Cecilio  e  C.

Monologo di

Antonio  Sapienza


… e si parla di Fantasia.

Ascoltate:
Quella sera Cecilio cenava in casa, come era solito fare in quel periodo dell’anno, quando la sera il fresco della notte, sotto forme del “Risinu” che sono le microscopiche goccioline d’umidità che si condensano con il passaggio della temperatura del giorno, a quella più fresca della notte.
Già perché a casa del nostro carissimo Cecilio, colonnello a riposo, dopo la morte di sua moglie, non si cucinava più.
Infatti la colazione egli la consumava da Angelino, il barista, per il pranzo ci pensava Giovanni, titolare di una gastro pescheria avviatissima e questa era la prassi: Infatti, dopo la colazione di cui sopra, quasi sempre consumata in compagnia del vecchio amico Nando, i due si congedavano perché la loro giornata aveva interessi diversi: il primo era un  contemplatore e preferiva passeggiare, il secondo era – oltre che donnaiolo ad oltranza – uno studioso della letteratura Italiana moderna, di cui era grande appassionato cultore- anche perchè era stato insegnante di Lettere presso un Istituto Tecnico.    
Ora fatta questa breve presentazione, trascuriamo Nando (affaccendato dopo il tramonto nelle sue imprese di donnaiolo, o meglio di “fimminaru” come lo chiamava Cecilio) e concentriamoci sulla giornata di Cecilio.
Perché le giornate di un colonnello a riposo sono talmente importarne da includere in un racconto? Mi potreste dire voi.
E io rispondo, calma, gesso e aspettate, tutto ha uno scopo-  almeno credo.
Tanto per saperlo, il nostro colonnello dell’Esercito, da quando rimase vedovo, usava fare lunghissime passeggiate, preferibilmente nel lungomare – quando il tempo era clemente – e nei due grandi viali cittadini, negli altri giorni (respirando, purtroppo, aria “irrespirabile”, e pazienza) perché non volle mai, dico mai, andare a passeggiare nella famosa Villa Bellini, a Catania .
Provate a indovinare perchè ?
Perché alla villa ci vanno i “perdigiorno” insomma i vecchi… consumati.
Ma non è vecchio pure lui? 
Ennò! Lui era un diversamente vecchio, come si usa dire oggigiorno. Lui filosofeggiava, intanto che faceva le sue lunghe camminate-  piene di pensieri, riflessioni e pochissime opere –e, intanto che ci siamo, insomma, diciamo così, eventualmente, c’era la possibilità probabile di …pensar4e di scrivere le sue memorie militaresche e affini.
E cosa c’è di male in ciò? 
C’è di male- direte voi – che questi sono pensieri velleitari di vecchi rincoglioniti- senza saperlo.
Va bene, va bene, finiamola qui e continuiamo il nostro racconto- anzi il mio, se ci permettete.
S’accomodi.
Grazie. 
Allora, dopo la sua passeggiata mattutina, che si protraeva, per le verità, fino alle dodici, passava da Giovanni e iniziava il solito discorsetto di mezzogiorno:
-Ciao Giovanni, cosa mangio oggi? 
- Buon giorno Colonnello - rispondeva Giovanni- Buongiorno Don Cecilio -  gli diceva Roberto – Buongiorno dottore- s’intrometteva Davide. E Cecilio, paternamente li benediceva tutti con lo sguardo. – Allora Comandante – continuava Giovanni suo ex militare di leva in servizio nella Caserma Sammaruga. – Cosa le do?
-Giovanni, fai tu.-
- E allora faccio io e le do il mare sul piatto, guardi, guardi il banco, non sembra la vetrina della pasticceria Spampinato? Guardi che colori sembrano pesci di pasta martorana (n.d.a. pasta di mandorle colorite, a forma di frutta pesci e varie) E senta la fragranza? – e mostrava delle triglie di Licata.
-Quelle dalle a Montalbano. -  gli rispondeva scherzosamente Cecilio – magari se li mangerà con la buonanima di Andrea Camilleri. Guarda a me dai questo sarago. 
- Ottima scelta, come sempre.  Lo porta via? 
- Che domande – rispondeva tutte le volte Cecilio- dallo al tuo chef e me lo fai fare al cartoccio.
Poi, tra rumorosi saluti, Cecilio si avviava verso casa. Mezz’ora dopo un fattorino consegnava il pesce già pronto, caldo e profumato. 
L’antefatto del fatto:
Come mai questi suddetti discorsi confidenziali? Sapete? questi discorsi furono iniziati all’origine, cioè da quando Giovanni aveva una modesta pescheria nella vicina via, e Cecilio vi entrò per la priva volta, anni prima.
-Caro Giovanni – quella volta gli disse confidenzialmente- io sono nato sugli scogli, quindi al pesce do del tu. E da oggi in poi, se non ti dispiace, quando io arrivo in questa tua pescheria, tu dovrai essere così cortese da propormi il pesce più fresco che hai sul banco, perchè, lo sai, anzi lo saprai, che io sono una gran consumatore di pesce. Tanto per te fa lo stesso, vendere un tipo o un altro tipo di pesce, ma per me è essenziale che sia ben fresco, perché a me piace così e perché mia moglie non mangia altro. D’accordo? E guardandolo furbescamente, avendo adocchiato dei bei saraghi – disse: me li pesi? E Giovanni capito l’antifona, glieli pesò, e poi, in seguito, gli consigliò la scelta fra tre tipi i pesce, mettendo in testa il più fresco. E in seguito gli indicò pure la barca che l’aveva pescato, il luogo della pesca… e anche l’orario, passando anche al nome del singolo pescatore: i più gettonati furono i fratelli Mercurio di Marzamemi, con la barca Nuova Speranza, i quali pescavano sardine …da sogno. Poi c’erano i ragazzi della Sant’Agata di Santa Maria La Scala, che pescavano merluzzi in profondità (anche 400 metri), che erano freschi e ancora con l’embolia.
E vogliamo ignorare i famosi “masculini” di Catania, che pescavano i fratelli Pennisi?
Eppoi i saraghi d’a Trizza, fioscinati, i preferiti di Cecilio, che pescavano dai fratelli Carnazza.

 E Cecilio da quella volta compro a occhi chiusi, in un lampo.

-Signor Colonnello, - disse il fattorino- mi ha detto Giovanni di dirle che l’ha pescato la barca di Giacomo, di Acitrezza, stamattina alle quattro del mattino.

Cecilio, ci credeva, ringraziava, dava la macia e, poi apparecchiava la tavola, quindi svolgeva il cartoccio, respirava il profumo della pietanza, e, dopo aver detto buon appetito alla fotografia della defunta moglie Matilde, iniziava a piluccare il pesce e a spolparlo diligentemente, il tutto innaffiato col bianco che gli forniva Vito Spartà, suo ex soldato, è in utile precisare. 
E la cena?
Beh, per la cena, quasi sempre leggerissima, spartana, egli s’arrangiava in casa, con pane tostato, cacio, frutta. Ma, nelle belle serate estiva, invece scendeva in piazza, si sedeva nella piccola veranda della trattoria “Antica Osteria” di don Salvatore Pulvirenti, e il nostro gagliardo Colonnello a riposo, oltre a godersi il fresco, il passeggio delle belle ragazze del quartiere, consumava una cena a base di insalata di pomodoro di Pachino, cipolla di Tropea, olio della tenuta del Trattore, origano degli Iblei, accompagnato da una birretta fresca. Alcune volte variava prendendo la favolosa parmigiana di don Salvatore, e, alcune volte azzardava piluccare i peperoni arrostiti che avrebbero fatto risuscitare i morti (diceva don Salvatore). 
Ma nei mesi freddi egli scendeva in trattoria per farsi preparare la minestra di zucchine, patate, pomodoro, che lo chef cucinava appositamente per lui, cioè con pochissimo sale. (sapete, la pressione). Ma quando faceva veramente freddo, il buon Don Salvatore, padre di Nino, ex fante in servizio alla Sammaruga, gli inviava la minestra e alcune volte il minestrone, fino a casa. E Cecilio, scrupolosamente pagava, ringraziando l’inserviente con una lauta mancia.

Ma non solo… già, non solo… e va bene, ve lo dico: Il giovane Nino, quand’era di leva, alle dipendenze del nostro Colonnello, rischiava la prigione di rigore (i cui giorni si sommavano alla durata del servizio militare, e se recidivo rischiava pure la denuncia per diserzione), perché spessissimo, di notte, andava in “fuga”, cioè si assentava dal contrappello e quindi veniva punito. Ma siccome questi fatti potevano” rovinare” il ragazzo in quanto erano destinati ad accadere frequentemente, il nostro don Salvatore pensò bene di parlare al colonnello spiegando il perché di quelle fughe. 
-Per favore, comandante, non me lo rovini, è un bravo ragazzo… e si preoccupa per me… sa ci sono certe persone che …che mi taglieggiano, e siccome io non cedo, questi minaccino di bruciarmi la trattoria, per cui mio figlio ed alcuni suoi amici, a turno, di notte, stanno a vigilare che tutto vada bene. Ecco perché va in fuga quel benedetto figlio.
E che volete che il nostro Cecilio restasse indifferente di fronte a quella situazione, e allora dispose che al soldato Pulvirenti, venisse concesso un permesso di pernottamento fuori caserma della durata di un mese… rinnovabile.
E non crediate che il nostro Comandante abbia peccato di favoritismo, no, perché egli usava la testa e il cuore, nell’applicare il Regolamento. Ed ecco un altro esempio:
Ai militari di leva era prevista la concessione di 15 giorni di “licenza agricola” allo scopo di aiutare quei genitori, nelle particolari colture ove veniva richiesta manodopera in occasione ad esempio della vendemmia, della raccolta delle olive e casi simili, naturalmente, dietro informazione dei carabinieri circa la necessità della presenza del figlio militare per aiutarli alla bisogna. 
Ora un militare richiedeva la licenza agricola per la mietitura del grano. Il suo superiore si oppose a tale concessione dicendo che quel militare aveva già usufruito di tale speciale licenza in novembre per la semina. Ma il nostro Colonnello Bonfiglio  dottor Cecilio, fu di parere opposto: infatti disse: se ha seminato il grano, deve mieterlo. E gliela concesse.  

Ecco tutto.  

Ora mi chiederete perché mi sono dilungato tanto in aneddoti? 
E che ne so, vi risponderò io.

Allora, riprendiamo

Quella sera Cecilio aveva cenato leggero, aveva letto una pagina del libro che teneva sul tavolino da quasi un anno, (Teoria del Tutto, di Hawking) e si scelse un programma in televisione per trascorrere il resto della serata, in attesa d’andare a nanna.
Era intento ad ascoltare il professore Barbero, sulle vicende umane, quando sobbalzò per lo scampanellio e il bussare continuo sulla porta di casa. 
-Ma  che ca…- disse alzandosi dalla  poltrona e guardando dallo spioncino della porta; quindi l’aprì, e comparve davanti a lui Nando- abbigliato alla meglio, stravolto in viso, quasi in trance, che, senza profferire una parola, lo scostò, entrò e crollò sulla poltrona. 
- Che cavolo di fai conciato così?- lo apostrofò Cecilio, vedendolo in soprabito e…poi nulla, intanto che gli porgeva un bicchierino di confort.
- Lasciami, stare, lasciamo stare. Sono a pezzi. Sono rovinato nel fisico e nella reputazione. Povero me. Disse l’amico.
- Ma di cosa parli?
E Nando gli raccontò tutta la vicenda con Clotilde, la sua amante di turno, una mantide- secondo Nando- una ninfomane secondo le amiche, una bella donna di letto per gli altri. Che in poche parole si riassume così: alla sesta scopata della serata, Nando crollò, Clotilde gli fece uno zabaione, e poi gli disse:
- Nando, su vieni a letto dalla sua bambolina… che ti vuole e ti desidera e che ti anela fino alla fine…
-… dei miei giorni – Disse Nando e, vigliaccamente, come si trovava – cioè nudo, prese un soprabito e fuggì via.  
Cecilio, che in altri tempi, gli avrebbe chiamato un taxi e lo avrebbe cacciato via, colto da compassionite acuta gli disse:

-Nando, guarda cosa fai: vai in bagno, fatti una bella doccia, dopo ti do un mio pigiama e questa notte dormirai da me.
- Cecy, sei un vero amico. Grazie. E, malinconicamente si recò nel bagno.

Un passarono cinque minuti che scampanellarono di nuovo alla porta.

-Ma che succede stanotte?- si chiese mentre andava ad aprire. Ma appena aperta la porta restò di sasso, di sale, basito, imbambolato; Davanti a se aveva …Giulia.
Giulia? E chi sarebbe costei?
Costei sarebbe una sbandata senile del nostro Colonnello, nei prima anni di vedovanza, la quale da allora egli non se ne era potuto liberare perché quella bella ragazza si era sentita adottata del maturo signore.
- Ciao Cecy – disse lei birichina –sorpresa. - ed entro portandosi dietro una scia di channel nr 5.
- Giu…Giulia! – seppe dire solamente Cecilio, mentre l’ammirava, intanto che lei si dirigeva verso il brigobar per versarsi da bene… tanto era ormai di casa. 
-Cecy, questa volta sei attrezzato? – chiese Giulia.
-Sarei…sono…non saprei.- s’impappinò Cecilio.
-No perché l’altra volta non avevi il preservativo…A proposito ce l’hai il viagra?-
- No, si, ma perchè? Non so, mi pare, ma a che serve?
- A scopare, no?
-Ma cosa dici, Giulia, lascia perdere, non sono in vena di scherzi.
-No scherzo affatto. Ti voglio!-

Nel frattempo esce dal bagno, nudo come un verme, Nando, con la schiuma che ricopriva il capo e parte del viso e che gli facevano bruciare gli occhi, e strillò:
-Cecy, ma dove diavolo è l’accappatoio?
- Nando!- strillò Giulia- Ancora tu?-
- Giulia! – Urlò Nando cercando di coprire le pudenda e ritirandosi, intanto,  lentamente nel bagno, dopo aver recuperato il suo soprabito dalla poltrona accanto alla porta.
- Cazzo! – urlò Cecilio.
-Va bene, una volta ci può stare, ma due no! Eccheccaz…!- esclamò Giulia incazzatissima.
- No, ferma. Non è come sembra.
- Alla malora Cecilio! Quello oltre donnaiolo è pure gay? e tu lo pratichi? Benissimo!  – sibillò fra i denti Giulia, intanto che a grandi passi si dirigeva verso la porta. 

Questa volta Cecilio dimostrò d’essere in formissima a fronte dei settantacinque anni, perché, con un balzo ferino, si pose davanti all’uscio sbarrandolo.
-E no! Tu adesso ti fermi e mi ascolti.-
-Ma cosa mi vuoi raccontare? Io certi racconti non uso ascoltarli. Aprimi!
-No e poi no! Questa volta sarò determinato e feroce. Quello lì – e indicò il bagno dove Nando s’era esiliato – quello lì mi è piombato mezz’ora fa, tutto nudo, coperto solo da quel soprabito – e glielo indica, nella poltrona…vuota– stravolto in viso e, forse non in se psichicamente. E cosa vorresti che lo avessi lasciato fuori dalla porta? 
(Giulia, che ha visto bene la poltrona vuota, fece atto come per dire basta bugie) 
Quindi ora ti siedi che di dico, per filo e per segno, cosa glie è successo con Clotilde.-
A quel nome, Giulia si calmò, anzi dimostrò d’essere curiosa di sapere cosa fosse successo tra Nando e Clotilde, e Cecilio gli raccontò quello che gli aveva detto Nando. 
Giulia ascoltò con vero interesse, annuendo di volta in volta, poi esclamò:
-Povero Nando, e chi l’avrebbe detto che al mondo ci fosse stata una donna focosa da distruggere un incallito fimminaru?
Altra scampanellata, altro sobbalzo di Cecilio e altra meraviglia. Davanti all’uscio c’era Angelino, il barista. 
-Angelino? Pure tu? – seppe dire Cecilio.
-E già, Comandante, sono venuto a prelevare la mia donna. Giulia andiamo?
-No, con te non ci voglio più stare. Sei un mentitore matricolato. E sono stufa delle tue bugie.
-Ma dai, sei proprio di un’incomprensione unica.
- No! Tu sei unico, anzi tu sei il degno seguace di quello lì. – e indica il bagno dalla cui porta fa capolino Nando.
- Suvvia, amore, andiamo, ho lasciato giù la macchina accesa- poi guardando Cecilio- sa, la batteria…-
Altra scampanellata, stavolta Cecilio crolla sul divano, sgomento.- A no…-
Alla porta va Angelino, apre e si trova davanti a se Pino Scandurra, in arte Giusy.
-Giusy? E che ci fai qui? – disse Angelino restando di stucco.
- Oh, Angelino, che piacere, sai passavo-
- Lascia il “sai passavo”, e dimmi cosa vuoi qui tu!
-Cerca me. – disse mogio Nando uscendo dal bagno indossando il pigiama di Cecilio.-
Tu? – disse Cecilio.
Lei, - disse Angelino.
-Il fimmi… il fimmi..- tentò di dire Giulia.
-Il fimminaru- rispose orgogliosamente Giusy, sventolando un mazzo di chiavi.
- Amici scusatemi, quelle sono le chiavi di casa mia. Clotilde, ha avuto la bontà di uscire di casa e consegnare la chiavi a questo…individuo, affinchè me li facesse avere. E lui mi ha raggiunto al telefonino, che avevo nella tasca del soprabito…insomma …intanto che facevo la doccia… fortunatamente nella tasca del soprabito…Dammeli Pino Scandurra, mio ex allievo dell’Istituto tecnico, per tutti.- disse di getto e confusamente Nando… a mo’ di presentazione.
-Certo che glieli darò, anzi sa, la porterò a casa sua con la mia auto, non è meraviglioso, e romantico.- disse Giusy ammiccando.
-Piantala! Pino.- lo redarguì Nando.
-Ma com’è che tutti conoscete questo… questo…- disse Giulia volendo dire “Frocio” come pensava, con un termine più appropriato ed elegante!
-Signorinella – rispose Pino- per sua graziosa bontà- poi passò al tu - devi sapere che io sono un grande artista, sono la regina dello spettacolo “Il gineceo” del quale il qui presente Angelino, assiduo spettatore, può dimostrare tutta la mia bravura.-
-Tu? – disse Giulia aggressiva a Angelino.
-Beh, una volta, trovandomi nei pressi…ma poi che c’è di male? E’ Arte.-
-Ehi, lavatevi la bocca quando parlate d’Arte – disse vigorosamente Nando.
-E’ vero. Sono d’accordo! Il professore è un vero intenditore d’arte, sapessi come legge bene…- disse Angelino senza sapere bene cosa dicesse.

E tutto avveniva sotto lo sguardo vitreo di Cecilio- che spostava da un soggetto all’altro- il quale aveva tra le mani il ritratto di Matilde, come a volerla proteggere da quello…squallore.

-E qui cade tutto a fagiolo. – disse Giusy – Ero proprio andato a casa sua- e indicò Nando - per portare questa mia composizione cabarettistica da recitare durante lo spettacolo prossimo venturo.
-Di notte a notte? – chiese Angelino.
- Beh, lo sai che lo spettacolo finisce tardi e che noi artisti viviamo di notte.
-E comunque, grazie di tutto. Dammi le chiavi e fila! – disse Nando deciso.
-Un momento professore- intervenne Angelino- lei legge benissimo, ce lo legga lei questo…questo…come si chiama? –domandò a Giusy.
-Testo per cabaret e orchestra. Ecco professore, la prego, li accontenti i suoi amici, e faccia felice me.
-Su professore, non si faccia pregare – disse Angelino
-Dai Nando – rimarcò Giulia.
-Dai, leggilo e poi fuori tutti! – urlò Cecilio, prendendo coscienza che la situazione si stava facendo ridicolissima e lesiva della sua dignità, già abbondantemente ferita – dando un’occhiataccia durissima a Giulia e a Angelino. 
Nando, a quel punto, non poteva più permettere di dilungare quella ridicola situazione, al quale aveva messo, seppur involontariamente, il suo dignitoso e distinto amico, strappò i fogli dalle mani di Giusy e lesse e recitò con voce stentorea. 
                                                     La  Fantasia
-Vedete – diceva il notissimo scienziato spaziale- l’uomo di scienza è il massimo degli assetati di conoscenza.
- Bonu, va’ – disse il grande chirurgo – ci risiamo-
 Ma il massimo matematico sentenziò: - A chi? Che cosa? Non confondiamo la lana con la seta.
- E se fosse un opinionista?
- Già, oppure un giornalista critico culturale?
- O un politico?
-Lascia perdere, perderesti.
-Ahu, - disse un ometto piccino piccino- ma vi state dimenticando dei creativi? 
- Ma no, che cosa farnetichi. Qui si parla di studiosi .
- Di che cosa? – chiese l’ometto – studiosi di che? Della scienza, della critica, degli astronomi- astrologi degli strologhi? Ostrogoti! Qui, amici cari la cultura la fa il creativo.
-E dalle. – disse il matematico.
- Dalle un corno. La Cultura la fanno i creativi, i fantasiosi, gli artisti – Poeti, musicisti, pittori, scrittori - i quali ci fanno conoscere ciò che il mondo non c’è ancora. Essi fanno sapere e vedere ciò che non c’era prima.  Volete un esempio?
-Daccelo e poi mutu!
- Ebbene datemi una parola, una sola e su di essa e io vi creo una storia.
- Sciupone.
-Magalomane.
- Presuntuoso. 
- Presuntuoso, io? Ebbene, signori, dovete sapere per vostra informazione, che un mio antenato una volta disse: Datemi una parola e vi solleverò il mondo!… ma, aspettate, mi sorge un dubbio, forse disse: datemi una leva...comunque fa lo stesso. Allora?
- Millantatore!- disse il coro della Società Anonima Intellettuali e affini, diretto dal gran maestro anziano Arcibaldo Maria Alfonso Scarola-Broccoli dei Pigghialammatta.
- Ebbene, comunque sia, sto aspettando, - rispose l’omino agli altri omiciattoli accatastati a mucchio sui loro libri.
Costoro fecero un consulto, istituirono un comitato, poi una commissione, che deliberò, nominò, stabilì, di istituire una sotto commissione ad oc. Per cui deliberarono, decisero, stabilirono- sentiti i soci, i membri, i consiglieri anziani, quelli di maggioranza e di minoranza, compreso il socio onorario- di accettare la tale ignobile sfida con questa parola: Udire udite essa è: Il Piave. Applauso! (caloroso), quindi il presidente di tale sottocommisione, con voce chiara, limpida, dolce, insomma, di circostanza, disse:
-  Annuncio Vobis, la parola è: Piave.                                                  
-Il Piave? – disse il Capo dei capi- Chi, quello del 24 maggio? 
-Naturalmente. – Gli rispose il vice collega. 
-E allora bisogna attraversarlo.
-Si, ma se poi balbetta?
-Come balbetta?
- Balbetta che era calmo e placido,… e se non fosse vero?
-  Sarà pericoloso, no?
- Ma dai, infatti dice anche che: è “un passaggio triste per davvero …”
- Si, ma ha anche detto “ abbasso lo straniero.”
- Mizzica, allora è forte.
- Che si fa? Si va?
- E andiamo, ma per dove?
- Per passare il ” triste per davvero.”
- Ma ci vorrebbe un ponte.
- Andiamo a cercare sto ponte.
- E se non lo troviamo?
- Vuol dire che chiederemo informazioni al primo che capita.
-  E se fosse un crucco?
- Ce lo direbbe, basta che gli diamo una birretta.
- Ok. Ci sono.
- Bene, adesso aduniamo i compagni.
- Subito: Turi, Efisio, Oronzo, Gennaro, Romoletto, chiamate i picciotti, i picciocchi, i piccimmi, i guagluò, i ragazzi di vita, poi armiamoci e partite.
- Avanti coglione!- gridò il Capo.
-  Ma non si dice: Avanti Savoia?
-  Fa lo stesso!
- E allora, via!
- Minchia Efisio, ma unni jemu?
- Che cazo nne ssò io, dommanda a Orronzo.
- A chi? me? Maremma maiala…
- Chi mi chiama? Chiese Ginettaccio.
- Ahò , - dichiarò Gennarino- Qui o si fa l’Italia o ce facimmo na pizza.
- Arridaglie.- borbottò Romoletto. 
- Ma insomma che facciamo?
- Capo, andiamo a cercare il Piave.
- Un momento, il Piave è già qui.
- E allora?
- E allora bisogno trovare il ponte. 
- E se non lo troviamo.
- Vuol dire che chiederemo informazioni al primo che capita.
- E se fosse un crucco?
Fine.

-Io non ho capito nulla –dichiarò Angelino.
-A me è piaciuto- rispose Giulia, ma forse per contraddire Angelino.
-Che orrore.- dichiarò Cecilio, mettendosi le mai ai capelli.
- Beh, a dire il vero è un brano interessante. E’ per cabaret, ma è anche una denuncia della guerra, che poi la fanno solo i poveracci.
- Ben detto Maestro. Ecco la sua chiavi e mi accetti il passaggio.
- Grazie, andiamo, ah, Cecilio per il pigiama…
- Se lo tolga pure professore, io non mi formalizzo. Disse Giusy maliziosetto.
- Ma vai a …fatti fottere.-
- Magari.
- Allora Cecilio? – disse imbarazzato Nando - Ok, te lo riporto domani…pulito. 
Cecilio, che aveva già fatto cenno a Nando di tenere pure il pigiamo, corse verso l’uscio, spalancò la porta, quindi fece cenno- a tutti- di uscire salutandoli con la manina. E li restò finchè non furono usciti- tutti – finalmente, da casa sua. Dopo sprangò l’uscio! Staccò il citofono, mise fuori uso il campanello, spense il cellulare, e, finalmente, si ritirò nella sua stanza, non senza aver fatto un cenno di scuse al ritratto severo di Matilde. 

Ma Giusy non la finì lì, vuotò il sacco a Totuccio, suo, diciamo fidanzato il quale si produsse in una delle sue “riflessioni” abborracciate che riportiamo integralmente perché il Totuccio si sentiva (o era?): filologo, filosofo critico letterario, musicofilo, melomane, commediante dilettante e talent scout, tutto preso dall’avventura di Nando, (naturalmente come la infiorì e come gliela descrisse Giusy), fece la sua brava riflessione, la valutò, la soppesò, rimise insieme i punti, le virgole e i due punti, dopo la  mise in controluce, indi  la rilesse, anzi la recitò ad alta voce, quindi, annuendo significativamente, la baciò e poi la mise in una busta, e con bella calligrafia ornasmentale, me la inviò. A me, certamente. 
Come?  Direte voi? Ma… con la storia cosa c’entrate? 
Beh, un Autore c’entra sempre nelle sue storie, volente o nolente, direttamente o indirettamente palesemente o di soppiatto. Insomma basta così.
Ora  udite, udite la recedente riflessione” che mi inviò per posta raccomandata, poi con la Pec, infine con la consegna “ S P M”:

  Riflessioni di Totuccio per l’esimio, fiorito, eccellentissimo Maestro: 


Signore prego, senta, ascolti oda e mediti: 
Leggendo qua e là, una serena ma non troppo, mi imbattevi, casualmente, inopinatamente, tristemente, in testi candidamente ingenui ( stavo per dire infantili), ripetitivi, con acido sapore di rimasticatura, colmi di retorica, di mammismo e di odi e lodi per il proprio paese; oppure  eruditi, intellettuali, concettuali, enigmatici o ermetici, magari scimmiottando un caposcuola di successo, senza che mai proponessero una “favola”, un fine, una idea concreta e conclusa, un pensiero compiuto, oppure una visione, un profumo, un alito, un’illusione, un lampo, un sapore dolce o aspro – magari poi negati.
Sarò retorico ma la poesia, per me, è percepire, raccogliere e porgere pensieri, sensazioni, fatti, emozioni, sentimenti, idee, intuizioni, dolori e sogni, al fine di far sognare, vibrare, emozionare, sbalordire, sorridere addolorare, commuovere altri uomini comuni, come me. O mi sbaglio? Ma qualcuno di voi potrebbe, giustamente, osservare: e la pittura allora? Astrattismo, simbolismo, informale, surreale, impressionismo, espressionismo, cubismo e tutti gli ismi di questo mondo ancora? Come la mettiamo?
E io vi dico: lasciate stare i suddetti ismi, perché la pittura – come la poesia – è una cosa seria e non va confusa con le tecniche, gli stili, le mode, le forzature e le originalità a tutti i costi. Dunque la pittura è poesia - di forme e di colore. L’una non esclude l’altra, pur essendo autonome. Ma quando esse si fondono, allora avviene il miracolo: come magica simbiosi nascono opere straordinarie che sono dette, molto semplicemente, capolavori d’Arte.    
Solo allora il vero Artista ( il genuino talento), filtrando la realtà da poeta, tramite i suoi occhi incantati, attraverso la sua anima, con la sua personale maestria, propone la sua personalissima, originale, unica visione estetica, a seconda della sua ispirazione o estro, e la carpisce, fissando sulla tela ciò che altri mai potrebbero vedere: il mondo, la vita e la sua essenza.    
Ora ritornando alla comprensione della poesia, della pittura, e alla funzione dell’Arte: E’ evidente che il pittore è pittore perché dipinge una tela e la mostra; il poeta è Poeta perchè scrive la poesia sulla carta, e la pubblica e le loro opere sono in funzione degli altri uomini, affinchè le ammirino, le apprezzino, le capiscano e le godano. Altrimenti, se operano per se stessi ( e non per farsi dire: ma che brrravi!); se non debbono essere capiti, apprezzati, ammirati e goduti, allora il pittore non deve dipingere sulla tela, ma sulla sua anima; e il poeta non deve scrivere sulla carta ma sul suo cuore. Chiusa parentesi.
E riprendiamo il filo interrotto.
Quando lessi il brano di Giusy esclamai: ecco il poeta che aspettavo. Infine l’autore era meravigliosamente pazzo. E solo i pazzi sanno scrivere grandi poemi. Punto.
Or qualcosa su di me, come presunto Autore, dovete conoscerla per meglio capire i miei scritti. 
O no? 
Comunque, come avrete arguito e capito, io scrivo, ma sempre da autodidatta incosciente, e mi cimentai anche con la prosa e, soprattutto col teatro. (Ma le parole “assiomi”, “ corollari”, “allitterazioni”, e roba simile, mi facevano tremare i ginocchi). 
E il latino? Semplice lontanissima conoscenza.
E il Greco?
Affascinante e misterioso, che per me rimase sempre misterioso e affascinante.
E’ tutto, può bastare?
Che ne pensate?

Ma non ottenni nessuna risposta, quindi lentamente, mi alzai dal divanetto e silenziosamente, quasi furtivamente, scivolai via dalla stanza - per non svegliare lo psicanalista.

Professore, può bastare?

 2^    Riflessioni di Totuccio

Quando incontrai l’Alighieri (Dante) 

Quando incontrai Dante? Non fu certamente allorquando, undicenne, lessi il nome della via dove abitava una ragazzina alla quale facevo il filo ; ma lo conobbi al momento di entrare per la prima volta alle superiori, cioè il primo giorno dell’anno scolastico, quando lessi scritto, all’ingresso dell’edificio, su un pezzo di cartone d’imballaggio, “…lasciate ogni speranza o voi ch’entrate…” e pensai: Iniziamo proprio bene. Se ,o ricorda Prof?
Poi, in seguito, ai primi approcci con le sue lezioni, coi miei nuovi compagni, per gioco, cercavamo le frasi più “osè” della Commedia, quali “col cul fece trombetta” oppure “ Ahi serva Italia, di dolore ostello nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!” eccetera.
Ma, purtroppo ella, docente di lettere moderne, incredibilmente, prediligeva le opere dei Tragici greci a Dante, cosicchè per noi l’Alighieri fu un simpatico conoscente, e basta. 
E allora dopo, timidamente, osai.
E man mano che leggevo capivo, mi coinvolgevo, mi adiravo, mi immedesimavo, mi emozionavo, compativo, mi commuovevo, e il groppo alla gola, e mi disperai, e mi sconsolai rassegnato. E quando iniziai a registrare, registrai anche i miei stati d’animo. 
Capii quando lessi “…tu vuo’ ch’ìo rinnovelli disperato dolor…”; 
e mi feci coinvolgere quando “ per effetto de’ suo’ mai pensieri…”; 
e mi adirai quando”…però quello che non puoi aver inteso, cioè come la mia morte fu cruda, udrai e saprai s’è m’ha offeso.” 
E mi emozionai “… Ben se’ crudel se già non ti duoli, pensando ciò che ‘l mio cor s’annunziava; e se non piangi, di che pianger suoli?”; 
ed ecco la compassione “ Io non piangea, sì dentro impetrai; piangevan elli; e Anselmuccio mio disse: Tu guardi sì, padre! Che hai?”;
eppoi il groppo alla gola “… Poscia che fummo al quarto di venuti, Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi, dicendo: Padre mio, che non m’aiuti?”; 
e mi disperai “ …ond’io mi dieti, già cieco a brancolar sovra ciascuno…”;
e mi sconsolai rassegnato “…poscia… più che ‘l dolor…potè ‘l digiuno.”
Ci credete? Spero di si, perché sennò vi devo far vedere il video, dove tutti questi stati d’animo si sono manifestati.
Ad ogni buon conto, se lo volete, gliela lo invio. 
Cosa dire ancora? Niente… anzi no: Allora, ci sarebbe da dire ancora… che c’è un’età per tutto ( scusatemi se sfondo una porta già aperta), e per me, l’età di comprendere Dante drammaturgo era la mia età, questa di oggi. Ossequi.