L’arte del non far niente

Drammaturgia per un solo attore

Giuliano Angeletti

 


ATTO UNICO

 

NOTA DELL’AUTORE:
Ho scritto L’Arte del non far niente come si scrive una figura che non vuole essere scritta. Il protagonista non è un personaggio: è un modo di stare al mondo. Il nato stanco è nato dalla pietra di Vezzano Ligure, dal vento che passa tra le case, dal crepuscolo che ogni sera si siede un momento prima di diventare notte. Non volevo un eroe, non volevo un protagonista, non volevo un uomo che compisse azioni: volevo un uomo che non ne compisse nessuna, e che proprio per questo diventasse necessario. La sua inutilità è la sua forza, la sua lentezza è la sua ribellione, il suo silenzio è la sua voce. Ho cercato di ascoltare ciò che non succede, ciò che non serve, ciò che non si vede, e di trasformarlo in una presenza che respira accanto al lettore. Il Nostro non insegna nulla, non pretende nulla, non chiede nulla: esiste. E nel suo esistere lento, crepuscolare, comico, diventa un punto di quiete in un mondo che corre troppo. Se il lettore, anche solo per un attimo, si siede con lui, respira con lui, guarda il tramonto con lui, allora il personaggio ha compiuto il suo unico gesto: ricordare che il non fare è ancora un modo di essere vivi.
Giuliano Angeletti

Ogni fatto e ogni personaggio presenti in quest’opera sono frutto della fantasia dell’autore. Qualsiasi riferimento a persone, luoghi o eventi reali è puramente casuale.
Giuliano Angeletti 

 

CARATTERISTICA DEL PERSONAGGIO
Il protagonista non ha un vero nome è un uomo di mezza età che vive a Vezzano Ligure come una presenza sospesa tra luce e ombra. Non appartiene al giorno né alla notte: abita il crepuscolo, che lo riconosce come uno dei suoi. La sua inutilità non è una mancanza ma una filosofia, una forma di saggezza che nasce dal non fare, dal non cercare, dal non volere. Ogni gesto che compie è lento, rituale, una liturgia della quiete. Cammina come se il tempo fosse un ospite, respira come se il vento fosse un maestro, osserva come se il mondo fosse un quadro che non va toccato. La sua comicità è involontaria: prende sul serio ciò che nessuno prende sul serio, parla con il divano, ascolta il silenzio, interpreta il vento, accoglie le ombre come fossero vecchi amici. È un profeta dell’inutilità, un maestro che non vuole esserlo, un punto di riferimento involontario per un paese che corre troppo e che, guardandolo, impara a rallentare. Le ombre lo considerano uno di loro: non lascia impronte, non pesa, non disturba, vive accanto alle cose, non dentro le cose. La sua età è una rivelazione: ha visto abbastanza da non volere più nulla, e la sua saggezza è una resa luminosa. È felice senza motivo, felice senza radici, felice senza scopo: una felicità che nasce dal vuoto, dal silenzio, dalla lentezza, dalla pietra, dal vento, dal crepuscolo.
Il paese lo osserva con rispetto, con curiosità, con affetto. Il divano è il suo maestro, cigola come un profeta stanco, chiede vacanze e insegna la seduta sacra. Il vento è il suo postino, gli porta messaggi che non servono a nulla e proprio per questo sono preziosi. Il silenzio è il suo migliore amico, lo abbraccia e lo guida. Le ombre lo seguono, si siedono accanto a lui, lo riconoscono come custode. Il crepuscolo lo chiama per nome, gli chiede di raccontare ciò che gli altri non vedono, ciò che non succede, ciò che non serve. La sua psicologia è quieta, contemplativa, ironica senza sarcasmo: non ha paure, non ha desideri, non ha scopi. La sua forza è la sua inutilità, la sua debolezza è la sua inutilità, il suo paradosso è che non fa nulla e tutto accade attorno a lui.
Il suo arco narrativo è una trasformazione lenta: da uomo invisibile diventa figura mitica, da disoccupato felice diventa maestro involontario, da presenza marginale diventa parte del paesaggio. Non muore, non sparisce: tramonta. Si fonde con il crepuscolo, con il vento, con il silenzio, con le ombre, con il muretto, con il paese stesso. Ogni sera, quando la luce si spegne, si sente un cigolio lontano: è lui, che continua a sedersi, a riposare, a non fare nulla, illuminando Vezzano Ligure con la sua inutilità felice.
Giuliano Angeletti


L’ARTE DEL NON FARE

Io mi sveglio ogni mattina con la stessa domanda: perché mai dovrei alzarmi? E la risposta, che arriva lenta come il vento che sale da Bottagna, è sempre la stessa: non c’è alcun motivo. E questa, figli miei, è la mia più grande gioia. In alcuni angoli di Vezzano Alto il sole arriva tardi, come se anche lui fosse disoccupato. Le case di pietra si stiracchiano, i gatti mi guardano con quell’aria da superiori che hanno solo i gatti liguri, e io mi siedo sul mio muretto preferito, quello che dà sul Golfo dei Poeti, e celebro il mio primo rito del giorno: il rito dell’inutilità. Non faccio nulla. E nel non fare nulla, trovo tutto.
Vicino a casa c’è una scalinata, qui a Vezzano, che tutti dicono sia faticosissima. Io non l’ho mai fatta. Non la farò mai. È diventata il mio Everest personale, ma un Everest che non ho alcuna intenzione di scendere e di scalare. Ogni giorno passo davanti ai primi tre gradini, li guardo, loro guardano me, e ci capiamo: io non scenderò e non salirò, loro non mi giudicheranno. La gente del paese mi dice: “Ma Fadiga, almeno una volta, prova a scendere fino a Vezzano Basso!”. E io rispondo: “Perché mai dovrei scendere? Il mondo è già abbastanza basso di suo”. E loro ridono, ma non capiscono. Io sono un uomo crepuscolare: vivo tra la luce e l’ombra, tra il fare e il non fare, tra il salire e il restare fermo. E in questa immobilità trovo la mia libertà.
Io non ho mai avuto colleghi sono perché non ho mai lavorato, ma ho avuto gatti. I gatti di Vezzano sono creature misteriose: ti guardano come se sapessero che non lavori, e ti rispettano per questo. Ogni mattina, mentre celebro il rito dell’inutilità, arriva il gatto grigio del castello. Si siede accanto a me, mi osserva, e io gli dico: “Buongiorno, collega”. Lui non risponde, perché è un gatto, ma io so che dentro di sé approva. Una volta ho provato a spiegare a un turista che quel gatto era il mio capo. Il turista ha riso. Il gatto no. Il gatto non ride mai. Il gatto è un’entità superiore, un supervisore cosmico dell’inutilità.
Un giorno, molti anni fa, provai a scrivere un curriculum. Lo scrissi con cura, con amore, con dedizione. Poi lo appoggiai sul davanzale, e il vento di che veniva da Valeriano, che è un vento saggio, lo prese e lo portò via. Lo vidi volare verso Bottagna, poi verso Ceparana, poi sparire. E capii che il destino aveva parlato: non dovevo lavorare. Da allora, ogni volta che qualcuno mi chiede: “Ma non hai un curriculum?”, io rispondo: “Ce l’avevo, ma ha scelto la libertà”. E loro mi guardano come si guarda un uomo che ha perso la testa. Ma io non ho perso nulla: ho guadagnato il vento.
Vezzano è un paese che osserva. Osserva tutto. Osserva me, soprattutto. Gli anziani mi guardano e dicono: “Eccolo, il “mangiasugo” non lavora da una vita”. I giovani mi guardano e dicono: “Beato lui”. I bambini mi guardano e dicono: “Ma cosa fa tutto il giorno?”. E io rispondo: “Niente”. E loro ridono, perché i bambini capiscono il niente meglio degli adulti. Una volta, alla fermata del bus di Vezzano Basso, ho tenuto un sermone. Ho detto: “Fratelli e sorelle, non correte verso La Spezia. La Spezia non scapperà”. E il bus è arrivato, e tutti sono saliti. Io no. Io sono rimasto lì, a predicare al vento.
 La mia famiglia è convinta che io lavori. Mia madre dice a tutti: “Mio figlio lavora in un ufficio a Ceparana ma ora è chiuso”. Mio padre dice: “È in ferie da tre anni, ma tornerà presto”. La zia di Santo Stefano mi manda offerte di lavoro ritagliate dai giornali. Io non ho mai avuto il coraggio di dir loro la verità: che il mio unico lavoro è non lavorare. Una volta provai a spiegare a mia madre che il mio capo era un gatto. Lei mi guardò, sospirò, e disse: “L’importante è che tu abbia qualcuno che ti guida”. E io non ebbi il coraggio di dirle che il gatto non mi guida: mi ignora.
Nella mia casa di pietra, ho un divano. Un divano antico, consumato, sacro. Un giorno, per scherzo, dissi che quel divano era una reliquia. Il giorno dopo, tre persone bussarono alla mia porta chiedendo di vederlo. Avevano sentito dire che avevo fondato una chiesa. La Chiesa del Divano. Io non avevo fondato nulla, ma non ebbi il coraggio di deluderli. Li feci entrare, mostrai loro il divano, e loro si sedettero in silenzio, come in meditazione. Da allora, ogni tanto qualcuno viene a sedersi sul mio divano. E io li benedico. Con la benedizione dell’inutilità.
Un giorno, fui convocato dal sindaco, perché mi accusavano di eccessiva felicità. Il sindaco mi guardò e disse: “la tua gioia disturba l’ordine pubblico”. Io risposi: “La mia gioia non disturba nessuno. È troppo lenta per disturbare”. Chiamarono i testimoni: Un gatto del borgo, che non disse nulla. Un tostapane, che non funzionava. Un curriculum bruciato, che non ricordava nulla. Alla fine, il sindaco sospirò e disse: “vai pure sei Felice e sei innocente. Ma cerca di essere un po’ triste, ogni tanto, dammi retta: uniformati alla gente”. Io promisi. Ma non mantenni la promessa.
 Una sera, mentre il sole tramontava sul Golfo dei Poeti, la gente del paese si radunò. Non so perché. Forse perché non avevano nulla da fare. Mi guardarono, e qualcuno disse: “Felice, tu sei il nostro dio per la festa dell’uva”. Io non volevo essere dio. Non volevo essere emblema. Volevo solo essere inutile. Ma loro insistettero, e alla fine accettai. Mi misero una corona fatta di foglie di vite. Mi diedero un bastone. Mi chiesero di seguirli. E io per i giorni della festa fui il dio bacco.
Ora sono molto quarantenne. Così quarantenne che il tempo non mi riguarda più. Ogni sera mi siedo sul mio muretto, guardo il Golfo, e rido. Rido piano, come si ride quando si è capito tutto. Rido del mondo che corre. Rido della gente che lavora. Rido di me stesso. E nel mio ridere, trovo la pace. Perché io sono il Felice Senza Scopo. E il mio scopo è non averne.
C’è un oggetto, nella mia casa di pietra, che nessuno capisce. È una scatola. Una scatola di legno, antica, consumata, che non contiene nulla. La chiamano “la scatola dell’inutilità”. Una volta, un ragazzo del paese venne a chiedermi cosa ci fosse dentro. Gli dissi: “Niente”. Lui aprì la scatola, guardò dentro, e disse: “Ma è vuota”. Io risposi: “Esatto. È piena di vuoto”. Il ragazzo non capì. Ma il vuoto sì. Il vuoto mi guardò, e mi disse — non con parole, ma con un silenzio perfetto — che ero sulla strada giusta. Da allora, ogni tanto apro la scatola, guardo il vuoto, e il vuoto guarda me. E ci capiamo. Perché il vuoto è il mio vero mestiere.
C’è una fontana, qui nel borgo, che parla. Non parla con tutti. Parla solo con chi non ha fretta. Una sera, mentre il cielo diventava viola, mi avvicinai alla fontana e le dissi: “Buonasera”. La fontana rispose con un gorgoglio. Io capii che voleva dirmi qualcosa. Mi sedetti accanto a lei, e lei iniziò a raccontarmi la storia dell’acqua che non voleva scendere a valle. “Perché dovrei scendere?”, diceva l’acqua. “A valle c’è troppa gente che corre”. E io annuii, perché capivo perfettamente. La fontana mi disse: “tu sei come me. Rimani dove sei. Non scendere”. E io promisi alla fontana che non sarei sceso. E da allora, ogni volta che passo, la fontana mi saluta con un gorgoglio. E io rispondo con un sorriso lento.
Una mattina, mi svegliai e il tempo non c’era. Non c’era l’ora. Non c’era il minuto. Non c’era il secondo. Il tempo aveva deciso di prendersi una pausa. Io mi alzai, guardai il cielo, e dissi: “Bravo”. Perché anche il tempo, ogni tanto, ha bisogno di non lavorare. La gente del paese era confusa: gli orologi non funzionavano, i telefoni non segnavano nulla, le campane non suonavano. Io invece ero felice. Era il mio giorno. Il giorno perfetto. Il giorno in cui il mondo intero era disoccupato. Camminai per i vicoli, salutai tutti, e dissi: “Benvenuti nella mia vita”. Qualcuno rise. Qualcuno si spaventò. Qualcuno si sedette per terra e disse: “Non so cosa fare”. E io risposi: “Perfetto. Non fare nulla”. E per un giorno intero, tutto il Borgo fu un paese felice. Un paese senza scopo.
Il postino è l’unica donna che lavora davvero a Vezzano. Corre su e giù per le scalinate, consegna lettere, pacchi, bollette, e ogni volta che mi vede, sospira. “Fadiga”, mi dice, “tu non ricevi mai nulla”. E io rispondo: “Perché nessuno mi scrive”. Una volta, però, arrivò una lettera. Il postino era emozionato. Mi disse: “Fadiga, è la tua prima lettera in vent’anni”. Io la presi, la guardai, e vidi che era vuota. Una busta senza contenuto. Il postino era sconvolto. Io ero felice. “È la lettera perfetta”, dissi. “È una lettera che non chiede nulla, non dice nulla, non pretende nulla. È una lettera inutile”. Il postino non capì. Ma la busta sì. La busta mi guardò — non con occhi, ma con la sua carta sottile — e mi disse che ero sulla strada giusta. Da allora, ogni tanto il postino mi porta una busta vuota. Dice che gliele manda il vento.
La sagra di Vezzano è un evento sacro. La gente mangia, ride, balla, e io partecipo sempre. Ma non faccio nulla. Mi siedo su una panchina, guardo gli altri, e celebro il rito dell’osservazione. Una volta, durante la sagra, qualcuno mi chiese: “Fadiga, perché non mangi?”. Io risposi: “Sto digerendo il mondo”. Qualcuno mi chiese: “Perché non balli?”. Io risposi: “Sto ballando dentro”. Qualcuno mi chiese: “Perché non fai nulla?”. Io risposi: “Sto facendo il massimo”. E la gente rise, ma non capì. Io invece capivo tutto: la sagra era il momento perfetto per essere inutili. Perché quando tutti fanno qualcosa, l’unico vero atto rivoluzionario è non fare nulla.
Il mio divano, quello sacro, quello della Chiesa del Divano, un giorno parlò. Non parlò con parole. Parlò con un cigolio. Un cigolio lungo, lento, crepuscolare. Io mi sedetti, e il divano mi disse: “Fadiga, tu sei il mio profeta”. Io non volevo essere profeta. Io volevo essere inutile. Ma il divano insistette. Mi disse: “Tu hai capito il segreto del mondo: che il mondo non ha segreti”. Io annuii. Il divano cigolò ancora, e mi disse: “Fadiga, devi insegnare agli altri a sedersi”. E da allora, ogni tanto, insegno alla gente a sedersi. Non è facile. La gente non sa sedersi. La gente si siede per riposare, non per essere inutile. Io invece insegno la seduta sacra: la seduta del non‑fare. La seduta del crepuscolo. La seduta del divano.
A Vezzano Basso c’è una fermata dell’autobus che è un’opera d’arte. Non perché sia bella. Non perché sia antica. Ma perché l’autobus non arriva mai quando dovrebbe. È una fermata filosofica: ti insegna la pazienza, la rassegnazione, la contemplazione, e soprattutto l’inutilità dell’attesa.
Un giorno, scesi fino alla fermata — un evento raro, quasi miracoloso — e trovai tre persone che aspettavano. Una signora con la borsa della spesa. Un ragazzo con le cuffie. Un uomo con un cane che sembrava più paziente di lui.
Mi sedetti accanto a loro. La signora mi disse: “Fadiga, oggi il bus è in ritardo”. Io risposi: “Il bus non è in ritardo. Il bus è libero”. Il ragazzo rise. L’uomo sospirò. Il cane mi guardò con rispetto.
Passò mezz’ora. Poi un’ora. Poi un’ora e mezza. La signora iniziò a lamentarsi. Il ragazzo tolse le cuffie. L’uomo disse: “Non arriverà mai”. Io risposi: “E allora perché aspettarlo?”. La signora mi guardò come si guarda un pazzo. Il ragazzo mi guardò come si guarda un profeta. L’uomo mi guardò come si guarda un uomo che ha detto la verità.
Alla fine, il bus non arrivò. La gente se ne andò. Io rimasi. Rimasi perché non stavo aspettando nulla. Rimasi perché la fermata era bella. Rimasi perché il vento era gentile. Rimasi perché il crepuscolo stava arrivando. Rimasi perché non avevo scopo. E nel non avere scopo, trovai la mia destinazione.
A Vezzano Alto c’è un gruppo di anziani che si riunisce ogni mercoledì. Non per giocare a carte. Non per parlare del tempo. Non per discutere di politica. Si riuniscono per non fare nulla. Lo chiamano “Il Consiglio degli Anziani Inutili”.
Un giorno mi invitarono. Mi sedetti con loro, su un muretto che odorava di storia e di ricordi. Il capo del consiglio — un uomo con baffi enormi e occhi minuscoli — mi disse: “Fadiga, tu sei uno di noi. Tu hai raggiunto il livello supremo dell’inutilità: l’inutilità crepuscolare”. Io annuii, perché non avevo nulla da dire
Una sera, mentre il cielo diventava rosso, il crepuscolo mi chiamò. Non con voce. Non con suono. Mi chiamò con un colore. Un colore che non esiste nei libri. Un colore che non si può dipingere. Un colore che si può solo sentire.
Io mi fermai. Guardai il cielo. E il cielo mi disse: “Fadiga, tu sei mio”. Io non sapevo cosa rispondere. Il crepuscolo continuò: “Tu sei l’uomo che non corre. Tu sei l’uomo che non cerca. Tu sei l’uomo che non vuole. Tu sei l’uomo che non ha scopo. E per questo, tu sei perfetto”.
E in quel momento capii tutto: che la mia inutilità non era un difetto, non era una mancanza, non era una rinuncia. Era un dono. Un dono che il crepuscolo mi aveva fatto. Un dono che io dovevo custodire. Un dono che io dovevo tramandare. Non con parole. Non con gesti. Ma con la mia presenza. La presenza di un uomo che non ha scopo. La presenza di un uomo che tramonta.
La notte, a Vezzano Ligure, non è mai davvero buia. È una notte che sembra pensare. Una notte che si siede accanto a te, come un vecchio amico, e ti dice: “Rimani qui. Non andare da nessuna parte”. E io rimango. Perché la notte è l’unica cosa che non mi chiede nulla.
Quella notte — la notte che ricordo più di tutte — il silenzio arrivò. Non un silenzio normale. Non il silenzio che senti quando la gente dorme. Era un silenzio… vivo. Un silenzio che respirava. Un silenzio che aveva un peso, una forma, un colore. Un silenzio che sembrava fatto di crepuscolo liquido.
Mi sedetti sul mio muretto, guardai il Golfo che brillava lontano, e il silenzio si avvicinò. Si sedette accanto a me. E mi parlò.
Non con parole. Non con suoni. Mi parlò con la sua presenza.
Mi disse: “Fadiga, tu sei l’unico che mi ascolta davvero. Gli altri cercano rumore. Tu cerchi me. Tu cerchi il silenzio che non chiede, non pretende, non ordina. Tu cerchi il silenzio che accoglie”.
Io annuii. Perché era vero. Il silenzio è l’unica cosa che non mi giudica. L’unica cosa che non mi chiede di lavorare. L’unica cosa che non mi chiede di essere diverso da ciò che sono: un uomo inutile, felice, crepuscolare.
Il silenzio mi disse: “Felice, tu devi insegnare agli altri a non avere paura di me. La gente teme il silenzio perché nel silenzio sente sé stessa. Tu invece ti senti bene. Tu sei fatto di silenzio”.
Io sorrisi. Un sorriso lento, un sorriso che sembrava un tramonto. E il silenzio si avvolse attorno a me, come una coperta. Una coperta che non scalda il corpo, ma scalda l’anima.
Da quella notte, ogni volta che qualcuno mi chiede: “Fadiga, cosa fai quando sei solo?” Io rispondo: “Parlo con il silenzio”. E loro ridono. Ma il silenzio no. Il silenzio non ride. Il silenzio ascolta.
Il vento, a Vezzano, è un postino. Un postino strano, che non porta lettere, ma sensazioni. Un postino che non bussa alla porta, ma entra dalle finestre. Un postino che non consegna pacchi, ma consegna pensieri.
Un giorno, mentre ero seduto sul mio muretto, il vento arrivò. Era un vento diverso dal solito: più lento, più pesante, più… crepuscolare. Mi sfiorò il viso, mi accarezzò le mani, e poi si fermò. Come se volesse dirmi qualcosa.
Io chiusi gli occhi. E il vento parlò.
Mi disse: “Felice, tu sei l’unico che non mi teme. La gente chiude le finestre quando arrivo. Tu le apri. La gente si copre. Tu ti scopri. La gente si lamenta. Tu ascolti”.
Io sorrisi. Perché era vero. Il vento è un maestro. Un maestro che non ha scuola. Un maestro che non ha orari. Un maestro che non ha stipendio. Un maestro che insegna solo a chi non ha fretta.
Il vento mi disse: “Fadiga, tu devi insegnare agli altri a lasciarsi portare. La gente vuole sempre andare da qualche parte. Tu invece rimani. Tu sei un uomo che non si muove. E proprio per questo, tu viaggi più di tutti”.
Io aprii gli occhi. Il vento se ne era andato. Ma il messaggio era rimasto. Un messaggio che diceva: Chi non ha scopo, arriva ovunque.
Ogni pomeriggio, quando il sole è stanco e la luce diventa morbida, celebro un rito che non ha regole. Un rito che non ha scopo. Un rito che non ha inizio né fine.
Mi siedo sul mio divano — il divano che cigola come un vecchio profeta — e chiudo gli occhi. Non penso a nulla. Non immagino nulla. Non desidero nulla. Mi limito a essere.
Una volta, un ragazzo del paese venne a trovarmi. Mi vide seduto, immobile, silenzioso, e mi chiese: “Felice, cosa stai facendo?” Io risposi: “Sto sedendo”. Lui rise. Io no. Perché la seduta sacra non è una battuta. È una filosofia.
Il ragazzo mi disse: “Ma non ti annoi?” Io risposi: “Mi annoio solo quando faccio qualcosa”. Il ragazzo non capì. Ma il divano sì. Il divano cigolò, come per dire: “Bravo, Felice. Tu sei il mio discepolo”.
La seduta sacra è il momento in cui capisco tutto: che il mondo corre troppo, che la gente vuole troppo, che il tempo passa troppo, che la vita pesa troppo.
E allora io mi siedo. Mi siedo per alleggerire il mondo. Mi siedo per alleggerire me stesso. Mi siedo per essere inutile. E nell’inutilità trovo la pace.
Una mattina, successe qualcosa di incredibile. Il paese si fermò. Non per un guasto. Non per una festa. Non per un’emergenza. Si fermò… perché sì.
Le persone uscirono di casa, guardarono il cielo, guardarono le scalinate, guardarono i vicoli, e decisero di non fare nulla. Il panettiere non aprì. Il barista non accese la macchina del caffè. Il postino non prese la bicicletta. Il parroco non suonò le campane. Il sindaco non andò in municipio.
Tutti si sedettero. Ovunque. Sui muretti. Sulle panchine. Sulle scale. Sui gradini. Sui sassi. Sui marciapiedi.
Io uscì di casa, vidi il paese immobile, e dissi: “Finalmente”. La gente mi guardò. Qualcuno disse: “Fadiga, oggi facciamo come te”. Io risposi: “Non è facile”. E loro annuirono. Perché era vero. Essere inutili è difficile. Essere senza scopo è complicato. Essere crepuscolari è un’arte.
Il paese rimase fermo per ore. Il vento passò. Il silenzio arrivò. Il crepuscolo scese. E Vezzano Ligure diventò il paese più felice del mondo.
Il crepuscolo, a Vezzano Ligure, non è un semplice momento della giornata. È un personaggio. Un vecchio signore elegante, con un cappotto di luce arancione e un bastone fatto di ombra. Ogni sera scende lentamente dai tetti, si appoggia alle pietre dei vicoli, si siede accanto ai gatti, e poi viene da me. Sempre da me. Come se fossi il suo unico confidente.
Quella sera, il crepuscolo era più stanco del solito. Si avvicinò, si sedette sul muretto, e mi disse — non con voce, ma con un colore che sembrava un sospiro: “Felice, raccontami”. Io non capii. Il crepuscolo continuò: “Raccontami ciò che vedi. Raccontami ciò che senti. Raccontami ciò che non fai”.
Io annuii. Perché il crepuscolo non si può contraddire. È troppo antico, troppo saggio, troppo inutile per essere ignorato.
Gli dissi: “Vedo il paese che si prepara a dormire. Vedo le finestre che si chiudono. Vedo le luci che si accendono. Vedo i gatti che si stiracchiano. Vedo il vento che si appoggia alle case. Vedo la gente che torna a casa con la stanchezza addosso. Vedo il silenzio che scende come una coperta. Vedo la notte che arriva piano, come una vecchia amica”.
Il crepuscolo ascoltò. Ascoltò tutto. Ascoltò come ascolta solo chi non ha fretta. Poi mi disse: “Felice, tu sei il mio narratore. Tu sei colui che racconta ciò che gli altri non vedono. Tu sei colui che vede ciò che gli altri non raccontano. Tu sei colui che vive nel mezzo: tra il giorno e la notte, tra il fare e il non fare, tra il senso e il non senso”.
Io sorrisi. Un sorriso lento, crepuscolare, inutile. E il crepuscolo si avvolse attorno a me, come un mantello. Un mantello che non protegge dal freddo, ma protegge dal rumore.
Da quel giorno, ogni sera, il crepuscolo viene da me. Si siede. Mi guarda. E mi chiede: “Felice, raccontami”. E io racconto. Racconto tutto ciò che non succede. Racconto tutto ciò che non serve. Racconto tutto ciò che non ha scopo. Perché il crepuscolo ama le storie inutili. E io sono il Felice Senza Scopo. Il suo narratore 
Una mattina, mentre stavo seduto sul mio muretto, arrivò una delegazione. Una delegazione vera: tre persone. Il panettiere, il barista e il postino. Tutti insieme. Tutti seri. Tutti preoccupati.
Il panettiere disse: “Fadiga, abbiamo bisogno di un consiglio”. Io annuii, anche se non avevo alcuna intenzione di darlo. Il barista disse: “Il paese è agitato. La gente corre troppo. La gente si lamenta troppo. La gente vuole troppo”. Il postino aggiunse: “E nessuno ascolta il vento”.
Io sospirai. Perché era vero. La gente non ascolta mai il vento. La gente ascolta solo se stessa.
Il panettiere mi disse: “Felice, tu sei l’unico che non corre. Tu sei l’unico che non vuole. Tu sei l’unico che non cerca. Tu sei l’unico che non ha scopo. Dicci cosa dobbiamo fare”.
Io chiusi gli occhi. Pensai. Pensai lentamente. Pensai inutilmente. Poi dissi: “Sedetevi”.
Il panettiere si sedette. Il barista si sedette. Il postino si sedette. Tutti e tre, sul muretto, accanto a me.
Io dissi: “Respirate”. Loro respirarono. Io dissi: “Ascoltate”. Loro ascoltarono. Io dissi: “Guardate”. Loro guardarono.
Poi dissi: “Non fate nulla”. E loro non fecero nulla.
Passarono cinque minuti. Passarono dieci. Passarono venti. Il panettiere disse: “mi sento meglio”. Il barista disse: “mi sento leggero”. Il postino disse: “mi sento… inutile”. Io sorrisi. Perché era vero. Erano diventati inutili. E nell’inutilità avevano trovato la pace.
Da quel giorno, ogni tanto, la gente del paese viene da me. Si siede. Respira. Ascolta. Guarda. E non fa nulla. E io li benedico. Con la benedizione del crepuscolo.
Le ombre, a Vezzano Ligure, non sono come le ombre degli altri paesi. Non seguono le persone. Non imitano i movimenti. Non si allungano e non si accorciano come dovrebbero. Le ombre di Vezzano hanno una volontà. Una lentezza. Una saggezza. Una crepuscolarità tutta loro.
Quella notte, mentre il vento si era ritirato dietro le case e il silenzio si era sdraiato sulle scalinate, le ombre decisero di venire da me. Non so perché. Forse perché non avevano nulla da fare. Forse perché avevano sentito che ero il Felice Senza Scopo. Forse perché anche loro, come me, non avevano un mestiere.
Mi sedetti sul mio muretto, come sempre. Il Golfo dei Poeti brillava lontano, come un pensiero che non vuole essere pensato. E le ombre arrivarono.
Prima una. Poi due. Poi tre. Poi molte. Si avvicinarono piano, come animali timidi. Si sedettero accanto a me. Non davanti. Non dietro. Accanto. Come se fossimo amici da sempre.
Una di loro — la più grande, la più lenta, la più crepuscolare — si mosse leggermente. E io capii che voleva parlarmi.
Mi disse — non con voce, ma con un movimento impercettibile: “Fadiga, noi ti osserviamo da anni. Tu sei l’unico che non ci teme. La gente teme le ombre perché pensa che nascondano qualcosa. Tu invece sai che non nascondono nulla. Tu sai che siamo solo luce che riposa”.
Io annuii. Perché era vero. Le ombre non sono misteriose. Sono solo stanche.
L’ombra continuò: “Fadiga, tu sei come noi. Tu non hai scopo. Tu non hai fretta. Tu non hai direzione. Tu non hai peso. Tu non hai destino. Tu sei un’ombra che ha deciso di essere uomo”.
Io sorrisi. Un sorriso lento, inutile, crepuscolare. E l’ombra si avvicinò ancora, come per abbracciarmi. Ma le ombre non abbracciano. Le ombre sfiorano.
Le altre ombre si sedettero più vicine. Una si appoggiò al mio piede. Una si sdraiò sul muretto. Una si arrampicò sulla mia spalla. E tutte insieme formarono un coro silenzioso. Un coro che diceva: “Felice, tu sei dei nostri”.
Io non sapevo cosa rispondere. Non sapevo se essere un’ombra fosse un onore o una condanna. Non sapevo se fosse un titolo o una maledizione. Non sapevo se fosse un destino o un errore.
Ma il crepuscolo arrivò. Arrivò come arriva sempre: piano, morbido, inevitabile. Si sedette accanto a me. Guardò le ombre. Guardò me. E disse — con un colore che sembrava un sorriso: “accetta”.
E io accettai. Accettai di essere un uomo‑ombra. Un uomo che vive tra la luce e il buio. Un uomo che non ha scopo. Un uomo che tramonta. Un uomo che riposa. Un uomo che non vuole nulla. Un uomo che non cerca nulla. Un uomo che non teme nulla.
Le ombre si alzarono. Si allungarono. Si dissolsero. E io rimasi lì, sul muretto, con il crepuscolo accanto. E capii che quella notte avevo ricevuto un titolo: Il Custode delle Ombre Inutili.
Un titolo che non serve a nulla. Un titolo che non cambia nulla. Un titolo che non significa nulla. E proprio per questo, è perfetto.
Una sera la sera era più lenta del solito. Il crepuscolo non scendeva: si sdraiava. Il vento non passava: si fermava. Il silenzio non ascoltava: aspettava. E io, come sempre, ero sul mio muretto.
Il divano era accanto a me. L’avevo portato lì, come si porta un vecchio amico a vedere il mare un’ultima volta. Cigolava piano, come un respiro. Come un addio.
Le ombre arrivarono. Non molte. Solo quelle che mi conoscevano davvero. Si sedettero attorno a me, come un coro muto. Come un pubblico che non applaude. Come una famiglia che non chiede nulla.
Il paese era silenzioso. Vezzano Alto sembrava trattenere il fiato. Vezzano Basso sembrava dimenticato. Il Golfo dei Poeti brillava come un pensiero che non vuole essere detto.
E il crepuscolo si avvicinò. Si sedette accanto a me. Non come un maestro. Non come un giudice. Non come un dio. Come un amico.
Mi guardò — non con occhi, ma con luce. E mi disse, con un colore che sembrava una carezza: “Fadiga, è il momento”.
Io annuii. Non avevo paura. Non avevo fretta. Non avevo scopo.
Il divano cigolò. Un cigolio lungo, profondo, antico. Un cigolio che sembrava dire: “Grazie”.
Le ombre si avvicinarono. Il vento mi sfiorò. Il silenzio mi abbracciò. Il paese trattenne il fiato. E il crepuscolo mi avvolse.
Io chiusi gli occhi. Non per dormire. Non per sognare. Per tramontare.
Tanto che la mia anima devenne ombra, e si separò dal mio corpo che rimase lì su quel muretto, per tutta la notte e fu trovato la mattina dal panettiere e dal paese intero
E mentre tramontavo, parlai. Parlai piano. Parlai lento. Parlai inutile.
Dissi: “Fratelli e sorelle dell’inutilità, io non ho fatto nulla. E nel non fare nulla, ho fatto tutto. Ho guardato il vento. Ho ascoltato il silenzio. Ho parlato con le ombre. Ho portato il divano in vacanza. Ho raccontato il crepuscolo. Ho benedetto il paese. E ora… ora tramonto”.
Il crepuscolo si fece più scuro. Il vento si fece più leggero. Il silenzio si fece più profondo. Il divano si fece immobile. Le ombre si fecero lunghe. Il paese si fece attento.
E io… io diventai parte della luce. Parte dell’ombra. Parte del vento. Parte del silenzio. Parte del crepuscolo.
Non morii. Non sparii. Non svanii.
Mi trasformai.
Diventai ciò che ero sempre stato: un uomo senza scopo, un uomo senza fretta, un uomo senza destino, un uomo crepuscolare, un uomo inutile, un uomo felice.
E da quel giorno, quando il sole scende su Vezzano Ligure, la gente dice: “Guardate. Il Felice Senza Scopo sta tramontando”.
E ogni sera, il crepuscolo sorride. Il vento si ferma. Il silenzio ascolta. Le ombre si siedono. Il divano cigola. E il paese respira.
Perché il Felice Senza Scopo non se n’è mai andato. È diventato il crepuscolo. È diventato il vento. È diventato il silenzio. È diventato l’ombra. È diventato il muretto. È diventato Vezzano.
E ogni sera, quando la luce si spegne, si sente un cigolio lontano. Un cigolio lento. Un cigolio inutile. Un cigolio felice.
È lui. È sempre lui. Il Fadiga Che tramonta. Che riposa. Che ride. Che non fa nulla. E nel non fare nulla, illumina il paese.

SIPARIO