Aretusa e Alfeo

Dramma Antico di

Giuliano Angeletti


Atto unico

 

NOTA DELL’AUTORE:
Scrivere questa storia significa entrare in un luogo dove il mito non è più racconto, ma materia viva, acqua che scorre sotto la pelle del tempo. Aretusa e Alfeo non sono personaggi: sono due movimenti dell’anima, due correnti che non trovano mai un letto comune, due desideri che non si compiono e proprio per questo diventano eterni. Ho scelto di raccontarli non come figure lontane, ma come presenze che respirano, che tremano, che fuggono e inseguono, che si trasformano per non tradire la propria natura. Aretusa non fugge da Alfeo: fugge da ciò che potrebbe diventare se restasse. Alfeo non insegue Aretusa: insegue la parte di sé che ha riconosciuto in lei.

Il mito, così, smette di essere un episodio e diventa una domanda:
che cosa siamo disposti a perdere pur di non tradire la nostra forma? 
che cosa siamo disposti a diventare pur di non perdere ciò che amiamo?
Con questa domanda si apre la drammaturgia.

Ho voluto che il Coro delle Ninfe fosse più di un commento: una forza cosmica, una memoria dell’acqua, un respiro che precede i personaggi e li sopravvive. Il coro non giudica, non consola, non protegge: rivela.
È la voce della terra, del mare, della sorgente, del destino. È la voce che sa ciò che i personaggi non possono ancora sapere.
La metamorfosi di Aretusa non è una punizione: è un ritorno.
La metamorfosi di Alfeo non è un sacrificio: è un riconoscimento.
Entrambi rinunciano alla forma per non rinunciare alla verità.

Ho scelto di raccontare la loro unione non come un contatto fisico, ma come un abbraccio d’acqua, un avvicinarsi senza fondersi, un toccarsi senza annullarsi. 

Perché l’amore, quando è autentico, non possiede: accompagna. 
Non stringe: scorre accanto. Non chiude: apre.

Ortigia diventa così il luogo dove due destini incompatibili trovano una forma possibile:
non un bacio, non un letto, non un corpo, ma due acque che scorrono insieme.

In questo abbraccio simbolico c’è tutto ciò che volevo dire:
che l’amore non vissuto non è un fallimento,
che la distanza non è sempre una sconfitta,
che la metamorfosi non è una perdita,
che la vicinanza può essere più vera dell’unione.

Scrivere questa pièce è stato come seguire due correnti sotterranee: una che fugge, una che insegue,
una che nasce, una che si spezza, una che diventa sorgente, una che diventa fiume.
E alla fine, quando le due acque si sono sfiorate senza mescolarsi, ho capito che il mito non racconta ciò che accade, ma ciò che continua ad accadere ogni volta che qualcuno ama senza poter toccare, desidera senza poter possedere, riconosce senza poter trattenere.

Questo testo è per loro:
per le acque che non si toccano,
per gli amori che non si compiono,
per i destini che scorrono accanto senza fondersi,
per chi sa che la distanza può essere una forma di fedeltà.

Giuliano Angeletti


CARATTERE DEI PERSONAGGI

ARETUSA
la sua presenza è una luce che non vuole essere vista
Aretusa è fuga prima ancora di essere corpo.
È una ninfa che non conosce la quiete, perché la quiete per lei è una forma di prigionia.
La sua natura è fatta di movimento, di vento, di acqua che non vuole diventare lago.
Non teme Alfeo: teme ciò che potrebbe diventare se restasse.
La sua innocenza non è fragilità: è una difesa.
La sua distanza non è rifiuto: è identità.
Aretusa è una creatura che vive nella soglia, sempre un passo prima dell’incontro, sempre un respiro prima del tocco. La metamorfosi non la spezza: la rivela.
Diventare acqua non è una punizione, ma un ritorno alla sua forma più vera.
È un personaggio che non si concede, ma che si dona nel momento in cui accetta di scorrere accanto a un altro senza perdere sé stessa.
ALFEO
la sua presenza è un’ombra che cerca la luce
Alfeo è un dio giovane che non sa ancora di essere destinato.
Non è un predatore, non è un inseguitore: è un essere che scopre il desiderio come si scopre una ferita.
La sua forza non è nella potenza, ma nella vulnerabilità.
Non vuole possedere Aretusa: vuole non perderla.
Il suo amore non è un gesto, ma una direzione.
Quando Aretusa fugge, lui non la rincorre per dominarla, ma perché in lei ha visto la parte di sé che gli mancava. La metamorfosi è il suo atto più puro: rinuncia alla forma, al corpo, al nome, pur di non restare lontano. Diventa fiume non per raggiungerla, ma per starle accanto.
È un personaggio che cresce attraverso la perdita, che si definisce attraverso la rinuncia, che trova la propria verità nell’acqua.
CORO DELLE NINFE
la loro presenza è un respiro che precede il mondo
Il coro non è un insieme di voci: è un’unica coscienza liquida.
È la memoria dell’acqua prima che l’acqua avesse nome.
Non giudica, non consola, non protegge: rivela.
È la voce della terra, del mare, della sorgente, del destino.
È un’entità che vede ciò che i personaggi non possono vedere, che sa ciò che loro non sanno ancora, che custodisce ciò che loro perderanno.
Il coro è un personaggio collettivo che accompagna, avverte, incide.
È la cornice rituale del mito, la sua eco, la sua radice.
È ciò che resta quando tutto scorre.
ARTEMIDE
la sua presenza è una nebbia che decide
Artemide non appare come corpo, ma come soglia.
È la dea che protegge Aretusa non con la forza, ma con la metamorfosi.
La sua nebbia non è un nascondiglio: è un grembo.
Non interviene per punire Alfeo, ma per salvare Aretusa da sé stessa.
È una divinità che non parla, ma risponde.
Che non ordina, ma trasforma.
Che non divide, ma rivela la natura profonda di chi la invoca.
Artemide è la mano invisibile che apre il mito e lo chiude.
LA TERRA
la sua presenza è un ventre che accoglie
Non è un personaggio, ma è viva.
Respira, vibra, ascolta.
Accoglie Aretusa come una figlia che torna.
Accoglie Alfeo come un amante che si arrende.
La terra è il luogo della metamorfosi, il passaggio, la soglia, il rito.
È il corpo del mondo che custodisce ciò che gli dei non possono trattenere.
È la madre che non parla, ma che decide.
ORTIGIA
la sua presenza è un destino che si apre
Ortigia non è un luogo: è un esito.
È la luce dopo il buio, la sorgente dopo la terra, il fiume dopo la metamorfosi.
È il punto in cui due acque che non possono unirsi trovano una forma possibile.
È il luogo dell’abbraccio simbolico, del co‑scorrere, della vicinanza senza possesso.
Ortigia è il teatro finale del mito, il suo respiro, la sua pace.

 

SCENA I. PROEMIO DELLE ACQUE PRIMORDIALI
Buio totale.
Non un buio di notte, ma un buio di origine.
Un buio che non è assenza, ma attesa.
Si sente un respiro lento, profondo, come se l’acqua stesse ancora decidendo se diventare mondo.
Poi una vibrazione.
Una luce azzurra, tenue, pulsa come un cuore sommerso.
Il suono dell’acqua non è ancora acqua: è promessa.
CORO DELLE NINFE 
Noi siamo ciò che scorre prima del tempo.
Siamo le vene del mondo quando il mondo non aveva ancora forma.
Siamo il respiro che precede il primo respiro.
Siamo la memoria liquida di ciò che non è stato e di ciò che non sarà.
Siamo nate senza nascere,
cresciute senza crescere,
scorriamo senza muoverci.
Siamo l’acqua che pensa,
l’acqua che ricorda,
l’acqua che attende.
Una seconda vibrazione attraversa la scena, come un’onda che non si vede ma si sente.
CORO DELLE NINFE 
Prima che la terra si sollevasse,
prima che il cielo si aprisse,
prima che gli dei imparassero a dare nomi alle cose,
noi eravamo.
E in quel tempo senza tempo,
in quel respiro senza respiro,
due correnti si cercavano senza sapersi cercare:
Aretusa, acqua che fugge,
Alfeo, acqua che segue.
Ma non erano ancora acqua.
Erano possibilità.
Erano desiderio non nato.
Erano destino che non aveva ancora scelto la propria direzione.
La luce cresce lentamente, come un’alba che non vuole affrettarsi.
CORO DELLE NINFE 
Ascoltateci, voi che entrate in questo mito.
Ascoltateci, voi che camminate sulla soglia dell’acqua.
Ascoltateci, voi che credete che l’amore sia un incontro.
Perché non sempre lo è.
A volte l’amore è una fuga.
A volte l’amore è un inseguimento.
A volte l’amore è una metamorfosi.
E questa è la storia di un amore non vissuto,
che proprio perché non vissuto
diventa eterno.
Una terza vibrazione.
La luce si fa più intensa, come se il mondo stesse finalmente aprendosi.
CORO DELLE NINFE 
Aretusa, sorella nostra,
tu che non volevi essere vista,
tu che non volevi essere scelta,
tu che non volevi essere amata,
noi ti invochiamo.
Tu che fuggisti prima ancora di essere inseguita,
tu che tremasti prima ancora di essere toccata,
tu che scegliesti la corsa invece del riposo,
noi ti chiamiamo.
Un soffio di vento attraversa la scena, come un preludio.
CORO DELLE NINFE 
E invochiamo anche te, Alfeo,
tu che non sapevi ancora di essere fiume,
tu che non sapevi ancora di essere desiderio,
tu che non sapevi ancora che l’amore,
quando non è vissuto,
diventa metamorfosi.
Tu che guardasti Aretusa
e in quello sguardo
perdesti la tua forma.
Tu che la seguisti
non per possederla,
ma per non perderla.
La luce si apre del tutto.
La scena si rivela: una radura d’Arcadia, sospesa tra alba e sogno.
CORO DELLE NINFE 
Questo è il luogo dove tutto comincia.
Non un luogo di terra,
non un luogo di cielo,
ma un luogo di possibilità.
Qui Aretusa camminerà senza sapere di essere osservata.
Qui Alfeo parlerà senza sapere di essere ascoltato.
Qui il destino prenderà forma,
come acqua che trova il proprio letto.
E noi, ninfe dell’acqua che non dorme,
saremo testimoni.
Saremo voce.
Saremo eco.
Saremo corrente.
Perché nessuna storia d’acqua
può essere raccontata
senza un coro che la custodisca.
La luce si concentra al centro della radura.
Un punto luminoso, come una goccia sospesa.
La goccia vibra.
La goccia respira.
La goccia si apre.
CORO DELLE NINFE 
Ecco Aretusa.
Ecco la fuga prima della fuga.
Ecco l’acqua prima dell’acqua.
Che il mito abbia inizio.
SCENA II. ARETUSA NELLA RADURA D’ARCADIA
La luce del Proemio si dissolve lentamente, come un’onda che si ritira lasciando la sabbia lucida.
Rimane un chiarore sospeso, un’alba che non ha ancora deciso se diventare giorno.
La radura d’Arcadia appare come un luogo che non appartiene al tempo: erba immobile, aria ferma, un silenzio che sembra ascoltare.
Dal margine della scena, come se emergesse da un pensiero, entra Aretusa.
Non cammina: scivola.
Non posa i piedi: li sfiora.
Non guarda: assorbe.
ARETUSA 
si ferma al centro della radura, come se riconoscesse un luogo che non ha mai visto 
Arcadia…
Terra che respira piano,
terra che non chiede,
terra che non pretende.
Io vengo qui per non essere vista.
Per essere un soffio,
una traccia,
un passaggio.
Si inginocchia e sfiora l’erba con la punta delle dita. L’erba vibra, come se la riconoscesse.
ARETUSA 
Io appartengo al movimento.
Alla corsa.
Alla fuga.
Non perché fugga da qualcosa,
ma perché fuggo verso ciò che non conosco.
Artemide mi ha insegnato a non fermarmi.
A non lasciare che il mondo mi chiuda.
A non lasciare che uno sguardo mi trattenga.
Un vento leggero attraversa la radura.
Aretusa chiude gli occhi, come se ascoltasse un richiamo lontano.
ARETUSA 
Eppure oggi…
oggi qualcosa mi sfiora.
Non so se è un pensiero,
una presenza,
o solo il respiro della terra.
Ma qualcosa mi guarda.
Qualcosa mi segue.
Qualcosa mi cerca.
La luce cambia impercettibilmente, come se un’altra coscienza entrasse nella scena.
Intervento del Coro
CORO DELLE NINFE 
Aretusa, sorella d’acqua,
tu che non vuoi essere vista,
tu che non vuoi essere scelta,
tu che non vuoi essere amata,
noi ti osserviamo.
Tu cammini come chi non lascia traccia,
ma ogni tuo passo
è un’onda che nasce.
Tu respiri come chi non vuole essere ascoltata,
ma ogni tuo respiro
è un richiamo.
Tu vivi come chi non vuole essere toccata,
ma ogni tuo gesto
è una promessa che non sai di fare.
Una vibrazione attraversa la scena, come un presagio.
CORO DELLE NINFE 
Qualcuno ti guarda, Aretusa.
Qualcuno ti segue.
Qualcuno ti cerca.
Non per possederti,
non per fermarti,
non per chiuderti.
Ma perché tu sei acqua che scorre
e lui è acqua che non ha ancora trovato il proprio letto.
Aretusa ascolta la terra
Aretusa si alza lentamente.
Cammina verso il margine della radura, dove un filo d’acqua scorre quasi invisibile.
ARETUSA 
china il capo, come se parlasse all’acqua 
Tu mi conosci.
Tu sai chi sono.
Tu sai che io non posso restare.
Io sono fatta di fuga.
Di vento.
Di movimento.
Io non so essere casa.
Io non so essere riva.
Io non so essere approdo.
L’acqua vibra, come se rispondesse.
ARETUSA 
Eppure…
eppure oggi sento qualcosa che mi trattiene.
Non una mano.
Non uno sguardo.
Non un desiderio.
Qualcosa di più antico.
Qualcosa che non so nominare.
Qualcosa che mi riconosce.
Il Coro annuncia l’arrivo di Alfeo
CORO DELLE NINFE 
Aretusa, ascolta.
Non è la terra che ti chiama.
Non è il vento.
Non è il fiume.
È Alfeo.
Non ancora fiume,
non ancora corrente,
non ancora acqua.
È un dio giovane,
un dio che non sa ancora di essere destinato,
un dio che non sa ancora che il suo nome
sarà pronunciato solo in relazione al tuo.
Alfeo ti guarda.
Alfeo ti segue.
Alfeo ti cerca.
Non per stringerti,
non per chiuderti,
non per possederti.
Ma perché tu sei la sua direzione.
Tu sei la sua foce.
Tu sei la sua corrente mancante.
Aretusa percepisce l’arrivo
Aretusa si irrigidisce.
Non per paura, ma per riconoscimento.
ARETUSA 
C’è qualcuno.
Non lo vedo.
Non lo sento.
Ma lo so.
Qualcosa si muove verso di me.
Qualcosa che non conosco.
Qualcosa che non ho scelto.
E io…
io non so se voglio incontrarlo
o fuggirgli.
Un’ombra si muove tra gli alberi.
Non si vede ancora Alfeo, ma la sua presenza è palpabile.
ARETUSA 
Chiunque tu sia…
non avvicinarti.
Io non sono fatta per essere trovata.
Io non sono fatta per essere seguita.
Io non sono fatta per essere amata.
Il Coro chiude il blocco
CORO DELLE NINFE 
Eppure l’amore, Aretusa,
non chiede il permesso.
L’amore non vissuto
è una corrente che cresce.
È un’onda che non si infrange.
È un passo che non trova terra.
E ora, sorella,
ora il mito comincia davvero.


SCENA III. L’INCONTRO CON ALFEO
La radura d’Arcadia è immobile.
L’aria sembra trattenere il fiato.
Aretusa è al centro, come un punto di luce che non vuole essere visto.
Il silenzio è così profondo che sembra un secondo mondo.
Poi, lentamente, qualcosa cambia.
Non un rumore.
Non un passo.
Non un fruscio.
Qualcosa cambia nella qualità della luce, come se un’altra presenza la piegasse.
Dal margine della scena, tra gli alberi, appare Alfeo.
Non ancora fiume.
Non ancora acqua.
Un dio giovane, con lo sguardo di chi non ha ancora imparato a desiderare, ma già ne porta il peso.
ALFEO 
si ferma, come se temesse di spezzare qualcosa 
Non volevo disturbare.
Non volevo entrare.
Non volevo essere visto.
Fa un passo avanti.
La luce si inclina verso di lui, come se lo riconoscesse.
ALFEO 
Ma tu eri qui.
E io…
io non potevo non venire.
Aretusa si volta lentamente.
Non sorpresa.
Non spaventata.
Come se avesse sempre saputo che quel momento sarebbe arrivato.
ARETUSA 
Chi sei?
ALFEO 
Sono Alfeo.
Figlio delle acque che ancora non scorrono.
Figlio della terra che ancora non si apre.
Figlio di un destino che non conosco.
Un silenzio.
Aretusa lo osserva come si osserva un’onda che non si sa se accoglierà o travolgerà.
ARETUSA 
Perché sei qui?
ALFEO 
Perché ti ho vista.
ARETUSA 
E questo ti dà il diritto di seguirmi?
ALFEO 
No.
Ma mi dà il dovere di non dimenticarti.
Aretusa arretra di un passo.
Non per paura.
Per distanza.
Intervento del Coro
CORO DELLE NINFE 
Attenta, Aretusa.
Attenta al dio che parla piano.
Attenta al dio che non chiede,
ma che resta.
Attenta al dio che non tende la mano,
ma che non la ritrae.
Attenta al dio che non ti vuole fermare,
ma che non sa andarsene.
Perché questi sono i più pericolosi.
Quelli che non gridano.
Quelli che non pretendono.
Quelli che non inseguono ancora,
ma già non sanno tornare indietro.
Aretusa si chiude
ARETUSA 
Non avvicinarti.
Non sono un luogo dove si arriva.
Non sono una riva dove si approda.
Non sono una casa dove si entra.
ALFEO 
Io non voglio entrare.
Voglio solo restare vicino.
ARETUSA 
Vicino è già troppo.
ALFEO 
Perché?
ARETUSA 
Perché io non so restare.
Perché io non so essere scelta.
Perché io non so essere amata.
La parola “amata” vibra nell’aria come un colpo di luce.
Alfeo la sente come una ferita che non sapeva di avere.
Alfeo si scopre
ALFEO 
Io non so se ti amo.
Non so cosa significhi.
Non so se l’amore è un passo,
una voce,
una corrente.
So solo che quando ti ho vista
qualcosa in me ha cambiato direzione.
Come se il mio respiro
avesse trovato un’altra strada.
ARETUSA 
E tu vuoi seguire quella strada?
ALFEO 
Sì.
ARETUSA 
Anche se porta lontano da te?
ALFEO 
Soprattutto se porta verso di te.
Aretusa chiude gli occhi.
Un gesto piccolo, ma definitivo.
Il Coro avverte il pericolo
CORO DELLE NINFE 
Aretusa, sorella,
non ascoltare la voce che ti chiama.
Non ascoltare il richiamo che ti segue.
Non ascoltare il dio che non sa ancora di essere fiume.
L’amore non vissuto
è una corrente che cresce.
È un’onda che non si infrange.
È un passo che non trova terra.
Fuggi, sorella.
Fuggi prima che il mondo ti chiuda.
Fuggi prima che il desiderio diventi forma.
Fuggi prima che la tua acqua diventi specchio.
Aretusa decide
ARETUSA 
Alfeo…
io non posso restare.
ALFEO 
Allora lasciami venire con te.
ARETUSA 
No.
Tu non puoi seguirmi.
ALFEO 
Perché?
ARETUSA 
Perché io non vado da nessuna parte.
Io fuggo.
E chi fugge non può essere seguito.
Un silenzio.
Un silenzio che pesa come una scelta.
ALFEO 
Allora dimmi come posso non perderti.
ARETUSA 
Non guardarmi.
Non chiamarmi.
Non cercarmi.
ALFEO 
Non posso.
ARETUSA 
Allora io devo andare.
Il Coro chiude il blocco
CORO DELLE NINFE 
E così il mito si apre.
Così la fuga comincia.
Così il destino prende forma.
Aretusa fugge.
Alfeo segue.
Non per possedere,
non per stringere,
non per chiudere.
Ma per non perdere
ciò che non ha mai avuto.
E questo,
questo è l’inizio di ogni tragedia d’acqua.

 

SCENA IV. IL DESIDERIO COME CORRENTE
La radura d’Arcadia è sospesa.
L’aria è immobile, come se il mondo trattenesse il fiato.
Aretusa e Alfeo sono uno di fronte all’altra, ma non vicini: c’è tra loro una distanza che non è spazio, ma destino.
Il coro osserva, silenzioso, come acqua che ascolta.
Aretusa tenta di allontanarsi
ARETUSA 
fa un passo indietro, leggero come un’onda che si ritira 
Non avvicinarti.
Non parlare ancora.
Non respirare verso di me.
Ogni tuo gesto
è una corrente che mi sfiora.
Ogni tua parola
è un’onda che mi cerca.
Ogni tuo silenzio
è un richiamo che non voglio ascoltare.
ALFEO 
resta immobile, come se temesse di spezzare qualcosa 
Io non voglio ferirti.
Non voglio chiuderti.
Non voglio trattenerti.
Voglio solo capire
perché il mio respiro
ha cambiato direzione
quando ti ho vista.
Il Coro interviene, come un vento d’acqua
CORO DELLE NINFE 
Attenta, Aretusa.
Il desiderio non è una mano.
Non è un passo.
Non è un gesto.
È una corrente.
Una corrente che cresce.
Una corrente che trascina.
Una corrente che non chiede il permesso.
E Alfeo,
che ancora non sa di essere fiume,
già scorre verso di te.

Alfeo si scopre senza saperlo
ALFEO 
Io non so cosa mi accade.
Non so se è amore,
non so se è destino,
non so se è follia.
So solo che quando ti guardo
sento qualcosa che si apre in me,
come una sorgente che non sapevo di avere.
ARETUSA 
E tu vuoi che io diventi la tua sorgente?
ALFEO 
No.
Voglio che tu sia ciò che sei.
Ma voglio essere dove sei tu.
Aretusa chiude gli occhi, come se quelle parole fossero troppo pesanti per essere ascoltate.
Aretusa tenta di spiegare l’inspiegabile
ARETUSA 
Tu non capisci.
Io non sono fatta per essere raggiunta.
Io non sono fatta per essere scelta.
Io non sono fatta per essere amata.
Io sono acqua che fugge.
Sono vento che passa.
Sono luce che non si lascia afferrare.
ALFEO 
E io sono ciò che ti segue.
Non per stringerti.
Non per possederti.
Ma perché non posso fare altro.
Aretusa apre gli occhi.
Il suo sguardo è limpido, ma ferito.
ARETUSA 
Questo è ciò che temo.
Che tu non possa fare altro.
Che tu non possa tornare indietro.
Che tu non possa lasciarmi andare.

 

Il Coro si fa più intenso
CORO DELLE NINFE 
Aretusa, sorella,
non ascoltare il dio che parla piano.
Non ascoltare il dio che non chiede,
ma che resta.
L’amore non vissuto
è un fiume che cresce.
È un’onda che non si infrange.
È un richiamo che non si spegne.
Fuggi, sorella.
Fuggi prima che il mondo ti chiuda.
Fuggi prima che il desiderio diventi forma.
Fuggi prima che la tua acqua diventi specchio.
Alfeo tenta un passo
Alfeo avanza di un solo passo.
Un passo minuscolo, ma il mondo sembra tremare.
ARETUSA 
arretra immediatamente 
No.
ALFEO 
È solo un passo.
ARETUSA 
È già troppo.
ALFEO 
Perché?
ARETUSA 
Perché ogni tuo passo
è una promessa che io non posso mantenere.
Alfeo si ferma, ma non si ritira
ALFEO 
Allora dimmi cosa devo fare.
Dimmi come posso restare senza ferirti.
Dimmi come posso seguirti senza chiuderti.
Dimmi come posso amarti senza toccarti.
Aretusa trema.
Non di paura.
Di riconoscimento.
ARETUSA 
Non puoi.
ALFEO 
Allora dimmi come posso non perderti.
ARETUSA 
Non guardarmi.
Non chiamarmi.
Non cercarmi.
ALFEO 
Non posso.
ARETUSA 
Allora io devo andare.
Il Coro annuncia la frattura
CORO DELLE NINFE 
E così il desiderio diventa corrente.
Così la parola diventa acqua.
Così il silenzio diventa destino.
Aretusa fugge.
Alfeo segue.
Non per possedere,
non per stringere,
non per chiudere.
Ma per non perdere
ciò che non ha mai avuto.
E questo,
questo è l’inizio della metamorfosi.
SCENA V. LA FUGA
La radura d’Arcadia trattiene il fiato.
Aretusa è immobile per un istante, come una goccia sospesa prima di cadere.
Alfeo la guarda, senza muoversi, come se temesse che ogni gesto potesse spezzarla.
Il coro è un sussurro d’acqua che cresce.
Il primo passo
Aretusa fa un passo indietro.
Un passo minuscolo.
Un passo che non dovrebbe cambiare nulla.
E invece cambia tutto.
ARETUSA 
Io devo andare.
ALFEO 
Aspetta.
ARETUSA 
Non posso.
ALFEO 
Solo un momento.
ARETUSA 
Un momento è già un legame.
E io non posso legarmi.
Si volta.
Il suo corpo vibra come acqua che cerca una via.
Poi corre.
Il mondo reagisce
La fuga di Aretusa non è una corsa umana.
È un fenomeno naturale.
L’erba si piega senza essere toccata.
L’aria si apre come una ferita luminosa.
Gli alberi si inclinano, come se volessero lasciarle spazio.
CORO DELLE NINFE 
Fuggi, sorella.
Fuggi come acqua che non vuole diventare lago.
Fuggi come vento che non vuole diventare respiro.
Fuggi come luce che non vuole diventare forma.
Fuggi da ciò che ti cerca.
Fuggi da ciò che ti riconosce.
Fuggi da ciò che potrebbe amarti.
Perché l’amore,
quando non è vissuto,
diventa destino.
Alfeo tenta di seguirla
Alfeo fa un passo avanti.
Solo uno.
Ma quel passo è un giuramento.
ALFEO 
Aretusa.
Lei non si volta.
La sua corsa è pura, verticale, inevitabile.
ALFEO 
Non voglio fermarti.
Non voglio chiuderti.
Non voglio trattenerti.
Voglio solo non perderti.
Corre anche lui.
Non con la leggerezza di Aretusa,
ma con la gravità di chi sa che ogni passo lo allontana da ciò che era.
Il Coro osserva la distanza
CORO DELLE NINFE 
Guardate.
Guardate come si allontanano.
Non come due corpi,
ma come due destini.
Aretusa corre verso ciò che non conosce.
Alfeo corre verso ciò che non può avere.
Lei è fuga.
Lui è inseguimento.
Lei è vento.
Lui è terra che tenta di sollevarsi.
Lei è acqua che non vuole essere toccata.
Lui è acqua che non sa ancora di essere acqua.
E tra loro
c’è una distanza che non è spazio,
ma impossibilità.
Aretusa attraversa la radura
Aretusa corre come se la terra fosse troppo stretta per contenerla.
Ogni suo passo è un lampo.
Ogni suo respiro è un’onda.
Ogni suo movimento è una negazione.
ARETUSA 
Non guardarmi.
Non seguirmi.
Non chiamarmi.
Io non posso essere amata.
Io non posso essere scelta.
Io non posso essere raggiunta.
Io sono fuga.
Sono vento.
Sono acqua che non vuole diventare fiume.
Alfeo sente la perdita
Alfeo corre, ma la distanza non diminuisce.
È come se Aretusa fosse fatta di un’altra sostanza,
di un’altra velocità,
di un’altra legge.
ALFEO 
Aretusa…
non voglio fermarti.
Voglio solo capire.
Perché fuggi?
Da cosa fuggi?
Da chi fuggi?
La sua voce si spezza.
Non per fatica.
Per verità.
ALFEO 
Fuggi da me?
Aretusa non risponde.
La sua corsa è la risposta.
Il Coro diventa vento
CORO DELLE NINFE 
Sì, Alfeo.
Fugge da te.
Ma non perché tu sia pericolo.
Non perché tu sia ombra.
Non perché tu sia minaccia.
Fugge perché tu la vedi.
Fugge perché tu la riconosci.
Fugge perché tu la chiami.
E Aretusa non sa essere chiamata.
Non sa essere vista.
Non sa essere amata.
Lei è acqua che non vuole specchi.
E tu sei specchio.
La radura si apre
Aretusa raggiunge il limite della radura.
Davanti a lei, un sentiero che scende verso una zona più scura, più umida, più profonda.
ARETUSA 
Artemide…
guidami.
La sua voce è un soffio.
Un soffio che diventa vento.
Un vento che diventa nebbia.
Alfeo arriva troppo tardi
Alfeo raggiunge il margine della radura.
Aretusa è già lontana, già ombra, già nebbia.
ALFEO 
Aretusa!
La sua voce rimbalza sugli alberi,
ma non la raggiunge.
Il Coro chiude il blocco
CORO DELLE NINFE 
E così la fuga diventa destino.
Così il passo diventa corrente.
Così il respiro diventa metamorfosi.
Aretusa corre verso la nebbia.
Alfeo corre verso la perdita.
E il mondo trattiene il fiato.
Perché ciò che sta per accadere
non è più scelta.
È necessità.
E nessuna acqua
può sfuggire alla propria forma.
SCENA VI. LA NEBBIA DI ARTEMIDE
La fuga di Aretusa si dissolve in un respiro.
La radura d’Arcadia si allontana come un ricordo che non vuole essere ricordato.
Il mondo cambia consistenza: l’aria diventa più densa, più bianca, più viva.
Una nebbia sottile sale dal terreno, come se la terra stessa stesse esalando un pensiero.
Aretusa corre, ma la sua corsa rallenta.
Non per stanchezza.
Per trasformazione.
La nebbia si chiude
La nebbia avanza come un animale silenzioso.
Non è fredda.
Non è calda.
È un’altra cosa.
È un confine.
ARETUSA 
si ferma, il respiro spezzato, gli occhi spalancati 
Artemide…
sei tu?
La nebbia risponde con un tremito, come un sì che non ha bisogno di voce.
ARETUSA 
Io non volevo chiamarti.
Non volevo disturbarti.
Non volevo chiedere.
La nebbia si avvicina, avvolgendole le caviglie, poi le ginocchia, poi la vita.
ARETUSA 
Ma lui…
lui mi segue.
Non per ferirmi.
Non per chiudermi.
Non per possedermi.
Mi segue perché non sa fare altro.
E io…
io non so essere seguita.
Alfeo arriva al limite della nebbia
Alfeo compare tra gli alberi.
La sua corsa si interrompe bruscamente quando vede la nebbia.
Non la teme.
La riconosce.
ALFEO 
Aretusa!
La sua voce si spezza contro il muro bianco.
La nebbia non la lascia entrare.
La nebbia non la lascia uscire.
ALFEO 
Aretusa, fermati!
Non andare oltre!
Non entrare in quella luce!
Aretusa non si volta.
La nebbia le accarezza il volto come una mano divina.
Il Coro si fa sacerdotale
CORO DELLE NINFE 
Artemide scende.
Artemide ascolta.
Artemide vede.
Non con occhi,
non con orecchie,
non con voce.
Ma con la nebbia.
Con il silenzio.
Con la soglia.
Aretusa l’ha chiamata
senza chiamarla.
Aretusa l’ha invocata
senza invocarla.
Aretusa l’ha cercata
senza sapere di cercarla.
E la dea risponde.
Aretusa parla alla dea
ARETUSA 
Artemide…
io non voglio essere amata.
Non voglio essere scelta.
Non voglio essere vista.
Io voglio essere libera.
Voglio essere vento.
Voglio essere acqua che non si lascia prendere.
La nebbia pulsa, come un cuore che batte intorno a lei.
ARETUSA 
Ma lui…
lui mi guarda come se fossi una direzione.
Mi chiama come se fossi un destino.
Mi segue come se fossi una promessa.
E io non posso essere nulla di tutto questo.
Alfeo tenta di entrare nella nebbia
Alfeo avanza.
La nebbia lo respinge.
Non con forza.
Con necessità.
ALFEO 
Aretusa!
Non lasciarmi fuori!
Non chiuderti!
Non dissolverti!
Io non voglio perderti!
Non così!
Non ora!
La nebbia vibra, come se rispondesse anche a lui.
Il Coro avverte Alfeo
CORO DELLE NINFE 
Fermati, Alfeo.
Non entrare.
Non sfidare la nebbia della dea.
Questa non è nebbia.
È confine.
È scelta.
È metamorfosi.
Aretusa non fugge da te.
Fugge da ciò che potrebbe diventare
se restasse.
E tu…
tu non puoi seguirla qui.
Non ancora.
Aretusa si arrende alla trasformazione
Aretusa apre le braccia.
La nebbia la avvolge completamente.
Il suo corpo vibra, come se stesse diventando più leggero, più fluido, più trasparente.
ARETUSA 
Artemide…
fammi diventare ciò che sfugge.
Fammi diventare ciò che non si trattiene.
Fammi diventare acqua che non ha confini.
La nebbia si illumina.
Un bagliore bianco, puro, assoluto.
ARETUSA 
Fammi diventare altrove.
Alfeo grida
ALFEO 
Aretusa!
Non svanire!
Non dissolverti!
Non diventare nebbia!
Io non voglio perderti!
Io non voglio che tu sparisca!
Io non voglio che tu diventi un luogo dove non posso arrivare!
Aretusa non risponde.
La nebbia la solleva, la avvolge, la trasforma.
Il Coro chiude il blocco
CORO DELLE NINFE 
E così la nebbia diventa soglia.
Così la soglia diventa metamorfosi.
Così la metamorfosi diventa destino.
Aretusa entra nella luce.
Alfeo resta nell’ombra.
Lei diventa acqua.
Lui diventa attesa.
E il mondo trattiene il fiato.
Perché ciò che sta per accadere
non è più fuga.
È nascita.
SCENA VII. LA METAMORFOSI DI ARETUSA
La nebbia di Artemide non è più nebbia.
È un ventre.
È un altrove.
È un luogo che non appartiene alla terra né al cielo.
Aretusa è sospesa al suo interno, come una goccia che non ha ancora deciso se cadere o risalire.
Il mondo fuori è lontano.
Alfeo è un’ombra che chiama.
Il coro è un respiro che attende.
Aretusa sente il proprio corpo dissolversi
ARETUSA 
solleva le mani, che tremano come acqua che vuole diventare acqua 
Cosa mi accade?
Perché non sento più il peso dei miei passi?
Perché il mio respiro non è più mio?
Perché la mia pelle non mi appartiene più?
La nebbia pulsa intorno a lei, come se rispondesse.
ARETUSA 
Artemide…
mi stai sciogliendo.
Mi stai liberando.
Mi stai perdendo.
Io non sono più corpo.
Non sono più fuga.
Non sono più vento.
Sto diventando…
non so cosa sto diventando.
Il Coro si avvicina, come un cerchio d’acqua
CORO DELLE NINFE 
Aretusa, sorella,
non temere la dissoluzione.
Non temere la perdita.
Non temere il cambiamento.
Tu non stai morendo.
Stai tornando.
Stai ritrovando la tua forma.
Stai diventando ciò che sei sempre stata:
acqua che non vuole confini.
Non sei più corpo.
Non sei più passo.
Non sei più respiro.
Sei corrente.
Sei sorgente.
Sei nascita.
Aretusa si guarda le mani
Le sue dita diventano trasparenti.
Non scompaiono: si trasformano.
La pelle si fa liquida.
Le vene diventano filamenti di luce.
ARETUSA 
Io…
io mi sto sciogliendo.
Mi sto perdendo.
Mi sto ritrovando.
Una lacrima scende sul suo volto.
Ma non è una lacrima: è una goccia che si unisce alla nebbia.
ARETUSA 
Non voglio essere amata.
Non voglio essere scelta.
Non voglio essere inseguita.
Voglio essere libera.
Voglio essere acqua.
Voglio essere altrove.
Alfeo tenta ancora di entrare
Fuori dalla nebbia, Alfeo lotta contro il confine bianco.
La sua mano tenta di attraversarlo.
La nebbia lo respinge, ma non con violenza: con necessità.
ALFEO 
Aretusa!
Non lasciarmi fuori!
Non chiuderti!
Non dissolverti!
Io non voglio perderti!
Non così!
Non ora!
La sua voce vibra nella nebbia, ma non la raggiunge.


Il Coro risponde ad Alfeo
CORO DELLE NINFE 
Alfeo, ascolta.
Non puoi entrare.
Non puoi seguirla.
Non puoi trattenerla.
Questa non è fuga.
È nascita.
È ritorno.
È metamorfosi.
Aretusa non ti lascia.
Aretusa non ti rifiuta.
Aretusa non ti abbandona.
Aretusa diventa ciò che deve essere.
E tu…
tu non puoi ancora seguirla.
Aretusa attraversa la soglia
La nebbia si apre sotto i suoi piedi.
Non è terra.
Non è aria.
È acqua.
Acqua che sale dal basso, come un richiamo.
Aretusa cade.
Ma non cade: scivola.
Non scivola: si dissolve.
ARETUSA 
Artemide…
io mi arrendo.
Fammi diventare acqua.
Fammi diventare fuga.
Fammi diventare sorgente.
La sua voce si spezza.
Non per dolore.
Per trasformazione.
ARETUSA 
Fammi diventare me stessa.

 


La metamorfosi avviene
Il corpo di Aretusa si illumina.
La luce non è esterna: viene da dentro.
Ogni parte di lei diventa trasparente, fluida, mobile.
Le braccia diventano correnti.
Le gambe diventano vene d’acqua.
Il volto diventa superficie liquida.
Il respiro diventa onda.
Poi, un suono profondo.
Come una vena della terra che si apre.
Aretusa scompare.
Non come chi muore.
Come chi nasce.
Il Coro canta la nascita della sorgente
CORO DELLE NINFE 
Aretusa non è più corpo.
Aretusa non è più fuga.
Aretusa non è più vento.
Aretusa è acqua.
Acqua che scorre.
Acqua che canta.
Acqua che cerca la luce.
È scesa nella terra.
Ha attraversato la soglia.
Ha lasciato il mondo degli uomini.
Ora è sorgente.
Ora è corrente.
Ora è promessa.
E il suo nome
non è più un nome.
È un luogo.
Alfeo sente la perdita come un taglio
Alfeo cade in ginocchio davanti alla nebbia.
Non piange.
Non grida.
Non implora.
Resta immobile, come un fiume che non sa ancora di essere fiume.
ALFEO 
Aretusa…
dove sei?
La nebbia si dissolve lentamente.
Aretusa non c’è più.
Solo un silenzio d’acqua.
Il Coro chiude il blocco
CORO DELLE NINFE 
E così la metamorfosi avviene.
Così la ninfa diventa acqua.
Così la fuga diventa sorgente.
Aretusa scende nella terra.
Alfeo resta sulla soglia.
Lei diventa altrove.
Lui diventa attesa.
E il mito
non è che all’inizio.
SCENA VIII. IL VIAGGIO SOTTERRANEO
La nebbia di Artemide si ritira come un sipario che si dissolve.
Aretusa non è più visibile come corpo: è un flusso, una corrente, una vibrazione.
La terra si apre sotto di lei, non come una ferita, ma come un invito.
Un varco scuro, umido, vivo.
Un ventre antico.
La luce della superficie si spegne.
Il mondo diventa profondità.
Aretusa entra nella terra
ARETUSA 
la sua voce è un’eco liquida, come se parlasse da dentro una goccia 
Dove sono?
Perché tutto è così vicino
e così lontano?
Non sento più i miei passi.
Non sento più il mio respiro.
Non sento più il mio corpo.
Sento solo…
scorrere.
La terra intorno a lei pulsa, come se respirasse.
ARETUSA 
Sto diventando parte di qualcosa.
Qualcosa che non conosco.
Qualcosa che mi accoglie
e mi inghiotte.
Il Coro si fa geologico
CORO DELLE NINFE 
Aretusa scende.
Scende dove nessuna ninfa ha mai osato scendere.
Scende nelle vene della terra,
dove il mondo conserva ciò che non vuole mostrare.
Scende tra radici che non hanno nome,
tra pietre che ricordano,
tra silenzi che parlano.
La terra non è muta.
La terra non è cieca.
La terra non è chiusa.
La terra ascolta.
La terra accoglie.
La terra custodisce.
E ora custodisce te, Aretusa.
Aretusa attraversa le vene del mondo
Il suo corpo liquido scivola tra strati di roccia.
Non c’è peso.
Non c’è direzione.
Solo movimento.
ARETUSA 
Sento tutto.
Sento le radici che bevono.
Sento le pietre che dormono.
Sento il buio che respira.
Sento il mare.
Lontano.
Immenso.
Sopra di me.
Eppure non lo tocco.
Non ancora.
Una corrente la trascina, ma non con forza: con riconoscimento.
ARETUSA 
Sto diventando acqua.
Acqua vera.
Acqua che non ha paura.
Acqua che non ha confini.
Il Coro diventa eco sotterranea
CORO DELLE NINFE 
Aretusa, sorella,
non temere il buio.
Il buio non è assenza.
Il buio è origine.
Non temere la profondità.
La profondità non è caduta.
La profondità è ritorno.
Non temere la solitudine.
La solitudine non è vuoto.
La solitudine è forma.
Tu non sei perduta.
Tu non sei spezzata.
Tu non sei dissolta.
Tu sei acqua che trova la propria strada.
Aretusa sente la presenza del mare
Un suono lontano, come un richiamo.
Non un’onda.
Non un vento.
Qualcosa di più antico.
ARETUSA 
Il mare…
lo sento.
È sopra di me.
È intorno a me.
È dentro di me.
Ma non mi tocca.
Non ancora.
Non può.
Io sono acqua dolce.
Sono acqua che fugge.
Sono acqua che non vuole essere inghiottita.
La terra vibra, come se approvasse.
Il Coro annuncia la nascita della sorgente
CORO DELLE NINFE 
Aretusa scorre.
Scorre come un pensiero che cerca la luce.
Scorre come un ricordo che vuole tornare.
Scorre come un destino che non può essere fermato.
Attraversa il buio.
Attraversa la pietra.
Attraversa la memoria.
E ogni passo,
ogni respiro,
ogni goccia,
la avvicina alla luce.
Alla luce di Ortigia.
Alla luce della sorgente.
Alla luce del suo nome.
Aretusa sente la trasformazione compiersi
ARETUSA 
Sto cambiando ancora.
Sto diventando più chiara.
Più veloce.
Più viva.
Non sono più nebbia.
Non sono più goccia.
Non sono più corrente.
Sono sorgente.
Sorgente che sale.
Sorgente che chiama.
La terra si apre davanti a lei, come una porta che si spalanca verso l’alto.
ARETUSA 
Sto risalendo.
Sto tornando.
Sto nascendo.
Il Coro chiude il blocco
CORO DELLE NINFE 
E così il viaggio sotterraneo finisce.
Così la ninfa diventa acqua.
Così l’acqua diventa sorgente.
Aretusa risale verso la luce.
Verso Ortigia.
Verso il mondo.
E Alfeo…
Alfeo resta sulla soglia.
Alfeo resta nella perdita.
Alfeo resta nella terra.
Ma non per sempre.
Perché nessun fiume
accetta di restare lontano
dalla propria sorgente.
SCENA IX. ALFEO RIMANE SOLO
La nebbia di Artemide si dissolve come un respiro che si ritira.
La radura d’Arcadia riappare, ma non è più la stessa: è più vuota, più vasta, più silenziosa.
Aretusa non c’è.
Non c’è più traccia del suo passaggio, se non un odore d’acqua che non appartiene a questo luogo.
Alfeo è fermo al centro della scena.
Non in piedi.
Non in ginocchio.
In una posizione che non ha nome: come se il suo corpo non sapesse più come stare nel mondo.
Il silenzio dopo la metamorfosi
ALFEO 
la voce è bassa, come se parlasse a un’assenza 
Aretusa…
dove sei?
Guarda la terra, come se potesse aprirsi di nuovo.
Guarda il cielo, come se potesse restituirla.
Guarda la radura, come se potesse trattenerla.
ALFEO 
Non sento più il tuo passo.
Non sento più il tuo respiro.
Non sento più la tua fuga.
E senza la tua fuga…
io non so più dove andare.
Il Coro osserva la frattura
CORO DELLE NINFE 
Guardatelo.
Guardate il dio che non sa più essere dio.
Guardate il giovane che non sa più essere giovane.
Guardate l’acqua che non sa ancora di essere acqua.
Aretusa è scesa nella terra.
Alfeo è rimasto sulla soglia.
Lei è diventata altrove.
Lui è diventato vuoto.
E il vuoto,
quando è d’amore,
non si colma.
Si trasforma.
Alfeo parla alla terra
Alfeo posa una mano sul terreno.
La terra è fredda.
Non risponde.
ALFEO 
Tu l’hai presa.
Tu l’hai accolta.
Tu l’hai trasformata.
Dimmi dove l’hai portata.
Dimmi dove scorre.
Dimmi dove nasce.
Io la seguirò.
Ovunque.
Sempre.
La terra resta muta.
Ma non indifferente: vibra, appena.
Il Coro lo interroga
CORO DELLE NINFE 
Perché vuoi seguirla, Alfeo?
Perché vuoi inseguire ciò che fugge?
Perché vuoi amare ciò che non può essere amato?
Lei non ti ha rifiutato.
Lei non ti ha negato.
Lei non ti ha chiuso.
Lei è fuggita da sé stessa.
E tu sei diventato la sua ombra.
Ma un’ombra
non può seguire l’acqua.
Alfeo si spezza
ALFEO 
Io non volevo amarla.
Non volevo cercarla.
Non volevo seguirla.
È accaduto.
Come accade il vento.
Come accade la luce.
Come accade il destino.
Io l’ho vista.
E in quello sguardo
ho perso la mia forma.
Si porta una mano al petto, come se qualcosa dentro di lui si fosse incrinato.
ALFEO 
Non so più chi sono.
Non so più cosa sono.
Non so più dove andare.
Senza di lei
non ho direzione.
Il Coro diventa più vicino
CORO DELLE NINFE 
Alfeo, ascolta.
Tu non sei perduto.
Tu non sei spezzato.
Tu non sei vuoto.
Tu sei acqua.
Acqua che non sa ancora di esserlo.
Acqua che non ha ancora trovato il proprio letto.
Acqua che non ha ancora scelto la propria strada.
E l’acqua,
quando ama,
non resta ferma.
Alfeo comprende la verità
Alfeo alza lo sguardo.
Non verso il cielo.
Non verso la radura.
Verso un punto che non è visibile, ma inevitabile.
ALFEO 
Aretusa non è morta.
Non è svanita.
Non è perduta.
È scesa.
È scivolata.
È diventata acqua.
E l’acqua…
l’acqua scorre.
Un lampo di comprensione attraversa il suo volto.
ALFEO 
Se lei scorre…
io posso seguirla.

 

 


Il Coro lo mette alla prova
CORO DELLE NINFE 
E come seguirai l’acqua, Alfeo?
Con i tuoi piedi?
Con il tuo respiro?
Con il tuo corpo?
No.
Il corpo non può seguire l’acqua.
Il corpo non può attraversare la terra.
Il corpo non può diventare corrente.
Se vuoi raggiungerla,
devi rinunciare a ciò che sei.
Devi rinunciare alla forma.
Devi rinunciare al passo.
Devi rinunciare al respiro.
Devi diventare ciò che lei è diventata.
Alfeo sente la chiamata
Un suono lontano.
Non un’onda.
Non un fiume.
Qualcosa di più profondo.
ALFEO 
La sento.
Sento la sua voce.
Non come prima.
Non come parola.
Come acqua.
Mi chiama.
Mi cerca.
Mi vuole vicino.
Non come uomo.
Non come dio.
Come corrente.

 

 


Il Coro chiude il blocco
CORO DELLE NINFE 
E così Alfeo comprende.
Così il dio si incrina.
Così il giovane si spezza.
Così l’amante si trasforma.
Aretusa è acqua.
E lui…
lui dovrà seguirla.
Perché nessun amore non vissuto
accetta di restare incompiuto.
E nessuna acqua
accetta di restare lontana
dalla propria sorgente.
SCENA X. LA DECISIONE DI ALFEO
La radura è immobile.
Il silenzio è così profondo da sembrare un secondo mondo.
Aretusa è ormai lontana, scesa nella terra, divenuta acqua.
Alfeo resta solo, come un albero dopo la tempesta.
Il coro è vicino, ma non interviene subito: osserva, attende, ascolta.
Alfeo sente il vuoto
ALFEO 
si alza lentamente, come chi porta un peso nuovo 
Non c’è più nulla.
Non c’è più il suo passo.
Non c’è più il suo respiro.
Non c’è più la sua fuga.
E senza la sua fuga…
io non so più chi sono.
Guarda le sue mani, come se non le riconoscesse.
ALFEO 
Queste mani non possono toccarla.
Questi piedi non possono seguirla.
Questo corpo non può raggiungerla.
Lei è acqua.
Io sono…
non so più cosa sono.

 

Il Coro lo avvicina alla verità
CORO DELLE NINFE 
Alfeo, ascolta.
Tu non sei più ciò che eri.
Non sei più il dio giovane che guardava la radura.
Non sei più il passo che cercava un’altra ombra.
Non sei più il respiro che voleva un altro respiro.
Tu sei mancanza.
Tu sei vuoto.
Tu sei desiderio.
E il desiderio,
quando non trova forma,
la crea.
Alfeo comprende la natura del suo amore
ALFEO 
Io non volevo amarla.
Non volevo cercarla.
Non volevo seguirla.
È accaduto.
Come accade il vento.
Come accade la luce.
Come accade il destino.
Io l’ho vista.
E in quello sguardo
ho perso la mia direzione.
Si porta una mano al petto, come se qualcosa dentro di lui si fosse incrinato.
ALFEO 
Non posso restare qui.
Non posso tornare indietro.
Non posso dimenticare.
Lei scorre.
E io…
io devo scorrere con lei.
Il Coro lo mette davanti alla scelta

 

 

CORO DELLE NINFE 
E come seguirai l’acqua, Alfeo?
Con il tuo corpo?
Con il tuo passo?
Con il tuo respiro?
No.
Il corpo non può attraversare la terra.
Il passo non può seguire la corrente.
Il respiro non può diventare onda.
Se vuoi raggiungerla,
devi rinunciare a ciò che sei.
Devi rinunciare alla forma.
Devi rinunciare al nome.
Devi rinunciare al confine.
Devi diventare acqua.
Alfeo lotta con la decisione
ALFEO 
Diventare acqua…
rinunciare al mio corpo…
rinunciare alla mia voce…
rinunciare alla mia forma…
Per seguirla?
Per starle accanto?
Per non perderla?
Si inginocchia.
Non per debolezza: per verità.
ALFEO 
Io non voglio possederla.
Non voglio stringerla.
Non voglio chiuderla.
Voglio solo esserle vicino.
Scorrere dove scorre lei.
Respirare dove respira lei.
Essere ciò che lei è diventata.
Il Coro lo spinge verso la metamorfosi

 

 

CORO DELLENINFE 
Allora ascolta la terra.
Ascolta il richiamo.
Ascolta la corrente.
Lei ti chiama.
Non con voce.
Non con gesto.
Non con sguardo.
Ti chiama come acqua.
Ti chiama come sorgente.
Ti chiama come destino.
E tu, Alfeo,
non puoi ignorare il destino.
Alfeo accetta
Alfeo si alza.
La sua postura cambia: non è più un dio, non è più un uomo.
È qualcosa che si prepara a diventare altro.
ALFEO 
Aretusa…
io vengo.
Non come corpo.
Non come passo.
Non come respiro.
Vengo come acqua.
Vengo come corrente.
Vengo come fiume.
La terra vibra sotto i suoi piedi, come se riconoscesse la decisione.
ALFEO 
Se tu sei sorgente…
io sarò fiume.
Il Coro chiude il blocco
CORO DELLE NINFE 
E così la decisione è presa.
Così il dio rinuncia alla forma.
Così l’amante rinuncia al corpo.
Così il destino rinuncia al confine.
Aretusa scorre sotto la terra.
Alfeo la seguirà.
Non come uomo.
Non come dio.
Come acqua.
Perché nessun amore non vissuto
accetta di restare incompiuto.
E nessuna acqua
accetta di restare lontana
dalla propria sorgente.
SCENA XI. LA METAMORFOSI DI ALFEO
La radura d’Arcadia è immobile.
Il silenzio è così profondo che sembra un altare.
La terra vibra appena, come se ricordasse il passaggio di Aretusa.
Alfeo è al centro, sospeso tra ciò che era e ciò che deve diventare.
Il coro lo circonda, non come un muro, ma come un respiro.
Il corpo di Alfeo comincia a cambiare
ALFEO 
si porta una mano al petto, come se qualcosa dentro di lui si stesse sciogliendo 
Sento…
sento che non appartengo più a questa forma.
Le mie mani non sono più mie.
Il mio respiro non è più mio.
Il mio passo non mi riconosce.
Aretusa…
tu scendi.
E io…
io devo seguirti.
Un tremito attraversa il suo corpo, come un’onda che nasce sotto la pelle.
ALFEO 
Sto diventando…
non so cosa sto diventando.
Il Coro lo osserva come un rito
CORO DELLE NINFE 
Guardatelo.
Guardate il dio che si spezza.
Guardate il giovane che si apre.
Guardate l’amante che rinuncia alla forma.
Il corpo non può seguire l’acqua.
Il passo non può attraversare la terra.
Il respiro non può diventare onda.
Ma il destino sì.
Il destino può.
E Alfeo
è destino che cambia pelle.
La terra risponde alla sua decisione
Il terreno sotto i piedi di Alfeo vibra.
Non si apre ancora, ma si prepara.
Come se aspettasse un sì definitivo.
ALFEO 
Terra…
se hai accolto lei,
accogli anche me.
Non per possederla.
Non per raggiungerla.
Non per stringerla.
Per starle accanto.
Per scorrere dove scorre lei.
Per essere ciò che lei è diventata.
La terra vibra più forte, come un assenso.
Il corpo di Alfeo si incrina
Una luce sottile attraversa le sue braccia.
Non è una ferita.
È una crepa.
Una crepa luminosa.
ALFEO 
Mi sto aprendo.
Mi sto sciogliendo.
Mi sto perdendo.
Eppure…
non ho paura.
Perché la paura
è per chi resta.
E io non resto.
Il Coro lo guida
CORO DELLE NINFE 
Non temere la dissoluzione.
Non temere la perdita.
Non temere il cambiamento.
Tu non stai morendo.
Stai tornando.
Stai ritrovando la tua forma.
Stai diventando ciò che devi essere:
acqua che segue l’acqua.
Aretusa è sorgente.
Tu sarai fiume.
Alfeo accetta la metamorfosi
Alfeo apre le braccia.
La luce nelle crepe si allarga, come vene d’acqua che cercano un letto.
ALFEO 
Aretusa…
io vengo.
Non come uomo.
Non come dio.
Come corrente.
La sua voce si spezza, ma non per dolore: per trasformazione.
ALFEO 
Fammi diventare acqua.
Fammi diventare fiume.
Fammi diventare ciò che può raggiungerti.
La metamorfosi avviene
La luce esplode.
Non verso l’esterno: verso l’interno.
Il corpo di Alfeo si riempie di acqua, come un vaso che trabocca.
Le braccia diventano correnti.
Le gambe diventano vene liquide.
Il volto diventa superficie d’acqua.
Il respiro diventa onda.
Poi, un suono profondo.
Come una vena della terra che si apre.
Alfeo cade in avanti.
Ma non cade: scorre.
ALFEO 
la voce è ormai un’eco liquida 
Aretusa…
sto arrivando.
Il Coro canta la nascita del fiume
CORO DELLE NINFE 
Alfeo non è più corpo.
Alfeo non è più passo.
Alfeo non è più respiro.
Alfeo è acqua.
Acqua che cerca.
Acqua che segue.
Acqua che ama.
Scenderà nella terra.
Attraverserà il buio.
Sfiorerà il mare senza toccarlo.
E raggiungerà Aretusa.
Non per possederla.
Non per stringerla.
Non per chiuderla.
Per starle accanto.
Per scorrere con lei.
Per essere ciò che lei è diventata.
Il fiume nasce
Una linea d’acqua attraversa la radura.
Non c’era prima.
Ora c’è.
È Alfeo.
Scorre verso il punto dove Aretusa è scomparsa.
La terra lo accoglie.
La terra si apre.
La terra lo inghiotte.
CORO DELLE NINFE 
E così il mito si compie.
Così il dio diventa fiume.
Così l’amore non vissuto
diventa eternità.
SCENA XII. EPILOGO A ORTIGIA – L’ABBACCIO DELLE ACQUE
L’oscurità sotterranea si dissolve.
La terra si apre come un sipario che si ritrae.
Una luce bianca, marina, antica, avvolge la scena.
È Ortigia.
L’isola che non dorme.
L’isola che custodisce le acque che non si toccano.
Al centro, una sorgente limpida, viva, luminosa: Aretusa.
Non più corpo.
Non più fuga.
Non più nebbia.
Acqua che nasce, acqua che canta, acqua che respira.
Aretusa sgorga
ARETUSA 
la sua voce è un’onda che parla 
Sono qui.
Sono luce che scorre.
Sono acqua che ricorda.
Sono fuga che ha trovato un luogo.
Non sono più ciò che ero.
Non sono più ciò che temevo.
Non sono più ciò che fuggivo.
Sono sorgente.
Sono nascita.
Sono nome.
La sua superficie vibra, come se aspettasse qualcosa.
Il Coro annuncia l’arrivo di Alfeo
CORO DELLE NINFE 
Ascoltate.
Ascoltate il suono che sale dalla terra.
Non è vento.
Non è mare.
Non è passo.
È fiume.
È Alfeo.
Non più dio.
Non più giovane.
Non più corpo.
Acqua che cerca l’acqua.
Corrente che cerca la sorgente.
Destino che cerca il proprio nome.
Alfeo emerge
Dal margine della scena, tra le pietre bianche, una linea d’acqua avanza.
Non invade.
Non travolge.
Non pretende.
Scorre.
È Alfeo.
ALFEO 
la sua voce è un mormorio profondo 
Aretusa…
ti ho trovata.
Non come uomo.
Non come dio.
Come acqua.
Non per stringerti.
Non per possederti.
Per starti accanto.
Aretusa lo riconosce
ARETUSA 
Alfeo…
sei arrivato.
Non hai forzato la terra.
Non hai sfidato la dea.
Non hai inseguito il mio corpo.
Hai seguito la mia forma.
Hai seguito il mio destino.
Hai seguito la mia acqua.
Il Coro prepara l’abbraccio
CORO DELLE NINFE 
E ora guardate.
Guardate ciò che non è mai accaduto
e che pure era scritto.
Due acque che non possono toccarsi
si avvicinano.
Due destini che non possono unirsi
si riconoscono.
Due amori che non possono compiersi
si compiono.
Non come corpo.
Non come bacio.
Non come possesso.
Come scorrere.
L’abbraccio
Alfeo raggiunge la sorgente.
Non entra in lei.
Non la invade.
Non la confonde.
Si dispone accanto.
Accanto davvero.
Così vicino che le due acque si sfiorano senza mescolarsi.
Un tremito attraversa la superficie di Aretusa.
Un’onda lenta, circolare, come un respiro trattenuto per secoli.
ARETUSA 
Ti sento, vicino Alfeo.
ALFEO 
Io scorro con te.
ARETUSA 
Senza prendermi.
ALFEO 
Senza perderti.
ARETUSA 
Senza toccarmi, ma amandomi.
ALFEO 
Senza lasciarti, ma amandomi.
Le due acque si inclinano l’una verso l’altra.
Non si fondono.
Non si confondono.
Si curvano, come due braccia liquide che si cercano.
È un abbraccio.
Un abbraccio d’acqua.
Un abbraccio che non stringe, ma accompagna.
Il Coro canta l’unione che non unisce
CORO DELLE NINFE 
E così accade.
Così il mito si compie.
Così l’amore non vissuto
trova la propria forma.
Non un bacio.
Non un letto.
Non un corpo.
Un abbraccio d’acqua.
Un contatto senza possesso.
Una vicinanza senza confine.
Aretusa scorre.
Alfeo scorre.
Non insieme.
Non separati.
Accanto.
Per sempre.
Aretusa e Alfeo parlano come due correnti
ARETUSA 
Ora non fuggo più.
ALFEO 
Ora non inseguo più.
ARETUSA 
Ora non temo più.
ALFEO 
Ora non cerco più.
ARETUSA 
Ora scorro.
ALFEO 
Ora scorro con te.
Il Coro chiude il mito
CORO DELLE NINFE 
E così finisce la storia.
Non con un possesso.
Non con una conquista.
Non con una vittoria.
Con un abbraccio.
Un abbraccio che non stringe.
Un abbraccio che non ferisce.
Un abbraccio che non divide.
Un abbraccio d’acqua.
Un abbraccio di destino.
Un abbraccio di mito.
Aretusa è sorgente.
Alfeo è fiume.
E Ortigia è il luogo
dove due acque
che non possono unirsi
scorrono insieme amandosi per sempre.

SIPARIO