico, il vecchio compagno russo appena scomparso, Michail Aleksandrovi─Ź Bakunin.
GIGIA: Avevamo cominciato da poco, quando ci avvisarono che eravamo braccati ancora, così partimmo a piedi verso il cuore della foresta di Vallombrosa. E fuori pioveva ancora!
FRANCESCO: Sei scivolata sul fango, e m’hai detto: “Non è niente”. Avevi gli occhi stanchi e fieri, io ti ho sostenuta per un braccio.
GIGIA: Ci inseguivano ancora! Siamo stati costretti a raggiungere a piedi la montagna per sfuggire alla sbirraglia! E là nei boschi, sotto un diluvio torrenziale, abbiamo deciso di dar vita a un nuovo tentativo d’insurrezione.
FRANCESCO: Eravamo in trentotto, tra le grandi felci, sovrastati da enormi abeti bianchi, che a fatica facevano filtrare la luce. C’erano anche Serantoni, che poi andò in America, e Alfredo Mari, il direttore del giornale “La Miseria”. Sotto la pioggia, abbiamo concluso, il terzo congresso dell’Internazionale.

Si ferma appoggiandosi alla sedia. La Gigia continua a camminare.

Cafiero e Malatesta sono partiti da là, direttamente per Berna. Avevano solo quattro giorni per arrivare al congresso generale, il 26 ottobre. Non presero con loro nemmeno la relazione sottoscritta tra gli abeti, per paura che la polizia gliela trovasse.
GIGIA: (si ferma a sua volta) Il più sfortunato fu Enrico Bignami, poveretto. Arrivò lassù che non c’era più nessuno. Portami la sedia. (Si siede di spalle agli spettatori a lato del tavolo) Prendi anche la tua. E quelle candele?
FRANCESCO: (prende anche la sua sedia, spegne le candele sul tavolo e si siede accanto alla moglie) Ma poi è cambiato qualcosa?
GIGIA: Sì, prima vivevamo per le nostre idee…
FRANCESCO: Ma anche adesso.
GIGIA: Sì anche adesso… L’importante è non sentire più freddo. L’hanno scritto sul mio necrologio, quello che mi ha piegata è stato il confino sull’altipiano di Asiago, trentotto gradi sotto zero e io ero già quasi cieca. Ecco, ho paura del freddo. Stammi vicino.

Francesco accosta la sua sedia a quella della Gigia.

Sembra che ci allarghiamo…
FRANCESCO: Sì, avanziamo, in questo vuoto, ma io so come sfuggirgli. Usciamo, usciamo. La frenesia, il coraggio, la paura… Ma qual è la strada per uscire di qui?
GIGIA: Senti, il verso del barbagianni, la goccia che cade, le voci dei bambini, le tue parole, le mie… non c’è più bisogno di separarle, di spiegarle… E adesso, li vedi?
FRANCESCO: È strano, ma li vedo. Li vedo tutti. Che io poi sono uno di quelli che non può veder soffrire nessuno. Non è che me ne vanto, è un dono.
GIGIA: E che fatica cercare di essere degni del proprio ideale… ma siamo perpetuamente…
FRANCESCO: Perpetuamente?
GIGIA: Sì, perpetuamente. Siamo, perpetuamente, esseri morali.
FRANCESCO: Sì, e solo a volte, siamo ragionieri. Niente finisce…
GIGIA: Aspettiamo.
FRANCESCO: Qualcosa succederà.

Di spalle intonano insieme l’ultima strofa del canto Addio a Lugano.