Il lungo cammino degli elefanti

di

Gaspare Dori



PERSONAGGI
Luigi Carlo
Marco
Elena
Carlo
Nicoletta
Loris

ATTO PRIMO


SCENA PRIMA


Una stanza apparentemente spoglia. Su tre panche in legno giacciono altrettanti “bozzoli” avvolti in lenzuola di identico colore: la prima panca è disposta sul lato destro della scena, la seconda su quello sinistro, e la terza al centro. Sullo sfondo, verso la quinta destra, una porta blindata con una finestrella a grate, come in una cella. Le pareti sono completamente spoglie. Non c’è nessun altro arredo.

MARCO (disteso sulla panca di sinistra - si risveglia, si toglie il lenzuolo, tasta attorno a sé in cerca di qualcosa o qualcuno): Hmm, Elisa! Elisa, dove sei? Vieni qui, dai! (Nel tentativo di abbracciarla, si sporge là dove immaginava essere una seconda piazza del letto, e cade). Ma... dove sei finita? Ahio che male! (Ancora insonnolito, cammina carponi alla ricerca di Elisa. Vede un altro giaciglio sulla panca al centro e riconosce il contorno di una figura umana sotto il lenzuolo. Gli si avvicina ed inizia ad accarezzare il corpo sotto il lenzuolo). Elisa... (Toglie il lenzuolo e scopre con sua somma sorpresa che sotto c’è un uomo). Aaah!

LUIGI CARLO: Ma la smetta! Un po' di contegno, insomma!

MARCO: Ma… lei chi è, scusi?

L.C. (con naturalezza): Beh, se non lo sa lei che mi ha rapito… (si alza)

MARCO (sorpreso): Come… rapito?

L.C.: Sì, senta, tagliamo corto eh, che non ho tempo da buttar via in chiacchiere, mi faccia parlare subito col suo capo.

MARCO: Quale capo?

L.C.: Ah, andiamo bene, non mi dica che questo rapimento se l’è congegnato tutto da solo, perché non ci credo… ma dove mi ha portato? E’ curioso, come nascondiglio, questo! Beh, in fin dei conti non mi posso lamentare, almeno qui non c’è puzzo di pecore…

MARCO (sempre più stralunato): Pecore?

L.C.: Ma lei deve ripetere a pappagallo tutto quello che dico? E’ scritto nel suo contratto di lavoro? Di chi è dipendente lei, della mafia, della ndrangheta...? Senta, mi comincio ad impazientire, mi dica solo quanto.

MARCO: Quanto cosa?

L.C.: Senta, mi tolga una curiosità, ma nella vostra organizzazione si fa un minimo di selezione prima di far entrare qualcuno? I suoi capi avrebbero bisogno di un bravo direttore del personale, mi dia retta… Va bè, ho capito, non mi vuole dire niente, invierà una comunicazione ai miei cari tramite il solito giornale… scelto a caso… almeno fate presto, che fra tre giorni devo firmare un contratto importante col Sultano del Brunei… una fornitura per un anno intero… maledizione! Nelle mani di questa banda di… incompetenti dovevo finire… proprio ora! 

Marco è completamente inebetito.

L.C.: Mi dica una cosa, in confidenza… nelle altre occasioni, dico gli anni scorsi nessun rapitore si è mai fatto vedere a faccia scoperta, così… non è che mi farete del male eh… perché guardi che io sono molto più influente di quanto non possa immaginare. Non le conviene, non vi conviene. Mi stia a bene a sentire, giovane: lei deve essere senz’altro un novellino di questo tipo di operazioni, mentre io sono… diciamo un veterano, e non lo dico per vantarmi. Guardi, guardi questa cicatrice, me la fecero in Barbagia cinque anni fa… a proposito, ma lei non è sardo?

MARCO: No, perché?

L.C.: Siciliano?

MARCO: No.

L.C.: Calabrese? Campano?

MARCO: No, noo…

L.C.: Pugliese, per caso?

MARCO: Nooo…

L.C.: Ma insomma, si può sapere da dove viene?

MARCO: Da Roma.

L.C.: Uhm, Roma, la città eterna… (lo scruta) non sarà mica della Banda della Magliana?

MARCO: Ma quale Banda della Magliana?

L.C. (ha un sussulto): Un indipendente! Lei vuole farmi credere di essere un indipendente! E così sarebbe riuscito a superare i miei cavalli di frisia ad alta tensione, ad addomesticare i miei ferocissimi dobermann, a neutralizzare prima le guardie del muro di cinta e poi i miei gorilla personali, che dormono nella stanza accanto alla mia, a clorformizzarmi, perché lei mi ha anche cloroformizzato… tutto da solo?

MARCO: Macché…

L.C.: Eh, lo dicevo io, fuori i complici!

MARCO: Ma quali complici, mi lasci in pace…

L.C.: Eh no… non la lascerò in pace fino a quando non me li avrà chiamati, e prima di tutti il capo… io non tratto con la teppaglia, non dopo trent’anni di attività.

MARCO: Io non la conosco, lo vuole capire sì o no?

L.C.: E certo, ha agito su commissione… cominciate a esternalizzare anche voi, eh? Tutto fuori dall’azienda, manodopera costo zero, eh sì, outsourcing! No, eh, l’inglese lei non lo parla. No… (riflettendo) esternalizzate anche voi, insomma. Beh, indubbiamente conviene, c’è un abbattimento netto dei costi… però, proprio un subappaltatore mi doveva capitare, che vergogna, che vergogna essere rapito da un subappaltatore, magari senza nessuna esperienza!

MARCO: Insomma, si vuole mettere in testa che io non l’ho rapita?

L.C. (sorpreso, sembra non voler prestare ascolto alle parole di Marco): Cosa sta dicendo?

MARCO: Io non ho rapito nessuno… mi sono risvegliato qui da poco anch’io… 

L.C.: Come sarebbe a dire che si è risvegliato da poco? Anche lei ha dormito qui?

MARCO: Sì.

L.C.: E si è appena risvegliato.

MARCO: Sì.

L.C.: Quindi… non c’è venuto, ce l’hanno portato…

MARCO: Sì.

L.C.: Ma allora… hanno rapito anche lei! Che stupido, dovevo capirlo subito che lei non aveva la stoffa del rapitore, è troppo… vabbè, adesso bisogna fare una cosa sola: cerchiamo di comunicare con la banda.

MARCO: Un attimo, aspetti un attimo. Come rapiti? Io mi trovavo ieri sera a letto con la mia Elisa, eravamo tornati un po' ubriachi dalla festa per il mio compleanno e ci siamo buttati subito a letto, senza nemmeno spogliarci, per quanto eravamo cotti… questo è tutto quello che so, poi mi sveglio e mi trovo qui…

L.C.: E in casa non c’era nessun altro, oltre la sua Elisa.

MARCO: No, chi vuole che ci fosse?

L.C.: La sua Elisa non è stata rapita insieme a lei.

MARCO: Ma non lo so, non lo so, non so dove si trovi, non so nemmeno io dove mi trovo. Non lo so!

L.C.: Allora è evidente, no?

MARCO: Evidente cosa?

L.C.: Che la sua Elisa è complice dei rapitori!

MARCO: Ma quale complice, la pianti di dire sciocchezze!

L.C.: Eh amico mio, si vede che lei è ancora molto giovane, non ne sa abbastanza in fatto di donne… lo sa qual è la prima regola che ho imparato da mio padre? Mai, dico mai fidarsi! Sono esseri diabolici, capaci di qualunque cosa per i soldi… per che cosa crede che l’abbia sposata la sua Elisa, eh? Per la bellezza, per il fascino, per la gioventù? Balle! Tutte balle, che ci fanno credere i registi di Hollywood! La donna non punta ad altro che al soldo, e quando lo ha trovato, non lo molla più!

MARCO: Ma quali soldi? Io non ho una lira…

L.C.: Prego?

MARCO: Ho detto che non ho una lira. Lavoro come bidello in una scuola elementare.

L.C.: Sì, ho capito, adesso ha paura di rivelarmi cose indiscrete… fa bene, eh? Anch’io fossi al suo posto forse farei lo stesso… non si sa più a chi poter parlare… il fisco ha orecchie dappertutto... ah, ah! Sapesse quanto ho denunciato nella mia ultima dichiarazione dei redditi... ancora rido! Ma non si deve preoccupare, sa? Qui è tra amici, tra colleghi… mi presento: Luigi Carlo Burlan, presidente dell'associazione liberi industriali del Nord-Est.

MARCO: Piacere, Marco Galosci. Ma guardi che faccio davvero il bidello.

L.C.: Ah, ah, ah! Che simpatico! Che gran senso dell’umorismo! Adesso basta con le presentazioni, eh? Andiamo a conoscere i nostri rapitori, i nostri carnefici… se credono di farmi paura con i loro mezzucci… (si avvicina alla porta) mi mettono un altro rapito per farmelo scambiare per un rapitore… (ha un ripensamento, torna indietro verso Marco). Dica un po', ma lei è sul serio un bidello? 

MARCO: Sì, gliel’ho già detto.

L.C.: To, questa poi! Non mi era mai capitata… e perché avrebbero dovuto rapirla, per caso? Lei è comunista?

MARCO: No.

L.C.: E’ un camerata?

MARCO: Camerata, per carità, no.

L.C.: Ebreo, terrorista, arabo, mormone, massone, servizi segreti?

MARCO: No, no, niente di tutto questo.

L.C.: E allora, me lo spiega perché una gang di rapitori dovrebbe decidere di rapire un ricco industriale e, allo stesso tempo, un… bidello, e di metterli nella stessa stanza… nella stessa cella… in attesa di giudizio?

MARCO: Ma che ne so io? Io pensavo che Elisa mi avesse voluto fare uno scherzo… Elisa! Eliiisaaa! (Corre alla porta sprangata ed inizia a bussare urlando) Elisaaaaaaa! Aiuutoooooooo!

Risvegliata dalle grida, una terza figura umana, distesa sulla panca di sinistra, si toglie il lenzuolo, ed inizia a riprendere lentamente conoscenza. E’ una donna, intorno ai trent’anni di età, capelli castani, magra, pallida, il trucco sfatto.

L.C.: Eccola la sua Elisa.

MARCO (verso la donna): Ma quella non è Elisa!

ELENA (vedendo i due uomini nella stanza a lei sconosciuta): Aaaaaaah! Non mi toccate! Che volete da me? (Si mette seduta, con le ginocchia serrate contro il petto e le mani sulle orecchie). Aiutoooo! Non mi toccate, non mi toccate, schifosi!

L.C.: Ehi signora cara, iniziamo a moderare il linguaggio eh? Qui siamo in presenza di gentiluomini!

ELENA (avendo le mani premute sulle orecchie non sente quello che dice Luigi Carlo): Bastardi, bastardi, che volete da me, non mi toccate, non mi toccate, non mi toccate!

Luigi Carlo cerca di calmarla togliendole la mano dall’orecchio e parlandole, ma si becca un calcio nello stomaco. Pur dolorante torna alla carica e stavolta riesce a vincere la sua resistenza e a parlarle.

L.C.: Non-sia-mo-ra-pi-to-ri-non-vo-glia-mo-vio-len-tar-la!

ELENA (leggermente più rilassata, ma al tempo stesso sorpresa): Ah no? Non siete dei violentatori?

L.C.: Signora, mi guardi bene, ho l’aspetto di uno che va in giro a violentare le donne del prossimo?

ELENA: No, effettivamente no… 

L.C.: Ci credo bene, con quello che mi è costato quest’abito… quattromila euro l’ho pagato… stai a vedere che mi prendono pure per un bandito … torno dal sarto e gli faccio ingoiare forbici, rocchetto e quaranta metri di filo!

ELENA: Allora, lei chi è?

L.C.: Lasci che mi presenti, madame (con fare sussieguoso): Luigi Carlo Burlan, imprenditore padano.

ELENA (sempre più esterrefatta): Ah sì, e dove siamo, e dov’è mia sorella?

L.C.: Ah, ci risiamo! Mi avete preso per un’agenzia persone scomparse? E che vuole che ne sappia io?

ELENA (voltandosi in direzione di Marco, sempre intento a cercare di vedere qualcosa al di là della grata): E lui chi è?

L.C.: Chi? Quello? Mah… un povero cristo… certamente non un bandito, guardi, troppo fragilino… 

MARCO: Non si vede niente, è tutto buio… eppure, dovrebbe essere mattino… o no? 

ELENA: Ma voi da quanto tempo siete qui dentro? E che cos’è questo posto?

L.C.: Guardi, signora, dirle precisamente da quanto tempo dormo in questa topaia non mi è possibile, visto anche il grave stato confusionale in cui mi trovo… so solo che una ventina di minuti fa questo giovane ha cominciato a massaggiarmi sotto il lenzuolo, e tocca e tocca… mi sono svegliato!

MARCO (avvicinandosi verso il centro della scena passa vicino a Elena): Pensavo che sotto il lenzuolo ci fosse…

ELENA: Aaaah! Non mi tocchi! Non mi tocchi!

MARCO: Ma chi la tocca? Ma insomma, ma chi è questa (rivolto a L.C.)?

L.C.: Boh!

ELENA (nel frattempo, corsa anche lei alla porta): Fateci uscire! Fateci uscireee! Apriiteee! Apriteeee!

L.C.: Cara signora, non basta la parolina magica per far aprire la porta, mica siamo nella favola di Alì Babà! E’ chiaro che se quella porta è chiusa, e noi siamo qui dentro, nessuno ha intenzione di aprirla.

MARCO: Che cosa sta dicendo?

L.C.: E’ semplice, ragazzo mio, è tutto lampante come la luce del sole! Qui siamo in presenza di un triplice rapimento. Non ci resta che cercare di comunicare con i nostri amici e capire quali sono le loro condizioni, senza lasciarci prendere da facili isterismi, eh signora? Che qui siamo tutti nella stessa barca... (guardando Marco) o quasi; insomma, potrebbero chiedere un riscatto unico, per la signora, per me, e… per lei… un bidello! Rapire un bidello! Che tempi! Che tempi!

ELENA (sempre vicina alla porta): Come, rapiti? Ma perché? Perché noi? Perché io? Non voglio! Voglio uscire! Voglio uscireee!

L.C.: E no, signora, non ricominciamo, eh? Ho detto: niente crisi isteriche… non servono a nulla, così consuma solo più ossigeno, e potremmo averne bisogno, dell’ossigeno…

ELENA: Come, dell’ossigeno?

L.C.: Signora, venga qui, con calma, che le spiego daccapo come stanno le cose, venga!

ELENA: Non mi tocchi!

L.C.: Non la tocco, stia tranquilla! Ma è una fissazione la sua! Che, in mezzo alla strada gira in armatura? Perché se la toccano tanto quanto lei dice… mah! Venga, si sieda…

ELENA: Non…

L.C.: …mi tocchi! Sì, ho capito, calma eh, si sieda da sola qui… (va verso Marco, sottovoce) questa qui non regge, non ce la fa, non è abituata alla tensione…

MARCO: E perché, io sono abituato?

L.C.: Lei? (Guardandolo con disprezzo) Sì… effettivamente… (Torna verso Elena) Allora, signora mia, ricominciamo: che mestiere fa, non mi dica che fa la… lavapiatti?

ELENA: No, sono una psicologa.

L.C.: Ah, ecco, cominciamo a ragionare. (A Marco) E’ evidente, a questo punto, che l’intruso qui è lei! Molto lieto, Luigi Carlo Burlan, imprenditore padano.

ELENA: Elena Malfatti, piacere.

L.C.: Mi dica, dottoressa Malfatti, lei deve essere una psicanalista di fama… convegni, studio privato, una lista clienti zeppa di gente importante…

ELENA: No, non faccio attività privata. Lavoro al consultorio: assisto i tossicodipendenti.

L.C.: Eh no! Qui c’è qualcosa che non va! Ha detto consultorio?

ELENA: Sì.

L.C.: Assiste i tossicodipendenti?

ELENA: Sì.

L.C.: Niente studio privato?

ELENA: No.

L.C.: Niente convegni?

ELENA: No.

L.C.: Niente lista clienti…?

ELENA: No, le ho detto di no, quante volte glielo devo ripetere!

L.C.: E no, perdiana, qui mi si inganna ancora una volta! Vorreste farmi credere che, oltre a me, vengono rapiti un… bidello… ed un’infermierina da consultorio?

ELENA: Psicologa, prego.

L.C.: E’ uguale, non ha una lira lo stesso. (Guardandoli entrambi ad intermittenza, con frequenza sempre maggiore) Vi siete messi d’accordo! Siete due attori, eh? Volevate farmici cascare, eh? Chi sono i vostri complici?

MARCO: Eccolo che ricomincia.

L.C.: Tu parlerai solo quando sarai interrogato, caro il mio… bidello! Dove sono i vostri complici? 

MARCO: Gliel’ho detto duecento volte, non ho nessun complice, sono qui come lei!

L.C.: Come me? Ehi, piano con le offese, eh? (Verso Elena) E tu, volevi sedurmi, eh? Ti hanno mandato perché usi le tue armi migliori? Allora forza, fammi vedere quello che sai fare!

ELENA: Non mi tocchiii! Non mi tocchiii!

L.C.: Io non ci capisco più niente, ho la testa che mi scoppia, devo sedermi, devo sedermi, devo… (sviene, Marco ed Elena si precipitano a soccorrerlo)

Buio.

SCENA SECONDA

Elena e Marco sono seduti, uno sulla panca di sinistra, l’altra su quella centrale, e mangiano del pollo con le patate. Luigi Carlo ha un terzo piatto sulle gambe, lo guarda ma non lo tocca.

MARCO: Hmm… però, in fin dei conti, non è male… avete sentito che buone le patate, sono croccanti fuori e morbide dentro. Mi ricordo che mia nonna le faceva sempre …

L.C.: Ma per favore, la smetta di dire sciocchezze! Marco ammutolisce. Piuttosto (ad Elena), mi dica, erano proprio lì?

ELENA (che sta mangiando con una notevole voracità): Mmm, sì, erano lì, in quell’angolo.

L.C.: A un certo punto lei si è voltata, ed erano lì.

ELENA: Sì.

L.C.: E non era entrato nessuno.

ELENA: Mmm… già, nessuno.

L.C. (si alza e consegna a Marco il suo piatto): Tenga.

MARCO: Eh?

L.C.: Le ho detto tenga! Non penserà che me ne vada in giro per la stanza tenendo un piatto in mano?

MARCO: No, per carità.

L.C. lancia un’occhiataccia a Marco e va ad esplorare l’angolo indicato da Elena, in fondo a destra, l’angolo opposto a quello della porta.

MARCO: Ma non mangi così di fretta, le viene l’ulcera!

ELENA: Lo so, è che quando sono nervosa… (guarda Marco, poi riprende a mangiare). 

L.C.: Ora vorreste farmi credere che, mentre io ero svenuto, sono comparsi dal nulla tre piatti pieni di pollo con le patate, caldi fumanti, come se fossero appena usciti da una rosticceria! No, dico, ma ci rendiamo conto di quello che stiamo dicendo? Qui (prende ad esplorare l’angolo) non c’è traccia di nessuna apertura, non c’è una botola, non c’è un montacarichi, non c’è assolutamente niente! Com’è possibile che degli oggetti entrino in questa stanza se non ce li porta qualcuno? Signora, lei è proprio sicura che non sia entrato nessuno, anche per un solo istante?

ELENA: Le dico di no.

L.C.: Allora questo vuol dire una cosa sola. Siccome i nostri rapitori non sono né dei maghi né dei santi, ci deve essere un passaggio segreto da qualche parte, qui, nella parete. (Inizia a bussare ad ogni parete cercando di sentire la cavità). Insomma, fate qualcosa invece di stare lì a mangiare, cercate di coprire il mio rumore, parlate, parlate!

MARCO: Parliamo? (Timido) E… di che cosa parliamo?

ELENA: Bè, mi dica lei… siamo qui, chiusi in una stanza senza finestre, prigionieri, non sappiamo nemmeno se riusciremo a rivedere i nostri cari… di che vuole parlare? Del tempo, di sport, di cucina…

MARCO: Lei lo sa fare il pollo così? Che aromi usa?

ELENA (sbalordita): Il pollo? Il pollo? Ma… guardi, lasci perdere, è meglio…

Un silenzio.

L.C.: Ma cosa fate? Parlate, parlate, non vi fermate!

ELENA: Ci prova lei a trovare un argomento di conversazione con il signore, qui? Ho trovato: parliamo di lei.

Squilla un cellulare. Il suono viene dalla borsa che era nascosta sotto il lenzuolo. Elena lo cerca. L.C. si avventa su di lei e spegne il cellulare.

L.C.: Lei è una sconsiderata, è una pazza! Aveva un cellulare e non ci dice niente? Ma si rende conto?

ELENA: Non sapevo di avere la borsa con me.

MARCO: La prego, mi faccia telefonare ad Elisa.

L.C.: Ma quale Elisa ed Elisa, qui bisogna avvertire la polizia! Piuttosto, cerchi di capire dove siamo.

MARCO: E come faccio?

L.C.: Ma si faccia venire in mente qualcosa! Che pretende, che chiami la polizia e dica: siamo qui, chiusi in una cella di tre metri per quattro, veniteci a prendere? Non sappiamo neppure se siamo in Italia o siamo altrove…

ELENA (trasognata e malinconica): Il Perù…

L.C.: Come in Perù? E lei come lo sa?

ELENA: Io e mia sorella dovevamo andare in Perù. Si era appena laureata, la mia sorellina, e le avevo offerto un viaggio premio per la sua laurea.

L.C.: Vabbè, vedo che qui ognuno pensa ai cavoli suoi. (Digita il numero.) Pronto? Pronto? Non prende, dannato cellulare! Lui e tutti i telefoni del mondo! Riprova. Il numero di mia moglie, in qualunque paese siamo, deve per forza prendere! (Un nuovo tentativo fallito.) Che disastro! Che disastro! (Continua a provare camminando nervosamente per la stanza).

MARCO (avvicinandosi ad Elena, sottovoce): Vuole sapere quello che penso?

ELENA: Prego?

MARCO: Anche secondo me non è entrato nessuno, e qui non c’è nessun passaggio segreto. L’avremmo visto, no, anche per una sola frazione di secondo, sono sicuro che l’avremmo visto.

ELENA: Ma può essere entrato quando stavamo soccorrendo il signore svenuto, lì. Eravamo tutti e due di spalle, no?

MARCO: Lei forse, io ero di tre quarti, ne sono sicuro, e poi … 

ELENA: Poi cosa?

MARCO: Niente.

Un silenzio.

MARCO: Ma lei vuole davvero sentire la mia storia?

ELENA: Cosa?

MARCO: No, dico, davvero vuole che le parli di me?

L.C.: Non c’è campo. Non c’è campo. Non c’è campo, per tutte le barbe di commercialista!

MARCO: Che significa?

ELENA: Lasci stare, non si avveleni il cervello, con i tipi come lui non ne vale la pena.

L.C.: Ehi dico, potreste anche collaborare, invece di stare lì senza fare niente! Se sto cercando una via di uscita lo faccio anche per voi... (guarda prima Elena, poi, con disgusto, Marco) sì, insomma, mi sa che sono mosso da carità cristiana. (A Marco) Senta, se la polizia dovesse liberarci insieme, lei dica che stava in un’altra cella, che faceva parte di un altro rapimento. Occhei?

MARCO: Cosa?

L.C.: Sì, insomma… che l’avevano messa in un’altra cella, che faceva parte di un altro turno.

MARCO: Eh, certo, qua stiamo al villaggio vacanze! Fanno i turni, per i rapimenti… 

L.C.: Mi scusi, ma a lei che gliene frega se io cerco di salvaguardare la mia immagine? Tanto, una volta libero, lei non dovrà preoccuparsi di altro che di dimenticare questa brutta avventura, no?

MARCO: Sì, ma qui parliamo di liberazione, a me sembra che stiamo mooolto lontani. Questo posto è pieno di cose strane. Per esempio, avete notato che non si sentono gli odori?

ELENA: Come sarebbe a dire?

MARCO: Io non riesco a percepire nemmeno il minimo odore… persino il pollo…

L.C.: Sarà stato un pollo sintetico…

MARCO: Normalmente gli oggetti, i vestiti, la pelle, persino le pareti, emanano degli odori. Io non sento assolutamente niente. 

ELENA: E’ vero.

L.C.: Signori, vi prego, non facciamoci trasportare dall’emotività. Ra-zio-na-li-zzia-mo, va bene? Ci troviamo qui dentro in tre, non ci siamo mai conosciuti, non abbiamo nulla o quasi in comune, probabilmente è stata la stessa mano a portarci qui. Giusto?

ELENA e MARCO: Giusto.

L.C.: Io svengo. Mentre sono lì svenuto, all’improvviso si materializzano dei polli, senza che in questa stanza ci sia la minima apertura… non ci sono passaggi, siamo sigillati qui dentro. Non si sentono odori. All’improvviso squilla il cellulare di una signora che non ricordava neppure di avere la borsa con sé; il cellulare squilla ma questa stanza è completamente isolata, non passano onde, non passa nulla. Come ha fatto a squillare? E’ chiaro!

MARCO: E’ chiaro?

L.C.: E’ chiaro che qui siamo in presenza di una cosa ben nota alla scienza psichiatrica: allucinazioni! Abbiamo solo immaginato di mangiare il pollo, di sentire il suono del cellulare, e compagnia bella! E dal momento che queste allucinazioni, se uno non ce le ha da sé se le deve far venire, c’è solo un modo per farsele venire.

MARCO: Quale?

L.C.: Ma attraverso le droghe, amico mio, attraverso gli allucinogeni, gli acidi, le droghe sintetiche… ed è chiara anche un’altra cosa.

ELENA: Quale?

L.C.: Che per imbottirci di sostanze stupefacenti, e per disorientarci in questo modo, per solleticare tutti i nostri nervi e farci sentire degli idioti, avevano bisogno di qualcuno che li aiutasse, che li aiutasse dall’interno, insomma… di una talpa! 

MARCO: Ma no!

L.C.: Ma sì, le dico, e chi meglio di qualcuno che conosce la psiche umana e che si occupa di tossicodipendenti? (va verso Elena)

ELENA (estrae una rivoltella dalla borsetta e la punta contro L.C.): Non mi tocchi!

MARCO: Elena?

L.C.: Eh già, è proprio lei il complice dei rapitori, la guardi bene in faccia! Non ci avevo creduto neppure per un attimo alla storia della borsetta… poi, a pensarci bene, io sono svenuto quando mi sono avvicinato a lei… ma a me non la si fa, cara mia! 

ELENA: Invece lei non ha capito proprio niente!

L.C.: Ah sì? E allora mi spiega una psicologa che ci fa con una pistola nella borsetta?

ELENA: Provi a lavorare lei in mezzo ai tossicodipendenti mattina e sera e poi me lo viene a raccontare! Guardi che ha preso un abbaglio colossale… io sono qui come voi. 

MARCO: E se fossimo morti?

L.C.: Ma non diciamo baggianate, per favore! E lei, mi tolga quella rivoltella di dosso!

MARCO: No, dico sul serio, mettiamo che siamo tutti e tre morti nel sonno.

L.C.: E che da morti si mangia e si beve, si sentono i sapori? Forse da morti ci si arrabbia e ci si esaspera? La vede questa vena qui (indica la fronte), sono bello pieno di sangue, e non credo che scoppierei di salute, stessi nell’aldilà…

Elena esplode un colpo verso il soffitto. Si staccano dei pezzi di calcinaccio. L.C. con un balzo le è sopra e le strappa l’arma.

L.C.: Questa la prendo io.

ELENA: Faccia pure, tanto è a salve, la uso solo per spaventare i malintenzionati, non sono mica una violenta, io.

L.C.: Maledetta, mi ha fatto prendere un accidenti. Comunque la pistola la tengo io, non si sa mai. Lei stia attenta, la tengo d’occhio sa? La tengo d’occhio, ne ho fatte di vedette io… Mentre parla si addormenta su una panca.

Buio.


SCENA TERZA

Marco ed Elena sono seduti l’uno accanto all’altra sulla panca centrale. Elena mostra a Marco delle foto. Luigi Carlo dorme sulla panca di destra.

ELENA: …e questa è la mia sorellina.

MARCO: Carina.

ELENA: Sì, è un amore. E’ la mia unica consolazione. Sai, abitiamo insieme, e quando torno a casa la sera, dopo una giornata faticosa, vedere lei è come entrare in un’altra dimensione, mi fa sentire più leggera, mi aiuta a dimenticare le brutture della nostra vita. Io me ne starei sempre nella mia stanza con i miei libri. Lei invece… è piena di gioia di vivere, non ha paura di niente…

MARCO: Devi amarla davvero molto.

ELENA: Nacque quando avevo undici anni, un’età nella quale non si sa bene se si può ancora restare legati ai giochi dell’infanzia o se si deve correre forte, verso il mondo adulto che ci attende con tutte le promesse di un’esistenza felice… nacque in un giorno di aprile, c’era il sole… io tornavo da scuola ed ero contenta, sapevo che la mamma mi avrebbe preparato i tortellini con la panna, che mi piacevano tanto… invece quando arrivai trovai mia zia ad attendermi… “dov’è mamma?” le dissi… “non ti preoccupare, sta bene, tornerà presto, vieni in casa che ti ho preparato una cosa buonissima”. La “cosa buonissima” era un minestrone, per giunta senza pasta. Io odiavo il minestrone… così l’arrivo di mia sorella fu segnato da una rinuncia. Ma perché ti sto raccontando tutte queste cose?

MARCO: Boh! Forse perché… anch’io, del resto… 

ELENA: Ad ogni modo, adesso è diverso, lei è la mia luce, il mio riparo, il mio conforto… 

MARCO: Eh già, capisco… (Un silenzio). Ti piacciono i boschi?

ELENA: Sì, io adoro i boschi. Prima che nascesse la mia sorellina io e i miei genitori facevamo delle grandi passeggiate nei boschi. Riconoscevo gli alberi. Adoro il leccio, l’acero, e poi… l’odore della terra dopo la pioggia… quante volte ho sognato di rotolarmi tra le foglie bagnate, e impossessarmi di quell’odore… ma poi non ne avevo il coraggio… il piacere del contatto con la terra era meno forte della paura che avevo delle terribili reprimende di mio padre. 

MARCO: Io l’ho fatto.

ELENA: Cosa, hai fatto? 

MARCO: Mi sono rotolato in mezzo alle foglie bagnate di fresco. Mi toglievo i vestiti e mi piegavo poco a poco, per gustarmi di più il momento del contatto… l’odore della terra saliva piano piano verso le narici… fino a quando non riuscivo a trattenermi, e mi gettavo prono, a raccogliere l’abbraccio della natura. Avevamo una casa in collina, vicino a una pineta, ed io portavo il mio fratellino a scoprire il mondo. I miei erano tranquilli se c’ero io. Lui si divertiva tanto a fare pipì sulle foglie, gli piaceva il rumore, faceva pipì e rideva, rideva, rideva, era la gioia in persona. 

ELENA: Sì, va bene… ma adesso? Che succederà? Parlare non ci permetterà di uscire da qui, non ci farà rivedere i nostri cari. Ho paura. (D’improvviso, ha lo sguardo fisso, l’espressione a metà tra il malinconico ed il trasognato). Che farò? Che farò in questi campi…

MARCO (declama, ma con estrema semplicità): Che farò in questi campi? (Elena lo guarda, incredula. Lui le sorride, con aria complice). 

Che farò in questi campi, 
cogliendo nidi e rami, 
circondato dall’aurora
e pieno di notte il cuore!

ELENA (con stupore): Conosci Garcia Lorca?

MARCO (continuando): Che farò se i tuoi occhi sono morti alla luce
e la mia carne non può sentire
il calore dei tuoi sguardi! 

E’ il mio preferito. Sai, mentre i ragazzi sono a lezione, i miei colleghi giocano a carte o leggono il giornale. A me, piacciono le poesie. E’ sempre stato così, fin da quando ero piccolo. Sono stato preso dal morbo… 

ELENA: Hai ragione, è proprio un morbo, quasi non puoi farne a meno…

MARCO (continuando a declamare, ma con maggiore intimità, rivolto verso Elena): Perché ti ho perduta per sempre in quella chiara sera? 
Oggi il mio cuore è arido come una stella spenta.

Elena si avvicina a Marco con la testa, sembra quasi voglia baciarlo, poi si riprende, ed assume il contegno originario.

ELENA: La poesia è anche una grossa consolazione, per una che fa il lavoro che faccio io… alla fine, sai… è strana la vita. Da adulta sono arrivata ad odiare la pioggia… io… ci pensi? Persino in città avevo una ragione per amare la pioggia, sapevo che mi sarei bagnata, e che, una volta tornata a casa, la mamma mi avrebbe messo in una vasca piena d’acqua calda e poi… mi avrebbe messo il borotalco… una nuvola di borotalco… invece, adesso, quando piove arrivo al consultorio con i piedi bagnati, mi sento umida, ho freddo… e quando incontro i miei pazienti... loro non hanno più niente dentro. Niente. Solo una grande voglia di prendere la loro dose quotidiana di schifezza. Ho freddo, ho tanto freddo.

Marco la abbraccia.

ELENA: Sai cosa mi succede, a volte? Che ho paura, ho una terribile paura di non riuscire a controllare le mie emozioni. Mi rendo conto che può sembrare strano, se pensi che sono una psicologa; dovrei conoscere le emozioni, essere in grado di dominarle… invece, la conoscenza non ti aiuta, anzi… ho paura della mia paura…

MARCO: Qual è il tuo animale preferito?

ELENA: Il mio animale preferito? Penso… il cane, mi hanno sempre fatto tanta compagnia, i cani.

MARCO: A me piacciono gli elefanti.

ELENA: Ah sì?

MARCO: Sì, fin da quando ero piccolo. Sono animali misteriosi, gli elefanti. Ci pensi l’effetto che fanno sui bambini? Un bambino fa fatica a capire che età ha un elefante. Un cucciolo di leone, di tigre, di rinoceronte, si vede che è un cucciolo. Un cucciolo di elefante è già immenso, è sproporzionato rispetto agli altri cuccioli. L’elefante è un animale grande, forte, e al tempo stesso buono, saggio. Sa stare in gruppo e da solo. E’ uno degli animali più socievoli che esista. Un gruppo di elefanti non è il branco, è qualcosa di più. E’ come una piccola comunità. Poi, un bel giorno, gli elefanti partono, lasciano il loro paese. Nessuno sa dove vanno, nessuno sa perché hanno preso questa decisione. Nessuno conosce la loro meta.

Nel mentre, Luigi Carlo si sveglia e, senza che gli altri due lo vedano, osserva la scena.

L.C.: Bè, vedo che qui non si perde tempo! Mi compiaccio!

Elena e Marco si distaccano, imbarazzati.

ELENA: Ma no, cosa ha capito? E’ molto umido qui…

L.C.: Sì, è umido… non si preoccupi, che adesso ci facciamo portare una stufetta… e lei, che tanto spasimava per la sua Elisa, lì? L’ha dimenticata presto, vedo… ma non mi dica niente, io scherzo, sono uomo di mondo, io… so come vanno certe cose.

MARCO: Quali cose?

L.C. (lo guarda mentre Marco ha assunto un’espressione interrogativa): Mi dica un po', ma lei c’è o ci fa? Comunque, ho capito… voi siete due poveri disgraziati coinvolti per caso nel mio rapimento. Almeno non starò solo.

MARCO: Ah, grazie tanto!

L.C.: Non se la prenda, su. Bisogna saper accettare i propri limiti e rispettare le differenze di ceto. Non sono io a dirlo. E’ la società che lo richiede, non ci si può fare niente. Prenda me, per esempio. Avrei mai potuto fare il bidello, io? (Nessuno risponde). No, non avrei mai potuto fare il bidello. E perché? Perché ho altre qualità, altri mezzi, cari miei… ed ero destinato a grandi cose, grandi obiettivi. Niente, dico niente succede per caso.

MARCO: Davvero? Se niente succede per caso, mi spiega perché ci troviamo tutti e tre qui? Qual è il motivo? Non mi dica ancora che è perché siamo rimasti coinvolti nel suo rapimento… non regge… non regge proprio. Abitiamo in tre città diverse, io sono di Roma, la signora viene da Ferrara, e lei…

L.C.: Da Padova.

MARCO: Ecco, lo vede? Non c’è nessun legame, nemmeno geografico, non può nemmeno essere successo che ci trovavamo nello stesso luogo e siamo stati presi tutti e tre per un banalissimo errore… ora siamo qui, che lo vogliamo o no. 

ELENA: Io continuo a non capirci niente.

MARCO: Evidentemente qualcuno ha voluto che stessimo qui tutti insieme.

L.C.: Ah insomma, che adesso un bidello si metta a fare ragionamenti fini mi sembra francamente troppo… 

MARCO: Sto solo facendo delle ipotesi...

L.C.: E poi qui comincia a fare veramente freddo. (Va verso la porta). Ehi voi, maledetti, mi sentite? Fa freddo! Ci portate delle coperte, qualcosa, o volete che moriamo congelati?

ELENA: Bastaaa! Smettetela, tutti e dueee! Ho paura, ho pauraaa!

Marco va verso di lei per tranquillizzarla. 

MARCO: Non ti preoccupare, stai calma, ci sono qua io. Vedrai, non ci tratterranno molto…

ELENA (tra le lacrime, ma parzialmente tranquillizzata): Ah sì? Un silenzio. Ma… scusa, tu come lo sai?

MARCO: No, è che… no, prima stavo solo scherzando, lo facevo per infastidire un po' il nostro “condomino”, ma è certo che è lui che hanno voluto rapire, eh… poi, figurati se uno così non trova subito i soldi… voglio dire, figurati se la famiglia…

ELENA: Ma che cos’hai? Stai sudando?

MARCO: No, non è niente. Niente.

L.C. (verso Elena): Mi permetta, ma lei non è un po' troppo fragilina per fare la psicologa?

ELENA: Che cosa intende, scusi?

L.C.: No, dico… lei mi sembra suscettibile, debole di nervi per giunta…

ELENA: Venga a lavorare dove sto io… le basta una mezza mattinata ed è pronto per l’elettroshock, mi creda. Fragilina… ma come si permette? Ma chi la conosce, poi?

L.C.: Eeeeh, quante storie! Non se la prenda per così poco… è che se io dovessi assumere un nuovo direttore commerciale, certo non prenderei uno che quando vede i fornitori se la fa sotto dalla paura…

ELENA: Ma che razza di esempio è?

L.C.: No, dicevo così, per dire… (A Marco) senta, venga qui, mi aiuti… 

MARCO: A fare cosa?

L.C.: Mi aiuti, le dico! Voglio solo cercare di capire perché fa tanto freddo… le pareti sono gelate, secondo me stiamo in un capannone, esposti alle correnti… venga, che voglio vedere su nel soffitto, c’è un forellino, voglio vedere se dà sull’esterno… 

Marco si avvicina, si inginocchia e Luigi Carlo gli sale a cavalcioni. Marco si alza in piedi e Luigi Carlo inizia a scrutare. 

L.C.: E’ tutto buio! Non si vede un fico secco! Mah, aspetti, mi faccia vedere più in là…

Marco nello spostarsi cade e rovescia Luigi Carlo.

L.C. (è per terra sdraiato): Ahi, che botta! Ahhhhhhh, che dolore! (Comincia a fremere ed a dibattersi, mettendosi una mano sul petto. Marco gli si avvicina e comincia a praticargli un massaggio cardiaco. Luigi Carlo dà segni di ripresa). Che dolore… adesso va meglio… grazie.

MARCO: Dovere.

L.C.: Ma cosa mi ha fatto?

MARCO: Le ho praticato soltanto un massaggio cardiaco, ha avuto delle fibrillazioni… niente di grave, ma va curato.

L.C.: E’ vero, io soffro di cuore, ma lei… come fa a sapere tutte queste cose?

MARCO: Mi diletto di medicina. Sa, mio padre era medico, ho avuto sempre tanti libri per casa…

L.C. (stupito, ancora disteso per terra): Suo padre era medico? E come mai non ha… come mai ha fatto…

MARCO: Ah, vuole sapere com’è mai possibile che un giovane che viene da una famiglia che si presume agiata, (detto volutamente con enfasi) che dovrebbe avere l’opportunità di fare un lavoro di prestigio, remunerativo, si trova ad intraprendere un’attività socialmente negletta? In altri termini, vuole sapere com’è possibile che il figlio di un medico finisca a lavare i cessi?

L.C.: Ecco… sì.

MARCO: Ma perché io non do importanza alla posizione sociale, il lavoro che faccio mi piace.

L.C.: Le piace?

MARCO: Sì, ho un rapporto splendido con i ragazzi e questo mi appaga. Mi dica, con la massima sincerità: le capita mai di sentirsi solo?

L.C.: Ehmm…

MARCO: Allora?

L.C.: Qualche volta… 

MARCO: Lo vede? A me non succede mai… grazie ai miei ragazzi…

L.C.: Senta, io non ho voglia di stare qui ad ascoltare le sue stronzate, ho troppo freddo. Devo trovare una soluzione. (Inizia a correre per la stanza).

ELENA: Ma che fa?

L.C. (continuando a correre): Non lo vede? Non lo vede? Non lo veedeee che cosa sto facendo? Sto dipingendo un bel quadro e, allo stesso tempo, organizzo una riunione e mangio una mela!

ELENA (spaventata): Marco!

L.C. (correndo): Non si preoccupi, cara mia, non sono impazzito, sto solo cercando di non morire di freddo.

MARCO: Ma si fermi, non le fa bene, con quello che ha appena avuto…

L.C.: “Non le fa bene, non le fa bene”, gnagnagna gnagnagna… mi fa ridere, mi fa! Piuttosto, venga qui anche lei, mi faccia vedere quello che sa fare, mostri che sa essere uomo (afferra Marco ed inizia a fare delle flessioni, esortandolo a fare altrettanto. Marco lo segue).

ELENA: Marco! Marco! Marcooo!

L.C. (continuando a fare delle flessioni): Ma le si è incantato il disco, a quella là? Dica un po', l’ha davvero conquistata, eh? Bravo, mi sembra che lei abbia la stoffa giusta… e… in fin dei conti… è pure simpatico!

ELENA: Marco, ma che fai, l’assecondi? Marco non risponde. Marco, non ci posso credere, dai retta a questo pazzo?

L.C. (con noncuranza, rialzandosi): Bè, credo che possa bastare, adesso. (A Marco, che si rialza insieme a lui) Bravo, si è fatto valere… mi dica un po'… dove l’ha fatto il militare?

ELENA: Marco, non è possibile, come puoi non vedere che quest’uomo sta diventando pazzo? 

L.C.: Senta, carina, andiamoci piano con gli insulti. Qui se c’è qualcuno che comincia a dare di matto è proprio lei, con i suoi isterismi e i suoi urletti.

ELENA: Non è vero! Non è veroooo! (Colpisce con dei pugni Luigi Carlo, il quale cerca di proteggersi con l’avambraccio. Marco interviene e la ferma).

MARCO: Su, calmati, calmati adesso. Non c’è niente di cui avere paura, nessuno ti farà del male, nessuno.

ELENA: Ma lui (indica Luigi Carlo) sta impazzendo, non lo capisci, e farà impazzire anche noi… dobbiamo correre ai ripari, dobbiamo neutralizzarlo… tu mi devi aiutare, tu devi farlo, Marco…

MARCO: Faremo tutto quello che è necessario, stai tranquilla. Vedrai, Elena, ne usciremo, prima o poi dovremo uscirne.

ELENA: Ma quando?

MARCO: Adesso però, se permetti, vorrei farmi un riposino. Sono stanco, sono davvero molto stanco. (A Luigi Carlo, indicando la panca centrale, sulla quale si è già seduto). Le dà fastidio se mi allungo qui? 

L.C.: Guardi, gliela cedo volentieri. Semmai, facciamo un contrattino quando si sveglia, eh? 

ELENA (seduta sulla panca di sinistra, si stringe le ginocchia con le braccia, in una posizione quasi da autistica; tra sé): Come sarebbe bello lasciarsi andare. Sì, appoggiare la testa, sentire che il corpo a poco a poco si abbandona, il calore delle coperte, il fresco delle lenzuola. Sarebbe davvero bello, sì. Mi sveglierò e tutto questo sarà finito. Vedrò il viso sorridente della mia sorellina. Le farò una carezza. Mangeremo insieme, faremo colazione insieme. Voglio mangiare le fragole. Sì, voglio delle fragole, rosse… rosse. Poi andremo al mercato delle pulci. Domani c’è il mercato delle pulci. Voglio comprare dei vasi. Zia Marta aveva sempre tanti fiori. Non lo feci apposta. Non lo feci apposta a farle cadere il vaso. Tutti se la presero con me. Ma io non l’avevo fatto apposta. Papà mi tenne rinchiusa. Puzzava, la stanza di Zia Marta. C’erano solo mobili vecchi. Era un ripostiglio, in effetti. Lì non c’erano fiori. Non volevo farlo cadere, il vaso. (Quasi si risvegliasse da un torpore, a Luigi Carlo) Lo so cosa sta pensando. Si sta chiedendo com’è possibile che una professionista, una che lavora tutti i giorni con gli squilibrati, con gli psicopatici o con i tossicodipendenti, perda così facilmente il controllo…

L.C.: Ma guardi che io…

ELENA: …lo so, lo so che sta pensando questo, lo capisco da come mi guarda, la smetta di guardarmi così. La smetta.

L.C.: Senta, signora, io non sono abituato a scervellarmi per delle domande insulse, a chiedermi il perché e il percome di tutto quello che mi circonda, altrimenti diventerei pazzo. Io sono abituato a produrre, uso la testa per risolvere i problemi più immediati e per costruire il futuro, mio e della mia famiglia. E’ questo quello che mi interessa. Il resto, le riflessioni sottili, i ragionamenti da professoroni universitari, il resto lo lascio a voi intellettuali. Mi segue?

ELENA: C’è qualcosa che non va nel suo discorso.

L.C.: Come sarebbe a dire? Fila alla perfezione.

ELENA: Da bambino, le hanno mai affidato un animale domestico? Che so, un cane, un gatto, un canarino?

L.C.: No, mio padre detestava gli animali. Diceva che sono soltanto delle perdite di tempo.

ELENA: Eh già, il tempo.

L.C.: E poi, mia madre non sopportava gli odori. Ma mi scusi, a lei che gliene frega?

ELENA: Gli odori. Certo, capisco. Ma lei lo sa quanto è importante per un bambino essere responsabile di un’altra creatura? Dovergli dare da mangiare, farlo giocare, portarlo a fare i bisogni... vivere tutti i giorni con un esserino accanto che ti guarda con gli occhi spalancati, un esserino con un corpo caldo, un cuore che pulsa, e che dipende da te, che non potrebbe vivere senza di te. Lei lo sa quanto è importante tutto questo?

L.C.: No, francamente mi sfugge. 

ELENA:- Si impara a guardare al di fuori di se stessi. Quelli che una volta erano dei valori fondamentali sfumano, perdono gradatamente di importanza, per essere sostituiti da altri valori, che sono quelli del rispetto, dell’amore, della socialità.

L.C.: Ma di che diamine sta parlando? Che mi fa una lezione di psicologia adesso? Non abbiamo niente di meglio da fare?

ELENA: Guardi, glielo dico con parole semplici: lei si comporta come un bambino al quale non hanno mai regalato un cane. 

L.C.: Io? Un bambino? Ma come si permette?

ELENA: Lei evidentemente non si rende ancora conto… ci pensi un attimo: lei si trova qui, insieme a due persone che non ha mai visto, prigioniero in un luogo sconosciuto, senza sapere quale destino la attende, senza sapere se vivrà oppure no, senza avere la minima certezza; non ha nessuna possibilità di uscire da questo posto con le sue forze: lei non è solo. Si trova con altre due persone che sono nella sua stessa situazione, che, come lei, hanno paura, ma che hanno anche la speranza, esattamente come lei, che quest’incubo finisca presto. La sua unica ricchezza sono queste due persone: potrebbero diventare dei formidabili alleati. Potrebbe cercare di conoscerli. Potrebbe ascoltarli. Invece che cosa fa? Strilla, strepita, li disprezza, e poi si scioglie come un ragazzino quando uno dei due si mette a fare le flessioni con lei – eh sì, lo sa perché? Perché la prestanza fisica è uno dei pochi valori della sua vita, una delle poche cose che apprezza.

L.C.: Ha finito? Ma si rende conto di essere ridicola? E poi, chi la conosce?

ELENA: Appunto. La cosa che mi irrita è che lei non si interessa minimamente agli altri, men che mai ai suoi modesti compagni di sventura, è troppo impegnato ad incensarsi, ad adorarsi! Ma lo sa quante volte dice “io” in una frase? “Io” so, “io” voglio, io conosco, io, io io io. 

L.C. (sorride, poi, progressivamente, si libera in una fragorosa risata, che sembra spiazzare Elena): Ah ah ah ah!

ELENA: Che c’è da ridere?

L.C.: Ah ah ah ah! (ride sempre più rumorosamente).

ELENA: Ma insomma, faccia silenzio!

MARCO (si sveglia): Che c’è? Che succede?

L.C.: Niente, è che – ah ah ah ah – la sua amica è davvero spassosa, lo sa? Ha un cervello sempre in movimento, non si riposa mai, è sempre lì che guarda gli altri, è una specie di radiologa ambulante. Ha fatto la lastra anche a lei, sa? Sì, sì, sì, ha fatto la lastra a tutti e due… “gli altri”, “gli altri”, sempre “gli altri”, mai “se stessi”, sempre e solo “gli altri”, guardi, non mi ha affatto convinto con tutte le sue teorie psicoanalitiche, freudiane o come diavolo si dice… però devo riconoscere che lei è in gamba…

ELENA: Mi prende in giro, adesso?

L.C.: No, dico sul serio, mi piace il suo stile, signorina “gli altri”. Dica un po', ma se dovessimo uscire di qui, ci verrebbe a lavorare nella mia azienda?

ELENA: Nella sua azienda?

L.C.: Ma sì, mi manca qualcuno come lei, che sappia orientare i dipendenti, qualcuno che li sappia capire, insomma, perché io sono bravo a farmi rispettare, a farmi ubbidire, ma forse ha ragione lei, dovrei imparare a conoscerli, i miei dipendenti.

MARCO: Beh, stavolta mi sembra che abbiate davvero fatto pace.

ELENA: Ma, veramente, io…

L.C.: No, guardi, lasci fare a me. Penseremo dopo ai dettagli, adesso la cosa fondamentale è che ci siamo capiti… 

ELENA (guarda Luigi Carlo con un’espressione di sconcerto, torna verso la porta): Ma che faccia tosta… no, no, mi lasci stare, no, piuttosto vado a parlare con i rapitori… ma… è aperto! Mi sentite? E’ aperto! La porta è aperta!

L.C.: Ma che dice? (Va a controllare. Marco resta fermo). E’ vero! La porta è aperta, come ha fatto? 

ELENA: Non sono stata io, qualcuno l’ha aperta dall’esterno…

L.C.: Sì, adesso abbiamo dei rapitori gentili, che ci lasciano uscire e, magari, ci mandano un telegramma di scuse. Andiamo, non scherziamo!

ELENA: E’ così, le dico! La porta era chiusa a chiave prima, mi dovete credere! Mi sono avvicinata, ho girato la maniglia, e si è aperta… almeno tu, Marco, mi credi?

MARCO: Sì, Elena, ti credo.

ELENA (a Marco): Abbracciami, Marco, ho tanta paura!

L.C.: Bè, mentre voi vi scambiate effusioni, io vado a vedere che sta succedendo fuori.

ELENA: Non lo faccia, può essere pericoloso!

L.C.: Non è meno pericoloso restare qui, dove chiunque può entrare in qualunque momento e farci la pelle. Bisogna fare almeno un tentativo. (Prende le tre lenzuola, vi si avvolge). Se non mi vedete tornare entro un quarto d’ora, venitemi a cercare. Ma con molta prudenza. Diamine, non si vede un fico secco là fuori! (A Elena) Ah, volevo dirle una cosa prima di andarmene: il mio cane si chiamava Flipper, eravamo inseparabili, avevo anche un gatto col quale giocavo tutti i giorni, un pelosino di nome Spelacchio… (Esce).

ELENA: Che razza di… carogna! Ha giocato, ti rendi conto, ha recitato? Ma lo sapevo che non era così, non era così cinico e freddo come voleva apparire a tutti i costi. Comunque, volevo dirti una cosa, Marco. Non so cosa sarà di noi, non so se riusciremo a venirne fuori vivi, ma di una cosa sono certa: non ti dimenticherò, Marco, non ti dimenticherò. (Un silenzio). Ma perché, perché tutto questo? Non capisco.

MARCO: Evidentemente qualcuno ha voluto tenerci tutti insieme fino ad un certo momento.

ELENA: Ma perché? Che vogliono da noi?

MARCO: Sai, Elena, non sempre si possono dare delle risposte.

ELENA: Che vuoi dire?

MARCO: Quello che ho detto. Ora vieni qui, riposati, distenditi.

ELENA: Non mi trattare come se fossi una povera pazza! Tu sai qualcosa e non me lo vuoi dire! Tu sai perché ci hanno tenuti qua dentro, a insultarci, a scannarci l’uno con l’altro! E’ così? Dimmi, è così?

MARCO: Quando siete arrivati qui dentro tu e Luigi Carlo eravate talmente distanti, non ce l’avreste fatta nemmeno a bere un caffè insieme, non avevate la minima cosa in comune, tutto vi divideva, e l’avete mostrato fin dal primo momento. Era necessario che vi trovaste, che cominciaste a entrare l’uno nel mondo dell’altra. Io non ho fatto nient’altro che aiutarvi. Non ho nessun merito.

ELENA: Tu? Aiutarci?

MARCO: Un lungo cammino vi aspetta. Siete stati prescelti per percorrerlo insieme. Non avreste mai potuto sopportarlo senza questo piccolissimo aiuto. Adesso vi conoscete, i vostri mondi, per quanto ancora lontani, si parlano. 

ELENA: Che significa? Di quali mondi parli? Ma che delirio è mai questo?

MARCO: Non è un delirio, è la verità. Dovrete fare un lungo percorso insieme.

L.C. (rientrando, con voce affannosa e pallido come un cencio): Non è possibile, non è possibile!

MARCO (liberandosi dalla presa di Elena): Che cosa, non è possibile?

L.C: Ho camminato per un’ora e mezza almeno…

ELENA: Ma quale ora e mezza, non sono nemmeno cinque minuti che è uscito!

MARCO: Lascialo continuare, Elena.

L.C.: Non ho trovato niente, non c’è una strada, non c’è una luce, un albero, un suono, un filo d’erba, un sentiero, un animale, un soffio di vento, non c’è altro se non questa porta, questa maledetta porta… fuori c’è…

MARCO: …il nulla!

L.C. (tremando): E’ così, c’è il nulla! 

Un silenzio. Elena lancia un urlo. Marco accorre.

MARCO: Dai, Elena, non fare così. Non è il caso, non è il momento, non è il momento, calmati. Adesso siamo qui tutti e tre, questo è quello che importa. Dobbiamo andare.

ELENA: Ma allora noi siamo…? Tu sei… ?

MARCO: Shhh...

Marco afferra gli altri due per la mano e li conduce fuori.


FINE PRIMO ATTO


AVVERTENZA

Tra il primo e il secondo atto devono passare non più di cinque minuti, necessari unicamente al cambio di scena. Gli spettatori non dovrebbero lasciare i loro posti. Tale accorgimento è necessario per permettere loro di non perdere la concentrazione necessaria a raccordare mentalmente l’azione del secondo atto a quella del primo.


SECONDO ATTO


SCENA UNICA

Interno di una trattoria. Alcuni tavoli non sono ancora stati sparecchiati, il bancone del bar sulla destra sembra abbandonato. Sulla destra, una scala porta al piano di sopra. Un uomo entra, con una busta di plastica in testa, e corre in tondo per la stanza, mimando un aeroplano.

CARLO: Brrrrrrrrrrr… (Si ferma, poi sembra posizionarsi sulla “pista” e comincia a prendere una forte rincorsa, quasi volesse veramente decollare). Brrrrrr…

Nel frattempo, una donna sui trentacinque anni, con un grembiule legato intorno alla vita, è entrata nella stanza, ha osservato la scena in silenzio ma esprimendo un certo disappunto; prevedendo la traiettoria dell’”aeroplano”, si piazza in mezzo alla stanza. La donna dovrà essere la stessa attrice che ha impersonato Elena nel primo atto. L’aeroplano prende la rincorsa e va a sbattere contro la donna.

NICOLETTA: Carletto, Carletto, basta eh! Basta adesso!

Carlo fa finta di niente e riprende a fare l’aeroplano. Nicoletta è costretta a corrergli dietro e bloccarlo.

NICOLETTA: Insomma, Carletto, quante volte te lo devo dire che non ti devi mettere le buste di plastica in testa, eh? (Slaccia il nodo alla base della busta di plastica, che sfila dalla testa di Carlo. L’attore che interpreterà Carlo dovrà essere lo stesso che ha impersonato Luigi Carlo nel primo atto, ma nel secondo atto dovrà sembrare più giovane, intorno alla trentina. Carlo appare subito come un ragazzo con dei problemi psichici). Guarda che soffochi a metterti le buste di plastica in testa. E’ così che pensi di aiutarmi, eh? 

CARLO: Ma tu lo sai come fanno gli aeroplani?

NICOLETTA: No, sentiamo, come fanno gli aeroplani?

CARLO: Io lo so come fanno gli aeroplani, fanno brrrrrr… (Si libera dalla presa di Nicoletta e ricomincia a correre per la stanza).

NICOLETTA: Sì, Carletto, ho visto come fanno gli aeroplani, basta adesso però eh? Carletto! Carletto, fermati, ti prego!

CARLO: Non posso, non ho ancora finito il volo, devo ancora atterrare. Ma tu che ne sai di queste cose, sei una femmina!

NICOLETTA: Sì, hai ragione Carletto. Allora, sentiamo, tra quanto tempo è previsto l’atterraggio?

CARLO: Non lo so, devo chiederlo al comandante, io mica sono il comandante, sono l’aereo!

NICOLETTA: D’accordo allora, chiedilo al comandante.

CARLO: Allora lo chiedo al comandante, eh?

NICOLETTA: Sì, Carletto, chiedilo al comandante, per favore.

CARLO: Comandante, quand’è che atterriamo? Ah, ho capito. 

NICOLETTA: Allora?

CARLO: Tra due giorni e mezzo, così ha detto il comandante.

NICOLETTA: Va bene Carletto, ora basta.

CARLO: Ma stiamo facendo il giro del mondo! Mica lo fai in dieci minuti il giro del mondo… brrrrr… ma certo, e che ne sai tu, sei una femmina!

NICOLETTA: Basta, Carletto, ne ho abbastanza adesso. (Lo blocca).

CARLO: Ma insomma che vuoi da me, parlane al comandante! Non sono io che decido, io sono solo l’aereo!

NICOLETTA: Sì, hai ragione, ora vieni qua e siediti, ti devo parlare.

CARLO: Ma come faccio, mica mi posso fermare, con tutti i passeggeri a bordo, poi se la prendono con me!

NICOLETTA: Ci parlerò io, con i tuoi passeggeri, ora calmati.

CARLO: Ma poi potrò ripartire?

NICOLETTA: Certo, potrai ripartire e finire il tuo viaggio intorno al mondo.

CARLO: Sì, il viaggio intorno al mondo! E’ bello in alto, sai? E’ fresco, c’è tanto vento… sbatti la faccia contro le nuvole, qualche volta incontri gli uccelli, ma noi aeroplani siamo molto più veloci degli uccelli… sì, ma è inutile che te ne parlo, tanto tu non ne capisci niente, sei una femmina!

NICOLETTA: Carletto, oggi verrà a trovarci qualcuno.

CARLO: Sì, quello che porta il pane, lo so. Mi piace tanto quando arriva, io mi nascondo sempre dentro il grande cesto con la farina, e faccio finta di essere un panino, mi faccio piccolo piccolo.

NICOLETTA: No, Carletto, non è quello che porta il pane, è qualcuno che non abbiamo mai visto.

CARLO: E chi è che non abbiamo mai visto? L’imperatore?

NICOLETTA: No, Carletto, lasciami parlare.

CARLO: Ah ho capito, deve essere un agente segreto, una spia. Ma non ti preoccupare, lo farò salire a bordo e farà il giro del mondo insieme a me… puzza?

NICOLETTA: Come, puzza?

CARLO: No, perché se puzza non lo posso far salire insieme a tutti i miei passeggeri, come faccio? Il comandante se la piglia con me! 

NICOLETTA: Carletto, adesso basta, per favore…

CARLO: Non ti preoccupare, Letta, lo farò salire lo stesso, andremo tutti insieme, e pure tu verrai con noi, faremo il giiiiirooooo del moondoooo (gira vorticosamente per la stanza), faremo una grande festa in cielo, ci ubriacheremo tutti, siiiiiiii tutti ubriachi ich ich ich andremooo forte forte forte forte forte forte forte forte forteeeeee…

NICOLETTA: Carlo, bastaaaa!

CARLO (improvvisamente triste, quasi in lacrime): Tu non mi vuoi bene, lo so, te ne approfitti, te ne approfitti, strega! Sei una strega!

NICOLETTA: Ma no, non fare così, Carlo, vieni qui…

CARLO: No, strega! Sei una strega! All’inferno devi andare, con tutti i diavoli che ti pungono coi forconi… all’inferno!

NICOLETTA: Carlo, no, davvero, io ti voglio bene, lo sai… te ne ho sempre voluto.

CARLO: Non è vero, tu non mi hai mai voluto bene, mi rubavi sempre le patatine…

NICOLETTA: Ma che c’entra, eravamo piccoli…

CARLO: Ecco, eravamo piccoli, e tu rubavi le mie patatine… eri piccola, eri una piccola strega! No, era la mamma che mi voleva bene, lei sì che mi voleva bene, mi comprava le patatine e i giocattoli l’aeroplano il gelato il camion i popcorn…

NICOLETTA: Certo, la mamma ti ha voluto molto bene, ma anch’io…

CARLO: Non è vero, da quando se ne è andata la mamma tu mi lasci sempre qui solo… qualche volta entra qualche signore e tu gli fai la pasta… ma poi se ne vanno, se ne vanno tutti… nessuno resta a giocare con me…

NICOLETTA: Carletto, vieni qui, vicino a me, lascia che ti abbracci…

CARLO: E poi l’ho visto come li abbracci certe volte questi signori che vengono… non mi piace come ti abbracciano, sono sporchi, puzzano, e fanno certi gestacci con la lingua, e poi salgono con te di sopra, e io resto di nuovo solo…

NICOLETTA: Carletto, oggi verrà un signore che non hai mai incontrato. Vieni qui, stai buono per un attimo. Ti prometto che poi giocheremo insieme.

CARLO: Non ho voglia di giocare con te!

NICOLETTA: D’accordo, andremo al parco insieme allora, e tu giocherai per conto tuo.

CARLO: Non mi va di andare al parco, là ci sono i bambini cattivi che mi tirano le pietre!

NICOLETTA: Carletto, insomma, stammi a sentire. A te piace questo posto?

CARLO: Quale posto, casa?

NICOLETTA: Sì… qua sotto, la trattoria, e poi le stanze di sopra…

CARLO: Eh, che dicevo io, casa! A me mi piace l’odore, mi fa venire voglia di mangiare… e poi… (va verso la scala e comincia a scendere e salire velocemente) posso salire e scendere dalle scale…

NICOLETTA: Carlo, torna subito qui! Ehmm… voglio dire… Carletto, ascolta, ci sono dei posti molto più belli di questo che tu non hai mai visto... potremo giocare insieme, ma non qui, qui è brutto, sporco… 

CARLO: E potrò tagliarti i capelli?

NICOLETTA: Come, tagliarmi i capelli?

CARLO: Sì, ti taglierò i capelli, come faceva quella signora con la mamma… ti taglierò la bella treccia, con le forbici lunghe lunghe ti taglierò la treccia. Taglia la treccia taglia (canta)

NICOLETTA: Sì, mi taglierai i capelli Carletto…

CARLO: Taglia la treccia taglia (continua a a cantare e, allo stesso tempo, mima l’atto di tagliare i capelli di Nicoletta: è dietro di lei, in piedi, e fa finta di brandire un paio di forbici con le quali taglia nervosamente, con gesti ripetitivi e meccanici) taglia la treccia taglia taglia la treccia taglia…

NICOLETTA: Hai capito quello che ho detto? Dovremo andare via da qui, non possiamo più restare… andremo in un altro posto, molto più bello, con tanta luce, tanto spazio, tanto verde…

CARLO: Io non voglio andare in un altro posto, voglio restare a casa. 

NICOLETTA: Ma anche il posto dove andremo sarà casa, vedrai, e ti troverai ancora meglio. Non vorrai più tornare indietro.

CARLO: No. Non voglio. Taglia la treccia taglia taglia la treccia taglia…

NICOLETTA (girandosi sulla sedia e alzandosi di colpo, tanto da spaventare Carlo): Carlo, ascoltami bene: questa non è più casa nostra. La trattoria, le camere di sopra, non sono più nostri.

CARLO: Non è vero, sei una bugiarda, come al solito! Bugiarda e strega!

NICOLETTA: Carlo, ti prego, non ricominciare…

CARLO: Bugiarda e strega!

NICOLETTA: Carletto, fratellino mio, calmati, vieni da me… ecco, così, lascia che ti spieghi. Così va bene, bravo. Rilassati, stai tranquillo… perché pensi che io non ti voglia bene, eh? Naso di patata! Allora, Carletto caro, oggi verrà una persona a trovarci, e tu dovrai fare il bravo, dovrai comportarti da grande. D’accordo?

CARLO: E’ un uomo?

NICOLETTA: Che importanza ha? Seppure fosse, ti devi comportare da grande e basta.

CARLO: E’ un uomo, lo sapevo, è uno nuovo! Che ci devi fare, ci giochi?

NICOLETTA: No, Carletto… 

Il telefono suona. 

NICOLETTA: Ti spiegherò dopo, resta qui, non ti muovere. (Esce di scena per andare a rispondere al telefono).

Carlo resta seduto solo un attimo, il tempo di assicurarsi che Nicoletta sia uscita. Dopodiché, si rimette la busta di plastica in testa e ricomincia a correre per la stanza.

CARLO: Di nuovo in pista! Vrmmm… Allacciare le cinture, si riparte! Vrmmm… Signori passeggeri, attenzione, è il comandante che vi parla, abbiamo un problema, l’aereo sta precipitando, non vi preoccupate, vi spiegherò dopo, restate lì, non vi muovete… (Ha smesso di girare per la stanza, indietreggia lentamente. Allo stesso tempo un uomo è entrato in scena, alle spalle di Carlo; avanza mentre Carlo indietreggia, finché Carlo viene a cozzare contro di lui. Carlo si volta).

LORIS (un uomo sui quaranta, in completo grigio, curato fino all’eccesso. L’attore che impersona Loris deve essere lo stesso che impersonava Marco nel primo atto): Tu devi essere Carlo. 

CARLO (guarda Loris, sembra volergli rispondere, poi, continuando a guardarlo fisso, indietreggia): Signori passeggeri, siete pregati di scendere, uno dopo l’altro, prima le donne e i bambini. Non correte, non vi preoccupate, vi spiegherò dopo.

LORIS: Come stai, Carlo?

CARLO: Chi sei? Un amico di Letta?

LORIS: Eh sì, sono un vecchio amico. Non ti ha parlato di me?

CARLO: Letta parla sempre, parla, parla, non sta zitta mai. Lei non vuole mai giocare con me. Mi sgrida quando gioco. Non mi fa mai uscire, e quando usicamo andiamo sempre al parco, e lì al parco ci sono i bambini che mi tirano le pietre. Una volta ne ho preso uno e l’ho picchiato forte forte forte, poi è arrivata Letta, poi sono arrivati il papà e la mamma del bambino, e hanno cominciato a urlare contro Letta e Letta ha risposto e tutti urlavano e gli altri bambini ridevano e io ero stanco e volevo tornare a casa e nessuno mi sentiva, e allora ho cominciato a urlare anch’io. Ho pianto tanto. Non mi piace il parco. 

LORIS: Hai un sacco di energia, vedo. Dì un po', Carlo, hai fame?

CARLO: Io ho sempre fame.

LORIS: Molto bene, Carlo, molto bene. Guarda cosa ho portato per te (estrae da una tasca una barra di cioccolato e la porge a Carlo).

CARLO: La cioccolata! Buona!

LORIS: Mangia, Carlo, mangia. Voglio che tu faccia tutto quello che hai voglia di fare, d’ora in poi.

Nicoletta entra in scena. E’ visibilmente contrariata nel vedere Loris parlare con Carlo.

LORIS (si alza in piedi): Buongiorno, mi chiamo Loris Capitani.

NICOLETTA: Nicoletta de Santis, ma gli amici mi chiamano Jasmine.

LORIS: Ah, Jasmine, che nome prezioso, il profumo dei fiori orientali, una fragranza di altri tempi, il muschio e l’ambra insieme non potrebbero eguagliare il profumo più sublime…

NICOLETTA: Stai zitto e siediti.

LORIS: Ah, se è così…

NICOLETTA: Carlo, vai a giocare di sopra, per favore.

CARLO: No, non voglio, voglio restare con il signore. Posso restare? Posso?

NICOLETTA: No, non puoi, vai a finire la tua cioccolata di sopra. Ti chiamerò io. 

CARLO: Ma perché, che ho fatto?

NICOLETTA: Carlo, non mi fare arrabbiare, per favore, vai di sopra!

LORIS: Poi giocheremo insieme, te lo prometto.

CARLO: Giocheremo anche all’aereo che precipita?

LORIS: Sì, giocheremo anche all’aereo che precipita.

CARLO: Promesso?

LORIS: Promesso.

Carlo rimette la sua busta di plastica in testa ed esce di scena, continuando a simulare il suono dell’aereoplano. 

NICOLETTA: Chi ti ha autorizzato a entrare? Chi ti ha autorizzato a parlare con mio fratello?

LORIS: Beh, la porta era aperta, ho bussato ma nessuno ha risposto, così sono entrato. In fin dei conti, avevamo un appuntamento, no?

NICOLETTA: Avresti dovuto bussare più forte, così ti avrei sentito. Ero al telefono.

LORIS: D’accordo, ho sbagliato, avrei dovuto bussare più forte e inviarti una richiesta in carta bollata per parlare con tuo fratello. Comunque, ora sono qui. 

NICOLETTA: Già, ora sei qui.

LORIS: Dove sono le analisi?

NICOLETTA: Non ho ancora parlato a mio fratello.

LORIS: Sono fatti tuoi. Voglio vedere le analisi. 

NICOLETTA: Stammi bene a sentire. Devo parlare a mio fratello, prima. Poi, vedrai tutte le analisi che vorrai. 

LORIS: Ma no, dico, ma come puoi pensare, come puoi immaginare che me ne vada senza le analisi? Guarda che io sono un professionista serio. Le analisi sono la base, il minimo indispensabile. Senza non si può fare niente. Dico, ma tu ci pensi ai miei clienti? Ma li hai mai visti in faccia i miei clienti? Perché se li avessi visti, ti renderesti conto che non posso presentarmi da loro e dire: “ No, scusate, le analisi non le ho viste, perché la sorellina doveva parlare con il fratellino, e il fratellino non voleva parlare con la sorellina, e allora la sorellina…”. Per un attimo, riesci a immaginare la reazione dei miei clienti? 

NICOLETTA: E i soldi?

LORIS: Quali soldi?

NICOLETTA: I soldi, la grana, la pecunia!

LORIS: Che faccia tosta! Si vede che non hai l’abitudine degli affari. Se avessi un minimo di esperienza, sapresti che non si deve mai chiedere troppo se non si è dato niente. Impara, cara Jasmine.

NICOLETTA: Ascolta, maiale. Non mi chiamare cara, perché non sono per niente cara, e se vuoi vedere le mie unghie non devi fare altro che chiederlo. Altro che cara. Non mi chiamare nemmeno Jasmine.

LORIS: Ma l’hai detto tu che ti chiami Jasmine…

NICOLETTA: …per gli amici! Tu chiamami signora de Santis, e basta.

LORIS: OK, signora de Santis e basta. Adesso preferirei parlare seriamente, se la cosa non ti disturba. Non sono venuto qui per niente. Sono due mesi che sono in contatto con il tuo amico Mauro per avere quest’appuntamento, e non voglio andarmene di qua senza avere qualcosa in mano.

NICOLETTA: Beh, che c’è, ti lamenti perché non hai avuto subito la pappa pronta? Se c’è voluto un po' di tempo, è perché abbiamo dovuto fare le analisi, prima.

LORIS: Ma certo, signora de Santis. Certamente. Chi te lo nega. Al contrario, hai fatto benissimo. Ora però, le voglio vedere, queste analisi, se non ti dispiace. Senza aver visto le analisi, non posso fare il prezzo.

NICOLETTA: Ma l’hai già visto, no?

LORIS: Sì, l’ho visto. E’ in piena salute, mi sembra. Ma non significa niente. Io vado sempre fino in fondo alle cose. Devo valutare, analizzare, ponderare, non posso fermarmi alle apparenze. Potrebbe essere, che ne so, che ha i trigliceridi alti. 

NICOLETTA: Ma no, non è vero.

LORIS: Magari fuma.

NICOLETTA: No, non ha mai fumato; ma l’hai visto bene? Pensi davvero che uno così possa mettersi a fumare?

LORIS: Non si sa mai. Magari di nascosto.

NICOLETTA: Ma non diciamo fesserie…

LORIS: Potrebbe avere un accenno di diabete. Oppure, potrebbe avere una funzionalità epatica ridotta. O ancora…

NICOLETTA: D’accordo, ecco le analisi, ma dopo facciamo il prezzo.

LORIS: Brava, che talento, che sangue freddo! Esaminiam le cartine, belle belle! Vediam come sta il piccolino, bello bello!

NICOLETTA: Mi fai schifo.

LORIS: Tu non sei migliore di me, bambina. Vediamo un po'… hmmm... il ragazzo ha davvero una salute di ferro. Passami le ecografie.

NICOLETTA: Quali ecografie?

LORIS: Come, non le hai fatte?

NICOLETTA: Ma no…

LORIS: Ma scusa, come vuoi che possa fare una valutazione completa se non vedo i reni, il fegato, i polmoni, il cuore! Santiddio, come faccio a capire, come faccio a fare un prezzo, me lo sai dire?

NICOLETTA: Lascia stare Dio, che in questa conversazione non c’entra un bel niente. No, non le ho fatte fare le ecografie.

LORIS: Beh, pazienza, vuol dire che ripasserò. Ma non sarà prima di un mese, ho molti appuntamenti.

NICOLETTA: Un mese? Stai scherzando? Io ho bisogno di quei soldi, ho bisogno subito di quei soldi!

LORIS: Dicono tutti così. 

NICOLETTA: Ma io sono rovinata se non ho quei soldi, lo capisci? Rovinata!

LORIS: Arrivederci. 

NICOLETTA: Loris non te ne andare. Loris, resta ancora un poco. Potresti, per esempio, visitare il mio fratellino, che ne so, misurargli la pressione, sentirgli i polsi, tastarlo, fare le cose che fanno i medici, insomma.

LORIS: Per fare che?

NICOLETTA: Ma è semplice, così ti potrai fare un’idea e potrai dirmi un prezzo. Mi basta un prezzo anche orientativo, così, per sapere. Dopodiché prenderò il mio fratellino e faremo tutte le ecografie di questo mondo, cuore, gola, testa, lingua, reni, tutto! Tutto! Dammi retta, Loris. Resta. Poi, il mio fratellino andrà a dormire, o si rimetterà a giocare, e noi potremo restare soli. Soli soli.

LORIS: Ho capito. E dopo dovrò farti il prezzo.

NICOLETTA: Esatto. Dopo mi farai il prezzo.

LORIS: No, con me non attacca. Ti ho detto che sono un professionista.

NICOLETTA: Pensaci bene (si avvicina a lui con fare estremamente seducente). Ci sono delle cose della vita che non hai ancora scoperto, Loris, credimi. Ci sono dei momenti che non hai ancora vissuto, e che vale la pena di vivere. Lasciati andare alle emozioni, Loris. 

Carlo è di nuovo in scena, in cima alla scalinata che porta al piano di sopra e guarda i due, inosservato, fino a quando Nicoletta si volta e lo vede.

NICOLETTA: Ah, Carlo, vieni che ti aspettavamo!

CARLO: Non è vero, non mi aspettavate, stavi facendo le cose sporche con il signore, come fai con tutti i signori che vengono qui e io non ci posso mai parlare e di sopra sto solo e mi annoio e ho finito la cioccolata e mi sono tutto sporcato…

LORIS: Vieni qui, Carlo, ne ho dell’altra, di cioccolata. 

CARLO (restando immobile sulla scalinata): Ma i coccodrilli mica mangiano la cioccolata? 

NICOLETTA: Vieni Carlo, non ricominciare.

CARLO: I coccodrilli aprono la bocca graandee graandee (mima con le braccia le fauci dell’animale) e mangiano tutto quello che trovano gli uccelli i pesci i cani i gatti le macchine le case le città tutto mangiano (scendendo precipitosamente dalle scale, si dirige verso Loris) anche i signori con il cappello mangiano… hmmm... buono signore tenero tenero.

LORIS (ridendo): E quando hanno finito di mangiare il signore vogliono il dessert, e allora camminano sulla riva del fiume… e cosa trovano?

CARLO: Cosa trovano?

LORIS: La giacca del signore che hanno appena finito di gustare. E cosa trovano nella tasca del signore?

CARLO (ridendo anch’egli): La cioccolata!

LORIS: Esatto, la cioccolata!

Loris estrae una barretta di cioccolato dalla tasca e la porge a Carlo, che cerca di prenderla ma non ci riesce. Loris fa finta di riporre la barretta, ma poi la dà a Carlo.

NICOLETTA (a Carlo, cercando di afferrarlo): – Dammene un po', Carlo, non vorrai mangiarla tutta da solo?

CARLO: Nooo, lasciami stare!

NICOLETTA: Lo dico per te, Carlo, dopo guarda che stai male!

CARLO (riuscendo a divincolarsi e a poter gustare da solo il cioccolato): Non mi hai preso, non mi hai preso, non mi hai preso!

Nicoletta torna a sedersi, stizzita. Loris guarda la scena e sorride.

NICOLETTA: Perché ridi sotto i baffi, adesso? Ci sfotti pure?

Loris non risponde.

NICOLETTA: Ma guarda che faccia di bronzo! 

Loris continua a tacere, la testa bassa, con un’espressione sorniona.

NICOLETTA (più mite): Potresti almeno guardarmi negli occhi, quando ti parlo!

Loris alza la testa. La guarda.

NICOLETTA: Che strano. (Un silenzio). Si direbbe che ti ho già visto da qualche parte. Eppure non sei del quartiere… mi sbaglio?

CARLO (parlando quasi a se stesso): Adesso facciamo che io sono invisibile e voi non mi vedete!

NICOLETTA: E’ strano. Non avevo avuto questa sensazione quando sei entrato. E’ solo adesso, quando hai dato la cioccolata a mio fratello. Per caso l’avevi già incontrato?

Carlo passa vicino a Nicoletta e Loris, fa loro delle smorfie, ma loro non se ne accorgono.

LORIS: E’ molto che abitate qui?

NICOLETTA: Da quando mio padre e mia madre, sì, insomma, i nostri genitori sono morti. Eravamo piccoli, mio zio aveva questo ristorante, ci ha presi con sé. Carlo da allora non è più riuscito a riprendersi, è rimasto bambino. (Un silenzio). Carletto.

CARLETTO: Non vale, sono invisibile, tu non mi devi vedere, non lo sai che sto qua!

LORIS: E dopo che è successo?

NICOLETTA: Mio zio non era certo tenero, ci picchiava… ma allo stesso tempo era contento che ci fosse una donna dentro casa, lui che non si era mai sposato… era cattivo, mio zio.

LORIS: Che ti faceva?

NICOLETTA (come inebetita): Che mi faceva? Mi… no, scusa, ma a te che te ne frega?

LORIS: No, così…

NICOLETTA: E poi, scusa, ma non sei venuto per visitare mio fratello? Visitalo, una buona volta, e poi vattene!

LORIS: No, non volevo ferirti…

NICOLETTA: Ma chi ti ci ha mandato? Guarda questo… credi che mi faccia piacere, a me, di stare qua a chiacchierare? Ho altre cose da fare, io, quindi sbrigati e fai quello che devi fare!

LORIS: Mauro me l’aveva detto. In effetti, non dovevo venire io, qui, questa non è la mia zona, ma il collega è dovuto partire, e allora…

NICOLETTA: E’ partito in vacanza?

LORIS: Sì, diciamo che è partito… in vacanza. Così, sono venuto a sapere che c’era una cliente decisamente affascinante nel quartiere.

CARLO:- Giochiamo agli indiani?

NICOLETTA: Lascia stare il dottore! Non vedi che stiamo parlando?

CARLO: Strega, strega! (A Loris) Giochiamo agli indiani? Io sono Faccia di Bufalo Spiaccicato, e tu sei Luna d’Argento Nera!

NICOLETTA: Carletto, ora basta! Vieni qua, siediti e gioca da solo!

CARLO: Uffa! Ma io mi annoio a giocare da solo!

LORIS (si è alzato anch’egli): Facciamo la danza della pioggia, allora.

Carlo, raggiante, inizia la “danza della pioggia” in circolo, con Loris.

NICOLETTA: Eh sì, la pioggia. Ne abbiamo avuta pure troppa di pioggia, i giorni scorsi… tornavo dal mercato zuppa d’acqua, dalla testa ai piedi. L’acqua mi entrava dentro, faceva freddo… poi quando rientravo avevo ancora più freddo… c’era il gelo dentro di me…

Loris si risiede, mentre Carlo continua a danzare da solo. 

LORIS: Già, la pioggia nelle scarpe…

NICOLETTA: Eh?

LORIS: No, niente, parlavo tra me e me.

Un silenzio.

LORIS: Conosci Garcia Lorca?

NICOLETTA: Chi? Il cantante?

LORIS: Il…? No, non fa niente.

Un silenzio.

NICOLETTA: Dì un po', ma tu mi trovi bella? No, certo, adesso mi vedi così, ma, sai, con il lavoro che faccio… come dire… eh, posso essere piacente?

LORIS: Parlami ancora di tuo fratello.

NICOLETTA: Mio fratello? Ah sì, ho capito!

LORIS: Cosa?

NICOLETTA: Ho capito dove ti ho visto. E’ strano… assomigli a una persona, uno sconosciuto che qualche volta ho sognato. Un grande campo. E lui che mi tiene la mano. Ha un grande cappello, e mi sorride. Mi indica una strada, lontano. Vuole che ci andiamo insieme. Ma io non mi fido. Non mi sono mai fidata. (Un silenzio). Scusa, mi hai chiesto qualcosa?

LORIS: Tuo fratello. Volevo sapere di te e tuo fratello.

NICOLETTA: Che vuoi che ti dica? Come pensi che vivano due orfanelli? Pensi che si facciano delle grasse risate tutto il giorno? Carletto e io dovevamo badare a noi stessi, non avevamo tempo per giocare. Mio zio non sapeva nemmeno che cosa fossero, i giocattoli. Mio zio pensava a altro, lui… e io dovevo difendermi, e dovevo difendere Carletto, capisci? Dovevo difenderlo da mio zio, dagli altri ragazzini, dai piccoli, dai grandi, da tutti. E’ dura dover crescere quando sei ancora bambino. Poi il mondo, sa lui come buttarti giù, tu cerchi di arrabbatarti, ci provi, perché sai che ci devi provare, e lui ti dà certe mazzate che non ce la fai più a riprenderti. Mi sarebbe piaciuto avere una vita normale, andare a scuola, poi all’università, avere un fidanzato carino, trovarsi un lavoro decente, sposarsi, fare dei figli... e invece no. Niente di tutto questo. A te, Nicoletta, non è permesso. Io avevo il mio fratellino, le mie disgrazie, i miei debiti. Lo so, ti dò l’angoscia con le mie chiacchiere, ma poi mi riprendo, sai? Dopo sono capace di scherzare e ridere come niente… ah ah ah ah ah (ride), prova pure tu, vuota il cervello, lasciati andare, ridi ridi ah ah ah ah ah! 

LORIS: La visita.

NICOLETTA: Che?

LORIS: La visita. (Senza attendere la reazione di Nicoletta). Carletto, vieni che facciamo un gioco nuovo.

NICOLETTA: Come, un gioco nuovo?

CARLO (visibilmente eccitato al pensiero di poter finalmente giocare con qualcuno): Sì, giochiamo che io sono il barbiere e ti faccio i capelli, e pure la barba. Te li taglio corti corti, che è estate e fa caldo. Oppure no, se non ti piace questo sai che facciamo, ci mettiamo i vestiti di mia sorella e ci trucchiamo come le femmine, poi facciamo finta di scendere le scale…

LORIS: No, Carletto, vieni qui. Giochiamo al dottore e all’ammalato.

CARLO: Ma tu sei dottore per davvero?

LORIS: Sì, vieni qui Carlo.

CARLO: E no, se sei dottore per davvero non è un gioco. E poi io non sono ammalato, sto bene. 

LORIS: Dai, Carletto, vieni qua…

CARLO: OK, vengo, ma poi giochiamo al barbiere, eh? (Va verso Loris. Passando, fa la linguaccia a Nicoletta. Loris lo fa sedere su una sedia, comincia a visitarlo).

LORIS: Lo so che stai bene, proprio per questo è un gioco. Stai bene sul serio, aveva ragione tua sorella. Sei proprio in forma. Hai il cuore di un ragazzino. Si direbbe che per te il tempo si sia veramente fermato. Respira. Più forte. E che polmoni! Non ti stanchi mai di correre, eh? E chissà quanto mangi! Devi avere sempre fame!

CARLO: Ma io mi annoio a fare questo gioco.

LORIS: Abbiamo quasi finito. Dopo, se vuoi, ti porto in un parco dove faremo tanti giochi diversi, ci sono le montagne russe, mille tipi di giostre, il drago volante. Ti va?

CARLO: Sì!

LORIS: Per me così va bene. (A Nicoletta) Avevi ragione, ha una salute di ferro, il ragazzo, è incredibile, si direbbe davvero che non sia passato un giorno da quando i suoi genitori sono morti. Il suo corpo si è sviluppato, ma i suoi organi non sono invecchiati. Hanno una funzionalità fuori dell’ordinario. Ho fatto proprio bene a venire. Qualche volta ho le giuste intuizioni. Ascolta, stasera ti chiamo e ti faccio una prima proposta. Indicativa, per carità. Non ti devi aspettare che sia esatta al centesimo, ma puoi considerarla comunque una base di partenza. Vedrai che non te ne pentirai, di avermi cercato. Stai per fare il migliore affare della tua vita. Che polmoni, il ragazzo! Oh, non ti preoccupare, le ecografie le facciamo noi direttamente, abbiamo un centro specializzato, macchinari all’avanguardia. 

NICOLETTA: Macchinari all’avanguardia…

CARLO: Andiamo sul drago strisciante!

LORIS: No, è il drago volante, Carlo.

CARLO: Sì, va bene lo stesso, andiamo sul drago volante! Andiamo, andiamo!

LORIS: Il drago volante? Certo, certo. Prima però devi chiedere il permesso a tua sorella.

CARLO: Ha già detto di sì, andiamo, andiamo.

LORIS: No, ti sbagli. Non ha ancora detto di sì. Chiedi il permesso a tua sorella, Carlo. Non sta bene uscire senza il permesso di tua sorella.

CARLO: Letta, posso andare col signore sul drago volante? Eh? Posso, posso?

Un silenzio.

NICOLETTA: No.

CARLO: Perché no?

LORIS: Cosa? Hai detto no?

NICOLETTA: Eh? Ho detto no?

LORIS: Nicoletta, pensaci bene, cosa hai detto?

NICOLETTA: Ho detto… sì.

CARLO: Iuupppiiii!

LORIS: Avevo capito male, allora.

CARLO: Vado a prendere il pallone, poi scenderemo dal drago volante e giocheremo a pallone!

LORIS: Vai, Carletto, vai, ti aspetto qui. (A Nicoletta) E’strano, però.

NICOLETTA: Che cosa, è strano?

LORIS: Tu ti reputi una donna forte, no?

NICOLETTA: Sì, sono una donna forte, e allora?

LORIS: Eppure, prima tremavi. Tremavi come una foglia.

NICOLETTA: Ma non dire fesserie, usa il cervello prima di aprire la bocca.

LORIS: Tremavi, lo sai benissimo che non mi sbaglio. Che per caso ci hai ripensato?

NICOLETTA: Ci ho ripensato, a che?

LORIS: Tuo fratello…

NICOLETTA: No! Ma che ti viene in mente? Certo che no!

LORIS: No? Sicura? Perché guarda che se…

NICOLETTA: Senti, tu fai il tuo lavoro che è meglio, e non pensare ai fatti degli altri. Non ti immischiare. Abbiamo un patto, no? Io rispetto i patti. Da domani la mia vita cambierà. Altroché se cambierà. Libera, sarò libera! Partirò. Avrò pure io il diritto di concedermi qualche sfizio, no? A Montecarlo. Me ne vado a Montecarlo. Tanto, lì nessuno mi conosce. Voglio andare in un posto dove nessuno mi conosce. 

LORIS: Rompiamo le catene.

NICOLETTA: Esatto, rompiamo le catene. Scusa, ma a te che te ne frega? Tu avrai la tua parte, no? Non ti basta?

LORIS: Sì, certo, certo.

CARLO (entra in scena lanciando il pallone): Andiamo sul dragone! Sono pronto!

NICOLETTA (sorpresa): Sei già pronto? Bravo… bravo Carletto.

CARLO (tirando la giacca di Loris): Andiamo, andiamo!

NICOLETTA: Lascia stare il signore! Non vedi che continui a dargli fastidio?

CARLO: Letta strega! Usciamo, usciamo! Andiamo sul dragone!

LORIS: Un attimo. Dobbiamo prima fare una cosa.

NICOLETTA: Come, un attimo? Di che parli?

LORIS: Dobbiamo fare una cosa molto importante, Nicoletta, che non avevamo ancora considerato. Sai, spesso si trascurano proprio le cose fondamentali. 

NICOLETTA: Devi fare qualcosa… a Carlo?

LORIS: Esatto! O… più precisamente… devo fare qualcosa con Carlo. Dobbiamo giocare agli elefanti!

CARLO: Siiii! 

Loris sembra divertito. I due iniziano a giocare mettendosi a quattro zampe e facendo il verso degli elefanti.

CARLO: Andiamo a bere al lago con le nostre proboscidi!

I due continuano a giocare. Carlo ha un’espressione di gioia.

CARLO: Letta, può venire più spesso il signore? Eh? Domani, può venire domani? Può venire sempre sempre?

LORIS: Eh, Letta, posso venire sempre sempre?

Carlo ha avvinghiato Loris affettuosamente.

CARLO e LORIS: Giochiamo agli elefanti? 

CARLO: Dai, giochiamo agli elefanti e tu fai la giraffa.

LORIS: Sì, non è difficile, vedrai, basta entrare nel personaggio. Le giraffe, sai, guardano il mondo dall’alto in basso, un po' come gli elefanti. Ma sono più rapide ed eleganti dei pachidermi.

CARLO: Fai la giraffa, fai la giraffa! Letta, dai, facciamo venire il signore con noi? Che gli facciamo mangiare stasera? Eh? 

LORIS: Mangiamo dell’erba, stasera, come le giraffe, e poi andiamo insieme a bere al lago.

CARLO: Sì, andiamo a bere al lago, al lago! Dai, Letta, vieni con noi!

LORIS: Saresti perfetta come giraffa… insieme a noi elefanti… vieni al lago con noi!

NICOLETTA: Basta! Basta! Non ce la faccio più, sto uscendo fuori di testa! 

CARLO: No, devi fare la giraffa! Vieni con noi a fare la giraffa!

NICOLETTA (schiaffeggia Carlo): Basta! 

Nicoletta sembra pentirsi subito del gesto.

CARLO (quasi in lacrime): Vuoi farmi piangere, Letta strega! Ma io non piango, sai? Me ne vado col signore, qui… andiamo, andiamo, andiamo sul dragone, andiamo!

LORIS: Andiamo? Eh, Letta, noi andiamo?

NICOLETTA: Come andate, no, aspetta un attimo… non così presto, almeno lasciami il tempo di… voglio dire… non c’è fretta, no?

LORIS: Sì, invece, c’è fretta, adesso dobbiamo proprio andare.

NICOLETTA: Solo il tempo di… giocare un po'… vieni, Carlo, tu sei l’elefante e io sono la giraffa… (Carlo all’inizio sembra diffidare, poi si lascia andare e gioca con la sorella). Stasera, Carletto… vedrai… ti piacerà, sono sicura che ti piacerà… ti faccio la pasta al forno, la vuoi? Con la besciamella e il prosciutto!

CARLO (imitando il verso dell’elefante): Uhhhhh!

Mentre e Nicoletta e Carlo giocano, Loris si distacca da loro e va a sedersi. Si accende una sigaretta.


SIPARIO