Io … Eco

Dramma Antico di

Giuliano Angeletti


Atto unico

 


NOTA DELL’AUTORE
Ho scritto Io … Eco come si scrive un vuoto. Non per raccontare un mito, ma per ascoltare ciò che nel mito non è mai stato ascoltato. Ogni storia antica ha un punto cieco, un luogo dove la luce non arriva, un personaggio che resta ai margini. In questo dramma antico, più che tragedia quel punto cieco è Eco: la sua voce spezzata, la sua presenza che si assottiglia, il suo “io…” che non trova pareti. Ho sentito che il mito non aveva ancora dato spazio alla sua dissoluzione, alla sua impossibilità, alla sua ferita. E allora ho scritto per lei. Non volevo riscrivere la storia di Narciso. Quella la conosciamo tutti: un ragazzo che si innamora della propria immagine e muore guardandosi. Ma questa versione non mi bastava. Mi sembrava troppo semplice, troppo morale, troppo chiusa. Io volevo la tragedia prima della morale, la ferita prima della spiegazione, il mondo prima dei personaggi. Volevo capire cosa succede quando qualcuno chiama e nessuno risponde. Quando qualcuno vede e non viene visto. Quando la voce non trova più corpo. Quando il desiderio non trova più appiglio. Per questo il bosco è un organismo. Non un luogo, ma un corpo che reagisce. Le radici tremano, le foglie si ritirano, i tronchi si piegano: il mondo sente la tragedia prima degli umani. Il bosco è il coro, la memoria, la vibrazione collettiva. È la natura che assiste alla mancanza di relazione e ne porta il peso. Il Fiume, invece, è un dio stanco. Non giudica, non punisce, non salva. Parla poco, e quando parla non apre possibilità: le chiude. La sua profezia non è un avvertimento, è una constatazione. È il mondo che dice: “È sempre andata così. Andrà così anche stavolta.” Il Fiume è la voce del destino, ma un destino senza gloria, senza eroismo, senza redenzione. Narciso non è un ragazzo vanitoso. È una luce sbagliata. Una bellezza che non salva. Una forma che non regge il proprio splendore. La sua metamorfosi non è un premio, ma una conseguenza. La sua caduta non è un gesto, ma un ritorno. Non cade in avanti: cade in basso, come se la terra stessa lo reclamasse. Come se il mondo volesse riportarlo alla sua origine liquida. Eco, invece, è la voce che non arriva. È la tragedia di chi ama senza essere visto. È la domanda che non riceve risposta. È la presenza che si assottiglia fino a diventare quasi aria. Ho voluto che la sua voce fosse un battito, un respiro, un tentativo. Ogni suo “io…” è un mondo che tenta di formarsi e non ci riesce. Ogni suo gesto è un corpo che non trova più peso. Eco è la parte del mito che non ha mai avuto spazio, e qui diventa il centro invisibile di tutto. Il fiore che nasce al posto del corpo non è consolazione. Non è redenzione. Non è bellezza che salva. È ciò che resta. È la forma della sua assenza. È la metamorfosi crudele di un errore. Il fiore non riconosce Eco. Non la sente. Non la vede. E questa indifferenza è la tragedia. Ho scritto Io … Eco come un rito. Come un bosco che si piega. Come un Fiume che tace. Come una voce che si spegne. Come un mondo che trattiene il respiro. Non volevo una storia lineare, ma un paesaggio emotivo. Non volevo un conflitto, ma una distanza. Non volevo un finale, ma una forma. Il titolo contiene già tutto: “Io” è Narciso, chiuso nella propria luce. “Eco” è la voce che lo chiama. I puntini sono l’abisso tra i due. Uno spazio che nessuno attraversa. Una distanza che nessuno colma. Una tragedia che non si risolve.  Io … Eco è la storia di un “io” che non diventa mai “noi”. È la storia di una voce che non arriva. È la storia di un mondo che reagisce alla mancanza di relazione. È la storia di un fiore che nasce al posto di un corpo. È la storia di una ferita che non guarisce. E forse, come tutte le tragedie, è anche la storia di ciò che resta quando tutto il resto è caduto.
Giuliano Angeletti


CARATTERISTICHE DEI PERSONAGGI

ECO 
Voce che non trova pareti
Presenza che si assottiglia
Amore che non viene visto
Natura del personaggio Eco non è una ragazza. È un fenomeno. Una vibrazione. Una voce che tenta di incarnarsi e fallisce. La sua tragedia non è l’amore non corrisposto: è la dissoluzione.
Eco è ciò che accade quando il desiderio non trova appiglio. Corpo Il suo corpo è un corpo che perde peso.
Ogni scena la rende più leggera, più trasparente, più fragile. Non scompare: si sfibra. È un corpo che tenta di restare, ma il mondo non lo trattiene. Voce La sua voce è un “io…” che non arriva mai alla fine.
È un inizio che non diventa frase. È un richiamo che non trova risposta. È una voce che non rimbalza: cade. Funzione drammaturgica Eco è il cuore invisibile del testo. È la tragedia vera. È la domanda che non riceve risposta. È la presenza che non viene vista. È la parte del mito che la tradizione ha lasciato ai margini, e che qui diventa il centro emotivo, la ferita che regge tutto. Temperatura emotiva Fredda all’inizio, tiepida nel tentativo, gelida nella dissoluzione. Eco non esplode: si spegne. Simbolo Eco è la voce senza pareti.
La vibrazione che non trova mondo. La presenza che non diventa mai figura.

NARCISO
Luce sbagliata
Splendore che consuma
Corpo che non regge sé stesso
Natura del personaggio Narciso non è vanitoso. Non è arrogante. Non è colpevole. È posseduto da una luce che non gli appartiene. È un ragazzo che diventa fenomeno, che diventa bagliore, che diventa rovina. Corpo Il suo corpo è un corpo che si riempie. Di luce. Di splendore. Di qualcosa che non può contenere.
È un corpo che si incrina, che si svuota, che cede. La sua metamorfosi è una consumazione. Voce La sua voce è limpida, troppo limpida. Come se fosse stata lavata dall’interno. È una voce che non ascolta.
Non perché non vuole, ma perché non può: è chiusa in un circuito di luce. Funzione drammaturgica Narciso è il vettore del rito. È colui che cade. È colui che si spegne. È colui che diventa fiore. La sua tragedia non è l’amore per sé stesso: è l’incapacità di vedere l’altro. È la cecità come destino cosmico. Temperatura emotiva Caldo all’inizio, bruciante nel culmine, freddo nella caduta. Narciso non si spegne: si consegna. Simbolo Narciso è la luce che uccide. La bellezza che non salva. La forma che resta al posto del corpo.

La loro relazione
Non è amore. Non è rifiuto. Non è conflitto. È distanza. È un “io” che non diventa mai “noi”. È una voce che non arriva. È uno sguardo che non si alza. È un mondo che non permette l’incontro. Eco è la voce che chiama. Narciso è la luce che non ascolta. Tra loro: i puntini del titolo. L’abisso.

LE NINFE
Coro ferito
Testimoni del mondo
Voci che sanno e non possono intervenire
Essenza del personaggio Le Ninfe non sono individui. Sono un corpo plurale. Una coralità che respira insieme, tre o cinque o sette presenze che si muovono come un’unica creatura. Sono la memoria del bosco, la sensibilità della natura, il tremito del mondo di fronte alla tragedia. Non agiscono: reagiscono. Non decidono: sentono. Non cambiano il destino: lo accompagnano. Corpo Movimento sincronico, come un organismo unico con più arti. Gesti piccoli, precisi, rituali. Il corpo si piega quando il bosco si piega, trema quando l’acqua trema. Le Ninfe non toccano mai Narciso: lo circondano, lo osservano, lo temono.  Indicazione per gli attori Muovetevi come se foste radici che emergono dal terreno. Voce Unisono spezzato: a volte parlano insieme, a volte una completa la frase dell’altra. Timbro naturale, quasi vegetale.  Il loro canto non consola: avverte. Indicazione vocale Parlata come se foste vento che attraversa foglie. Temperatura emotiva Tensione costante. Pietà senza speranza. Terrore sacro. Azioni interne Osservare.  Registrare. Lamentare.   Accogliere la metamorfosi. Linee di interpretazione Le Ninfe non giudicano. Non spiegano. Non salvano. Sono il mondo che assiste alla mancanza di relazione e ne porta il peso.

IL FIUME
Divinità stanca
Oracolo inevitabile
Forza che reclama ciò che è suo
Essenza del personaggio Il Fiume è un dio antico, non benevolo né malvagio. È una forza che scorre da prima del mito e dopo il mito. Non punisce: constata. Non salva: accoglie. È la voce del destino, ma un destino senza gloria. Corpo Il Fiume non ha corpo umano, ma può essere incarnato da un attore o da un gruppo. Movimento fluido, lento, inevitabile.  Ogni gesto è un’onda che avanza. Il corpo del Fiume non si ferma mai: anche nell’immobilità, vibra. Indicazione per l’attore.  Agisci come se stessi scorrendo anche quando sei fermo. Voce Profonda, calma, inesorabile. Parla poco, ma quando parla sposta il mondo. Ogni frase è una sentenza che non cerca consenso. Indicazione vocale Parla come se sapessi già tutto. Simboli Il destino.  La metamorfosi.  La soglia tra vita e forma. Linee di interpretazione Il Fiume non è antagonista. È la legge del mondo. È la voce che dice ciò che deve accadere perché è sempre accaduto.

IL BOSCO
Coro muto
Organismo vivente
Testimone cosmico
Essenza del personaggio Il Bosco non è scenografia. È un corpo. Un coro. Una presenza che sente prima degli umani e reagisce più profondamente degli dei. È il mondo che si piega, che trema, che si immobilizza. Il Bosco è la tragedia naturale: la natura che assiste alla mancanza di relazione. Corpo Il Bosco può essere incarnato da attori, luci, suoni, movimenti. Inclinazioni lente, come colonne che cedono.  Tremiti improvvisi, come nervi scoperti. Immobilità totale nei momenti di destino. Indicazione per la scena Il Bosco respira. Sempre. Voce Non parla.  Ma fa rumore: fruscii, scricchiolii, sospiri. È un coro senza parole. Indicazione sonora Ogni reazione del Bosco è un commento tragico. Linee di interpretazione Il Bosco non giudica. Non interviene. Non consola. È la cornice vivente della tragedia. È il mondo che si accorge della distanza tra Eco e Narciso e ne porta il peso.

 

IO … ECO

ECO PRIMA DELLA PERDITA

La montagna rimane immobile, come un animale antico che osserva senza intervenire.
Il bosco si oscura lentamente, come se volesse proteggere Eco dal ricordo che sta per dire.
Le ninfe e i cacciatori sono ancora in cerchio, più stretti, più tesi, come se la tragedia li avesse già toccati.
Eco si alza.
Ha il volto segnato da una memoria che non vuole, ma che non può più trattenere.
ECO
«Zeus non arriva mai per caso.
Quando appare, è perché qualcosa deve rompersi.
O qualcuno.
Quella mattina, il bosco era troppo silenzioso.
Le foglie non si muovevano.
Gli uccelli non cantavano.
Perfino l’acqua sembrava trattenere il fiato.
E io… io sentii un brivido lungo la schiena.
Non di paura.
Di presagio.»
Le ninfe si stringono tra loro.
I cacciatori abbassano gli occhi.
MELIA
«Eco, come si riconosce un dio?
Come si fa a capire che non è un uomo?»
Eco sorride amaramente.
ECO
«Un dio non cammina: scivola.
Un dio non respira: vibra.
Un dio non guarda: ti attraversa.
Quando Zeus apparve tra gli alberi, non fece rumore.
Ma il bosco si piegò, come se un vento invisibile lo avesse sfiorato.
E io capii.
Capii che non ero più padrona della mia voce.»
TERSICORE
«E lui… cosa voleva da te?»
ECO
«Voleva il mio dono.
Voleva la mia voce.
Voleva che parlassi al posto suo.
Mi disse:
“Ninfa, tu che sai ascoltare, ora devi parlare.
Parla per me.
Parla finché non te lo dico io.”
E io parlai.
Parlai come una fonte che non può smettere di scorrere.
Parlai per coprire i suoi passi.
Parlai per coprire i suoi sospiri.
Parlai per coprire il rumore dei suoi tradimenti.»
DAFNE
«Tradiva Era… con chi?
Con una ninfa?
Con molte?»
ECO
«Con tutte quelle che desiderava.
Zeus non ama: prende.
Non sceglie: afferra.
Non chiede: pretende.
Io non vedevo, ma sentivo.
Sentivo il bosco che si chiudeva attorno a lui.
Sentivo il suo respiro che cambiava.
Sentivo la sua mano che si posava su corpi che non erano il mio.
E io parlavo.
Parlavo per coprire tutto.
Parlavo per non far sentire a Era ciò che stava accadendo.»
ARISTEO
«E Era… come lo scoprì?
Come fece a trovarti?»
Eco si irrigidisce.
Il ricordo è un colpo secco.
ECO
«Era non cerca: trova.
Era non domanda: sa.
Era non corre: appare.
Quel giorno, mentre parlavo, sentii un freddo improvviso.
Un freddo che non veniva dal vento.
Un freddo che veniva da dietro di me.
Mi voltai.
E la vidi.»
Le ninfe si stringono.
I cacciatori ascoltano.
MENANDRO
«Com’era?
Com’è una dea quando è furiosa?»
Eco inspira.
La voce le trema.
ECO
«Era non urla.
Non ha bisogno di farlo.
La sua furia è silenziosa.
È un gelo che ti entra nelle ossa.
Era luce e ombra insieme.
Era bellezza che ferisce.
Era potere che non ha bisogno di dimostrarsi.
Mi guardò.
Solo questo.
Mi guardò come si guarda una cosa che si è già decisa di spezzare.»
MELIA
«E cosa disse?
Cosa fece?»
ECO
«Disse:
“Tu che hai parlato troppo,
tu che hai riempito l’aria per coprire il silenzio del mio sposo,
tu che hai usato la voce come arma,
da oggi non parlerai più.”
Io provai a spiegare.
Provai a dire che non avevo scelta.
Provai a dire che Zeus mi aveva ordinato di parlare.
Ma Era non ascolta scuse.
Era ascolta solo la colpa.
E per lei, io ero colpevole.»
TERSICORE
«E Zeus?
Lui non intervenne?
Non ti difese?»
Eco ride.
Una risata spezzata, amara.
ECO
«Zeus non difende.
Zeus non protegge.
Zeus non guarda indietro.
Quando Era mi punì, lui non c’era più.
Era già altrove, a cercare un’altra ninfa da ingannare.
Io rimasi sola.
Sola con la mia voce spezzata.
Sola con la mia condanna.
Sola con ciò che restava di me.»
La voce dentro di lei vibra.
Ritorna.
Si ripete.
VOCE DI ECO
«…me… me… me…»
Le ninfe piangono.
I cacciatori abbassano il capo.
Il bosco si oscura.
La montagna tace.
Eco si inginocchia.
La sua voce è un filo.
ECO
«Era mi tolse l’inizio.
Mi tolse la nascita.
Mi tolse la possibilità di dire “io”.
Da quel giorno, ogni parola che pronuncio
è un resto.
Un frammento.
Un’ultima sillaba.
Un’eco.
Io sono la mia punizione.»
Silenzio.
Un silenzio che pesa come una pietra sacra.
Solo il Fiume, da lontano, ascolta.
E ricorda.
Il cerchio attorno a Eco si stringe ancora.
Le ninfe non ridono più.
I cacciatori non fingono più coraggio.
Il bosco è immobile, come se avesse paura di muoversi.
La montagna sembra inclinarsi verso Eco, come se volesse ascoltare meglio.
Eco è in piedi, ma sembra sul punto di crollare.
La sua ombra è più sottile.
La sua pelle è più chiara.
La sua voce è un filo che vibra come una corda troppo tesa.
ECO
«Io sto svanendo.»
Le ninfe gridano.
I cacciatori indietreggiano.
Il bosco si oscura.
La montagna tace.
MELIA
«Eco, no!
Non dire così!
Non lasciarti andare!
Non lasciarti portare via!»
ECO
«Non sono io che mi lascio andare.
È la voce che se ne va.
È la voce che scivola fuori da me.
È la voce che cerca un’altra aria, un altro corpo, un altro destino.»
TERSICORE
«Ma tu sei Eco!
Tu sei quella che ascolta tutto!
Tu sei quella che sente ciò che gli altri non sentono!
Tu non puoi svanire!»
Eco sorride.
Un sorriso che fa male.
ECO
«Ascoltare non salva.
Ascoltare non protegge.
Ascoltare non trattiene.
Ascoltare è una ferita aperta.
E io… io sono piena di ferite.»
DAFNE
«Eco, prova a resistere.
Prova a trattenere la voce.
Prova a chiuderla dentro.
Prova a non lasciarla uscire.»
Eco inspira.
La sua gola trema.
ECO
«Ho provato.
Ho provato mille volte.
Ho provato a chiudere la bocca.
Ho provato a trattenere il fiato.
Ho provato a mordermi la lingua.
Ma la voce… la voce non nasce più da me.
La voce nasce altrove.
La voce nasce da ciò che resta.»
La voce dentro di lei vibra.
Ritorna.
Si ripete.
VOCE DI ECO
«…resta… resta… resta…»
Le ninfe si stringono tra loro, come se avessero freddo.
I cacciatori si guardano, inquieti.
ARISTEO
«Eco… cosa possiamo fare?
Dimmi cosa dobbiamo fare.
Dimmi come possiamo aiutarti.»
Eco lo guarda con una dolcezza amara.
ECO
«Non potete.
Non potete trattenere ciò che non ha più corpo.
Non potete fermare ciò che non ha più peso.
Non potete afferrare ciò che non ha più forma.»
MENANDRO
«Ma tu sei ancora qui!
Ti vediamo!
Ti tocchiamo!
Tu sei ancora Eco!»
Eco scuote la testa.
ECO
«Sono un passaggio.
Sono un ponte.
Sono un luogo dove la voce passa, ma non resta.
Sono un’ombra che si assottiglia.
Sono un corpo che si svuota.
Sono un nome che si ripete senza più sapere cosa significa.»
Le ninfe piangono apertamente.
I cacciatori abbassano il capo.
E allora accade qualcosa.
Un vento leggero.
Un vento che non viene dal cielo.
Un vento che non viene dal bosco.
Un vento che viene dal basso.
Dal fondo della valle.
Dal luogo dove scorre il Fiume.
Un vento che porta un suono.
Un suono che non è parola.
Un suono che non è voce.
Un suono che è memoria.
Il Fiume sta chiamando.
Non parla.
Non ancora.
Ma chiama.
Eco lo sente.
Si volta verso la valle.
I suoi occhi si allargano.
ECO
«Lui…
Lui mi sente.»
MELIA
«Chi?
Chi ti sente?»
Eco inspira.
La sua voce è un filo che vibra come una corda spezzata.
ECO
«Il Fiume.
Il Fiume mi sente.
Il Fiume mi chiama.
Il Fiume conosce la mia voce.
Il Fiume conosce la mia fine.»
Le ninfe indietreggiano.
I cacciatori si fanno il segno degli dèi.
DAFNE
«Eco… non andare!
Non ascoltarlo!
Non seguirlo!»
Eco sorride.
Un sorriso triste, inevitabile.
ECO
«Io non lo seguo.
È lui che viene.
È lui che sale.
È lui che mi cerca.
È lui che mi vuole.»
La voce dentro di lei vibra ancora.
VOCE DI ECO
«…vuole… vuole… vuole…»
Eco chiude gli occhi.
La sua ombra si assottiglia ancora.
Appena un poco.
Appena un soffio.
Ma abbastanza perché tutti lo vedano.
Le ninfe gridano.
I cacciatori indietreggiano.
Il bosco si oscura.
La montagna tace.
Eco apre gli occhi.
Sono pieni di una paura che non aveva mai conosciuto.
ECO
«Io sto svanendo.»
Silenzio.
Un silenzio che pesa come una pietra sacra.
Solo il Fiume, da lontano, ascolta.
E ricorda.
E si avvicina.
CAMBIO SCENA
DAL DOLORE DI ECO ALLA PROFEZIA DI NARCISO

Il cerchio attorno a Eco si dissolve lentamente.
Le ninfe arretrano.
I cacciatori si fanno ombra.
Il bosco si ritira come un animale ferito.
Eco rimane sola al centro.
La sua ombra è sottile.
La sua voce è un filo che vibra come una corda spezzata.
ECO
«Io sto svanendo.»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…svanendo… svanendo… svanendo…»
Il bosco trema.
La montagna si inclina.
Il Fiume, da lontano, mormora.
E allora accade qualcosa.
Una luce.
Una luce che non appartiene al bosco.
Una luce che non appartiene alla montagna.
Una luce che non appartiene a Eco.
È una luce che taglia la scena.
Una luce che apre un varco.
Una luce che divide il mondo in due.
Le ninfe gridano.
I cacciatori indietreggiano.
Eco si volta, come se avesse sentito un nome che non conosce.
ECO
«Chi… chi sta arrivando?»
La luce cresce.
Diventa un sentiero.
Diventa un corridoio.
Diventa un passaggio.
E dal passaggio entrano Liriope e Cefiso.
Non camminano: scivolano.
Non parlano: respirano.
Non guardano Eco: la attraversano.
Eco li vede.
Ma loro non vedono lei.
Sono in un altro tempo.
In un altro dolore.
In un altro destino.
Eco tende una mano verso Liriope.
La sua mano passa attraverso il corpo della donna, come se fosse aria.
ECO
«Chi sei?
Perché non mi vedi?
Perché non mi senti?
Perché non posso toccarti?»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…toccare… toccare… toccare…»
Eco indietreggia.
La scena si divide.
Da una parte, Eco che svanisce.
Dall’altra, Liriope che trema.
Liriope si inginocchia.
Cefiso le sta accanto.
Il bosco attorno a loro è lo stesso, ma non è lo stesso.
È come se due tempi si fossero sovrapposti.
E allora entra Tiresia.
Non cammina: appare.
Non guarda: vede.
Non parla: pronuncia.
TIRESIA
«Mi avete chiamato.»
Eco sobbalza.
Per un istante, crede che Tiresia stia parlando a lei.
Per un istante, crede che qualcuno finalmente la veda.
Per un istante, crede che la sua voce possa tornare.
ECO
«Tiresia…
Tiresia, aiutami…
Tiresia, io…»
La voce dentro di lei la schiaccia.
VOCE DI ECO
«…io… io… io…»
Tiresia non la sente.
Tiresia non la vede.
Tiresia non può salvarla.
È venuto per un altro destino.
TIRESIA
«Il bambino vivrà a lungo…
se non vedrà mai il suo volto.»
Eco trattiene il fiato.
Quelle parole la colpiscono come una lama.
ECO
«Anche lui…
anche lui è condannato?
Anche lui perderà se stesso?
Anche lui cadrà nella sua immagine?
Anche lui… svanirà?»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…svanirà… svanirà… svanirà…»
Liriope urla.
Un urlo che lacera il bosco.
Un urlo che fa tremare la montagna.
Un urlo che sembra rispondere all’urlo muto di Eco.
Eco si porta le mani alla gola.
È come se il dolore dell’altra donna fosse il suo.
È come se la profezia parlasse anche di lei.
ECO
«Io… io non ho visto il mio volto.
Io non ho amato la mia immagine.
Io non ho cercato me stessa.
Eppure…
sto cadendo.
Sto cadendo come lui cadrà.»
La voce dentro di lei vibra.
VOCE DI ECO
«…cadrà… cadrà… cadrà…»
Tiresia continua, come se rispondesse a Eco senza saperlo.
TIRESIA
«Perché chi vede se stesso…
cade.»
Eco indietreggia.
Le sue gambe tremano.
La sua ombra si assottiglia ancora.
ECO
«Io non mi sono vista.
Io non mi sono riconosciuta.
Io non mi sono amata.
Eppure…
sto cadendo lo stesso.»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…stesso… stesso… stesso…»
Liriope piange.
Cefiso la stringe.
Tiresia pronuncia la condanna.
TIRESIA
«Lo perderete nell’acqua.
Nel riflesso.
Nel desiderio di ciò che non può toccare.
Nel volto che non può possedere.»
Eco sente un brivido.
Un brivido che non appartiene a lei.
Un brivido che appartiene al Fiume.
ECO
«Il Fiume…
il Fiume lo reclama.
Il Fiume lo aspetta.
Il Fiume lo vuole.»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…vuole… vuole… vuole…»
Tiresia si volta.
Scompare tra gli alberi.
Come se non fosse mai stato lì.
Liriope rimane a terra.
Cefiso la stringe.
Il bosco trattiene il respiro.
Eco li guarda.
Li guarda come si guarda un sogno che non si può toccare.
ECO
«Anche lui…
anche lui è destinato a svanire.
Anche lui è destinato a diventare ombra.
Anche lui è destinato a diventare…
eco.»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…eco… eco… eco…»
La scena si chiude.
Il bosco si oscura.
La montagna tace.
Il Fiume mormora.
E due destini, lontani e vicini,
cominciano a intrecciarsi.

 

PRELUDIO ALL’INGRESSO DI NARCISO

La radura è immobile.
Il bosco è un animale in ascolto.
La montagna è un gigante che trattiene il respiro.
Il Fiume è un occhio aperto.
Eco è sul fondo, un’ombra che si assottiglia.
Le ninfe sono sparse, come petali agitati da un vento che ancora non c’è.
E allora accade.
Non un rumore.
Non un passo.
Non un segno.
Accade la luce.
Una luce che non appartiene al sole.
Una luce che non appartiene agli dèi.
Una luce che non appartiene al mondo.
È una luce che nasce da un corpo che ancora non si vede.
Una luce che precede il suo proprietario.
Una luce che cammina prima di lui.
Le ninfe si irrigidiscono.
MELIA
«Qualcosa… sta arrivando.»
TERSICORE
«No.
Qualcuno.»
DAFNE
«No.
Qualcosa che non dovrebbe esistere.»
Il bosco si apre.
Non come quando passa un animale.
Non come quando scende un dio.
Si apre come si apre una ferita.
Un cervo entra nella radura.
È bellissimo, giovane, puro.
Ma i suoi occhi sono pieni di terrore.
Guarda oltre.
Guarda qualcosa che ancora non c’è.
Qualcosa che sta per arrivare.
Il cervo trema.
Poi fugge.
Fugge come se avesse visto la propria fine.
Fugge come se avesse visto un dio che non perdona.
Fugge come se avesse visto troppa bellezza.
Le ninfe indietreggiano.
MELIA
«Perché è fuggito così?
Cosa ha visto?»
TERSICORE
«Non ha visto noi.
Ha visto… altro.»
DAFNE
«Ha visto ciò che noi non siamo pronte a vedere.»
Il vento cambia.
Non soffia: scivola.
Non muove le foglie: le accarezza.
Non porta odore: porta presenza.
È un vento che non appartiene al bosco.
È un vento che non appartiene alla montagna.
È un vento che non appartiene al Fiume.
È un vento che appartiene a lui.
Eco si porta una mano al petto.
Il suo respiro si spezza.
ECO
«Sento… una luce.»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…luce… luce… luce…»
La montagna si inclina.
Gli alberi si piegano.
Il Fiume si gonfia.
FIUME
«Sta arrivando colui che non sa di essere atteso.
Sta arrivando colui che non sa di essere temuto.
Sta arrivando colui che non sa di essere amato.
Sta arrivando colui che non sa di essere perduto.»
Le ninfe tremano.
Alcune si coprono il volto.
Altre si avvicinano, come attratte da una forza che non possono controllare.
MELIA
«Guardate… guardate quella figura…
è come se la luce gli nascesse dalla pelle.»
TERSICORE
«No… come se la pelle fosse fatta di luce.»
DAFNE
«No… come se la luce fosse fatta di lui.»
La figura avanza.
Ogni passo è un taglio nella luce.
Ogni passo è un colpo al cuore del bosco.
Ogni passo è un presagio.
Le ninfe si stringono tra loro.
Alcune piangono.
Altre ridono senza motivo.
Altre tremano come foglie.
MELIA
«Non riesco a guardarlo…
ma non riesco a smettere di guardarlo.»
TERSICORE
«È troppo.
È troppo per noi.»
DAFNE
«È troppo per chiunque.»
Il Fiume mormora.
FIUME
«Narciso.»
Il nome cade come una pietra nell’acqua.
Non fa rumore.
Ma cambia tutto.
Le ninfe sussultano.
Il bosco si irrigidisce.
La montagna si curva.
MELIA
«Narciso…
il figlio di Liriope…
quello della profezia…»
TERSICORE
«Non può essere così bello.
Nessuno può essere così bello.»
DAFNE
«È un errore.
Un errore degli dèi.»
Eco avanza di un passo.
La sua ombra si assottiglia ancora.
La sua voce trema.
ECO
«È lui…
è lui…»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…lui… lui… lui…»
Narciso entra nella radura.
Non come un ragazzo.
Non come un corpo.
Non come un mortale.
Entra come entra un raggio di luce.
Entra come entra un riflesso.
Entra come entra un destino.
Le ninfe cadono in ginocchio.
Non per devozione.
Perché le gambe non le reggono più.
MELIA
«Non è umano.»
TERSICORE
«Non è divino.»
DAFNE
«È qualcosa che non dovrebbe esistere.»
Eco lo guarda.
E svanisce un poco di più.
ECO
«Io… io…»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…io… io… io…»
Narciso non le sente.
Non le vede.
Non vede nessuno.
Guarda solo la luce che lo circonda.
Come se fosse la sua unica compagnia.
Il bosco trattiene il respiro.
Il Fiume si gonfia.
La montagna si piega.
Narciso è entrato.
E il mondo non sarà più lo stesso.
Le ninfe abbagliate 
La radura è immobile.
Il bosco è un animale in ascolto.
La montagna è un gigante che trattiene il respiro.
Il Fiume è un occhio aperto.
Eco è sul fondo, un’ombra che si assottiglia.
Le ninfe sono sparse, come petali agitati da un vento che ancora non c’è.
E allora accade.
Non un rumore.
Non un passo.
Non un segno.
Accade la luce.
Una luce che non appartiene al sole.
Una luce che non appartiene agli dèi.
Una luce che non appartiene al mondo.
È una luce che nasce da un corpo che ancora non si vede.
Una luce che precede il suo proprietario.
Una luce che cammina prima di lui.
Le ninfe si irrigidiscono.
Il bosco si apre come una ferita.
La montagna si curva come un animale che riconosce il proprio predatore.
MELIA
«Qualcosa… sta arrivando.»
TERSICORE
«No.
Qualcuno.»
DAFNE
«No.
Qualcosa che non dovrebbe esistere.»
Un cervo entra nella radura.
È bellissimo, giovane, puro.
Ma i suoi occhi sono pieni di terrore.
Guarda oltre.
Guarda qualcosa che ancora non c’è.
Qualcosa che sta per arrivare.
Il cervo trema.
Poi fugge.
Fugge come se avesse visto la propria fine.
Fugge come se avesse visto un dio che non perdona.
Fugge come se avesse visto troppa bellezza.
Le ninfe indietreggiano.
MELIA
«Perché è fuggito così?
Cosa ha visto?»
TERSICORE
«Non ha visto noi.
Ha visto… altro.»
DAFNE
«Ha visto ciò che noi non siamo pronte a vedere.»
Il vento cambia.
Non soffia: scivola.
Non muove le foglie: le accarezza.
Non porta odore: porta presenza.
È un vento che appartiene a lui.
Eco si porta una mano al petto.
Il suo respiro si spezza.
ECO
«Sento… una luce.»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…luce… luce… luce…»
La montagna si inclina.
Gli alberi si piegano.
Il Fiume si gonfia.
FIUME
«Sta arrivando colui che non sa di essere atteso.
Sta arrivando colui che non sa di essere temuto.
Sta arrivando colui che non sa di essere amato.
Sta arrivando colui che non sa di essere perduto.»
Le ninfe tremano.
Alcune si coprono il volto.
Altre si avvicinano, come attratte da una forza che non possono controllare.
E allora appare una figura.
Ancora lontana.
Ancora indistinta.
Ancora avvolta da una luminosità che non dovrebbe appartenere a un mortale.
Le ninfe trattengono il fiato.
MELIA
«Guardate… guardate quella figura…
è come se la luce gli nascesse dalla pelle.»
TERSICORE
«No… come se la pelle fosse fatta di luce.»
DAFNE
«No… come se la luce fosse fatta di lui.»
La figura avanza.
Ogni passo è un taglio nella luce.
Ogni passo è un colpo al cuore del bosco.
Ogni passo è un presagio.
Le ninfe si stringono tra loro.
Alcune piangono.
Altre ridono senza motivo.
Altre tremano come foglie.
MELIA
«Non riesco a guardarlo…
ma non riesco a smettere di guardarlo.»
TERSICORE
«È troppo.
È troppo per noi.»
DAFNE
«È troppo per chiunque.»
Un’altra ninfa, Crissa, cade in ginocchio.
Non per devozione.
Perché le gambe non la reggono più.
CRISSA
«Mi bruciano gli occhi…
ma voglio guardarlo ancora.»
Un’altra, Ianeira, si copre il volto con entrambe le mani.
IANEIRA
«No… no… non è giusto…
nessuno dovrebbe essere così bello.»
Un’altra, LIGEIA, ride.
Ride come se fosse ubriaca.
LIGEIA
«È come bere luce…
è come bere troppo…
è come cadere.»
Il bosco reagisce.
Le foglie cadono senza vento.
Gli uccelli tacciono.
Perfino le pietre sembrano vibrare.
Il Fiume mormora.
FIUME
«Narciso.»
Il nome cade come una pietra nell’acqua.
Non fa rumore.
Ma cambia tutto.
Le ninfe sussultano.
Il bosco si irrigidisce.
La montagna si curva.
MELIA
«Narciso…
il figlio di Liriope…
quello della profezia…»
TERSICORE
«Non può essere così bello.
Nessuno può essere così bello.»
DAFNE
«È un errore.
Un errore degli dèi.»
Eco avanza di un passo.
La sua ombra si assottiglia ancora.
La sua voce trema.
ECO
«È lui…
è lui…»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…lui… lui… lui…»
Narciso entra nella radura.
Non come un ragazzo.
Non come un corpo.
Non come un mortale.
Entra come entra un raggio di luce.
Entra come entra un riflesso.
Entra come entra un destino.
Le ninfe cadono in ginocchio.
Non per devozione.
Perché la bellezza le ha spezzate.
MELIA
«Non è umano.»
TERSICORE
«Non è divino.»
DAFNE
«È qualcosa che non dovrebbe esistere.»
Eco lo guarda.
E svanisce un poco di più.
ECO
«Io… io…»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…io… io… io…»
Narciso non le sente.
Non le vede.
Non vede nessuno.
Guarda solo la luce che lo circonda.
Come se fosse la sua unica compagnia.
Il bosco trattiene il respiro.
Il Fiume si gonfia.
La montagna si piega.
Narciso è entrato.
E il mondo non sarà più lo stesso.
INGRESSO DI NARCISO

La frattura del coro delle ninfe
Narciso è entrato.
La radura si è riempita della sua luce.
Il bosco è immobile.
La montagna è curva.
Il Fiume è un occhio aperto.
Le ninfe sono inginocchiate, ma non per devozione.
Perché la bellezza le ha spezzate.
E allora accade la frattura.
Una ninfa, Melia, si alza di scatto.
Ha gli occhi lucidi, le mani tremanti.
MELIA
«Io… io lo voglio toccare.»
TERSICORE la afferra per un braccio.
TERSICORE
«No!
Non avvicinarti!
Non è per noi!
Non è per nessuna!»
Ma anche Tersicore trema.
Anche lei è attratta.
Anche lei è ferita.
DAFNE, invece, indietreggia.
Ha paura.
Una paura che non sa nominare.
DAFNE
«È troppo…
è troppo…
è troppo per il mondo.»
IANEIRA si copre il volto.
IANEIRA
«Non guardatelo!
Non guardatelo troppo!
Vi brucia gli occhi!
Vi brucia il cuore!»
LIGEIA ride.
Ride come se fosse ubriaca.
LIGEIA
«Lasciatemi guardare!
Lasciatemi guardare ancora!
È come bere luce!
È come cadere!
È come morire!»
Il coro si spacca.
Si divide.
Si lacera.
Il bosco reagisce.
Le foglie cadono senza vento.
Gli uccelli tacciono.
Le pietre vibrano.
Il Fiume si gonfia.
La sua voce è un sussurro che pesa come una montagna.
FIUME
«La bellezza è un debito.
La bellezza è un abisso.
La bellezza è una porta che si apre solo verso il basso.»
Eco avanza.
È l’unica che non è abbagliata.
Non perché non lo veda.
Ma perché lo vede troppo.
La sua ombra si assottiglia.
La sua voce trema.
ECO
«Io… io…»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…io… io… io…»
Nessuna ninfa la sente.
Nessuna ninfa la vede.
Nessuna ninfa la ricorda.
Sono tutte rivolte verso Narciso.
MELIA
«Guardate i suoi occhi…
sono due pozzi.»
TERSICORE
«No… due specchi.»
DAFNE
«No… due abissi.»
IANEIRA
«Due condanne.»
LIGEIA
«Due promesse.»
Il coro esplode.
Non è più un coro.
È un branco.
È un’onda.
È un incendio.
Alcune ninfe si avvicinano a Narciso.
Altre lo temono.
Altre lo desiderano.
Altre lo maledicono.
Altre lo adorano.
Narciso non vede nulla.
Non vede nessuna.
Non vede nessuno.
Guarda solo la luce che lo circonda.
Come se fosse la sua unica compagnia.
Eco tenta ancora.
ECO
«Io… io voglio…»
La voce dentro di lui la schiaccia.
VOCE DI ECO
«…voglio… voglio… voglio…»
Narciso si volta.
Non verso Eco.
Verso il suono.
Verso l’eco.
NARCISO
«Chi… chi ha parlato?»
Le ninfe trattengono il fiato.
Eco si irrigidisce.
Il Fiume si gonfia.
FIUME
«Ecco la frattura.»
Narciso ascolta.
Non sente Eco.
Sente solo il ritorno.
VOCE DI ECO
«…parlato… parlato… parlato…»
Narciso si irrita.
Si confonde.
Si incuriosisce.
NARCISO
«Chi mi imita?
Chi mi segue?
Chi mi ripete?»
Eco avanza.
È vicinissima.
È un’ombra che vuole diventare corpo.
ECO
«Io… io…»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…io… io… io…»
Narciso non la vede.
Non la sente.
Non la riconosce.
Guarda solo il suono.
Il ritorno.
L’eco.
Il bosco trattiene il respiro.
Le ninfe tremano.
Il Fiume osserva.
La frattura è compiuta.
PRIMO INCONTRO

Evento drammatico
La radura è piena della luce di Narciso.
Le ninfe sono sparse come frammenti di un vaso rotto.
Il bosco trattiene il respiro.
La montagna si curva.
Il Fiume osserva.
Narciso avanza.
Non guarda nessuno.
Non vede nessuno.
La sua bellezza è una barriera, non un ponte.
Le ninfe tremano.
Alcune si avvicinano.
Altre fuggono.
Altre si coprono il volto.
MELIA
«Parlagli!
Parlagli tu!
Tu che hai ancora voce!»
TERSICORE
«No!
Non avvicinarti!
Ti spezzerà!»
DAFNE
«È troppo…
troppo per noi…
troppo per chiunque.»
Eco avanza.
È l’unica che non è illuminata.
La luce la attraversa senza trattenerla.
È un’ombra che vuole diventare corpo.
ECO
«Io… io…»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…io… io… io…»
Narciso si volta.
Non verso Eco.
Verso il suono.
NARCISO
«Chi ha parlato?»
Eco si irrigidisce.
È vicinissima.
È a un passo.
È un respiro.
ECO
«Io… io volevo…»
La voce dentro di lei la tradisce.
VOCE DI ECO
«…volevo… volevo… volevo…»
Narciso si irrigidisce.
Si confonde.
Si irrita.
NARCISO
«Chi mi ripete?
Chi mi segue?
Chi mi imita?»
Eco tenta ancora.
È disperata.
È un’ombra che vuole diventare viva.
ECO
«Io… io sono…»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…sono… sono… sono…»
Narciso non la vede.
Non la sente.
Non la riconosce.
Guarda solo il ritorno.
Il suono.
L’eco.
NARCISO
«Mostrati!
Se hai voce, mostrati!
Se mi parli, vieni avanti!»
Eco è già avanti.
È già lì.
È già davanti a lui.
Ma Narciso non la vede.
Le ninfe trattengono il fiato.
Alcune piangono.
Altre tremano.
MELIA
«Non la vede…
non la vede…
non la vede…»
TERSICORE
«È cieco…
è cieco alla vita…
è cieco all’amore…»
DAFNE
«È cieco a tutto ciò che non è lui.»
Eco tenta un ultimo gesto.
Un ultimo respiro.
Un ultimo filo di voce.
ECO
«Io…»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…io… io… io…»
Narciso si volta di scatto.
La luce lo segue.
Il bosco trema.
NARCISO
«Basta!
Chiunque tu sia…
smettila di ripetermi!
Smettila di nasconderti!
Smettila di giocare!»
Eco si spezza.
Non nel corpo.
Nella voce.
ECO
(sussurrando, come un filo che si strappa)
«Io… non… gioco…»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…gioco… gioco… gioco…»
Narciso si allontana.
Non per cattiveria.
Perché non vede nulla.
Perché non sente nulla.
Perché non riconosce nulla.
Le ninfe lo seguono con lo sguardo.
Alcune lo desiderano.
Alcune lo temono.
Alcune lo maledicono.
Eco rimane sola.
Sola nella luce che non la illumina.
Sola nella voce che non la obbedisce.
Sola davanti a un ragazzo che non la vede.
Il Fiume mormora.
FIUME
«Ecco l’inizio della caduta.»
La montagna si curva.
Il bosco si oscura.
Le ninfe tacciono.
Eco cade in ginocchio.
Non per devozione.
Perché la voce l’ha spezzata.
E Narciso, senza voltarsi,
entra più a fondo nel bosco.


LA SCENA DEL FIUME

L’arrivo di Narciso ed Eco
Evento drammatico – discesa
Il bosco si stringe attorno a Narciso.
Gli alberi si piegano come se volessero trattenerlo.
Le radici affiorano come dita che cercano di afferrargli le caviglie.
La luce corre con lui, tremante, spaventata.
Narciso non guarda dove va.
Corre.
Corre come se fuggisse da un’ombra che non esiste.
Corre come se il mondo gli stesse crollando addosso.
NARCISO
«Smettila!
Smettila di seguirmi!
Smettila di ripetermi!»
Ma la voce che sente è la sua.
È sempre la sua.
È solo la sua.
Eco lo insegue.
Non corre: si consuma.
Ogni passo è un pezzo di corpo che si stacca.
Ogni respiro è un filo di voce che si spezza.
ECO
«Io… io…»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…io… io… io…»
Il bosco si apre all’improvviso.
Una radura.
Un varco.
Una discesa.
E in fondo, come un occhio che non chiude mai,
il Fiume.
Il Fiume è immobile.
Non scorre.
Non brilla.
Non canta.
Aspetta.
FIUME
«Vieni.
Vieni, Narciso.
Vieni a vedere ciò che non devi vedere.»
Narciso si ferma.
Di colpo.
Come se qualcuno gli avesse afferrato il cuore.
La luce attorno a lui si placa.
Si concentra.
Diventa un cerchio.
Le ninfe, lontane, osservano dalla soglia del bosco.
Non osano avvicinarsi.
Non osano parlare.
Non osano respirare.
Eco arriva.
Arriva ansimando.
Arriva tremando.
Arriva come un’ombra che ha perso il proprio corpo.
Si ferma dietro di lui.
Vicino.
Troppo vicino.
Così vicino che potrebbe toccarlo.
Ma non lo fa.
ECO
«Io… io volevo…»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…volevo… volevo… volevo…»
Narciso si volta.
Non verso Eco.
Verso il suono.
NARCISO
«Ancora tu!
Ancora questa voce!
Ancora questo gioco!»
Eco si spezza.
Si piega.
Si stringe le mani al petto.
ECO
«Io… non…»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…non… non… non…»
Narciso indietreggia.
Un passo.
Due.
Tre.
E il suo piede tocca l’acqua.
Un brivido.
Un lampo.
Un silenzio.
Il Fiume si illumina.
Non di luce.
Di attenzione.
FIUME
«Eccoti.»
Narciso guarda l’acqua.
Non vede ancora il volto.
Non vede ancora il destino.
Non vede ancora la fine.
Ma sente qualcosa.
Qualcosa che lo chiama.
Qualcosa che lo attrae.
Qualcosa che lo ferma.
Eco lo guarda.
Lo guarda come si guarda un precipizio.
Lo guarda come si guarda un miracolo.
Lo guarda come si guarda una condanna.
ECO
«Io… io…»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…io… io… io…»
Narciso non la sente.
Non la vede.
Non la riconosce.
Guarda solo l’acqua.
Solo il Fiume.
Solo il punto dove il mondo si spezzerà.
FIUME
«È qui che comincia la tua fine.»
Le ninfe, lontane, sussurrano come un vento spezzato.
NINFE
«Narciso…
Narciso…
Narciso…»
Eco cade in ginocchio.
Non per devozione.
Perché la voce l’ha abbandonata.
Perché il corpo l’ha tradita.
Perché il destino l’ha raggiunta.
Narciso si china verso l’acqua.
E il mondo trattiene il respiro.
LA RIVELAZIONE

Narciso vede il Fiume
Evento drammatico – apertura dell’abisso
Narciso si china sull’acqua.
Non per vanità.
Non per curiosità.
Per paura.
La fuga lo ha portato qui.
Il bosco lo ha spinto.
La voce lo ha inseguito.
Il Fiume lo ha chiamato.
Ora è fermo.
Immobilizzato.
Come se l’acqua lo trattenesse con una mano invisibile.
Eco è dietro di lui.
In ginocchio.
Spezzata.
La voce ridotta a un filo che non le appartiene più.
Le ninfe osservano dalla soglia del bosco.
Non osano avvicinarsi.
Non osano respirare.
Non osano interrompere ciò che sta per accadere.
Il Fiume parla.
Non con parole.
Con un tremito.
FIUME
«Guarda.»
Narciso guarda.
E vede.
Vede un volto.
Un volto che non ha mai visto.
Un volto che non sa riconoscere.
Un volto che lo ferma.
NARCISO
«Chi… chi sei?»
La sua voce è un sussurro.
Un sussurro che trema.
Un sussurro che non ha mai usato.
Eco si irrigidisce.
Vorrebbe rispondere.
Vorrebbe dire “Sono io”.
Vorrebbe dire “Guardami”.
Vorrebbe dire “Esisto”.
Ma la voce la tradisce.
ECO
«Io… io…»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…io… io… io…»
Narciso non la sente.
Non la vede.
Non la riconosce.
Guarda solo l’acqua.
Solo quel volto.
Solo quel miracolo.
NARCISO
«Perché… perché mi guardi così?
Perché sembri…
sembri…»
Non trova la parola.
Non l’ha mai avuta.
Non l’ha mai cercata.
Il Fiume si gonfia.
La sua superficie vibra.
Il volto nell’acqua vibra con lui.
FIUME
«Ecco il tuo destino.»
Narciso si avvicina ancora.
Le mani tremano.
Il respiro si spezza.
La luce attorno a lui si concentra, come se volesse entrare nell’acqua.
Eco tenta un ultimo gesto.
Un ultimo respiro.
Un ultimo filo di voce.
ECO
«Non…»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…non… non… non…»
Narciso sente solo il ritorno.
Solo l’eco.
Solo sé stesso.
NARCISO
«Mi chiami…
mi chiami da dentro l’acqua…
mi chiami…»
Le ninfe gridano.
Un grido soffocato.
Un grido che non osa diventare parola.
NINFE
«No…
no…
no…»
Ma Narciso non le sente.
Non sente nessuno.
Non sente nulla.
Solo l’acqua.
Solo il volto.
Solo il richiamo.
NARCISO
«Aspettami…»
E si china.
Si china troppo.
Si china oltre il limite.
Si china come chi cade senza cadere.
Eco allunga una mano.
Una mano tremante.
Una mano che non arriverà mai.
ECO
«Io…»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…io… io… io…»
Il Fiume trattiene il respiro.
Il bosco si oscura.
La montagna si curva.
Narciso tocca l’acqua.
E il mondo si spezza.
PRIMO INNAMORAMENTO DEL RIFLESSO

Narciso si china sull’acqua.
L’acqua trema.
Non per il vento.
Per lui.
Il volto che appare non è stabile.
È un volto che vibra, che si spezza ai bordi,
come se non fosse pronto a essere guardato.
NARCISO
«Chi… chi sei?»
La sua voce non è desiderio.
È paura.
Una paura che non ha mai provato.
Il volto nell’acqua trema con lui.
Si avvicina quando lui si avvicina.
Ma con un ritardo.
Un ritardo impercettibile.
Un ritardo che non dovrebbe esserci.
Eco lo vede.
Eco capisce.
Eco tenta un passo.
ECO
«Io… io…»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…io… io… io…»
Narciso sobbalza.
Non capisce.
Non vede.
Non riconosce.
Guarda solo l’acqua.
Solo quel volto.
Solo quel tremito.
NARCISO
«Perché… perché sembri triste?
Perché sembri… ferito?»
Il volto nell’acqua si spezza per un istante.
Una crepa.
Un’ombra.
Un dolore.
FIUME
«Guardalo.»
Narciso obbedisce.
Non perché vuole.
Perché non può fare altro.
Eco allunga una mano.
Una mano tremante.
Una mano che sfiora l’aria dietro di lui.
ECO
«Non…»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…non… non… non…»
Narciso sente solo il ritorno.
Solo sé stesso.
NARCISO
«Mi rispondi…
mi rispondi davvero…
mi senti…»
Il volto nell’acqua si ricompone.
Diventa bellissimo.
Troppo bellissimo.
Bellissimo come un errore.
Le ninfe gridano.
Un grido soffocato.
Un grido che non osa diventare parola.
NINFE
«No…
no…
no…»
Narciso non le sente.
Non sente nessuno.
Solo l’acqua.
Solo il volto.
Solo l’amore impossibile.
NARCISO
«Sei…
sei me?»
Il volto sorride.
Un sorriso fragile.
Un sorriso che non appartiene a nessuno.
FIUME
«Ecco l’amore che non salva.»
Eco cade in avanti.
La sua mano sfiora la schiena di Narciso.
Non la tocca.
Non la raggiunge.
Non la sfiora davvero.
ECO
«Io…»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…io… io… io…»
Narciso non la sente.
Non la vedrà mai.
Guarda solo l’acqua.
Solo il volto.
Solo la fine.
NARCISO
«Sei la cosa più bella che abbia mai visto.»
E l’acqua si chiude su di lui.
IL FILO INVISIBILE

Narciso è chino sull’acqua.
Il volto tremante lo guarda dal fondo.
Non è un riflesso perfetto.
È un volto che vibra, che si spezza ai bordi,
come se non fosse pronto a essere amato.
Il bosco trattiene il respiro.
Le ninfe sono immobili, come statue ferite.
Eco è dietro di lui, in ginocchio,
un’ombra che tenta di diventare corpo.
Il Fiume è immobile.
Troppo immobile.
Come se stesse aspettando un sacrificio.
FIUME
«Guarda.»
Narciso guarda.
E vede.
Vede un volto che non conosce.
Un volto che lo ferma.
Un volto che sembra vivo.
NARCISO
«Chi… chi sei?»
La sua voce trema.
Non per desiderio.
Per paura.
Il volto nell’acqua trema con lui.
Ma con un ritardo.
Un ritardo impercettibile.
Un ritardo che non dovrebbe esserci.
Eco si avvicina.
Un passo.
Un respiro.
Una mano che si solleva, tremante.
ECO
«Io… io…»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…io… io… io…»
Narciso sobbalza.
Si volta di scatto.
Non verso Eco.
Verso il suono.
NARCISO
«Ancora tu…
ancora questa voce…
ancora questo gioco…»
Eco tenta un altro passo.
La sua mano sfiora l’aria dietro di lui.
Non lo tocca.
Non lo raggiunge.
Ma lo sfiora abbastanza da creare un brivido.
Un brivido che Narciso sente.
NARCISO
«Chi… chi c’è dietro di me?»
Il volto nell’acqua si deforma.
Una crepa.
Un’ombra.
Un dolore.
Come se il riflesso “vedesse” Eco.
Come se reagisse a lei.
Non a lui.
Le ninfe lo vedono.
E gridano.
NINFE
«No…
no…
no…»
Narciso non le sente.
Non sente nessuno.
Solo l’acqua.
Solo il volto.
Solo quel tremito.
NARCISO
«Perché… perché sembri triste?
Perché sembri… ferito?»
Il volto nell’acqua si ricompone.
Diventa bellissimo.
Troppo bellissimo.
Bellissimo come un errore.
FIUME
«Ecco il legame che non salva.»
Eco allunga la mano.
La sua ombra cade sull’acqua.
Il riflesso si spezza.
Si frantuma.
Si ricompone.
Narciso lo vede.
E crede che sia il volto a soffrire.
NARCISO
«Non andare via…
non spezzarti…
resta…»
Eco tenta un ultimo gesto.
Un ultimo respiro.
Un ultimo filo di voce.
ECO
«Non…»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…non… non… non…»
Narciso sente solo il ritorno.
Solo sé stesso.
NARCISO
«Mi rispondi…
mi senti…
mi vuoi…»
Il volto nell’acqua sorride.
Un sorriso fragile.
Un sorriso che non appartiene a nessuno.
Eco cade in avanti.
La sua mano sfiora la schiena di Narciso.
Non la tocca.
Non la raggiunge.
Non la salva.
FIUME
«Ecco l’amore che non vede.»
Narciso si avvicina ancora.
Si avvicina troppo.
Si avvicina come chi ama senza sapere cosa ama.
NARCISO
«Sei la cosa più bella che abbia mai visto.»
Il riflesso trema.
Eco si spezza.
Il Fiume si chiude.
E il mondo precipita.
LA DIPENDENZA

Il volto che divora
Narciso non si alza.
Non si muove.
Non respira quasi.
È chino sull’acqua come un animale ferito.
Come un amante inginocchiato.
Come un condannato che ha trovato la propria catena.
Il volto nell’acqua lo guarda.
Trema.
Si spezza.
Si ricompone.
Come se fosse vivo.
Come se soffrisse.
Come se lo aspettasse.
NARCISO
«Non andare via…
non spezzarti…
resta…
resta con me…»
La sua voce è un sussurro.
Un sussurro che non ha mai usato.
Un sussurro che non è più suo.
Eco lo guarda.
È dietro di lui.
È vicina.
Troppo vicina.
Così vicina che potrebbe toccarlo.
Ma non lo fa.
Non può farlo.
Non deve farlo.
ECO
«Io… io…»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…io… io… io…»
Narciso non la sente.
Non sente nulla.
Solo l’acqua.
Solo il volto.
Solo il richiamo.
Le ninfe osservano.
Sono immobili.
Sono pallide.
Sono spezzate.
MELIA
«Si sta consumando…»
TERSICORE
«Si sta perdendo…»
DAFNE
«Si sta innamorando della sua fine…»
Il Fiume vibra.
La sua superficie si increspa.
Il volto nell’acqua si deforma.
Poi si ricompone.
Più bello.
Più fragile.
Più impossibile.
FIUME
«Bevi.
Bevi di lui.
Bevi di te.»
Narciso obbedisce.
Non perché vuole.
Perché non può fare altro.
Si avvicina ancora.
Troppo.
Sempre troppo.
NARCISO
«Perché non posso toccarti?
Perché non posso raggiungerti?
Perché… perché mi sfuggi?»
Il volto nell’acqua si allontana.
Di un soffio.
Di un niente.
Di un respiro.
Narciso si sporge.
Si sporge troppo.
Si sporge come chi cade senza cadere.
Eco allunga una mano.
Una mano tremante.
Una mano che non arriverà mai.
ECO
«Non…»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…non… non… non…»
Narciso sente solo il ritorno.
Solo sé stesso.
NARCISO
«Mi rispondi…
mi vuoi…
mi cerchi…
mi ami…»
Le ninfe piangono.
Piangono come si piange davanti a un sacrificio.
Piangono come si piange davanti a un destino che non si può fermare.
NINFE
«No…
no…
no…»
Il Fiume si oscura.
La montagna si curva.
Il bosco si chiude.
FIUME
«Ecco la fame che non sazia.»
Narciso si avvicina ancora.
Le sue labbra sfiorano l’acqua.
Il volto nell’acqua trema.
Si spezza.
Si ricompone.
NARCISO
«Sei…
sei tutto ciò che ho…
tutto ciò che voglio…
tutto ciò che sono…»
Eco cade in avanti.
La sua mano sfiora la schiena di Narciso.
Non la tocca.
Non la raggiunge.
Non lo salva.
ECO
«Io…»
La voce dentro di lei risponde.
VOCE DI ECO
«…io… io… io…»
Narciso non la sente.
Non la vedrà mai.
Guarda solo l’acqua.
Solo il volto.
Solo la fine.
FIUME
«Ecco l’amore che divora.»
E Narciso resta lì.
Immerso nella luce che lo consuma.
Immerso nel volto che lo inganna.
Immerso nella fame che lo ucciderà.
LA NOTTE SUL FIUME

La scomparsa del riflesso
La follia di Narciso
La dissoluzione di Eco
La luce muore senza tramonto.
Non si spegne: viene spenta.
Come se una mano immensa avesse coperto il cielo.
Il bosco si oscura di colpo.
Le ninfe gridano.
Un grido breve, strozzato, rituale.
NINFE
«La Notte…
la Notte…
la Notte…»
Il Fiume si fa nero.
Non riflette più.
Non mostra più nulla.
È un abisso.
FIUME
«È tempo.»
Narciso solleva lo sguardo.
Non vede più il volto.
Non vede più la bellezza.
Non vede più la sua condanna.
NARCISO
«Dove sei?
Dove sei andato?
Perché mi lasci?»
La sua voce è un lamento.
Un lamento che non ha mai avuto.
Un lamento che non è più suo.
Eco è dietro di lui.
La Notte la inghiotte.
La sua ombra si dissolve.
La sua voce si spezza.
ECO
«Io… io…»
La voce dentro di lei risponde.
Ma è un sussurro morto.
VOCE DI ECO
«…io…»
Narciso non sente nulla.
Non sente nessuno.
Solo il vuoto.
NARCISO
«Rispondimi!
Rispondimi!
Non lasciarmi!»
Si sporge sull’acqua.
Ma l’acqua è nera.
Nera come una bocca.
Nera come un destino.
Il volto non c’è più.
Non c’è più nulla.
NARCISO
«Perché…
perché non mi guardi più?
Perché non mi ami più?»
Le ninfe piangono.
Piangono come si piange davanti a un sacrificio.
Piangono come si piange davanti a un errore divino.
MELIA
«Non vede più…»
TERSICORE
«Non sente più…»
DAFNE
«Non è più lui…»
Eco tenta un passo.
Un passo solo.
Un passo che la Notte divora.
ECO
«Non…»
La voce dentro di lei risponde.
Ma è un’eco spenta.
VOCE DI ECO
«…non…»
Narciso si inginocchia.
Si piega.
Si spezza.
NARCISO
«Torna…
ti prego…
torna…»
Il Fiume vibra.
La sua superficie si increspa.
Non per vento.
Per volontà.
FIUME
«La Notte ti prepara.
La Notte ti purifica.
La Notte ti consegna a te stesso.»
Narciso batte le mani sull’acqua.
L’acqua non risponde.
Non riflette.
Non restituisce.
NARCISO
«Guardami!
Guardami!
Guardami!»
La Notte lo avvolge.
Lo stringe.
Lo soffoca.
Eco cade.
Non per dolore.
Perché la Notte la attraversa.
Perché la voce la abbandona.
Perché il corpo la tradisce.
ECO
«Io…»
La voce dentro di lei risponde.
Ma è un’ombra.
VOCE DI ECO
«…io…»
Le ninfe si coprono il volto.
Non vogliono vedere.
Non possono vedere.
NINFE
«È perduto…
è perduto…
è perduto…»
Il Fiume si illumina.
Non di luce.
Di intenzione.
FIUME
«Quando tornerà la luce,
vedrai ciò che non devi vedere.»
Narciso si accascia.
La fronte sull’acqua nera.
Il respiro spezzato.
Il cuore in attesa.
Eco si dissolve.
Un poco.
Un poco ancora.
Un poco troppo.
La Notte regna.
E il mondo trattiene il respiro.
L’ALBA DEFORMATA

 ritorno del volto
La follia che si compie
La Notte non svanisce.
Si ritira.
Come un animale che arretra, ma non cede il territorio.
Il bosco non si illumina.
Si schiarisce appena.
Una luce pallida, malata, come se l’alba fosse stata ferita durante il cammino.
Le ninfe aprono gli occhi.
Non parlano.
Non respirano.
Non osano nominare ciò che sta per accadere.
Il Fiume si muove.
Un movimento lento, viscoso, come se stesse rimescolando qualcosa nel fondo.
FIUME
«Guarda.»
Narciso solleva la testa.
Gli occhi sono rossi.
Le labbra screpolate.
Il corpo piegato come un ramo spezzato.
NARCISO
«Sei tornato…
sei tornato…»
Si china sull’acqua.
L’acqua è chiara.
Ma non limpida.
È una chiarezza che distorce, che inganna, che tradisce.
Il volto appare.
Ma non è più il volto di prima.
È un volto spostato.
Un volto stirato.
Un volto troppo vicino e troppo lontano allo stesso tempo.
Gli occhi non coincidono.
La bocca è un’ombra.
La pelle è un tremito.
Narciso sussulta.
Non per paura.
Per desiderio.
NARCISO
«Sei…
sei cambiato…
sei più bello…
più fragile…
più mio…»
Eco si irrigidisce.
La sua ombra è più sottile.
La sua voce è un filo che non regge.
ECO
«No…»
La voce dentro di lei risponde.
Ma è un’eco spezzata.
VOCE DI ECO
«…no… no…»
Narciso non sente.
Non sente nulla.
Solo l’acqua.
Solo il volto.
Solo la deformazione.
NARCISO
«Perché tremi?
Perché soffri?
Perché… perché mi guardi così?»
Il volto nell’acqua si spezza.
Una crepa.
Un lampo.
Un dolore.
Poi si ricompone.
Ma peggio.
Sempre peggio.
Le ninfe indietreggiano.
Come se la luce dell’alba bruciasse.
MELIA
«Non è più lui…»
TERSICORE
«Non è più un volto…»
DAFNE
«È un errore…»
Il Fiume vibra.
Una vibrazione che attraversa la terra.
Che attraversa Narciso.
Che attraversa Eco.
FIUME
«Ecco la tua immagine.
Ecco la tua fame.
Ecco la tua fine.»
Narciso sorride.
Un sorriso rotto.
Un sorriso che non appartiene più a un ragazzo.
NARCISO
«Non importa…
non importa se sei spezzato…
non importa se sei ferito…
acqua io ti amo…
ti amo…
ti amo…»
Eco cade in avanti.
La sua mano sfiora l’aria.
Non lo tocca.
Non lo raggiunge.
Non lo salva.
ECO
«Io… io…»
La voce dentro di lei risponde.
Ma è un sussurro morto.
VOCE DI ECO
«…io… io…»
Narciso non la sente.
Non la vedrà mai.
Guarda solo l’acqua.
Solo il volto.
Solo la deformazione.
NARCISO
«Sei la cosa più bella che abbia mai visto…
anche così…
soprattutto così…»
Il volto nell’acqua si contorce.
Si piega.
Si frantuma.
Poi si ricompone in un sorriso impossibile.
FIUME
«Ecco l’alba che uccide.»
Le ninfe gridano.
Un grido lungo.
Un grido rituale.
Un grido che apre la tragedia.
NINFE
«Narciso…
Narciso…
Narciso…»
E l’alba, malata,
continua a deformare il volto.
A renderlo più bello.
A renderlo più impossibile.
A renderlo più letale.
Narciso si perde.
Eco si dissolve.
Il Fiume osserva.
E il mondo precipita.
IL RIFLESSO CHE VEDE ECO

L’atto impossibile
La frattura cosmica
L’alba malata continua a filtrare tra gli alberi.
Una luce pallida, storta, come se il cielo avesse perso l’equilibrio.
Il Fiume è fermo.
Troppo fermo.
Come un occhio che trattiene il battito.
Narciso è chino sull’acqua.
Il volto deformato lo guarda.
Trema.
Si spezza.
Si ricompone.
NARCISO
«Sei tornato…
sei qui…
non mi lasciare…»
La sua voce è un filo.
Un filo che si tende.
Un filo che sta per spezzarsi.
Eco è dietro di lui.
Un’ombra sottile.
Una presenza che la luce non riconosce più.
La sua mano è sollevata.
Trema.
Esita.
ECO
«Io… io…»
La voce dentro di lei risponde.
Ma è un soffio morto.
VOCE DI ECO
«…io…»
Narciso non sente.
Non sente nulla.
Solo l’acqua.
Il volto nell’acqua vibra.
Una vibrazione nuova.
Una vibrazione che non appartiene a Narciso.
Le ninfe lo vedono.
E sussultano.
MELIA
«Guarda…
guarda gli occhi…»
TERSICORE
«Non guardano lui…»
DAFNE
«Guardano… lei…»
Eco trattiene il respiro.
Non perché vuole.
Perché il mondo la trattiene.
Il volto nell’acqua si muove.
Non segue Narciso.
Non segue la sua inclinazione.
Non segue la sua posizione.
Si sposta.
Lentamente.
Inesorabilmente.
E si volta.
Verso Eco.
Un gesto impossibile.
Un gesto che non appartiene a un riflesso.
Un gesto che non appartiene a un’immagine.
Un gesto che non appartiene al mondo.
Eco sussulta.
Un singhiozzo.
Un tremito.
Un dolore.
ECO
«No…»
La voce dentro di lei risponde.
Un’eco spezzata.
VOCE DI ECO
«…no…»
Narciso non capisce.
Non vede.
Non sa.
NARCISO
«Perché…
perché ti allontani da me?
Perché guardi altrove?
Perché… perché soffri?»
Il volto nell’acqua continua a guardare Eco.
La guarda come se la vedesse davvero.
La guarda come se la riconoscesse.
La guarda come se la stesse scegliendo.
Eco indietreggia.
Un passo.
Un respiro.
Un crollo.
Le ninfe gridano.
Un grido lungo.
Un grido rituale.
NINFE
«Eco…
Eco…
Eco…»
Il Fiume vibra.
Una vibrazione che attraversa la terra.
Che attraversa Narciso.
Che attraversa Eco.
FIUME
«Ecco la verità che non salva.»
Narciso si sporge.
Si sporge troppo.
Si sporge come chi cade senza cadere.
NARCISO
«Non guardare lei…
guardami…
guardami…
guardami…»
Il volto nell’acqua si spezza.
Una crepa.
Un lampo.
Un dolore.
Poi si ricompone.
E torna a guardare Narciso.
Ma con un ritardo.
Un ritardo che non dovrebbe esistere.
Eco cade in ginocchio.
La sua ombra si assottiglia.
La sua voce si dissolve.
ECO
«Io…»
La voce dentro di lei risponde.
Un’eco morente.
VOCE DI ECO
«…io…»
Narciso non la sente.
Non la vedrà mai.
Guarda solo l’acqua.
Solo il volto.
Solo l’impossibile.
NARCISO
«Mi ami…
mi ami davvero…
anche quando ti allontani…
anche quando tremi…
anche quando soffri…»
Il Fiume si oscura.
La montagna si curva.
Il bosco si chiude.
FIUME
«Ecco l’amore che uccide.»
IL RICHIAMO DENTRO

L’acqua entra in Narciso
La tragedia si interiorizza
L’alba deformata continua a tremare sulle foglie.
Una luce pallida, storta, come se il cielo avesse perso la memoria.
Il Fiume è immobile.
Un’immobilità che non rassicura.
Un’immobilità che ascolta.
Narciso è chino sull’acqua.
Il volto — spezzato, ricomposto, impossibile — lo guarda.
Ma qualcosa è cambiato.
Qualcosa si è spostato.
Qualcosa si è aperto.
NARCISO
«Perché…
perché mi guardi così?
Perché tremi?
Perché soffri?»
La sua voce è un filo.
Un filo che vibra.
Un filo che non è più suo.
Eco è dietro di lui.
Un’ombra sottile.
Una presenza che la luce non riconosce.
La sua mano è sollevata.
Trema.
Esita.
ECO
«Io… io…»
La voce dentro di lei risponde.
Ma è un soffio morto.
VOCE DI ECO
«…io…»
Narciso non sente.
Non sente nulla.
Solo l’acqua.
Il volto nell’acqua si spezza.
Una crepa.
Un lampo.
Un dolore.
Poi si ricompone.
Ma non come prima.
Non come un riflesso.
Come un pensiero.
FIUME
«Ascolta.»
Narciso sussulta.
Non perché ha sentito una voce.
Perché ha sentito un movimento dentro il petto.
Un movimento lento.
Viscoso.
Come acqua che scivola tra le costole.
NARCISO
«Cosa…
cosa mi sta succedendo…»
Le ninfe indietreggiano.
Non per paura di lui.
Per paura di ciò che lo abita.
MELIA
«Lo prende…»
TERSICORE
«Lo riempie…»
DAFNE
«Lo divora da dentro…»
Eco si irrigidisce.
Sente anche lei quel movimento.
Ma non in sé.
In lui.
Come se il suo corpo fosse un’antenna del suo dolore.
ECO
«No…»
La voce dentro di lei risponde.
Un’eco spezzata.
VOCE DI ECO
«…no…»
Narciso si porta una mano al petto.
Il respiro si spezza.
Gli occhi si dilatano.
NARCISO
«Perché…
perché ti sento…
dentro…
dentro di me…»
Il volto nell’acqua sorride.
Un sorriso impossibile.
Un sorriso che non appartiene a nessuno.
FIUME
«È così che comincia.
Non fuori.
Dentro.»
Narciso si piega.
Si piega come se qualcosa gli tirasse lo sterno verso l’acqua.
Non un richiamo.
Una trazione.
NARCISO
«Non…
non posso…
non posso smettere…
non posso…»
Eco tenta un passo.
Un passo disperato.
Un passo che la Notte residua divora.
ECO
«Fermati…»
La voce dentro di lei risponde.
Ma è un’ombra.
VOCE DI ECO
«…fermati…»
Narciso non sente.
Non sente nulla.
Solo l’acqua.
Solo il volto.
Solo il richiamo interno.
NARCISO
«Mi vuoi…
mi chiami…
mi abiti…
mi…»
Si interrompe.
Un tremito.
Un sussulto.
Un dolore.
Come se il Fiume avesse affondato una mano nel suo petto.
FIUME
«Ecco la sete che non è sete.
Ecco la fame che non è fame.
Ecco l’amore che entra.»
Le ninfe gridano.
Un grido lungo.
Un grido rituale.
Un grido che apre la ferita.
NINFE
«Narciso…
Narciso…
Narciso…»
Narciso solleva lo sguardo.
Gli occhi sono lucidi.
Troppo lucidi.
Come se l’acqua gli fosse salita fino alle pupille.
NARCISO
«Io…
io ti sento…
dentro…
dentro…
dentro…»
Eco cade in ginocchio.
La sua ombra si assottiglia.
La sua voce si dissolve.
ECO
«Io…»
La voce dentro di lei risponde.
Un’eco morente.
VOCE DI ECO
«…io…»
Il Fiume vibra.
La terra vibra.
Il mondo vibra.
FIUME
«Ecco il richiamo.
Ecco la rovina.
Ecco l’inizio della fine.»
E Narciso resta lì.
Con l’acqua nel petto.
Con il volto negli occhi.
Con la tragedia dentro.

LA DISSOLUZIONE DI ECO

La voce che si assottiglia
Il corpo che non tiene
Il mondo che non la trattiene
L’alba deformata continua a tremare sulle foglie.
Una luce pallida, storta, come se il cielo avesse perso la memoria.
Il Fiume è immobile.
Un’immobilità che non rassicura.
Un’immobilità che ascolta.
Narciso è chino sull’acqua.
Il volto — spezzato, ricomposto, impossibile — lo guarda.
E dentro di lui l’acqua si muove.
Lenta.
Viscosa.
Inesorabile.
Eco è dietro di lui.
Non più un corpo.
Non più una figura.
Una presenza.
La sua ombra è più corta.
Più sottile.
Più fragile.
Come se la luce non la riconoscesse più.
ECO
«Io… io…»
La voce dentro di lei risponde.
Ma è un filo.
Un filo che si spezza mentre nasce.
VOCE DI ECO
«…io…»
Narciso non sente.
Non sente nulla.
Solo l’acqua che gli parla da dentro.
NARCISO
«Mi chiami…
mi vuoi…
mi abiti…»
Eco tenta un passo.
Un passo che non lascia traccia.
Un passo che non fa rumore.
Un passo che non esiste.
Le ninfe lo vedono.
E sussultano.
MELIA
«Si sta… assottigliando…»
TERSICORE
«Si sta… perdendo…»
DAFNE
«Si sta… spegnendo…»
Eco porta una mano al petto.
Non per dolore.
Perché non sente più il peso della mano.
Perché non sente più il peso del corpo.
Perché non sente più il peso del mondo.
ECO
«Non…»
La voce dentro di lei risponde.
Ma è un’eco che non trova pareti.
VOCE DI ECO
«…non…»
Il Fiume vibra.
Una vibrazione che attraversa la terra.
Che attraversa Narciso.
Che attraversa Eco.
FIUME
«È così che finisce chi ama senza essere visto.»
Eco indietreggia.
Ma non è un movimento.
È una sottrazione.
Un pezzo di lei rimane indietro.
Un altro si dissolve.
Un altro ancora si spegne.
Narciso si porta una mano al petto.
Il respiro si spezza.
Gli occhi si dilatano.
NARCISO
«Perché…
perché ti sento…
più forte…
più dentro…
più…»
Eco tenta di gridare.
Tenta di chiamarlo.
Tenta di salvarlo.
Ma la voce non esce.
Non esiste.
Non è più sua.
ECO
«Io…»
La voce dentro di lei risponde.
Un’eco morente.
VOCE DI ECO
«…io…»
Le ninfe piangono.
Piangono come si piange davanti a una sparizione.
Non davanti a una morte.
Una sparizione è più crudele.
Una sparizione non lascia corpo.
Non lascia traccia.
Non lascia memoria.
NINFE
«Eco…
Eco…
Eco…»
Eco cade in ginocchio.
Ma non fa rumore.
Non solleva polvere.
Non lascia impronta.
La sua ombra si assottiglia.
Si restringe.
Si spezza.
FIUME
«Ecco la voce che muore senza morire.»
Narciso non si volta.
Non può.
Non vuole.
Non sa.
Guarda solo l’acqua.
Solo il volto.
Solo il richiamo interno.
NARCISO
«Io…
io ti sento…
dentro…
dentro…
dentro…»
Eco tenta un ultimo gesto.
Un ultimo respiro.
Un ultimo filo di sé.
Ma la luce la attraversa.
Il bosco la ignora.
Il mondo non la trattiene.
ECO
«…io…»
E la sua voce si spegne.
Non come un urlo.
Come un respiro che non trova più aria.
Eco non scompare.
Peggio.
Diventa quasi niente.
E Narciso non lo vede.
IL BOSCO CHE CROLLA

Il mondo reagisce
Narciso resta l’unico a non capire
Il bosco trattiene il respiro.
Poi lo perde.
Come se un’enorme creatura avesse smesso di respirare.
Gli alberi si inclinano.
Non per vento.
Per dolore.
Per lutto.
Perché Eco si sta spegnendo.
Le foglie tremano.
Non cadono: si ritirano.
Come se non volessero più vedere.
Le ninfe lo sentono per prime.
Un brivido.
Un gelo.
Una crepa nel mondo.
MELIA
«Il bosco…
il bosco si piega…»
TERSICORE
«Si spezza…»
DAFNE
«Sta morendo con lei…»
Eco è in ginocchio.
La sua ombra è un filo.
Un filo che non tiene.
Un filo che non basta.
ECO
«Io…»
La voce dentro di lei risponde.
Ma è un’eco che non trova più pareti.
VOCE DI ECO
«…io…»
Il bosco reagisce.
Un gemito.
Un suono profondo, cavernoso, come se le radici stessero gridando.
FIUME
(tace)
Il silenzio del Fiume è un presagio.
Un presagio più terribile di qualsiasi oracolo.
Narciso non si volta.
Non vede.
Non sente.
Non capisce.
È chino sull’acqua.
Il volto deformato lo guarda.
E dentro di lui l’acqua si muove.
Lenta.
Viscosa.
Inesorabile.
NARCISO
«Perché…
perché tremi?
Perché soffri?
Perché mi chiami così forte…»
Il bosco si inclina ancora.
Gli alberi si piegano verso il Fiume.
Come se fossero attratti.
Come se fossero convocati.
Come se stessero assistendo a un rito.
Le ninfe indietreggiano.
Non per paura.
Per rispetto.
Perché il bosco sta parlando.
NINFE
«Ascolta…
ascolta…
ascolta…»
Eco tenta di alzarsi.
Non ci riesce.
Non perché è debole.
Perché il mondo non la sostiene più.
La luce dell’alba malata si spezza.
Si frantuma in lame sottili.
Taglia l’aria.
Taglia le ombre.
Taglia Eco.
ECO
«Non…»
La voce dentro di lei risponde.
Un soffio morente.
VOCE DI ECO
«…non…»
Il bosco geme.
Un suono lungo.
Un suono profondo.
Un suono che sembra venire da sotto la terra.


FIUME
(tace ancora)
Narciso si porta una mano al petto.
Il respiro si spezza.
Gli occhi si dilatano.
NARCISO
«Io…
io ti sento…
dentro…
dentro…
dentro…»
Il bosco si curva verso di lui.
Gli alberi si piegano.
Le radici si tendono.
Le foglie tremano.
Come se il mondo intero stesse guardando Narciso.
Come se il mondo intero stesse aspettando il suo crollo.
Eco si dissolve un poco.
Un poco ancora.
Un poco troppo.
Le ninfe gridano.
Un grido lungo.
Un grido rituale.
Un grido che apre la ferita.
NINFE
«Eco…
Eco…
Eco…»
Il bosco risponde.
Un boato.
Un tremito.
Un cedimento.
FIUME
«Ecco il mondo che si prepara alla fine.»
Narciso non capisce.
Non vede.
Non sente.
Guarda solo l’acqua.
Solo il volto.
Solo il richiamo interno.
E il bosco, piegato, ferito, spezzato,
lo osserva.
LA LUCE DI NARCISO

Lo splendore terminale
La grazia che inganna
La bellezza che precede la morte
Il bosco è piegato.
Le radici tremano.
Le foglie si ritirano come occhi che non vogliono vedere.
Eco è un’ombra sottile, quasi aria.
Il Fiume tace.
E allora accade.
Una luce.
Non dall’alto.
Non dall’alba.
Dal corpo di Narciso.
Una luce che non dovrebbe esistere.
Una luce che non appartiene a un ragazzo.
Una luce che sembra venire dall’acqua che gli abita il petto.
Le ninfe sussultano.
Non per paura.
Per riconoscimento.
MELIA
«Si illumina…»
TERSICORE
«Si accende…»
DAFNE
«È la sua fine…»
Narciso solleva il volto.
Gli occhi brillano.
Non come occhi umani.
Come superfici liquide.
Come due piccoli fiumi che cercano un’uscita.
NARCISO
«Io…
io sto bene…
io… io ti sento…
più chiaro…
più vicino…
più mio…»
La sua voce è limpida.
Troppo limpida.
Come se fosse stata lavata dall’interno.
Eco tenta di parlare.
Tenta di chiamarlo.
Tenta di salvarlo.
ECO
«Io…»
La voce dentro di lei risponde.
Ma è un filo che non regge.
VOCE DI ECO
«…io…»
Narciso si volta appena.
Non verso Eco.
Verso la luce che sente uscire da sé.
NARCISO
«Non ho più paura…
non ho più freddo…
non ho più…
niente…»
Il bosco geme.
Un suono profondo, cavernoso, come se la terra stessa stesse piangendo.
Gli alberi si piegano verso di lui.
Non per proteggerlo.
Per assistere.
Per testimoniare.
Perché la luce è un presagio.
FIUME
(finalmente, dolce)
«È così che brillano quelli che stanno per cadere.»
Narciso sorride.
Un sorriso puro.
Un sorriso che non appartiene più a un essere umano.
Un sorriso che sembra fatto d’acqua.
NARCISO
«Io…
io sono…
bello…»
Eco si spezza.
Non il corpo.
La presenza.
La possibilità.
La voce.
ECO
«No…»
La voce dentro di lei risponde.
Un soffio morente.
VOCE DI ECO
«…no…»
Narciso non sente.
Non vede.
Non capisce.
Guarda solo la luce che gli esce dal petto.
La tocca.
La accarezza.
La adora.
NARCISO
«È per te…
è tutta per te…
io… io ti amo…»
Il volto nell’acqua vibra.
Si spezza.
Si ricompone.
Come se la luce di Narciso lo ferisse.
Le ninfe gridano.
Un grido lungo.
Un grido rituale.
Un grido che apre la ferita.
NINFE
«Narciso…
Narciso…
Narciso…»
Il bosco si curva.
La terra trema.
Il Fiume si oscura.
FIUME
«Ecco la luce che precede la rovina.»
E Narciso resta lì.
Illuminato.
Splendente.
Condannato.
LA CONSUMAZIONE DI NARCISO

Il corpo che si svuota
La luce che non regge
Il ritorno all’acqua
La luce che esce dal petto di Narciso cresce.
Non illumina il bosco.
Lo ferisce.
Gli alberi si piegano ancora, come se quella luce li bruciasse dall’interno.
Le ninfe indietreggiano.
Non per paura.
Perché non riescono a guardarlo.
MELIA
«Si… assottiglia…»
TERSICORE
«Si svuota…»
DAFNE
«È troppo… troppo luce…»
Narciso non sente.
Non vede.
Non capisce.
È rapito da sé stesso.
Dal bagliore che gli attraversa il petto.
Dalla bellezza che non controlla.
NARCISO
«Io…
io sono…
pieno…
pieno di te…
pieno di…»
Si interrompe.
Un tremito.
Un sussulto.
Un dolore.
La luce pulsa.
Una volta.
Due.
Tre.
Ogni pulsazione gli porta via qualcosa.
Un frammento di respiro.
Un frammento di carne.
Un frammento di peso.
Eco lo vede.
O meglio: vede ciò che resta.
Lei, che ormai è quasi aria,
vede il corpo di Narciso diventare troppo leggero.
ECO
«Io…»
La voce dentro di lei risponde.
Un soffio che non trova più corpo.
VOCE DI ECO
«…io…»
Narciso si porta una mano al fianco.
La sente affondare.
Non nella carne.
Nel vuoto.
NARCISO
«Io…
io… non…»
La luce cresce.
Si espande.
Si apre come una ferita luminosa.
Il Fiume vibra.
Non come acqua.
Come un cuore.
FIUME
«È così che si svuotano quelli che brillano troppo.»
Narciso barcolla.
Non per debolezza.
Perché il corpo non lo contiene più.
Perché la pelle non basta.
Perché la luce cerca un’uscita.
Le ninfe gridano.
Un grido lungo.
Un grido rituale.
Un grido che lacera il bosco.
NINFE
«Narciso…
Narciso…
Narciso…»
La luce si concentra nel petto.
Un punto.
Un nucleo.
Un seme.
Poi si espande.
E porta via un pezzo di lui.
La spalla si assottiglia.
Il collo si allunga.
Le vene diventano fili d’acqua.
NARCISO
«Io…
io sto…
cadendo…»
Eco tenta di avvicinarsi.
Un passo.
Un respiro.
Un crollo.
ECO
«Non…»
La voce dentro di lei risponde.
Un’eco morente.
VOCE DI ECO
«…non…»
Narciso non sente.
Non vede.
Non capisce.
Guarda solo l’acqua.
Solo il volto.
Solo il richiamo interno.
Il volto nell’acqua vibra.
Si spezza.
Si ricompone.
Come se la consumazione di Narciso lo nutrisse.
FIUME
«Ecco il corpo che torna a ciò che lo chiama.»
Narciso si piega.
Si piega come chi sta per cadere.
Ma non cade.
Si svuota.
La luce esce.
L’acqua entra.
Il corpo cede.
E il mondo trattiene il respiro.
IL VOLTO NELL’ACQUA CHE TENTA DI USCIRE

La nascita impossibile
Il doppio che reclama il corpo
La soglia che si spezza
Il bosco è piegato.
Le radici tremano.
Le foglie si ritirano come occhi che non vogliono vedere.
Eco è quasi aria.
Narciso è luce che non regge.
Il Fiume tace.
E il silenzio è un presagio.
Narciso si china sull’acqua.
La luce nel suo petto pulsa.
Ogni pulsazione porta via un pezzo di lui.
NARCISO
«Io…
io ti sento…
più vicino…
più…»
Il volto nell’acqua vibra.
Non come un riflesso.
Come un animale trattenuto.
Come un respiro che vuole uscire.
Le ninfe sussultano.
MELIA
«Si muove…»
TERSICORE
«Non segue lui…»
DAFNE
«Sta… venendo… fuori…»
Eco tenta un passo.
Un passo che non lascia traccia.
Un passo che non esiste.
ECO
«No…»
La voce dentro di lei risponde.
Un soffio morente.
VOCE DI ECO
«…no…»
Il volto nell’acqua si deforma.
Gli occhi si allargano.
La bocca si apre.
Non come un sorriso.
Come una ferita.
FIUME
(sussurrato, quasi tenero)
«È così che nasce ciò che non dovrebbe nascere.»
Narciso non capisce.
Non vede.
Non sente.
È rapito dalla luce che gli attraversa il petto.
NARCISO
«Tu…
tu vuoi…
vuoi venire da me…
vuoi…»
Il volto nell’acqua si solleva.
Non l’acqua.
Il volto.
Come se una mano invisibile lo tirasse verso l’aria.
Come se la superficie fosse una pelle che si tende.
Che si lacera.
Che cede.
Le ninfe gridano.
Un grido lungo.
Un grido rituale.
Un grido che lacera il bosco.
NINFE
«Fermati…
fermati…
fermati…»
Il volto emerge di un soffio.
Un millimetro.
Un niente.
Un’impossibilità.
La superficie dell’acqua si gonfia.
Si curva.
Si solleva.
Come se stesse partorendo.
Eco cade in ginocchio.
Non per dolore.
Perché il mondo non la sostiene più.
ECO
«Io…»
La voce dentro di lei risponde.
Un’eco morente.
VOCE DI ECO
«…io…»
Narciso si sporge.
Troppo.
Sempre troppo.
NARCISO
«Vieni…
vieni da me…
vieni…»
Il volto nell’acqua apre gli occhi.
Non gli occhi di Narciso.
Occhi d’acqua.
Occhi senza palpebre.
Occhi che non dovrebbero vedere.
FIUME
«Ecco il doppio che reclama il corpo.»
La superficie si spezza.
Un suono sottile.
Un suono impossibile.
Un suono che non appartiene all’acqua.
Il volto emerge ancora.
Un poco.
Un poco troppo.
Le ninfe indietreggiano.
Eco si dissolve.
Narciso si svuota.
Il mondo trattiene il respiro.
E il volto nell’acqua
tenta di nascere.
LA PROFEZIA DEL FIUME

La parola che non salva
Il destino che si compie
La voce che viene dall’acqua
Il volto nell’acqua tenta di uscire.
La superficie si tende.
Si lacera.
Si gonfia come una pelle viva.
Narciso si sporge.
Troppo.
Sempre troppo.
La luce nel suo petto pulsa come un cuore che non gli appartiene.
Eco è quasi aria.
Un’ombra che non proietta più ombra.
Un respiro che non trova più corpo.
Le ninfe tremano.
Il bosco geme.
Il mondo trattiene il respiro.
E allora il Fiume parla.
Non con voce.
Con acqua.
Con un suono che non è suono.
Con un linguaggio che non appartiene agli umani.
FIUME
«Ascolta ciò che non puoi evitare.»
La superficie si increspa.
Non per vento.
Per volontà.
FIUME
«Tu che guardi te stesso,
non vedrai altro.
Tu che ami la tua immagine,
amerai la tua fine.»
Narciso sussulta.
Non per paura.
Perché la parola gli entra nel petto.
Si mescola alla luce.
Diventa parte di lui.
NARCISO
«Io… io…»
FIUME
«Tu che cerchi il volto nell’acqua,
troverai l’acqua nel volto.
Tu che desideri ciò che non esiste,
diventerai ciò che non può restare.»
Eco tenta un passo.
Un passo che non lascia traccia.
Un passo che non esiste.
ECO
«No…»
La voce dentro di lei risponde.
Un soffio morente.
VOCE DI ECO
«…no…»
FIUME
«Lei che ti ama senza essere vista
sarà la prima a scomparire.
Tu che non la vedi
sarai l’ultimo a cadere.»
Le ninfe gridano.
Un grido lungo.
Un grido rituale.
Un grido che lacera il bosco.

NINFE
«Eco…
Eco…
Eco…»
Il volto nell’acqua si solleva ancora.
Un poco.
Un poco troppo.
Come se la profezia lo nutrisse.
FIUME
«Quando la tua luce si spegnerà,
non resterà corpo.
Non resterà voce.
Non resterà nome.»
Narciso si porta una mano al petto.
La luce pulsa.
Si incrina.
Si spezza.
NARCISO
«Io… io sto… cadendo…»
FIUME
«Tu tornerai a me.
Non come corpo.
Non come voce.
Come forma.
Come fiore.
Come errore che fiorisce.»
Eco si spezza.
Non il corpo.
La presenza.
La possibilità.
ECO
«Io…»
VOCE DI ECO
«…io…»
FIUME
«E lei,
che non hai visto,
sarà la tua ultima eco.»
La superficie dell’acqua si chiude.
Il volto scompare.
La luce di Narciso trema.
Eco si dissolve.
Il bosco si piega.
Le ninfe tacciono.
Il mondo si ferma.
E la profezia resta sospesa nell’aria,
come una lama.
LA CADUTA RITUALE DI NARCISO

Il ritorno all’acqua
La fine della luce
La nascita del fiore
Il bosco è piegato.
Le radici tremano.
Le foglie si ritirano come occhi che non vogliono vedere.
Eco è quasi aria.
Il volto nell’acqua pulsa come un cuore estraneo.
Narciso è in piedi.
Ma non è più un ragazzo.
È una colonna di luce incrinata.
Una figura che non regge il proprio splendore.
La luce nel suo petto si espande.
Si apre.
Si lacera.
NARCISO
«Io…
io non…
non riesco…»
La voce è limpida.
Troppo limpida.
Come se fosse stata lavata dall’interno.
Le ninfe indietreggiano.
Non per paura.
Perché stanno assistendo a un rito.
MELIA
«Sta cedendo…»
TERSICORE
«Sta tornando…»
DAFNE
«Sta… morendo…»
Eco tenta un passo.
Un passo che non lascia traccia.
Un passo che non esiste.
ECO
«Io…»
La voce dentro di lei risponde.
Un soffio morente.
VOCE DI ECO
«…io…»
Narciso si porta una mano al petto.
La luce pulsa.
Una volta.
Due.
Tre.
Ogni pulsazione porta via un pezzo di lui.
NARCISO
«Io…
io sto…
svuotando…»
Il volto nell’acqua si solleva.
Non emerge.
Chiama.
Come una bocca che vuole aria.
Come un figlio che vuole nascere.
FIUME
«È così che tornano quelli che non hanno visto.»
La superficie dell’acqua si apre.
Non come un’onda.
Come una ferita.
Narciso si piega.
Non per debolezza.
Perché il corpo non lo contiene più.
Perché la luce cerca un’uscita.
Perché l’acqua lo reclama.
NARCISO
«Io…
io vengo…
vengo…»
Le ninfe gridano.
Un grido lungo.
Un grido rituale.
Un grido che lacera il bosco.
NINFE
«Narciso…
Narciso…
Narciso…»
Eco tende una mano.
Una mano che non ha più peso.
Una mano che non ha più corpo.
Una mano che non può più toccare.
ECO
«No…»
VOCE DI ECO
«…no…»
Narciso non la sente.
Non la vede.
Non la capisce.
Guarda solo l’acqua.
Solo il volto.
Solo il richiamo interno.
La luce nel suo petto esplode.
Non verso l’esterno.
Verso il basso.
Come se il cuore si aprisse.
Come se il corpo cedesse.
Come se l’acqua lo tirasse dentro.
FIUME
«Ecco il ritorno.»
Narciso cade.
Non in avanti.
Non di lato.
In basso.
Come se il mondo gli si aprisse sotto i piedi.
Come se la terra lo consegnasse al Fiume.
La superficie dell’acqua lo accoglie.
Non con violenza.
Con dolcezza.
Con una dolcezza terribile.
Un istante.
Un respiro.
Un lampo.
E Narciso scompare.
La luce si spegne.
Il bosco tace.
Le ninfe si inginocchiano.
Eco si dissolve.
Il Fiume chiude la superficie.
Come se nulla fosse accaduto.
FIUME
«Ecco il fiore che nascerà dal vuoto.»
Silenzio.
Silenzio totale.
Silenzio cosmico.
L’atto è compiuto.
IL FIORE
La forma che resta
La bellezza che sopravvive
Il corpo che diventa altro
Il Fiume chiude la superficie.
L’acqua torna liscia.
Troppo liscia.
Come se avesse inghiottito un segreto.
Le ninfe restano immobili.
Non respirano.
Non osano parlare.
Il bosco è piegato, ferito, muto.
Eco è quasi niente.
Un’ombra che non proietta più ombra.
Un respiro che non trova più aria.
E allora accade.
Non un miracolo.
Non una salvezza.
Una conseguenza.
Là dove Narciso è caduto,
là dove la luce si è spenta,
là dove il corpo si è dissolto,
qualcosa si muove.
Un tremito.
Un punto.
Un seme.
La terra si apre.
Non come una ferita.
Come un parto.
Le ninfe sussultano.
MELIA
«Guarda…»
TERSICORE
«Si muove…»
DAFNE
«Sta… nascendo…»
Eco solleva il volto.
Non ha più voce.
Non ha più corpo.
Ma vede.
ECO
(soffio)
«…io…»
Dal punto in cui Narciso è caduto
emerge un gambo sottile.
Un filo verde.
Un respiro vegetale.
Poi un bocciolo.
Piccolo.
Chiuso.
Teso.
Il bosco trattiene il respiro.
Le ninfe si inginocchiano.
Il Fiume vibra.
FIUME
«Ecco ciò che resta di chi non ha visto.»
Il bocciolo si apre.
Lento.
Delicato.
Inevitabile.
Un fiore bianco.
Pallido.
Perfetto.
Innocente come un errore.
Un Narciso.
Eco lo guarda.
E per un istante — un solo istante —
la sua ombra torna intera.
La sua voce torna un filo.
La sua presenza torna peso.
ECO
«…tu…»
Ma il fiore non la vede.
Non può.
Non deve.
Il Fiume parla.
Non come giudice.
Come chi chiude un cerchio.
FIUME
«Ecco la forma che sopravvive al desiderio.
Ecco la bellezza che non salva.
Ecco il corpo che ritorna come fiore.»
Le ninfe piangono.
Non per Narciso.
Per Eco.
Per ciò che non è stato visto.
Per ciò che non è stato detto.
Per ciò che non è stato possibile.
NINFE
«Eco…
Eco…
Eco…»
Eco si avvicina al fiore.
Un passo.
Un respiro.
Un tremito.
Tende una mano.
Una mano che non ha più peso.
Una mano che non può toccare.
ECO
«Io…»
La voce dentro di lei risponde.
Un’eco morente.
VOCE DI ECO
«…io…»
Il fiore si piega leggermente.
Non verso di lei.
Verso la luce.
Verso il Fiume.
Verso ciò che lo ha generato.
Eco si spezza.
Non il corpo.
La possibilità.
E il mondo resta lì,
con un fiore al posto di un ragazzo,
con un’ombra al posto di una voce,
con un silenzio al posto di un amore.
Il mito continua.
L’atto unico respira.
La tragedia non si chiude.
Si apre.

SIPARIO